Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 37

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Andrea Vesalio di Brusselle (1514-64), notomizzando qualunque animale gli capitasse, poi uomini nelle scuole e nei cimiteri, indicò gli sbagli degli antichi, e che le osservazioni di Galeno erano fatte sopra scimie; professò a Pavia, a Bologna, a Pisa; pubblicò tavole anatomiche a Venezia, che levarono rumore quasi d’un nuovo mondo: ma le sue operazioni parvero assassinj, e bandito di patria passò a Venezia, e come medico militare imbarcatosi con Giovanni Malatesta da Rimini per Cipro e Gerusalemme, nel ritorno naufragò sulle coste di Zante, e morì di fame.

Gabriele Falloppio modenese (1623-62), pur rispettandolo, il convinse di errori, massime intorno ai muscoli addominali; con sagacia delicatissima distinse lo squisito sistema acustico e la testura delle fosse nasali, della mascella, dello sterno, del sacro; e lasciò il suo nome alle trombe collaterali all’utero. Credette con Galeno che i nervi derivassero dal cuore, e le arterie conducessero gli spiriti vitali da questo a tutto il corpo; ma lo corresse in quanto al cieco ed alla fibra muscolare, da cui escluse i nervi, e mostrò che cessa d’operare se taglinsi le fibre per traverso, no se s’incidano per lungo. Esattamente descrisse l’epiploon ed il piloro, e fece conoscere il mediastino, la pleura e la glandula lacrimale. Di sei o sette cadaveri all’anno potea disporre, e il duca di Toscana tratto tratto gli offriva un condannato a morte, _quem interficimus modo nostro et anatomizamus_. Il medico ridotto a carnefice![295].

Della scoperta della staffa dell’orecchio, Falloppio cede il merito a Gianfilippo Ingrassia siciliano, che restaurò questa scienza nell’Università di Napoli, si segnalò nella peste del 1575, e primo stabilì Consigli di pubblica sanità. Asselio di Cremona indicò i vasi lattei. Bartolomeo Eustachio da Sanseverino (1510-74), professore nella Sapienza di Roma, studiò sui reni, la vena azygos e la struttura dell’orecchio e dei denti; seguì l’andamento d’alcuni nervi in prima arcano, e vide l’origine del gran simpatico. Quarantasei grandi tavole, per mancanza di mezzi, lasciò inedite: quando Clemente XI le fece pubblicare dal Lancisi nel 1714, si vide prevenuta la gloria di Bartolini, di Bellini, di Pequeto, di Lavater e d’altri.

Dallo studio anatomico delle parti si passò al fisiologico dell’uso e delle relazioni di esse, dove ottennero lode Redi, Liceti, Baglivi, Pacchioni, De Marchettis. Giambattista Carcano Leone, professore a Padova dal 1573 al 1600, meritò un elogio dallo Scarpa. Col microscopio e colle injezioni si conobbe l’anastomosi delle estremità vascolari, il passaggio del sangue dalle arterie nelle vene, l’azione dell’aria su di esso, l’assorbimento chilifero, la digestione, la generazione ed altri fenomeni, spiegati diversamente dagli jatrochimici e dagli jatromeccanici.

Giulio Cesare Aranzi bolognese sottilizzò sul feto e sugl’involucri suoi, avvisando a quell’organogenia, che nacque ai giorni nostri: e profittando delle scoperte di Realdo Colombo intorno alla circolazione, fece passare il sangue non più pei pori del setto, ma per la vena arteriosa ne’ polmoni: sebbene poi anch’esso, come Colombo, si arrestasse all’opinione generale che il fegato fosse organo della sanguificazione.

Girolamo Fabrizio d’Acquapendente (1537-1619) continuò Vesalio nel generalizzare le osservazioni anatomiche col paragonarle ad altri animali, e dalle somiglianze e diversità fra le specie derivare conseguenze. I suoi trattati, che sono frammenti d’un _Totius animalis fabricæ theatrum_, divide ciascuno in tre parti: descrizione dell’organo, sua azione, suo uso. Particolare cura pose alle vene, ed osservò le valvole essere dirette verso il cuore, sicchè a lui pare dovuta questa scoperta, piuttosto che al Sarpi, il quale dicono notasse la contrazione e dilatazione dell’uvea. Ricusando mercede dai grandi che assisteva ebbe ricchissimi regali, che dispose in un gabinetto col motto _Lucri neglecti lucrum_. Le ricchezze da lui guadagnate faceano gola ai parenti; e allorchè di ottantadue anni esso ammalò poi guarì, non dissimularono il dispiacere; onde il gran vecchio ne restò amareggiato, ricadde, e protestò essere stato avvelenato.

