Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 36

Chapter 363,552 wordsPublic domain

L’intelletto umano non può raggiungere l’assoluto, le origini delle cose, eppure alla ricerca di quelle s’affatica l’attività sua, e, attesa la relativa sua impotenza, dà all’immaginazione grandissima efficacia nelle scienze che non si riducano a puro metodo come le matematiche. Nelle età precedenti aveano delirato le naturali; e invece di raffrontare i pronunziati de’ maestri col manoscritto originale di Dio, cioè il mondo e la natura; spingersi all’osservazione de’ fenomeni molecolari onde scoprire le cause immediate; coordinar le ricerche ad induzioni generali, e valutare l’azione de’ corpi nella loro massima divisione, soffogavano i fatti sotto le argomentazioni, fondavano l’autorità sopra analogie fantastiche: faceano sperienze, ma suggerite da opinioni derivate da un preordinamento di idee allora dominante. Leonardo Dandolo e Zaccaria Contarini, sulle traccie d’Averroe[281], numeravano quanti peli avesse il leone sul capo, quante penne l’avoltojo alla coda, e come sieno sorde le api e cieche le talpe. — A che serve ciò? è ciò vero?» Son domande che non si facevano, bastando si leggessero nelle compilazioni di Ateneo, Oppiano, Eliano, Plinio; dietro ai quali s’investigavano stranezze e mostruosità, anzichè le leggi comuni, quasi la natura fosse una successione di prodigi. I particolari non fanno scienza, diceano le scuole; e avrebbe creduto impicciolirsi il sapiente che studiasse la caduta d’un sasso, lo sbocciar d’un pisello, le metamorfosi d’una farfalla. Che de’ fenomeni straordinarj scopransi le cause dall’esame dei consueti; che leggi uniformi reggano il pianeta nostro e gli altri, la rotazione del sole e il pulsar dell’arteria, il saltellare d’un minuzzolo di carta incontro all’ambra e lo schianto del fulmine, chi l’avesse asserito sarebbe parso delirante.

In conseguenza prevaleano le scienze occulte, e le prime edizioni de’ libri di tal materia sono quasi introvabili, tanto si logoravano. Può essercene tipo la _Magia naturale_ di Giambattista Della Porta napoletano (1540-1615), che nel I libro discorre a priori delle cause; nel II, delle operazioni, cioè del fare singolarità e prodigi, come scoprire colla calamita se una donna è casta, far una candela che mostra gli uomini colla testa di cavallo; nel III, tratta dell’alchimia, non senza buone osservazioni, massime sul raffinare metalli; nel IV, dell’ottica, ove descrive la camera oscura. Oltre racimolare negli antichi quanto aveano di meraviglioso, sperimentò egli stesso; poi dopo nuove letture e sperienze e viaggi, rifuse l’opera sua in venti libri, con maggior cura del vero: pure molte cose è ben certo ch’e’ non le avea verificate; d’altre gli si dà merito d’inventore mentre soltanto le compilò od avventurò: nè qualche buona osservazione basta a collocarlo tra i rinnovatori, benchè allora fosse ammirato e tradotto.

Eppure la magìa e la medicina taumaturgica, cercando il più recondito e strano delle bestie e delle piante, dall’errore stesso trovavansi obbligate all’analisi e all’osservazione: i musei dove si ostentavano rarità, e pei quali i ciurmadori fabbricavano animali fantastici, giovavano col mettere sott’occhio gli esemplari: tanti viaggi poi in terre inesplorate persuadevano che non tutto era stato detto. Di tal modo alla scienza fatta a priori o sui libri succedeva quella costituita sopra l’esperienza e l’osservazione; raccoglievansi fatti, anzichè compaginare ragionamenti; cominciavasi a dubitare delle asserzioni, a confessar le ignoranze, a non credere che sappia tutto chi di tutto favella, a sostituire il fenomeno evidente alla congettura arrischiata.

Alcuni nostri concentrarono l’attenzione su qualche punto speciale, vero metodo di avanzare. Fabio Colonna, erudito eppur osservatore, trattò delle conchiglie e della porpora; Pietro Olina da Orta degli uccelli, con particolarità interessantissime[282]; de’ pesci il Salviani da Civita di Castello. Fabrizio d’Aquapendente, con metodo scolastico, ma con qualche buona osservazione discorse se le bestie abbiano un linguaggio e quale, quanto differente da quel dell’uomo e delle altre specie, a che adoperato, come possa comprendersi, qual n’è l’organo[283]: se possano comunicare fra sè dei fatti specifici, e fin a qual punto associno idee al linguaggio dell’uomo sono problemi ch’e’ non toccò, e che i nostri filosofi non sciolsero finora.

