Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 3

Chapter 33,579 wordsPublic domain

De’ cardinali prefinì il numero a settantadue, di cui sette vescovi suburbicarj, cioè di Velletri, Porto Santa Ruffina, Civitavecchia, Frascati, Albano, Palestrina, Sabina; cinquanta preti; il resto diaconi. Si distinguevano i cardinali principi, viventi con isfarzo, e che riguardavano gli altri come inferiori; i cardinali politici, che dirigendo gli affari arricchivano; e i cardinali poveri, la più parte frati, mantenuti dai papi o dai cardinali superiori, e dediti agli studj e alla pietà. Sisto voleali sottoposti ai decreti come tutti gli altri, benchè zelasse il loro decoro in faccia ai potentati; fossero principi altrove, ma sudditi in Roma.

Alle sette loro Congregazioni, dell’indice, dell’inquisizione, dell’esecuzione e interpretazione del Concilio, de’ vescovi, de’ regolari, della segnatura e della consulta, crebbe importanza, e ne aggiunse otto altre, una per fondare vescovadi nuovi, una sopra i riti, le rimanenti per materie temporali, l’annona, le strade, l’alleggiamento delle imposte, le costruzioni guerresche, la stamperia vaticana, l’Università di Roma. Quella del buon governo dirigeva gl’interessi economici delle comunità. La sacra Consulta rivedeva gli affari criminali, e reprimeva gli eccessi de’ baroni e de’ governanti. Il tribunale delle due Segnature, cioè di grazia e di giustizia, provvedeva sui ricorsi presentati al pontefice per semplice grazia o in materia mista, come la restituzione in intero.

La Chiesa erasi sempre tenuta a ordini collegiali e a deliberazioni precedute da discussione; talchè queste consulte e la sacra Rota assistendo al papa, alcune come vescovo nelle cose diocesane, altre per gli affari dello Stato, le più pel governo della Chiesa universale, davano un’aria repubblicana, ma non poteano resistere a volontà assolute come Sisto V. La propria famiglia arricchì egli con proprj risparmj, e con laute parentele; collocò due nipoti nelle famiglie Colonna e Orsini, con privilegio ai mariti di star accanto al soglio quando il papa celebra, e con grado superiore a tutti i signori romani; sicchè questi o per invidia o per inferiorità si divisero dai _nobili di soglio_; ed ebber fine le leghe che, sotto quei due nomi, continuavano a osteggiarsi.

Restava l’altra piaga, delle finanze. All’udire i forestieri così concordi nel lamentarsi dell’oro che, prima della Riforma, spedivasi a Roma, si crederebbe che la Camera ne regurgitasse; ma sì poco n’arrivava sin alle mani dei papi, che Pio II dovè limitarsi a un pasto il giorno, e tôrre a prestanza ducentomila ducati per l’impresa contro i Turchi. Nel 1471 si contavano fin seicencinquanta cariche venali, la cui rendita valutavasi a centomila scudi[16], sicchè i proventi ne colavano in mano de’ compratori. Ne’ bisogni dunque (oltre il particolar ripiego delle indulgenze) non si sapeva che crear titoli e cariche nuove: Sisto IV n’aveva abusato strabocchevolmente; Innocenzo VIII, costretto perfino a mettere in pegno la tiara, istituì un nuovo collegio di ventisei segretarj per sessantamila ducati; Alessandro VI, ottanta scrittori di brevi, ciascuno per settecencinquanta scudi; Giulio II n’aggiunse cento degli archivj per altrettanto prezzo, ed ebbe lode di trovar denaro ad ogni occorrenza; lo splendidissimo Leone X introdusse milleducento cariche, del cui valore i compratori riceveano gl’interessi vita durante, onde vanno considerati come prestiti o come rendite vitalizie, che ammontavano fin all’ottavo del capitale. Questo rifondevasi parte con un lieve aumento delle tasse di curia, parte coll’eccedente di quanto si ritraeva dai municipj, dalle cave di allume, dal monopolio del sale, e dalla dogana di Roma.

