Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 5

Chapter 53,413 wordsPublic domain

Così preparava il regno a Carlo Emanuele (1580), cui si affisse il titolo di Grande per la smania di muoversi e muovere, l’ostinarsi agli intenti malgrado disgrazie e ingiurie, l’accorto valersi degli errori altrui e assodarsi delle altrui debolezze, non curando tanto la propria dignità e il buon nome, quanto il riuscire. Meschino di corpo, vasto d’intenti, unendo a molto coraggio una politica oculatissima, sapea quel che maneggiavasi in ogni gabinetto, mentre si diceva che il suo cuore era pieno d’abissi come il suolo del suo paese; e innanzi al Cordova governatore del Milanese comparve coll’espressiva divisa di una casacca, che da qualunque parte la voltasse, gli stava bene. Fondò chiese e spedali, non men che fortezze e gallerie; proteggeva lettere e scienze, scrisse egli stesso i _Paralleli_ tra i grandi antichi e moderni, e il _Grande Araldo_, compilazione di stemmi, o fece stendere l’_Iconocosmo_ o storia del mondo. Molto si valse di Giuseppe Cambiano granmastro d’artiglieria, che scrisse un pregevolissimo _Discorso historico_, specie di storia universale, estesissima ne’ fatti recenti di cui era stato parte. Alessandro Tassoni, da lui ben accolto, racconta che «desinava circondato da cinquanta o sessanta vescovi, cavalieri, matematici, medici o letterati, coi quali discorreva variamente secondo la professione di ciascheduno, e certo con prontezza e vivacità mirabile d’ingegno; perciocchè, o si trattasse di storia o di poesia, o di medicina o d’astronomia, o d’alchimia o di guerra, o di qualunque altra professione, di tutto discorreva molto sensatamente e con varie lingue». Ebbe dieci figli naturali, e quelli da donne libere riconobbe come signori del sangue.

I marchesi di Saluzzo alle falde del Monviso eransi riconosciuti dipendenti dai conti di Savoja, ma spesso dovettero farsi vassalli de’ re di Francia; e tra questa e l’Austria variarono quando Carlo III fu spogliato. Il marchese Lodovico, stato vicerè di Napoli, morendo nel 1504 lasciava quattro figliuoli, di cui nessuno ebbe prole, per malìe (si disse) dei ministri di Francia, alla quale l’ultimo fe cessione forzata. Allora in Francia fervea la guerra tra Cattolici e Calvinisti; e il duca di Lesdiguières, generale d’Enrico re di Navarra, tenendo le migliori fortezze del Delfinato, minacciava il Saluzzese. Carlo Emanuele mal comportava di dovere da Carmagnola udire in Torino il tamburo francese; e con Filippo II, di cui avea sposato la figlia Caterina[34], s’accordò a danno della Francia, e parte corrompendo, parte sgomentando i governatori, occupò quel marchesato (1588), cogliendovi moltissimi cannoni e munizioni; e se dello sleale assalto in giorni così momentosi lagnavasi il re, egli protestava non aver voluto se non impedire che l’occupasse un ugonotto e un ribelle, qual era il Lesdiguières.