I cataloghi di vegetali faceansi per alfabeto, a servizio de’ farmacisti, finchè il Maranta nel 1559 pubblicava un metodo di studiar le piante medicinali. Si ammirano nella biblioteca Marciana alquanti codici botanici, fra’ quali il _Liber de simplicibus_ di Benedetto Rinio veneziano del 1415, con quattrocentrentadue piante mirabilmente ritratte da Andrea Amadìo, e coi nomi latini, greci, arabi, slavi, tedeschi; e una _Storia generale delle piante_ di Pierantonio Michiel, in cinque volumi, con un migliajo di specie disegnate e colorite, i nomi in diverse lingue, e buone descrizioni, e una distribuzione sistematica in tre serie, dedotte dalla struttura delle radici, delle foglie, dei semi. Nel poema _De viribus plantarum_ di Emilio Macro del 1480 furono inserite le prime tavole botaniche, poi nel 93 nell’opera di Pier Crescenzi.

Giorgio Valla, Marcello Virgilio, Ermolao Barbaro patrizio veneto, Fausto da Longiano, Nicolò Leoniceno, Giovanni Manardo si limitarono a tradurre o a commentare gli antichi botanici. Andrea Mattioli da Siena, che accarezzato e applaudito viaggiò assai come medico di principi, arricchì Dioscoride di moltissime osservazioni sue proprie, e notizie e disegni di nostrali e di Tedeschi; onde l’opera sua lodatissima fu cerca fin nei regni d’Oriente. Antonio Musa Brasavola (-1577), transizione fra i commentatori e gli osservatori, consigliò al duca di Ferrara un orto elegante, che fu detto il Belvedere, ma che a torto si reputa il primo, giacchè Venezia ne possedeva uno fin dal 1330, a Padova ne istituì un altro nel 1545[284], poi nel 1564 la prima cattedra pei semplici, anzi numerò nelle sue provincie tanti orti quanti in tutto il resto d’Italia. Luigi Anguillara, famoso per la composizione della triaca e direttore dell’orto di Padova, viaggiò e tenne relazioni coi dotti, ai quali dava risposte e descrizioni, che ne formarono la gloria per quanto male ne dicesse il Mattioli, indispettito di vedersi appuntato di qualche sbaglio. Un orto ebbe pure Firenze: quel di Pisa, donato da Luca Ghini bolognese, fu dal granduca Ferdinando arricchito con piante d’Asia e d’America, principalmente per opera di Michelangelo Tilli, buon osservatore e d’estesa corrispondenza, chiesto medico dal bey e dal granturco, e per sua cura vi fiorirono primamente l’aloe ed il caffè (pag. 303). Giambattista Trionfetti bolognese fondò l’orto di Roma, glorioso di possedere da seimila specie[285]. I botanici vi trovavano di belle rarità, massime ne’ giardini veneti; il Brasavola la malva arborea e la cassia in quello dei Cornaro a Murano; il pistacchio di Sorìa in quel del Morosini; il Bacchino nel suddetto dei Cornaro l’uva spina e l’iride fetida; il giacinto orientale, l’eritonio, il galanto in quel di Lorenzo Priuli, ove prima fiorì la scamonea d’Aleppo, ed ove s’aveano la carruba e il leucojo; in quel del Bembo il pisello americano, il cicorio spinoso, ecc.: l’Anguillara vedeva lo storace e l’amomo in quello de’ Michiel; la tuja, il pistacchio selvatico in quel dei Pasqualigo, e la lacrima di Giobbe; Prospero Alpino il laserpizio in quel dei Bembo; in quel de’ Contarini lo stramonio d’Egitto ch’egli denominò Contarenia; in quel del Rannusio il rabarbaro; in quel dei Moro la pianta del balsamo, ch’egli aveva recato dalla Mecca.

Que’ patrizj favorivano i cultori di questa scienza: i Calergi, signori del monte Ida a Creta, vi ospitavano gli studiosi di tali rarità; Marin Cavallo, nunzio a Costantinopoli, secondava i viaggi del Guilandino in Oriente; Girolamo Cappello, provveditore in Candia, mandava piante ed erbe ed ajutava le ricerche di Prospero Alpino e i viaggi di Giuseppe Benincasa; Giorgio Emo condusse al Cairo esso Alpino, la cui opera postuma delle piante esotiche fu fatta stampare da Nicolò Contarini; l’Alvise Corner e Giovanni Donà, consoli al Cairo, esploravano col Veslingio l’Egitto.