Oggi che si considera come regola il far debiti, e prospero il paese che più ne ha, non vorrassi condannare quegli spedienti, pei quali prosperarono le finanze, in modo da non occorrer più nuovi aggravj allo Stato che fra tutti era il meno pagante, tanto più che non manteneva grossi eserciti, spugna degli erarj. Ma tosto che le casse dello Stato cessarono di dare un avanzo, le finanze crollarono; e tra la Riforma, tra l’essersi i principi opposti all’esportazione del denaro, Leone le lasciò talmente esauste, che Adriano VI dovette sovrimporre mezzo ducato per fuoco; Clemente VII ricorse anche a un prestito semplice di ducentomila ducati al dieci per cento, _monte non vacabile_, o, come diciam ora, debito consolidato, trasmissibile agli eredi, assicurato sopra le dogane. I successivi pontefici ingrossarono quel capitale; e Paolo III rinunziando a rincarir il sale, stabilì il _sussidio_, imposta diretta che prometteva abolir poi, e che già si trovava in altri paesi, coi nomi di donativo a Napoli, di mensuale a Milano, d’altro altrove; e furono trecentomila scudi, ripartiti sopra le provincie, nessuna esentata. Le città fecero ivi richiami; Bologna se ne redense con un capitale alla mano; altre ne vollero rimessa porzione o tutto; ed era un gran che se alla cassa giungeva la metà. Ad ogni modo, l’entrata dello Stato, che sotto Giulio II computavasi di trecencinquantamila scudi, sotto Leone X di quattrocentoventimila, sotto Clemente VII di cinquecentomila, alla morte di Paolo III trovossi di settecentoseimila e quattrocentoventitre scudi.

Pure ne’ tempi successivi, dovendo sussidiare i Cattolici sia contro i Protestanti, sia contro i Turchi, bisognarono nuovi acconci, e imposte sulla farina, sulla carne, su altri consumi, e sempre assegnavansi a creditori; talchè dal crescente aggravio de’ sudditi ben poco vantaggiava la Camera, e lo Stato pontifizio restò gravato quant’altri. Secondo il Leti, ai papi entravano di rendita ordinaria 1,273,344 scudi d’oro[17]; di straordinaria e per ammende e diritti di cancelleria, altri 413,480. Sisto V li crebbe con nuove imposte, col riscuotere crediti vecchi, aggravar le ammende, fare ai Giudei pagar la protezione che otteneano dal Governo, e con un’economia di cui si vantava a ragione. Restrinse le spese e gli uffizj di corte: delle cariche venali elevò il numero fin a trentaseimila cinquecencinquanta[18], dalla cui vendita ritrasse 5,547,630 scudi, e ciascuna gravò di tasse; crebbe i monti vacabili e no; pose gabelle sui viveri più indispensabili; alterò fin le monete.

Trovato il tesoro esausto, fra un anno v’ebbe avanzato un milione di scudi d’oro, e così ne’ quattro anni successivi: e appena vi contasse un milione, il deponeva in Castel Sant’Angelo consacrandolo alla beata Vergine e ai santi Apostoli, come nell’Antico Testamento serbavasi nel tempio; e nella bolla, assicurando che provenivano da suoi risparmj, stabiliva che a quel tesoro non si dovesse por mano se non per ricuperare Terrasanta, ed anche allora unicamente dopo che l’esercito avesse già passato il mare; o per estrema carestia o peste, o quando alcuna provincia cristiana pericolasse di essere occupata da infedeli, o quando alcun principe portasse guerra allo Stato della Chiesa; ma sempre nell’estremo della necessità[19]. Gravar il paese e far prestiti per riporre denari infruttiferi, è uno sbaglio perdonabile a tempi che non conosceano come il denaro vaglia unicamente in quanto è posto in giro.

Con tali mezzi potè restituire qualche splendore alla tiara. Blandito dai potentati pel suo denaro, e’ li chetò di lor pretensioni, e se gli ebbe devoti, quanto avversi il suo predecessore; conciliossi i signori del paese; largheggiò privilegi alle città di Romagna, ad Ancona molti diritti antichi, a Fermo l’arcivescovado, vescovado a Tolentino e al suo natìo Montalto; ridusse a città Loreto; avviò in bene l’amministrazione civica; moltiplicò le spese straordinarie, che prima coprivansi con cenquarantaseimila scudi, e più di tre milioni e ducentomila ne erogò in sole fabbriche; favorì l’agricoltura, e minacciosamente comandò di piantar gelsi; incoraggì i lavorieri della seta e della lana; cercò disseccar le paludi d’Orvieto e le Pontine, spendendo ducentomila scudi per aprire il fiume che serba il suo nome; avrebbe voluto che ciascun nunzio avesse palazzo proprio nella città ove risedeva.