Questo sollecita contro la Savoja Ginevrini e Bernesi; ma Carlo leva gente, chiede soccorsi e denari professandosi antemurale della cattolica religione, riceve soccorsi dal Milanese, e batte gli eretici. Poi quando Enrico III fu assassinato (1590), invase la Provenza, accolto trionfalmente dai Cattolici, ed agognava d’aver Marsiglia e farsene barriera; ma gli ruppe l’impresa il granduca di Toscana, occupando il castello d’If rimpetto a quel porto. Allora Carlo Emanuele a tacciar il granduca di mercadante, menatore d’intrighi, scribacchiatore, poltrone, ligio a Francia; e il granduca lui di ammazza gente, insaziabile, ambizioso, mancipio di Spagna. Intanto però Marsiglia fu assicurata a Francia, e la guerra tratta in Savoja: poi quando il re di Navarra divenuto Enrico IV (1598 2 maggio) e Filippo II a Vervins terminarono la guerra di quarant’anni, il Saluzzese non fu concesso a Carlo Emanuele che tanto l’ambiva, ma rimesso all’arbitramento del papa. Davanti al quale le due parti sfoggiavano ragioni: Carlo Emanuele che ostinavasi alla guerra, vedendo non venirsene mai a un fine, eccolo in persona a Parigi con nobile comitiva; per mezzo di favoriti e d’amanti istiga Enrico a conquistare il Milanese, sperandone qualche ritaglio, trama col maresciallo di Biron contro esso re, maneggia col Fuentes governatore del Milanese per aver patti migliori. Per ciò Enrico gli rinnovò guerra; preso il forte di Santa Caterina in Savoja, da cui il duca dominava Ginevra, lo regalò a questa Roma de’ Protestanti, lieta di demolirlo; la Savoja fu invasa, stretto Monmeliano, mentre gli Spagnuoli, in vista d’ajutar il duca, occuparono Carmagnola. Tanagliato fra amici e nemici, il duca dovette accettare la mediazione del papa; e nella pace di Lione (1601) cedendo il Bugey col paese di Gex, la Bresse e le rive del Rodano da Ginevra a Lione, si assicurò Saluzzo. Toglieva così a’ Francesi la chiave d’Italia, ponendo le Alpi fra questa e quelli; pure esso non rifiniva di lamentarsene, quasi avesse scapitato al cambio in estensione, mentre in Francia diceasi: — Il re ha fatto una pace da duca, il duca da re; il re trattò da mercante, il duca da principe».

Respinta Francia, gl’Italiani si sentirono in balìa della Spagna, e del tristo cambio accagionavano Carlo Emanuele: eppure, come avviene a chi tiene armi fra i disarmati, in lui vedeasi il restauratore della nazionalità, la spada d’Italia, e l’esortavano a far da sè ed assicurare l’indipendenza. Egli, non misurando le ambizioni alle forze, neppur dopo la pace disarmò; ed or si volgeva contro il Milanese, or tornava contro la Francia; dalla Spagna impetrava pensioni per ciascuno de’ suoi figliuoli, che mandava a quella Corte; intanto proponeva parentele ad Enrico, che, quantunque ne sapesse gli avversi maneggi, volea giovarsi dell’ingegno, della forza e della posizione di esso; e nel suo famoso _Piano_, tutto diretto ad umiliare Casa d’Austria, meditava di fondere il Piemonte, il Monferrato, il Milanese col nome di regno di Lombardia, per mettere uno Stato forte a guardia delle Alpi; il Cremonese si cederebbe al duca di Mantova in concambio del Monferrato; a Venezia verrebbe data la Sicilia, sotto l’alto dominio del pontefice; il quale pure diverrebbe re di Napoli; Ferrara e Bologna, staccate da’ dominj papali, entrerebbero come città libere nella repubblica italiana, composta di Genova, Parma, Modena, Mantova, Massa, Toscana; e ne sarebbe capo immediato il papa, ricevendo solo l’omaggio d’un crocifisso del valore di diecimila scudi, ogni vent’anni; la Sardegna rimaneva alla corona di Spagna, a Francia la Savoja. Sogno come tant’altri, incorniciato di commissioni, di diete, di eserciti; in Italia religione unica la cattolica; intento comune la guerra colla Turchia[35]; e fu mandato in fumo dalla morte d’Elisabetta d’Inghilterra, poi da quella di esso Enrico, trafitto da un assassino (1610 14 maggio). Questo colpo parve dovesse abbattere Carlo Emanuele, nè lasciargli altro desiderio che di celarsi: ma alla sua ambizione potevano mancare alimenti?