Sotto di lui studiò in Padova fino al 1602 l’inglese Harvey, al quale si dà merito d’avere scoperto la grande circolazione, benchè essa indubbiamente fosse già conosciuta in Italia, ed egli abbia imparato le vere funzioni del sistema vascolare da Eustachio e Rudio[296], cui senza citare copiò. Se non che, giovandosi dei progressi dell’anatomia sperimentale, rimosse le frasi viziose de’ predecessori, assegnò più chiaramente il meccanismo generale della circolazione, ed espose con quella precisione d’idee e di parole che era mancata ai nostri.

Il sistema d’Harvey fu favorito anche dalla trasfusione del sangue, già accennata da Marsilio Ficino e dal Cardano, e, prima che a Londra, praticata dal Fracassati, dal Montanari, dal Manfredi, e con più rumore da Francesco Poppi che riuscì a farsene credere inventore. Poi nel 1661 Malpighi accertò col microscopio la circolazione ne’ piccoli vasi e le anastomosi delle arterie e delle vene, meglio analizzò il sangue, scoprì la struttura del polmone e del fegato, vide la lingua e tutta la cute sparsa di papille, animate da fili nervei; rivelò la sostanza del cervello e le minute sue circonvoluzioni, la struttura glandulare dei visceri, e quella del nervo ottico in molti pesci, col che sovvertiva la teorica di Cartesio sopra il passare de’ raggi luminosi per esso nervo al cervello; svolse le spire del cuore, che il Borelli (sei anni prima dello Stenon) aveva dimostrato essere di struttura muscolare; e ben prima d’Albino indicò che il colore dei Negri non risiede nella epidermide, ma nella secrezione del tessuto mucoso fra essa e la pelle. Con mirabile longanimità seguitò l’incubazione dell’ovo, ma si tenne fermo sulle preesistenze e sullo sviluppo centrifugo, benchè cercasse un primitivo tessuto, di cui gli organismi non fossero che modificazioni; e tali giudicasse gli _acini_ o follicoli glandulosi nella loro intima struttura. Gli avversarj, fra cui lo Sbaraglia, ribattè scrivendo la propria vita; le sue osservazioni possono dirsi scoperte; finchè da Innocenzo XII fu chiamato archiatro.

Il suo scolaro Antonmaria Valsalva da Imola (-1723) notomizzò il cervello, il cuore, l’apparecchio respiratorio, e meglio l’orecchio, già sessant’anni prima studiato dal piacentino Giulio Casserio; migliorò gli spedali e gli stromenti chirurgici, e meritò essere encomiato e difeso dal Morgagni.

S’incominciò pure ad ammirare le analogie fra la struttura del corpo e le funzioni della vita animale, facendo appoggio alla teoria delle cause finali. Il napoletano Marcaurelio Sanseverino diede in barbaro stile il primo trattato di anatomia comparata, stabilendo che gli organi de’ diversi corpi differiscono solo nelle proporzioni fra le specie. Di tutto ciò veniva migliorata la medicina: e poichè si richiedeva coraggio a combattere errori di secoli, non vogliamo essere troppo severi a chi teneva alcuna zavorra di metodi scolastici, di qualità elementari; se preferivansi i casi strani; se contro i sintomi dirigevasi la cura; se eccessiva importanza attribuivasi alle orine e ai casi critici, intorno ai quali il Fracastoro diede una teoria ingegnosissima ma tutta speculativa.

