Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 2
Il liberalismo consisteva nel resistere, non dico ai re, ma ai governatori del Milanese o ai vicerè del Napoletano; lo che otteneasi coll’aderire ai Francesi non sinceramente, bensì con viluppi e finzioni e rimutamenti indecorosi. Ai principi d’Italia (chè ai popoli non si parlava) ripetea la Francia: — Non vedete che l’Austria vi tiene vassalli? padrona delle due estremità della penisola, detta superbamente il suo volere; traversa i vostri Stati colle sue truppe, le stanzia a svernare nei vostri paesi; arroga a’ suoi rappresentanti i primi onori... Guaj a voi se non vi tutelasse la Francia! Essa, più affine di costumi, è la naturale avversaria de’ vostri padroni; e come salva Germania dagli arbitrj dell’imperatore, così voi dalla tracotanza spagnuola». Massimamente il cardinale Richelieu (-1642), che per lunghissimo tempo tenne in mano le sorti della Francia qual ministro di Luigi XIII, si direbbe non operasse che per salvare l’Europa «dalla oppressura degli Spagnuoli, dalla tirannia di casa d’Austria, la cui avidità insaziabile la rende nemica del riposo della cristianità»; vuol farle restituire ciò che ha _usurpato_ in Italia, e questa assicurare dall’ingiusta oppressione di essa[4]; e da ciò motivava lunghe guerre e intralciatissimi negoziati.
Libravasi dunque l’Italia fra quattro sistemi politici, di Spagna, di Savoja, di Venezia, de’ papi; e ne nasceva un giuoco d’altalena, che portò interminabili raggiri e guerre, tutte per talento de’ forestieri, non essendo di origine italiana che quella del papa coi Francesi; e intanto le divisioni si perpetuavano, fino a stabilire nemici un all’altro que’ popoletti, i quali pure non aveano che un nemico solo.
Roma, cessato d’essere la capitale del mondo, non nutrivasi più coi tributi di tutta la cristianità, ma soltanto col patrimonio della Chiesa, che così serviva di rinfianco all’influenza spirituale, e che le nuove costituzioni vietavano di smembrare, come si soleva a favor de’ popoli. I papi, scaduti di potenza quanto cresciuti di rispetto, non che contendere del primato del mondo cogli imperatori, neppur di maggioreggiare in Italia poteano lusingarsi, dacchè vi si erano radicati gli stranieri; e sebbene inclini alla Spagna come cattolica e come vicina, a frequenti cozzi si trovavano con essa per quistioni di territorio o di giurisdizione.
Lo Stato papale comprendeva l’Umbria o legazione di Perugia, le legazioni di Romagna, di Bologna, di Spoleto colla marca d’Ancona; inoltre il ducato di Benevento nel regno di Napoli, e il contado Venesino nella Provenza; e avea vassalli gran principi, quali il re di Napoli, il duca di Parma e Piacenza e quel d’Urbino: paesi buoni, sebbene alcuni infetti da mal’aria, come Ravenna, Bagnacavallo, Lugo, Bologna, oltre le Pontine. Da questi e dal tributo de’ vassalli traeva mille ottocento scudi d’oro: ma i più erano assorbiti dall’interesse de’ Monti: oltre quel che si profondeva pe’ magistrati e pei nipoti, e il moltissimo in ricomprar feudi da abolire. Alla lista particolare del papa servivano gli uffizj camerali della Dateria, regali che venivano ancora lautissimi[5]. Inoltre egli aveva i migliori modi di premiare, donando senza suo aggravio, e conferendo una dignità pari alla regia. Tutto ciò rendeva potente il papa, e, soggiunge il Botero, — Nulla dico dell’autorità che gli arreca la religione; nulla dell’interesse che gli altri principi d’Italia hanno nella conservazione dello Stato ecclesiastico, la cui depressione sarebbe rovina loro; nulla della potenza con la quale i principi stranieri si moverebbero a prendere la protezione della Chiesa e per vaghezza di gloria e per ragion di Stato. Nella guerra di Ferrara pose in piedi ventimila soldati in un attimo, il che non potrebbe niun principe d’Europa».