Come principe di Germania aveva intrigato per farsi eleggere imperatore alla morte di Mattia; alla morte di Enrico III aspirò al trono di Francia; ora cercò sposare la vedova di Enrico IV per divenire arbitro di quel regno, lusingato anche da predizioni astrologiche: ma essa il ricusò; la Francia che, stimando il suo valore, disistimava la sua fede, subodorò che trattava colla Spagna; Venezia, a cui egli ricorse abbandonato d’ogni altro[36], non gli badò; il papa l’esortava a metter giù quelle esuberanze. E il duca, per quanto intollerante d’ogni sommessione, dovette mandare il proprio figlio a presentare scuse alla Spagna, la quale, istigata dal Fuentes, cercò persino sbalzarlo per sostituirgli il figliuolo Vittorio Amedeo, nato in Ispagna: si disse anche tentasse avvelenarlo per mezzo del duca di Toscana, che pentitosene mandò il contravveleno. Asserzioni solite de’ partiti. Così cessò il pericolo d’una guerra che gl’italiani aveano creduta imminente, e Carlo Emanuele fremendo mirava dove volgere l’irrequieta sua ambizione.

I Medici, i cui padri aveano bottega quando i principi di Savoja già portavano corona, ricordavano di esser principi indipendenti quando Emanuele Filiberto combatteva o governava la Fiandra a servigio di Spagna; quindi emulazione continua fra le due Case, l’una poderosa di armi, l’altra d’una civiltà raffinata. I Medici, non potendo ottener il titolo di re d’Etruria, cercarono quello di granduchi, e come tali pretesero il passo sopra i duchi di Savoja. Questi allora a sollecitare qualche titolo regio, e Carlo procurò far valere sull’isola di Cipro le ragioni tramandategli da’ Lusignani: trentacinquemila Cristiani di colà offrivansegli pronti a insorgere contro i Turchi se appena vi comparissero sue navi; ma i Turchi avvedutisene, molti uccisero e imprigionarono; pure Carlo si titolò re di Cipro, per quanto glielo contrastassero i Veneziani.

Non sapeva egli dimenticarsi che i suoi aveano perduta Ginevra, onde ne tentò un’audacissima scalata (1602 12 xbre); già ducento uomini v’erano penetrati, quando furono scoperti ed uccisi. Impresa narrata a disteso dagli storici, cantata dai poeti[37], memorata tuttora dalle canzoni popolari e da annuo digiuno, come quella per cui Ginevra sfuggì al pericolo d’esser cattolica e serva. Fu l’ultimo tentativo di conquiste transalpine; e i duchi, risoluti d’ingrandire in Italia, vedevano l’importanza d’aver un piede sul mare, onde Carlo Emanuele adocchiava Genova.

Questa repubblica in dechino (t. IX, p. 464) non sapeva ancora persuadersi che il meglio d’un paese non viene da ripetute innovazioni, sibbene dall’assodare le proprie istituzioni. La libertà che aveale data Andrea Doria era tutta d’aristocrati; essi soli reggeano lo Stato; d’essi i dodici senatori, che eleggevano il doge, biennale come loro; d’essi il collegio camerale di otto senatori pel maneggio delle pubbliche entrate; d’essi i ducento del minor consiglio; al gran consiglio entravano tutti i patrizj, compiti i ventidue anni. Come chi possiede ricchezze e non forza di difenderle, eccitava l’avidità, e intanto s’indeboliva colle irremediabili discordie tra i diversi ordini e tra le famiglie.

Dopo la congiura di Gianluigi Fiesco (1547), la legge del Garibetto aveva posto limiti alla facoltà d’aggregare plebei agli Alberghi, ma non sopito i rancori fra i nobili antichi e i popolani. I primi, detti del _Portico di san Luca_, erano legati fra sè pel prestito fatto a Spagna, alla quale perciò aderivano; mentre i nuovi ammessi, o del _Portico di san Pietro_, preferivano Francia, non voleano restrizione all’aggregar famiglie nuove, e davano mano ai rivoltosi di Corsica.