Gl’incrementi della matematica eccitarono la pretensione di spiegare i fenomeni della vita colle leggi della statica e dell’idraulica, donde la scuola degli jatromatematici. Santorio Santori di Capodistria durò trent’anni si può dire continuo sulla bilancia per valutare la traspirazione cutanea. Gian Alfonso Borelli messinese (1608-79) trattò dei moti animali, sieno gli esterni volontarj, sieno (studio più sottile e meno certo) gl’interni spontanei, creando la parte più bella e rigogliosa della fisica animale. A forme algebriche sottoponeva non solo la contrazione muscolare, ma tutti i fenomeni della vita, pretendendo assimilare l’equilibrio delle leve coi misteri della fisiologia. Giammaria Lancisi romano (-1720), archiatro e oracolo del suo tempo, trattò del moto del cuore, dell’aneurisma, delle morti improvvise, che al cominciare del Settecento parvero farsi più frequenti; ma meglio attese all’osservazione pratica, e pe’ suoi alunni nell’archiginnasio patrio stese un buon compendio d’anatomia. Lorenzo Bellini fiorentino (-1704), di non venti anni pubblicava l’esercitazione anatomica sulla struttura dei reni, poi della lingua; col non dissimulare l’alto concetto che nutriva di sè, amareggiossi la vita.

Che i morbi dipendano soltanto da solidi viziati negò Giorgio Baglivi raguseo (-1706), propagatore della medicina osservatrice, massime nelle costituzioni epidemiche: e col sospettare una forza vitale avviò a congiungere la fisica col vitalismo. Certo il sistema jatrofisico introdotto da lui e dal Pacchioni di Reggio, è quel che conteneva maggior numero di verità. Della febbre petecchiale, che desolò l’Italia nel 1505, priamente descritta con esattezza da Gerolamo Cardano, molti trattarono, e principalmente il Fracastoro e Massa e Andrea Trevisio. Altri esaminarono la tosse convulsiva, il catarro epidemico, e lo scorbuto propagatosi: la rafania fu distinta per morbo particolare. Troppe ricorsero occasioni di osservare la peste bubonica; e le cause assegnatene farebbero ridere, se l’età nostra risuscitandole non ci avesse insegnato a compatire. Giuseppe Daciano di Tolmezzo (-1576) buon osservatore, trattò della peste e delle petecchie, con molte savie osservazioni sue proprie, e fu de’ primi a distinguere la peste bubonica dalle febbri contagiose con cui veniva confusa. I migliori prendevano a considerare le malattie non come enti astratti, ma come modi dell’organismo, perciò studiando le relazioni fra la macchina umana e gli agenti esterni, la cui potenza si deduceva non da teoriche prestabilite, ma dagli effetti; e convinceansi che alle leggi della vita sono inapplicabili quelle della materia inerte, e che unico vero sistema è l’esperimento.

Giambattista Montano e Marsilio Cognati veronese (-1572) restaurarono cogli scritti e colla pratica la scuola d’Ippocrate. Giovanni Argentieri chierese contraddisse a Galeno e agli ammiratori degli antichi[297], sbandendo le ragioni sofistiche, e i tanti spiriti cui la scuola ricorreva per ispiegare le funzioni; sottrasse alla volontà dell’anima la forza medicatrice per attribuirla a leggi naturali; discorse ragionevolmente del sonno; negò che le vene nascano dal fegato, e contraddisse Corrado Ghirardelli[298] il quale aveva prevenuto Gall sostenendo la localizzazione delle facoltà intellettuali, e la corrispondenza degli organi loro colle protuberanze del cranio.

Anche Girolamo Capodivacca, professando a Padova, combattè Galeno, ma senza sapersene sempre strigare. Fortunato Fedele svertò molti errori correnti, stabilì canoni di filosofia medica, e raccomandò si pensasse a conservare o restituire la sanità, lasciando il resto alla filosofia astratta; parsimonia dei farmachi, non badare alle pretese facoltà naturali de’ rimedj, e tanto meno ai murmuri e agli amuleti. Perocchè i barbassori, disapprovando questi novatori irriverenti alla sapienza di Galeno e degli Arabi, negavano le verità nuove perchè repugnanti alle osservazioni vecchie[299], e perseveravano nelle prescrizioni antiche. A Gregorio XIV fu dato a bere per quindicimila scudi d’oro potabile. In una grotta vicin di Bracciano s’introduceva l’infermo di malattie cutanee dopo averlo purgato, e disteso e nudo sul terreno s’addormentava mediante soporiferi; le biscie tratte dall’alito del sudore, a centinaja attorcigliavansegli al corpo, leccandolo innocuamente; in capo di tre o quattro ore si traeva dalla caverna, e così seguitavasi sino alla tarda guarigione[300].