Fra tanta parsimonia e tanto pensare positivo, recano stupore i divisamenti suoi fantasticamente grandiosi. Fece fabbricar dieci galee, imponendo settantottomila scudi per la marina. Sperò distruggere l’impero Ottomano, e ne trattò colla Persia, coi Drusi, con alcuni capi arabi; allestì le sue galee, cui Spagna ne aggiungerebbe altre, mentre Stefano Batori dalla Polonia romperebbe la prima lancia. Ito in fumo questo disegno, pensò conquistar l’Egitto; allora, mediante un canale tra il mar Rosso e ’l Mediterraneo, rimetterebbe sulla via antica il commercio; e finchè venisse il destro di ricuperar Terrasanta, pensava rapirne il santo sepolcro, ed erigerlo a Montalto, vicino alla santa casa di Loreto. Dicono trattasse fin con Enrico III di fargli adottare un suo nipote per erede: tanto s’immaginava che tutta cristianità dovesse entrare a piè pari ne’ suoi divisamenti.

Fermo alle dottrine del potere spirituale, e che il poter regio derivasse da quel del popolo e della Chiesa, insisteva continuo perchè l’imperatore non tollerasse i Calvinisti, e procurava collegare lui e gli Stati cattolici di Germania col re di Spagna per trionfo dell’ortodossia: ma in Francia vide soccombere la Lega, scomunicò Enrico IV benchè lo stimasse, poi adombrato della prevalenza spagnuola, inchinò verso Francia. Così dai gabinetti europei rispettato e temuto, fu l’ultimo papa che tenesse gran mano nelle pubbliche vicende. Udita la conversione del marchese di Bade Hochburg, fece una processione a piè scalzi, in conseguenza della quale morì, e il nome suo rimase popolare, come avviene de’ forti caratteri; e a lui fu fatto merito anche d’istituzioni ed ordinanze molto anteriori.

In questo tempo la città di Roma si può dire si rinnovasse. I lunghi disastri dei tempi dell’invasione, la barbarie, le tante guerre intestine, e forse più che altro la vedovanza avignonese l’aveano resa deserta; e quando i papi vi tornarono, era popolata solo da mandriani, scesi dalle inospite colline ne’ piani lunghesso il Tevere, e quivi annidati in povere casipole, con vie anguste, fangose, oscurate da terrazzi e da cavalcavia. Gli edifizj antichi sfasciavansi; sul Campidoglio pascevano le capre; le giovenche erravano pel Foro romano, donde i nomi di Monte Caprino, Foro Boario, Campo Vaccino: e da San Silvestro alla porta de’ Pioppi (Popolo) non incontravi che orti e pantani, ove si cacciavano anitre selvatiche. Primamente Nicola V si prefisse di ornar Roma con edifizj convenienti alla maestà antica ed alla nuova; i successori lo secondarono, massime Giulio II e i Medici. Nuove fabbriche popolarono le due rive del Tevere, che Sisto IV aveva riunite col ponte che ne serba il nome: Giulio II, a tacere le meraviglie del Vaticano e della Cancelleria, può dirsi ricostruisse la città bassa e la via Giulia, parallela alla Lungàra: cardinali e principi a gara alzavano palazzi, e quelli dei Riario, de’ Chigi, de’ Farnesi, degli Orsini emularono le costruzioni antiche in bellezza, le vinsero in comodità.

Il sacco di Roma e la peste la disertarono da capo; ma sotto Pio IV si tornò sul fabbricare, e i palagi risalirono sui colli abbandonati. Egli ampliò la cerchia di Roma formando il borgo Pio; risarcì la ruginante cerchia del Vaticano, rimodernò porta Popolo, e da quella che conserva il suo nome trasse la via diritta fin a Montecavallo. Tornò a pubblico uso la via Aurelia, migliorò l’altra che va alla campagna di Roma; nel palazzo Vaticano fece terminare la sala regia, il magnifico cortile del Belvedere, e due conserve d’acqua; fabbricò il seminario Romano; donò a Venezia il palazzo di San Marco; fece ristaurar le chiese che davano il titolo ai cardinali, e le basiliche nuove non lasciavano invidiare alle prische. Sul nuovo Campidoglio, per opera di lui torreggiò il palazzo dei Conservatori, disegno di Michelangelo; il quale pure sul Viminale alzava la Certosa degli Angeli, adattandovi gli stupendi avanzi delle terme di Diocleziano.