Genova in generale era ben disposta a Spagna, sì per memoria di Carlo V che l’avea resa in libertà, e del Doria e dello Spinola che capitanarono le armi di quella; sì perchè quei re prendeano grossi prestiti da’ suoi negozianti, pagandoli colle gabelle del Milanese e del Napoletano, e ne adopravano le navi a trasportar truppe in Italia: spagnuolo si parlava nelle case; spagnuolo predicavasi al popolo. Ma Filippo II mentre blandiva i Genovesi come opportuni ad assodare la sua dominazione sull’Italia, forse meditava l’acquisto della Liguria; confortatone pure dal granduca di Toscana, che ne sperava una parte. Don Giovanni, il famoso bastardo d’Austria, comandando la flotta spagnuola nel Mediterraneo, si lusingò impadronirsi della città (1571) e farsene un dominio proprio; ma i nobili nuovi, apponendone la colpa ai vecchi, arruffarono il popolo, che lo respinse di città.

Gregorio XIII coll’imperatore intromessosi della pace, fece riformar lo statuto e ripatriare gli sbanditi; e aboliti i nomi dei Portici di San Pietro e San Luca, nobili furon detti tutti coloro che partecipavano al governo, i quali ripigliarono i cognomi particolari, invece dei comuni degli Alberghi; e si posero un collegio di dodici governatori e uno di otto procuratori, un maggior consiglio di quattrocento e un minore di cento, scelti in quello. Bartolomeo Coronato, che ne’ passati tumulti aveva affettato la tirannia, e che allora vi aspirò colle congiure, ne perdè la testa. Anche Giambattista Vassallo di Portofino, amicatosi Maria de’ Medici regina di Francia, col cognato Gregorio Leverotto medico tornò per dar Genova ai Francesi: la trama fu sventata, ma Genova prese grandi provvedimenti, attesochè v’era complicata la Francia. Più tardi Gianpaolo Balbo, giovane de’ nobili ascritti, ricco, ambizioso, pensò profittare de’ mali umori contro i nobili vecchi. In quel tempo Genova trattava con Spagna la compra di Pontremoli, terra principale della Lunigiana con una giurisdizione di settanta miglia intorno e settantasette villaggi, opportunissimo adito al Milanese, alla Toscana, al Genovesato. Se ne chiedeano ottantamila ducati, e Genova per raccorli pensava vendere la nobiltà a famiglie nuove. Il Balbo, saputone, cominciò a sollecitar l’invidia popolare; il granduca di Toscana attraversò il negozio; i Pontremolesi stessi allegarono che, come feudo imperiale, non poteano esser venduti senza assenso dell’imperatore. Balbo considerò il fatto come suo trionfo, e macchinò d’occupare Genova, e farsi signor della Liguria, e della Corsica sotto la protezione di Francia; e la pratica andò finchè, denunziato da un complice, a fatica potè fuggire.

Sulla riviera, oltre un cinquanta terre rimaste feudi imperiali immediati e detti le Langhe, casa Del Carretto avea conservato il Finale, feudo anch’esso dell’Impero; ma venendogliene continui contrasti con Genova, lo vendette a Spagna. Questa da gran pezzo v’avea gola come opportunissimo per trarne il sale e farvi approdar le sue truppe, che pei monti verrebbero nell’Alessandrino senza bisogno di chiedere il passaggio a Genova, e incorporò il Finale al ducato di Milano (1590). Se ne dolse Genova, che infine lo ricomprò dall’imperatore per sei milioni di lire genovine.

Ma col crescere i piccoli suoi feudi ella preparavasi inciampi. Scipione Del Carretto avea venduto al duca di Savoja il marchesato di Zaccarello, feudo di pochissima rendita in paese montuoso e sterile, ma che dava i passi dall’Appennino nella pianura d’Albenga, e perciò a turbare la dominazione ligure. Però l’imperatore abrogò quella vendita, e come d’omicida il confiscò e mise all’asta, e Genova comprollo per censessantamila talleri.