Più consueto era l’accoppiare alla medicina ricerche ed osservazioni astrologiche. Luca Guarico napoletano vescovo scrisse di questa scienza, e troppi altri rassodarono alla loro pratica; l’illustre Fracastoro assegna ad influssi di stelle le simpatie e antipatie; Lodovico Settala Milanese mette in relazione coi pianeti gli organi tutti, e fin le linee facciali e le rughe e i nêi, e vuol che il sole operi sulla forza vitale, la luna sulla vegetativa, mercurio sull’immaginativa, venere sull’appetitiva, marte sulla repulsiva, giove sulla naturale, saturno sulla retentiva[301]. Non ripeteremo la lunghissima serie dei secretisti ed alchimisti, fra cui Pietro De Platea di Trapani, cerco anche fuori d’Italia, dava i suoi secreti senza interesse. Girolamo Chiaramonti (-1640), autore della _Fenice della medicina_, inventò la polvere di Baida, specifico per cui guadagnò molto, dopochè il duca d’Ossuna la fece provare sopra dodici malati, scelti a caso nell’ospedale dell’Annunziata e che tutti guarirono. Principe de’ rimedj nuovi era la china-china, allora portata dal Perù, e qui diffusa dal cardinale di Lugo e da altri Gesuiti. La difesero i nostri pratici, più attenti a valersi dell’effetto che ad esplorarne la natura: e dopo Sebastiano Bado genovese, Francesco Torti di Modena adoperolla anche nelle febbri perniciose, poi fu estesa ad altre malattie, massime di languore.

Perchè i medici francesi repugnavano dal salasso, Leone Botalli d’Asti insegnò che, come in una sorgente più acqua cattiva s’estrae, più ne viene di buona, come nelle mammelle più latte si succhia, di migliore se ne separa, così avviene del sangue; onde i suoi salassavano per ogni male e per corruzioni d’umori. Altri aspettavano miracoli dalle acque minerali, di cui si migliorò l’uso, e da’ bagni, sui quali si stampò una famosa raccolta a Venezia il 1553. A Napoli, in Sicilia, a Malta vennero di moda le cure per mezzo dell’acqua diaccia[302].

D’inferior condizione tenevasi ancora il chirurgo, e faceva pratica sotto ai barbieri, scopando la bottega, pettinando, svellendo i calli. Fin dal 1400 in Sicilia conosceasi l’innesto di nasi e labbra, ridestato da Gaspare Tagliacozzi[303]. L’uso delle armi da fuoco portò a nuove indagini; e capitale è l’opera di Alfonso Ferri napoletano (_De sclopetorum vulneribus_. Lione 1554). Un segreto per guarirle Ambrogio Parè insigne pratico comprò da un medico torinese, facendone stima più in proporzione del prezzo che del valore effettivo. Cesare Magatti da Scandiano attese a semplificare la chirurgia. Girolamo Mercuri (-1615), autore della _Comare_ e degli _Errori popolari in Italia_, uscì di domenicano perchè il vulgo ne rideva, e col nome di Scipione girò tutta Europa, finchè vecchio tornò al suo Ordine.

Orazio Monti (_Del governare gli eserciti e i naviganti_, 1627), e con maggiore pienezza Lucantonio Ponzio (_De militum in castris sanitate tuenda_, 1685), cercarono migliorare la sorte de’ soldati, che la società condanna a tanti patimenti incompassionati. Bernardino Ramazzini scrisse sulle malattie degli artefici, delle monache, dei principi.

Giambattista Selvatico lodigiano derise l’usare pietre fine per farmaco, e (_Sullo scoprire coloro che fingono malattie_, 1595) parla delle gravidanze simulate o nascoste, degli ossessi, della fascinazione, dell’impotenza, della finta verginità e d’altre finzioni, appoggiandole a storielle curiose. Il siciliano Fortunato Fedeli, profittando de’ lavori di esso e dell’Ingrassia, toccò tutti i punti della medicina legale[304], e alcuni speciali del tempo, come le malìe e la tortura. Con maggior dottrina e senso pratico ne ragionò il romano Paolo Zacchia (_Quæstiones medico-legales_, 1621).