Quel territorio forniva di grano Venezia, Genova, Napoli, e nel 1589 valutarono se ne asportasse annualmente per cinquecento mila scudi, oltre lino da Faenza e Lugo, canapa da Cento e da Butrio nel Perugino, l’uno e l’altro da Viterbo; vino buono dappertutto, ma distinto da Cesena, Montefiascone, Faenza, Orvieto, Todi, Albano; uva passerina da Amelia e Narni, olio da Rimini, guado e pastello da Bologna e dal Forlivese, cavalli da Campania, manna da San Lorenzo e da terra di Campagna; caccie nel Lazio verso Sermoneta, Terracina, Nettuno, con grossissimi cinghiali: aggiungansi le pescagioni, le saline d’Ostia, Comacchio, Cervia, le allumiere della Tolfa, e cave di marmo, e selve inesauste di ghiande e di legname d’opera, ed altre produzioni vantate. Ancona rannodava commercio con Greci e Turchi, avendo Paolo III permesso a qualunque mercante infedele od eretico di venire a trafficar ne’ suoi Stati, con privilegi, esenzione dal Sant’Uffizio, uso de’ tribunali ordinarj[6]: Giulio III estese quelle concessioni; ma Paolo IV ne escluse i giudaizzanti, cioè i Marani di Spagna e Portogallo. Alcune case d’Ancona in un anno faceano affari per cinquecentomila ducati, e d’ogni paese vi capitavano convogli.
Posto nel mezzo d’Italia, il men esposto a invasioni di stranieri, quel paese è il più atto a travagliare o a tener in pace l’Italia; i suoi porti non basterebbero di ricovero a un’armata che assalisse, e la mal’aria sterminerebbe chi accampasse sulle coste. Il papa armava dodici galee, e poteva coscrivere cinquantamila pedoni e quattromila cavalli, oltre i dovutigli da vassalli; ma sistemato il governo, non soldava che cinquemila uomini, la più parte svizzeri. Di rimpatto la capitale non sta nel centro del dominio, le fortezze non sono sufficienti, abbondano i ladri, scarsa la mercatanzia, negletti i gelsi, poca la popolazione, che esce a servigio altrui. Costituzioni provinciali non sussistevano più, bensì corpi privilegiati, come i nobili, i cittadini, le municipalità, principalmente nelle terre deditizie che faceano valere le stipulate franchigie; molte amministravano il proprio patrimonio, levavano soldati e tributi, assegnavano stipendj; e _libertas ecclesiastica_ chiamavasi questa special relazione di diritto pubblico.
Nelle frequenti e non brevi vacanze le città rizzavano la cresta, e i prischi signori le pretensioni di dominio; sempre poi stavano in occhi che qualche parente del papa o cardinale non ottenesse diritti a scapito loro, e se ne riscattavano a denaro, a rimostranze, talvolta a viva forza. Faenza festeggiava ogni anno il giorno che, in giusta battaglia, cacciò gli Svizzeri di Leon X; e Jesi quello in cui si sottrasse alla tirannide del prolegato; ad Ancona, al contrario, fu messo il freno con esercito e fortezza; Perugia, che erasi ricusata all’imposta del sale, fu interdetta e doma coll’armi di Pierluigi Farnese, abrogandone gli antichi privilegi[7].
I governatori poteano essere laici, ma le città aspiravano all’onore d’averli ecclesiastici. Al pari dunque dello Stato veneto, l’autorità sovrana rimaneva in man de’ Comuni, che spesso teneano dipendenti altri Comuni; a Venezia soprastavano i nobili, a Roma la curia: ma mentre a Venezia il corpo sovrano considerava come avito retaggio i diritti governativi, alla curia romana gli elementi si cangiavano ad ogni conclave, coll’introdursi parenti e compatrioti del nuovo papa; a Venezia gl’impieghi erano conferiti dal corpo, a Roma dal capo; colà severe leggi imbrigliavano i governatori, qui non li teneva in dovere che la speranza di avanzamenti; colà insomma la stabilità, qui mutazioni continue ad arbitrio. Roma aveva l’aria d’una città di principi, vere corti tenendovi ciascun cardinale, e i Barberini, i Farnesi, i Chigi, i Panfili, altre famiglie vecchie e nuove. Cinquanta ve n’era allora, che contavano più di trecento anni di nobiltà; trentacinque più di ducento; sedici d’un secolo; antichissimi gli Orsini, i Conti, i Colonna, i Gaetani, e que’ Savelli che liberavano uno da morte ogn’anno, e le cui donne non uscivano che in carrozze chiuse[8]. Dalla campagna ove soleano far la vita feudalmente, vennero costoro a Roma quando i Monti lautamente fruttavano, poichè ciascuna casa ne aveva eretti, ai creditori assegnando la rendita de’ proprj beni: ma scemati il credito e gl’interessi, andarono in dechino.