Carlo Emanuele indispettito, se ne incalorì alle ambizioni, e chiese ajuti alla Francia (1624), sempre disposta ai nemici dell’Austria; e con quel connestabile Lesdiguières, di cui erasi mostrato nimicissimo, fece trama di conquistare e spartire il Milanese, il Monferrato, la Corsica, oltre il Genovesato, del quale la città e la riviera di Levante resterebbero a Francia come valico al Milanese e alla Toscana, a Savoja quella di Ponente. Gli armamenti tradiscono la segreta conclusione, e Italia esclama contro quest’ambizioso che la trabalza in nuove guerre, e le trae addosso i Protestanti. Genova nell’istante pericolo ricorre al governator di Milano, si munisce alla meglio; e sì formidabile pareva l’attacco, che si pensò abbandonare la Riviera, restringendosi a difendere la capitale: ma altri persuasero a sostenere Savona e Gavi, e i ricchi genovesi non le mancarono nel bisogno, giacchè il principe Doria offrì quattrocento archibugieri, ducento Gian Francesco Serra, cento Pier Maria Gentile, e così altri, armati e mantenuti. Irruppero di fatto Savojardi e Francesi, ma non osavano affrontare una città, sempre risoluta nel tutelare l’indipendenza: intanto giunsero oro e galee di Spagna e di Napoli, soldati di Lombardia, il cui governatore obbligò Carlo Emanuele a sloggiare, in Acqui gli tolse i viveri, le munizioni, e fin gli argenti e le livree predisposti pel trionfo. Francia, che gli avea promesso soldati e navi, senza darne parte a lui o a Venezia o al papa, conchiuse con Spagna la pace di Monson[38] (1626). Il duca non potè che sbuffare, e cercar di nuocere alla Francia raccomodandosi colla Spagna; e mentre l’abate Alessandro Scaglia, astuto suo ministro, intrigava contro del ministro Richelieu, egli ridestava in Genova le fazioni de’ nobili antichi e de’ nuovi. Queste ne’ circoli facevano opposizione a ogni atto del consiglio, contrasto ad ogni sentenza de’ tribunali; «sicchè non rare volte il senato (dice il Della Torre) nel deliberare ebbe maggior riguardo a quello che ne avrebbe sentito e detto la piazza dei Banchi, che a quello che buona ragion di governo ne richiedesse; e timoroso il senatore di non spegnere l’aura favorevole che lo condusse a quella dignità, perdeva la libertà di dire, e tardava la risoluzione del deliberare».

Uno de’ più schiamazzanti in que’ circoli era Giulio Cesare Vachero, superba natura, arricchito coi traffici e coi dadi, contaminato di sangue e di stupri, e insofferente di star sottoposto a quelli cui credea superare per meriti. Com’è stile de’ pari suoi, gridando patria e libertà, batteva particolarmente il senato, perchè coll’eleggere celibatarj o vecchi o poveri eludesse quel provvedimento del 1575, di ammettere ogn’anno fra i nobili dieci plebei.

Carlo Emanuele lo trovò opportuno a guastar Genova, e non rifuggendo dal tramare con ribaldaglia, lo istigò per mezzo d’un Gianantonio Ansaldi, arnese della stessa risma, caro ai giovani perchè urlava contro la nobiltà. Essi dunque, istrutti sul Machiavelli, fidando nel duca che prometteva soldati e mandava pistole, tramarono d’assalire coi Polceveraschi il senato, trucidare i cittadini del libro d’oro, restituire al popolo la libertà, i magistrati, gli onori, erger doge il Vachero, e riformare la costituzione. Ma scoperti (1628), il Vachero fu preso, e feroce sin all’estremo finì sulle forche; il duca, che avea gittato la maschera, e fin minacciato rappresaglia, dovette restarsi colla voglia e colla vergogna. Genova poi, per mediazione del re di Spagna, pagò al duca censessantamila scudi d’oro, e ritenne l’ambito Zaccarello, assicurando l’impunità ai congiurati ch’erano rifuggiti a Torino: e ogni anno al San Bernardo festeggiava la sua liberazione dall’avido vicino[39].