Non si conosce forestiero illustre che non fosse allievo delle Università nostre. Paracelso studiò a Bologna, a Roma, a Padova; Solemandro a Roma, a Pisa, a Ferrara; Langio a Pisa prese la laurea, dopo seguìto le lezioni di Leoniceno e di Vigo; Eurnio studiò in Padova e in Pavia; Teodoro, Jacopo e Bonifazio Swinger all’Università di Padova e ad altre d’Italia; Linacro in Firenze e in Roma, come Bruceo; in Padova Struzio Dessinio, primo confutatore di Paracelso; come Erasto che fu poi in Bologna, dove Monavio, De Pratis, Serveto; Cornelio Agrippa qui militò per sette anni, e professò anche in Torino ed in Pavia; Volchero Coitee fu discepolo di Falloppio e di Eustachio; Joubert dell’Argentieri a Torino; Bahuin dell’Acquapendente; in Padova studiò anche suo fratello Giovanni; e Dodoneo che più volte tornò a visitare le scuole d’Italia; Amato Lusitano stette scolaro e professore in Bologna; Rodrigo de Fonzeca a Pisa ed a Padova; Guilandino, dal Falloppio salvato dalla schiavitù algerina, fu alunno e quindi maestro nell’Università di Padova, ove pure studiarono Giovanni Schenk, Spigel, Gaspare Hoffmann, Fyens discepolo di Mercuriale, d’Aranzi, d’Aldrovandi, di Tagliacozzi. Nè cessò col secolo l’affluenza degli stranieri; e la sola Università di Padova noverò fra’ suoi allievi Maurizio Hoffmann, Posthio Gaspare seniore, Tommaso e Gaspare giuniore, Bartolino, Meibomio, Rolfink, Sennert, Wepser, Giovan Giorgio Weslingio, altri ed altri.

La chimica, fantasticando a ricercare oro e longevità, era giunta a felici risultanze. I nostri preparavano molti farmachi, il sublimato corrosivo, i saponi medicinali: acque distillate e quintessenze erano prerogativa di Firenze, come di Venezia la teriaca. Alcuni si volsero alla chimica organica; il Servio di Spoleto sul latte, sul sangue il Barbato di Padova, il Baglivi, il Malpighi; e a tacer altri, fiorirono in Germania Angelo Sala (-1639) e in Inghilterra Giovan Francesco Vigani (-1683), vicentini. De’ quali il primo combattè le ciarlatanerie, i rimedj universali, la trasmutazione, e trattando dello zuccaro, del tartaro, della distillazione, dell’antimonio, mostrasi operatore diligente e osservatore arguto, confina colla scienza moderna quando definisce l’olio di vitriolo essere il «vapore solforoso che ha tolto _qualche cosa_ all’aria, all’ambiente». Il Vigani comprese che un composto determinato (sale) risulta dalla combinazione di eguale quantità d’un medesimo acido con una calce metallica (ossido).

Quanto alle applicazioni, Antonio Neri, prete fiorentino, nell’_Arte vitraria_ (1612) esibì eccellenti precetti sulla fabbrica degli smalti, de’ vetri colorati, delle pietre artifiziali e degli specchi metallici: Martino Poli di Lucca inventò un secreto per rendere mortalissime le battaglie, e Luigi XIV, cui lo presentò, il colmava d’elogi e di doni, ma gli faceva promettere di non mai propalarlo: Vincenzo Casciarolo di Bologna, studiando le pietre bianche che si trovano ne’ contorni della sua patria, e calcinandole col bianco di ovo e altre materie organiche, ottenne fin dal 1602 un prodotto nuovo che dava luce anche la notte, e ch’egli chiamò _pietra solare_, prevenendo di mezzo secolo la scoperta del fosforo di Brandt.