Dai Romagnuoli eransi sempre cerniti i migliori soldati, ma il Governo cercava distogliere dalle abitudini guerresche. Il popolo medio e basso attendeva a tranquille fatiche. I nobili, chiamati all’amministrazione municipale, senza industria nè arti nè educazione, s’agitavano in minuziose irrequietudini; i titoli di Guelfi e Ghibellini applicavano a dissensioni nuove; nè città v’era, nè famiglia che non fosse aggregata agli uni o agli altri, distinguendosi nell’abito, «nel tagliar del pane, nel cingersi, in portar il pennacchio, fiocco o fiore al cappello o all’orecchio»; ed esercitavano gli odj col ricingersi di spadaccini. I signori campagnuoli sfoggiavano ospitalità e lusso, teneano relazioni e intelligenze con quei della città, ma più coi proprietarj delle terre, i quali dipendevano da loro alla maniera patriarcale. Anche qualche famiglia paesana conservatasi libera dava di spalla a questa o a quella fazione, sicchè si procurava tenerne amico il capo.
Rivivevano dunque i disordini del medioevo, e vi si applicavano i rimedj stessi. Talvolta gente quieta stringevasi in alleanze; come la _Santa Unione_ a Fano, formatasi per reprimere gli assassinj e latrocinj[9], con giuramento di mantenere la pace anche a prezzo della vita. S’allargò per tutta Romagna col nome di _Pacifici_, e fu costituita una specie di magistratura popolare, da cui naturalmente veniva ingrandito il potere pubblico, non meno che dalle rivalità de’ Comuni; l’indipendenza antica soccombeva all’amministrazione regolare, ma lo Stato fondavasi, non sull’ordine, sibbene sulle nimicizie e sul sospetto, e sull’opposizione tra la forza e la legge. Queste gelosie stornavano l’attenzione delle città dai diritti municipali, giacchè ciascuna fazione studiava amicarsi il nuovo legato, anzichè frenarlo; e costringevalo a pronunziarsi per gli uni o per gli altri, anzichè rendere a tutti egual giustizia.
Anticamente i signorotti doveano affrettarsi a rinnovare i villaggi man mano che ruinati, se voleano mettere a valore i fondi. Ma dopo che essi furono spossessati o trasferironsi in città, que’ villaggi restarono abbandonati, e al luogo loro il deserto. La peste del 1590 e 91, che uccise settantamila abitanti, spopolò borgate e castelli della Romagna e dell’Umbria, e le campagne rimaste incolte a vicenda divenivano causa di spopolamento. Tal condizione favoriva i briganti, al qual mestiero si buttavano i malcontenti, ostentando come virtù questo abuso della bravura. Con loro metteasi chiunque volesse scialare furfantando, e preti e frati sottraentisi al giogo. I signorotti confinanti gli accoglievano, altri gli adopravano a particolari vendette, o traevano lucro dal comprarne le spoglie, o dall’immunità che procacciavano ai minacciati.
V’avea chi mettevasi a vivere ne’ presbiterj alle spalle de’ curati, altri obbligavano i monaci a profonder loro il pane destinato ai poverelli; mandavano bandi in nome del popolo romano; nelle strade più frequentate derubavano i passeggieri, talchè i mercanti non osavano condursi ai mercati; entravano a spogliare i magazzini nel bel mezzo di Roma; impedivano i corrieri; più non era sicuro chi in fama di denaroso; chi avesse un nemico, vedeasi i beni devastati, uccise le mandre, invase le abitazioni, stuprate le figliuole. Divisi in sêtte, distinte per segnali, trucidavano mariti perchè le vedove potessero sposar uno della fazione opposta; costringevano fanciulle ricche a fidanzarsi ad abjetti e banditi, o le traevano di monastero per buscare le doti. Raffinavano anche di crudeltà; ne’ boschi piantavano tribunali, ove prefiggevasi chi svaligiare, chi trucidare e con quali spasimi, o a quanto prezzarne il riscatto. In Roma stessa i signori tenevano buon numero «di quei bravacci che son buoni a far tutto fuorchè bene, anzi che non sanno far altro mestiere che quello o di minacciare o di eseguire, di bastonar l’uno, uccidere l’altro, e tagliare l’orecchio o il naso a questo o a quello».