La lunga guerra avea mostrato a Genova la necessità di munirsi; laonde s’aggiunse un quarto ricinto di mura, che per otto miglia dalla Lanterna alla valle del Bisagno, serpeggia su per le creste dei monti; immensa difficoltà, ma il nome del duca di Savoja bastava ad eccitare coll’ira la perseveranza: diecimila operaj vi davan opera, sospesa ogni altra costruzione (1631), e spendendovi dieci milioni, s’ebbe una delle opere più vantate in tutta Europa. Ne fu architetto frà Vincenzo Maculano piacentino, già inquisitore poi cardinale e quasi papa; e che fu pure a munir Malta. Genova procurò domare i corsari, e come portava le reliquie del Battista sul lido onde frenare le tempeste, così sudava a tenersi in pace colle potenze che soffiavano nelle interne fazioni, e a conservarsi neutra fra le pretensioni e le guerre di Francia, Spagna, Impero.

Quando i titoli valeano tanto, Genova pensò acclamare la propria indipendenza coll’attribuirsi titolo regio a cagione della Corsica, e investendone la Madonna. Nella cerimonia il doge consegnò lo scettro e la corona all’arcivescovo, che l’accettava per la Madonna; se ne rogò istromento; e levata alla moneta l’antica leggenda di re Corrado II, vi si pose Maria col motto Et rege eos. Il doge dovea vestir porpora, manto reale, corona; a’ senatori e governatori di Corsica, agli ambasciadori e generali di galee il titolo d’eccellenza; il palazzo della Signoria s’intitolasse reale. De’ suoi cittadini non pigliava tanta gelosia come Venezia; lasciava acquistassero ricchezze e Stati da principi forestieri, titoli, comandi di mare e di terra, senza per ciò escluderli dal supremo Consiglio. Però nel 1607 fu ordinata una legge simile all’ostracismo di Atene e al discolato di Lucca; cioè che a certi tempi s’accogliesse il consiglio minore, e ciascun membro di questo notasse i nomi di chi credeva pericoloso alla patria; e se alcuno si trovasse in quattro schede, era relegato per due anni. Iniquità che impediva gli atti vigorosi, non le vere malvagità degli ambiziosi.

Il banco di San Giorgio continuava ad essere un modello d’ordine e di buona economia, in mezzo allo scompiglio cittadino. Nel 1627 il re di Spagna dava da otto a dieci milioni a’ privati, assicurati sopra il galeone che arriverebbe dall’India. Or questo non arrivò, ond’egli diede solo cedole, che negoziate perdevano assai: indi pose un nuovo ritardo ai pagamenti, poi li fece in moneta erosa che scapitava. Ne restò scossa la fiducia, e molti ruppero il banco; eppure il conte duca domandava nuovi prestiti, a titolo dell’antica benemerenza.

Forse prima d’ogni altra nazione, Genova mostrò conoscere la vera natura della moneta, quando stabilì che i debiti si pagassero in moneta corrente, però coll’aumento da calcolarsi in ragione di quanto era cresciuto il valore dello scudo effettivo dal giorno in cui il debito fu contratto.

Temperò l’inquisizione religiosa, ma rigorosissima giustizia esercitava. Nella capitale e in ogni paese del distretto stava nella chiesa principale una cassetta, ove ciascuno poteva gettare un’accusa, col solo obbligo di annunziare i testimonj del fatto. Ogni settimana la aprivano i magnifici procuratori, e procedeano contro i denunziati. Fierissime pene erano stabilite contro i bestemmiatori, fin alla galera. Pena la testa a chi non denunziasse i delitti di maestà, ne avesse anche il più tenue indizio. De’ rei abbattevansi le case, e vi si ergeva una colonna infamante. Morte per l’adulterio, pel parto suppositizio, per la bigamia, per chi manda cartello di sfida; morte pel veneficio; per le pozioni amatorie la frusta, il marchio in fronte, ovvero il taglio dell’orecchio o del naso e il bando perpetuo; per le stregherie, morte, e i consapevoli puniti ad arbitrio del magistrato.

CAPITOLO CLI.

Governo spagnuolo in Lombardia e nelle Due Sicilie.

I paesi sottomessi alla Spagna, destituiti di attività nazionale, non possono narrarci che indecorosi patimenti sotto un governo militare, intento a mietere non a seminare, tenerli in dovere con guarnigioni e fortezze, obbligarli a dar uomini e denari, non a misura del ben loro, ma pel vantaggio e la forza generale della monarchia.