Sisto V, quand’era ancora il cardinale Montalto, incaricò Domenico Fontana luganese di far la cappella del presepio in Santa Maria Maggiore; ma privato delle pensioni dal pontefice, sospese la commissione. Il Fontana però invaghitosi dell’opera propria, esibì continuarla del suo: del che gli volle tanto bene Sisto, che venuto papa non solo gli diede a compire essa cappella, notevole per le eleganti proporzioni della cupola, e il vicino palazzo (villa Negroni), ma lo sovrappose a tutte le sue opere, talchè i loro nomi vanno associati.

Ripopolarsi non poteano i colli finchè mancassero d’acqua. Pio IV avea già condotto l’Acqua Vergine: poi Sisto V, con impresa degna degli antichi signori del mondo, per ventidue miglia guidò l’Acqua Felice che (cantava il Tasso), dopo il bujo del lungo sentiero, zampillava vivace, per contemplar Roma quale Augusto la vide. Fece spianare il terreno presso la Trinità dei Monti, e preparare la scalea che quell’altura congiunge a piazza di Spagna, aprì la via Felice e le altre che si difilano a Santa Maria Maggiore, collocando al crocicchio le quattro fontane; ampliò la stamperia greca e orientale, e la biblioteca Vaticana, traverso al cortile del Belvedere, con dipinti e iscrizioni che figurano i fasti d’esso papa, i concilj generali, le più famose librerie del mondo, gli uomini illustri per scienze ed invenzioni, sicchè riuscì la più bella del mondo; fabbricò il grande ospedale sul Tevere per duemila poveri, e sempre coll’opera dello stesso architetto, che nella fontana di Termini indicò il miracolo di Mosè: fece la fronte della basilica Laterana verso Santa Maria Maggiore, e il palazzo pontifizio, grandiosa mole di sobrj e corretti ornamenti; la parte del palazzo Vaticano che guarda Roma; lavori attorno al Quirinale, dove nell’allargata piazza collocò i due colossi che ostentano i nomi di Fidia e Prassitele.

Degli antichi obelischi restava in piedi quel solo del Vaticano, mezzo sepolto; e per trasportarlo davanti al rinnovato San Pietro si consultarono quanti erano matematici; e di cinquecento pareri fra dotti e bizzarri fu preferito quel del Fontana. Parendo egli troppo giovane, benchè di quarantadue anni, l’attuazione voleva affidarsene all’Ammanati e al Della Porta, ma dal suo papa egli ottenne di eseguir egli stesso quest’operazione, ch’era senz’esempio nella meccanica moderna. L’obelisco, che col rivestimento pesava un milione e mezzo di libbre, doveasi toglierlo dal suo basamento, sdrajarlo sui carri, raddrizzarlo, impostarlo sulla base nuova. Sisto scelse a tale operazione un mercoledì, giorno che diceva tornargli sempre fausto; universale ansietà occupava i cittadini; pena la forca a chi dicesse sillaba, a rischio d’impacciare i comandi dei capi; l’architetto stava sospeso fra la gloria e i castighi minacciatigli dal severo pontefice. E già l’obelisco era trasferito, alzato vicino al posto, ma le tagliuole non poteano avvicinarsi tanto da raddrizzarlo, quando un villano, di mezzo alla tacita folla, gridò: — Acqua alle corde!». Ottimo suggerimento, che impediva si schiantassero, e le accorciava; sicchè ben tosto le campane e il cannone di Castello annunziarono riuscita l’impresa, che fu avuta come la più insigne del secolo. Sisto decorò cavaliere e nobile il suo architetto, gli regalò cinquanta scudi d’oro e tutto il materiale che avea servito, gli assegnò dieci cavalierati lauretani con duemila scudi d’oro di pensione, trasmissibili a’ suoi eredi. Il villano, che aveva affrontato la forca per dar un parere opportuno, chiese in ricompensa pel suo villaggio natìo il privilegio di fornir di ulivi la città per la festa delle palme[20]. Sisto annunziò il fatto ai principi e al mondo, coniò medaglie; tanto si compiaceva d’esser riuscito a quel che gli altri pontefici aveano tenuto impossibile. Dappoi fece erigere gli altri obelischi di Laterano, di Santa Maria Maggiore, di piazza Popolo, e voltò la cupola di San Pietro.