I bandi moltiplicavansi; ma chi avesse adoprato la forza della legge e la giustizia contro alcuno di que’ bravi, più non isperasse tregua finchè non avesse scontato acerbamente la pena; i birri cadevano trucidati nelle pubbliche piazze. Nel 1583 questi colgono un bandito in casa degli Orsini, ma nel partire sono affrontati da un Orsini, da un Savelli, da un Rusticucci coi loro staffieri, che intimano di rilasciarlo, perchè preso in luogo di franchigia. Il bargello ricusa, questi si ostinano, e l’Orsini dà una vergata al bargello, il quale ordina di adoprar le armi; il Rusticucci cade ucciso, gli altri due feriti a morte. I vassalli degli Orsini ne’ giorni seguenti «come in tempo di sede vacante», ammazzano quanti sgherri colgono, fin dentro il palazzo del papa, il quale non potè che lasciar sbollire quella furia; dappoi mandò al supplizio lo stesso bargello, e anche alcuni de’ tumultuanti[10]; «il qual accidente (dice l’ambasciador veneto) per un pezzo sarà di non poco impedimento alle esecuzioni future della giustizia». Dal carteggio di questo ambasciadore abbiamo pure che un Caffarelli gentiluomo, burlando con altri giovani, rotolò giù dalla scalea d’Ara Cœli una botte piena di sassi, ammazzando e ferendo molti popolani che stavanvi a dormire: che un Vincenzo Vitelli, tornando una sera a casa, fu assalito da sette armati, spalleggiati da forse trenta ch’eran disposti nel contorno, ed ucciso[11]. Simili scene menziona ogni tratto.
Alfonso Piccolómini duca di Montemarciano, grosso feudatario, cominciò da giovane a bottinare sia come soldato o come masnadiere; e postasi attorno una mano di bravacci, straripò in atroci vendette sopra i Baglioni di Perugia. Gregorio XIII lo scomunicò e ne confiscò gli averi, ond’esso non vedendo più nei governi che la prepotenza, ne’ popoli che la codardia, si pose in guerra colla società; quanti erano ladroni per Toscana e Romagna aggomitolò, e ne somministrava a chi ne bisognasse. Invaso Montabboddo, fece mettervi al supplizio i suoi avversarj fra il ballonzare de’ masnadieri; mandò dire a que’ di Corneto si avacciassero alla mietitura perchè dovea venir a bruciare quella di Latino Orsino; côlto un corriere, gli tolse le lettere senza toccar il denaro.
I vicini, che Gregorio avea mal disposti colla sua tenacità ai diritti papali, lo videro volontieri nelle male peste, ed aprivano ricovero ai masnadieri quando fossero rincacciati, sicchè nè la forza approdava nè le scomuniche. Assalito seriamente, il Piccolomini si ritirò sul Toscano; poi nojato dell’ozio, nel 1581 ricominciò i guasti; e il papa dovette calar seco a patti, e per intermezzo del granduca gli restituì i beni, e perdono a lui e a tutti i suoi. Il terribile fece solenne entrata in Roma, prese alloggio nel palazzo Medici, e presentò per l’assoluzione tal lista di assassinj, che il papa inorridì e più al sentirsi intimare che bisognava o assolverli, o vedersi assassinato il proprio figliuolo.
Altrettanto imperversava nell’Abruzzo Marco Sciarra, che faceasi chiamare re Marcone, e a capo di seicento banditi, dandosi mano con quei dello Stato Pontifizio, diffondea largo spavento; saccheggiò perfino il Vasto e Lucera uccidendo il vescovo, e per sette anni continuò, ridendosi di quattromila soldati spediti contro lui dal vicerè conte di Miranda.