Nella matematica alcuni lavoravano alla sintesi antica, altri perfezionavano l’algebra. Federico Comandino urbinate (1509-75) col tradurre e commentare antichi fe’ progredire la scienza, e senza di lui le collezioni matematiche di Pappo forse sarebbonsi perdute, e con loro tante notizie della matematica antica: tradusse i _Galleggianti_ di Archimede, le _Sezioni coniche_ di Apollonio, gli _Elementi_ d’Euclide, il _Planisfero_ e l’_Analemma_ di Tolomeo, ed altri, ristabilendo i testi. Vanno con lui Francesco Galigaj, che nella _Somma d’aritmetica_ sciolse le equazioni di secondo grado indeterminate difficili; Giambattista Benedetti veneziano, che a ventitre anni pubblicò la _Risoluzione di tutti i problemi d’Euclide con una sola apertura di compasso_ (1553), ardua condizione cui superò con grande sagacia. Il Patrizio voleva introdurre la metafisica nella geometria, e dimostrare gli assiomi. Francesco Maurolíco messinese (1494-1575) cominciò un’enciclopedia delle matematiche pure e applicate, e traducendo e commentando Archimede, Apollonio, Diofante, li trasse a nuove risultanze. Rifece il perduto quinto libro di Apollonio sulle sezioni coniche, intorno alle rette che finiscono alle circonferenze di quelle, e determinò il centro di gravità di molti solidi. Bella applicazione fu il riflettere che le curve tracciate dallo stilo del gnomone solare sono sempre sezioni coniche, variate secondo la natura del piano su cui si projettano; prima volta che la gnomonica si considerasse sotto aspetto geometrico. Attentissimo osservatore e arguto filologo, scrisse poesie italiane e sicule, e di filosofia, grammatica, teologia, e principalmente di ottica. La sua città, da lui protetta di fortificazioni, gli assegnò cento scudi d’oro perchè continuasse i suoi lavori e la storia patria; Carlo V e il suo bastardo don Giovanni lo onorarono pei calcoli astrologici, coi quali avea predetta la costui vittoria sui Turchi.

Bernardino Baldi, allievo del Comandino, tradusse gli _Automi di Jerone_, ben trattò della gnomonica, compose paradossi matematici, e preparava una biografia de’ matematici. Già l’indicammo fra’ poeti (Cap. CXLII); inoltre fece una raccolta d’iscrizioni, e tentò interpretare le eugubine; studiò l’ebraico e il caldaico per capir la Bibbia, e l’arabo e l’illirico sotto Raimondi che presedeva alla tipografia orientale de’ Medici; possedette sedici lingue, e lasciò novanta opere, notevoli per molti rispetti[305].

Ignazio Danti domenicano, vescovo d’Alatri, tradusse la prospettiva di Euclide e di Eliodoro e la sfera di Proclo, con annotazioni non ispregevoli, come quelle che fece sul Vignola e sul trattato del radio dell’Orsini; nelle _Scienze matematiche ridotte a tavole_ diede una genealogia di esse; accennò la diminuzione dell’obliquità dell’eclittica, dedotta dal paragone delle antiche colle nuove misure. Cosmo granduca gli aveva affidato il progetto d’unire il Mediterraneo coll’Adriatico, e gli fece fare grandi carte geografiche, e tracciare la meridiana in Santa Maria Novella a Firenze.

Il linguaggio algebrico era al balbettare; sapeansi risolvere solo le equazioni determinate di primo e secondo grado e alcune derivatene, nè s’era volta la considerazione sulle radici negative o immaginarie. Ma Scipione Del Ferro bolognese, risolto un caso parziale d’equazione cubica (_x^3 + px = q_), ne comunicò il segreto ad Antonmaria Del Fiore (1535), il quale pubblicamente sfidò Nicola Tartaglia in Venezia. Questi, già vittorioso d’una disfida di Giovanni De Tonini, confuse il nuovo emulo con una soluzione più generale, e sotto giuramento l’insegnò a Girolamo Cardano milanese, il quale pubblicolla nella sua _Ars magna_ (1545), applicandole il proprio nome che le è rimasto. Essendosene il Tartaglia querelato, venne a sfida di trentun problemi col Del Ferro, e ne propose di più ardui, dove appare algebrista superiore. Queste sfide e nove libri di risposte che il Tartaglia dava a quesiti speditigli dai principi, monaci, ambasciadori, architetti, attestano con quanto ardore si proseguissero tali studj.

Il Tartaglia (1550-57) nasceva da un cavallaro; nel sacco di Brescia ebbe tagliata la lingua, donde il suo soprannome; visse povero e tutto nelle matematiche; applicò la geometria a determinare il movimento curvilineo e la caduta de’ gravi, e tentò ricostruire la meccanica; molto attese alla balistica e a problemi d’artiglieria, e ne’ _Quesiti e invenzioni diverse_ dà la dimensione dei pezzi da guerra, e il modo di servirsene e stabilirne la capacità. Ingegnosi suoi trovati sono il misurare l’area di un triangolo a lati conosciuti senza cercare la perpendicolare; e la _travagliata invenzione_ per rimettere a galla qualunque nave affondata, per pesante che sia.