Se già Michelangelo aveva adoprato le pietre del Coliseo per murare il palazzo Farnese, e staccato un architrave del tempio della Pace per farne base al Marco Aurelio, non è meraviglia che Sisto, poco devoto al bello etnico, non siasi fatto scrupolo di abbattere il Settizonio di Severo per trasferirne le colonne a San Pietro; pensava demolire il sepolcro di Cecilia Metella ed altri, che gli parevano ingombri deformi; sfasciò la venerabile e caratteristica antichità del patriarcheo papale, sostituendovi il palazzo Laterano senza impronta significativa; quell’Apollo, quelle Veneri non gli pareano arredi da Vaticano; a una Minerva in Campidoglio cangiò la lancia in croce; le due colonne Trajana e Antonina sprofanò col sovrapporvi i santi Pietro e Paolo, e all’obelisco fece innestare un pezzo della vera croce, perchè i monumenti dell’empietà fossero sottoposti al simbolo della fede là dove tanti per questa aveano patito.

La popolazione di Roma che, sotto Paolo IV, sommava appena a quarantacinque mila anime, sotto lui arrivò alle centomila, gente d’ogni nazione, il cui vario vestire dava bizzarra vista, e che attaccavasi a corteggiar questo o quel Cardinale, sperando e brigando perchè il loro patrono giungesse al principato o a cariche onorevoli e lucrose. I favoriti poi e i parenti di ciascun papa costituivano una nobiltà nuova e nuove fortune.

Qui in sedici mesi si succedettero quattro papi. Urbano VII (Giambattista Castagna) (1590) mostrossi degno del papato ne’ tredici giorni che il tenne. Il Piccolomini, insofferente di requie, si era ricovrato in Francia, poi ascoltando a Spagna, nimicata colla Toscana, con cinquecento masnadieri devastò il Pistojese; respintone per forza, stette nascoso a Piacenza, finchè eletto papa Nicolò Sfondrati milanese cardinal di Cremona col nome di Gregorio XIV, accostossi a Roma col terribile Sciarra e trecento seguaci, imponendo contribuzioni; e il governatore colse una carrozza di denari, archibugi e polvere, che ad essi era mandata da un ambasciadore residente in Roma[21]. Truppe di Napoli e Toscana si unirono alle romane per reprimerlo; in giusta battaglia ucciser ben cento di que’ suoi banditi; poi il conte Enea Montecuccoli, spedito da Alfonso d’Este, sbrattò il paese; il Piccolomini preso a Staggia, per quanto il papa e Spagna lo ridomandassero come loro vassallo, fu fatto appiccare dal granduca; lo Sciarra si resse ancora, finchè stimò bene mutar aria; e molti briganti passarono a servizio di Venezia contro gli Uscocchi.

Costoro cresceano i mali gravissimi della carestia che quegli anni desolò la penisola; e il papa restituì il diritto d’asilo alle chiese, e ne’ pochi mesi che campò, spese tre milioni di scudi, anche per sostenere la lega cattolica che allora dal trono di Francia respingeva Enrico IV calvinista, e a sostegno della quale mandò truppe comandate da suo nipote Ercole Sfondrati duca di Montemarciano. Ma Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini) (1592) succeduto a Innocenzo IX (Gianantonio Facchinetti), ebbe la consolazione di vedere re Enrico tornar in grembo alla Chiesa. Dubitava egli che Enrico andasse a messa sol per acquistare il regno; pure sollecitato da san Filippo Neri, dal cardinale Baronio e da altri, accettò questa conversione che rendeva la Francia pacificata e cattolica; onde solennemente festeggiata, se ne perpetuò la memoria con una colonna.