L’eccelsa rappresentanza della cristianità sostenevano i papi coll’opporsi ai Riformati e ai Turchi. Mantenere la lega contro questi procurò Gregorio XIII; soccorse di denari l’imperatore e i cavalieri di Malta; si chiarì per l’indipendenza dell’Irlanda; esultò nell’udire la strage del San Bartolomeo. Per le sue imprese non sovvenivano più i tributi di tutta cristianità; e non volendo lucrare da nuove imposte sui sudditi, nè da concessioni spirituali, pensava sopprimere certi privilegi di stranieri e abusi della nobiltà, revocar alla Camera molti castelli ricaduti o non paganti, e redimere i venduti o ipotecati: ma coll’incarire le dogane sviò da Ancona il commercio, ed eccitò malcontento e resistenza aperta. Gli fu posta una statua, «per aver tolta la gabella della farina, ornata la città di tempj ed opere magnificentissime, ottocentomila scudi distribuiti con singolare beneficenza ai poveri, pei seminarj di estere nazioni nella città e dappertutto onde diffondere la religione, per la carità sopra tutte le genti, per la quale fin dalle estreme isole del nuovo mondo ambasciadori del re del Giappone con triennale navigazione venuti ad offrire obbedienza alla Sede apostolica primamente in Roma ricevette come conveniva alla pontificia dignità»[12].
Com’egli morì, i banditi ricomparvero dappertutto con baldanzosissime iniquità; i frati del convento del Popolo si sguinzagliarono, e ai birri chiamati dal priore resistettero e ne uccisero, poi raccolto il buono e il meglio si salvarono. Il padremastro vide rubati i ricchissimi arredi di cui aveva ornata una cappella della Minerva, e dal dolore morì. Cinque case di cardinali furono svaligiate, e sin quella del Farnese, benchè vi avesse sei guardie e più di trenta cortigiani; alcuni nobili con bande di sessanta, di cento, correano rubando, violando, rapendo, sicchè Roma pareva una foresta; i vicelegati, i governatori, gli auditori profittavano della vacanza per espilar le provincie, scarcerare delinquenti, vendere la giustizia, concedere indulti.
Reprimer tanti disordini fu il principale intento del nuovo papa Sisto V (1585). Chiamavasi Felice Peretti, da Montalto presso Ascoli, e dal custodire i majali levollo un suo zio francescano, l’educò, il pose frate. Unitosi a quei che zelavano la rintegrazione della Chiesa, salì di grado in grado fin ai sommi. Rigoroso inquisitore, caldo pei diritti pontifizj, benchè come cardinale frate vivesse di limosina, soccorreva ai poveri, sicchè acquistò venerazione. Non che aspirare al papato, mostrava pensar solo a morire; e le visite consuete prima d’entrare in conclave fece «sputando ad ogni passo, sospirando di dolori ad ogni due, e riposandosi ad ogni tre», come dice Gregorio Leti, in una Vita stolidamente romanzesca (1669). Nel conclave i voti sparpagliavansi, finchè, quasi a loro malgrado, si riunirono sopra di lui, che, mentre prima parea tener l’anima coi denti, subito ringiovanì, gettò via il bastoncello, e a chi gliene faceva l’osservazione disse: — Finora andavo chino perchè cercavo le chiavi; trovatele, guardo al cielo».
De’ predecessori suoi parlava senza ritegno, citando il male che aveano fatto, massimamente Gregorio XIII[13]. Non trovandosi parenti che il raggirassero; ascoltando il popolo che chiedeva abbondanza e giustizia, il forte ingegno e un carattere imperioso e violento applicò a restaurare anche esteriormente il papato. Delle truppe e della sbirraglia licenzia gran parte, ma vuol che «i decreti si adempiano senza riguardo a chicchessia, e si comprenda che Sisto regna».
Anzitutto bisognava riparare al vuoto dell’erario e ai briganti. Soleva ogni nuovo papa graziare molti carcerati, talchè durante il conclave i contumaci si costituivano nelle prigioni, sicuri d’ottenere l’indulto. Mal per loro, chè questa volta egli volle severa giustizia; e il giorno della coronazione, la folla andando pel Ponte in Vaticano vedeva spenzolar dal castello quattro giovani, côlti con armi corte. Nella cavalcata di possesso a San Giovanni Laterano, minacciò guaj a chi disturbasse con pretensioni: chi suscitasse scandalo con risse, parole, ingiurie o qualsiasi insolenza, avrebbe prigionia di tre anni se nobile, la galera per cinque se persona ordinaria, la frusta se donna. Il canonico Carelli, al quale egli doveva il suo primo innalzamento, aveva un nipote inquisito per ratto; e Sisto il fece impiccare davanti alla casa violata, allo zio dando licenza di sepellirlo in terra sacra e il vescovado di Amantea. Fatto un catalogo di tutti i vagabondi, maneschi, spadaccini, scioperati, rinnova le taglie, ma non si pagherebbero più dalla Camera, bensì dai parenti o dal Comune: dal Comune o dal signore, sul cui territorio avvenisse un ladroneccio, doveano rifarsi i danneggiati.