Clemente VIII visitò tutte le chiese e i monasteri[22], introdusse il giro delle quarant’ore in Roma: delle consulte non si serviva per pubblicare ciò che avea deliberato da solo: stabilì anche imposte senza sentire i contribuenti, e sottomise i baroni alla giustizia. Al giubileo da lui aperto concorsero moltissimi fedeli, ma mentre prima era un’occasione di smisurati lucri a Roma, i prelati ebbero a mostrar la loro carità col largheggiare elemosine; il santo padre dispose in Borgo un palazzo ove alloggiava per dieci giorni qualunque prelato o sacerdote, ed egli stesso vi tornava sovente, e servivali a tavola o ne lavava i piedi. L’arciconfraternita della Trinità accolse da ducentocinquantamila pellegrini e ducentoquarantotto confraternite forestiere; nobili ecclesiastici e secolari gareggiavano nel servire agli accorrenti, fra i quali vennero incogniti anche gran principi, vennero per curiosità molti eretici e non mancò chi ne rimanesse convertito.

Un indebitato rifugge nel palazzo del cardinale Farnese, e i birri pontifizj ve l’inseguono malgrado le immunità; ma i gentiluomini del cardinale li maltrattano, e fan cansare l’inseguito. Il papa in collera ordina si proceda con tutto rigore; ma si oppongono i baroni romani e l’ambasciatore di Spagna, e ne nasceva tumulto se il cardinale non avesse avuto la prudenza di ritirarsi con folto seguito di partigiani e di popolo. Gli uffizj di Ranuccio Farnese di Parma calmarono il pontefice: il popolo gridò — Viva casa Farnese»; ma il cardinale e i suoi, benchè perdonati, non si fecero premura di ritornare[23]. Il papa n’ebbe amareggiati gli ultimi giorni; ne’ quali si abbandonò al cardinale nipote; e la sua casa, fiorente allora di tre cardinali e molti signori, ben presto rimase estinta.

Nel conclave prevaleva il cardinale Baronio, se i suoi scritti non gli avessero suscitato l’opposizione di Napoli; tanto che fu eletto Leone XI de’ Medici (1605), parente dei reali di Francia. Morto fra ventisette giorni, gli è dato successore Paolo V (Camillo Borghese), contrario alla parte francese. Studiosissimo, d’illibati costumi, di fare soave, ottenuta la tiara integramente, ne sente la dignità, e si propone di rialzar la morale autorità del cattolicismo. Canonizza san Carlo, approva gli Ordini del Carmine e di san Lazzaro, vuole che in tutti gli Ordini mendicanti s’insegnino latino, greco, ebraico, tanto da non iscapitare a petto delle Università di Germania, e risolutamente esige la residenza de’ cardinali; caldeggiò i diritti della santa Sede quali risultavano dalle decretali, e diè l’ultima mano alla bolla _In cœna Domini_. Questo zelo pei diritti ecclesiastici lo pose in litigio clamorosissimo con Venezia, la quale pretendeva infliggere castighi comuni a persone ecclesiastiche. Trovandola imperterrita a monitorj e scomuniche, cautamente le temperò; in tutte le altre occasioni cercò e diffuse la pace. Sontuosissimo in fatto d’arti, ornò le basiliche Vaticana e Liberiana e il Quirinale; dal territorio di Bracciano tirò l’acqua Paola a vantaggio del Trastevere: ma smodatamente arricchì i nipoti, i quali e sul Pincio, nei beni confiscati all’antica famiglia Cenci, e fuor di Roma fabbricarono con indicibile fasto: il duca di Sulmona accumulò centomila scudi di rendita; il cardinale Borghese, despota della curia, conferiva a’ parenti quanti buoni benefizj vacassero.

Gregorio XV (Alessandro Ludovisi) (1621), indebolito e inetto, nè occupato che di pietà, di dotti, d’accademie, lasciò le redini a suo nipote Lodovico Ludovisi. Già era fatto universale quest’uso d’un _cardinal padrone_; e il Ludovisi, giovane d’ingegno, amico del denaro, de’ piaceri, della splendidezza, della giustizia, seppe diriger bene gli affari, e orzeggiare nelle tempeste. La sua casa acquistò il principato di Piombino, e colla erede del principato di Venosa ebbe quarantamila ducati di rendita in tanti feudi del Napoletano.