Il Governo napoletano, sulle cui frontiere soleano ricoverare i briganti, lo seconda; e l’impunità promessa a chi consegna il camerata vivo o morto atterrisce quelli che dianzi aveano atterrito. Prete Guercino, che titolavasi re della campagna, scrive a monsignor Odescalchi gli mandi trecento ducati, se no devasterà le sue terre: esso ricorre al papa, che fa arrestar il messo e metterlo in galera. Ma ecco altra lettera del Guercino, che minaccia cento pugnalate all’Odescalchi e bruciargli e sparpagliargli le possessioni, onde quello supplica il papa a liberare il carcerato, come si fa; anzi si pone mediatore di pace presso il pontefice, il quale in fatto assolve il Guercino di quarantaquattro omicidj commessi; e mentre appunto ottiene il perdono, va e uccide quattro suoi nemici[14]. Ora però Sisto n’ebbe la testa, pagata duemila scudi, ed esposta incoronata al ponte Sant’Angelo. Un Della Fara, chiamate le guardie fuor di porta Salara, le bastona, e le incarica de’ suoi complimenti al papa; e Sisto intima ai parenti glielo consegnino o gli impiccherà tutti, e perchè mostrava far da senno, è obbedito. A trenta ritirati presso Urbino, quel duca mandò un carico di vittovaglie ma avvelenate: il conte Giovanni Pepoli di Bologna, per aver lasciato fuggire dal suo castello un bandito, fu strangolato in prigione: fin madri e mogli di masnadieri pagarono colla testa l’averli ricoverati. Un Transteverino era troppo giovane per essere mandato al supplizio, e Sisto disse: — Gli aggiungo alcuno de’ miei anni». Punì di morte l’adulterio e la connivenza de’ mariti; volle che i nobili soddisfacessero i vecchi debiti verso i mercanti; vietò ai signori di far raccomandazioni a pro di qualsifosse criminale; pretese sollecito spaccio e severo rendiconto da tutti i giudici, e gli dessero anche la lista di quanti sfaccendati, tagliacantoni, discoli sapessero nella loro giurisdizione; pensava anche cacciar di Roma chiunque non giustificasse de’ suoi mezzi di vivere. Proibì i soliti viva che suole schiamazzare la plebe dietro ai papi, ma punì severissimamente le pasquinate; di una ove Pasquino esclamava di aver la camicia sporca dacchè la sua lavandaja era divenuta principessa, Sisto volle a ogni modo saper l’autore, e nol potendo altrimenti, promise salva la vita e mille doppie se si rivelasse da sè. L’avidità ingannò il poeta, e Sisto gli fece contare il denaro, ma tagliar le mani e forare la lingua. Con questa fierezza orientale, che, secondo il detto vulgare «non la perdonava neppure a Cristo», in men d’un anno ebbe nettato il paese, e gli furono coniate medaglie col motto _Perfecta securitas, e Vade, Francisce, repara domum meam quæ labitur_.
Inesorabile agli individui e sulla violazion delle leggi, negli atti generali mostrossi benevolo, indulgente a chi obbedisse. Non che soccorrere alle fami allora gettatesi con ducentomila scudi, che dichiarò suoi meri risparmj, fondò una frumenteria per mantenere l’abbondanza in Roma: tremila scudi ogni anno destinava a riscattare Cristiani dai Turchi: fondò l’ospizio presso ponte Sisto, «affinchè radunati in uno e bene osservati tutti coloro che van mendicando, senza sapersi se n’abbiano giusto titolo, si esamini in cadauno la sanità dei corpi e la robustezza degli animi, e collo scoprire i pigri e non infermi, taglisi la strada alla poltroneria di quelli che, con finte malattie e affettata povertà, abbandonandosi all’ozio e alla pigrizia, rubano gli alimenti ai veri bisognosi, e dopo fatto l’infermo in alcune ore, in altre sani e robusti corrono alle gozzoviglie»[15]. Alla pia confraternita istituita sotto Gregorio XIII per assistere ai carcerati, concedette scegliesse un visitatore delle prigioni, il quale ogni primo lunedì di quaresima potesse liberare un condannato anche di pena capitale.