Ulisse Aldrovandi bolognese (1522-1605), di dodici anni fugge di casa per veder Roma, s’accompagna a un pellegrino per San Jacobo di Galizia; sospettato d’irreligione, torna a Roma per giustificarsi; e invaghito agli studj naturali dal Rondelezio e dal Ghini, divien professore in patria, e logora il ricco patrimonio in viaggi e nel mantenere per trent’anni con ducento ducati un pittore d’animali, e molti disegnatori ed incisori, nell’accattar rarità, libri, capi d’arte, e dotare d’un orto botanico la patria. Il senato bolognese non gli mancò d’ajuto; avutone in lascito il doviziosissimo museo e la biblioteca, spese lautamente in terminare la compilazione e la stampa in tredici volumi in-foglio della sua _Storia naturale_. Dove l’ornitologia e l’entomologia, compite dall’autore, sono a gran pezza migliori, con belle tavole in legno, e succinte ma esatte descrizioni; se non che egli, secondando l’andazzo, affoga in citazioni poetiche, mitologiche, araldiche; ad osservazioni proprie intarsia le reminiscenze, a verità naturali le invenzioni degli uomini, e tutte le specie mai che la fantasia chimerizzò; onde quell’opera parve a Buffon potrebbe ridursi a un decimo, ma questo non dispregevole.

Giovanni Ciassi da Treviso ben divisò i principali fenomeni della vegetazione; il modo del fecondamento Paolo Boccone messinese; Giacomo Zenoni insegnò a diseccare e conservar meglio i vegetali, e descrisse, quelli del Bolognese; quelli di Sicilia frà Francesco Cupan; i maltesi Filippo Cavallini; Antonio Donati quelli del litorale Veneto; e così d’ogni paese italico.

Dal descrivere, denominare, delineare altri avanzavansi all’anatomia botanica, presentendo l’uniforme struttura intima sotto alla differente apparenza degli esseri organizzati. Andrea Cesalpino d’Arezzo (1519-1603) classificò le piante giusta gli organi della fruttificazione, e massime i cotiledoni, primo abbozzo d’un sistema carpologico; i semi rassomiglia alle uova; avverte il sesso delle piante appellando maschi gl’individui provvisti di stami, e femmine quei che portano i frutti; il midollo delle piante considerava come il loro cuore, sede della forza vitale e sorgente del frutto, mentre le altre parti del fiore provenivano dal legno o dalla scorza; dimodochè, a sua detta, il fiore non era che un’espansione delle parti interne; concetto adottato poi da Linneo, e svolto nella _Prolepsis plantarum_.

Assodata nel primo libro _De plantis_ la conformazione de’ vegetali, base dell’anatomia e della fisiologia, negli altri quindici li classifica come alberi o come erbe secondo la durata, secondo la postura della barbicella ne’ semi, secondo il numero di questi e le radici, o l’assenza de’ fiori e dei frutti; le classi suddivide in quarantasette sezioni, sovente dietro al carattere di gruppi importanti, riconosciuti oggi come famiglie naturali; ciascun capitolo intitola da una pianta in esso descritta, non però abbastanza vasti per costituir generi, quali sono ora stabiliti. Vero genio scopritore e ordinatore, tardissima fama ottenne, colpa dell’irto stile e dell’inviluppo scolastico; oltre che la venerazione per Aristotele lo arrestava nelle conseguenze, e traevalo a contraddirsi per conciliare le scoperte nuove colle asserzioni antiche[286].

Profittando delle non curate idee di Cesalpino, Fabio Colonna (_Ecphrasis_, 1606) distinse nella botanica i generi, e pel primo sostituì intagli in rame a quelli in legno. Del seme dei funghi, già accennato in Giambattista Della Porta[287], diè poi contezza il Micheli, che nel 1737 fondava un orto botanico a Firenze. Giuseppe Aromatari d’Assisi, in una lettera di quattro pagine (Venezia 1625) sopra la generazione delle piante, assodò l’analogia fra i semi e le uova, e la destinazione de’ cotiledoni: poi la dottrina dei sessi fu posata chiaramente da Grew e meglio dal Camerario.

Marcello Malpighi da Crevalcore (1628-94) elevò la botanica a scienza, applicata ai progressi dell’anatomia e della fisiologia animale; la struttura e l’incremento dei semi seguitò con miglior ordine e più concisione di Grew nella _Anatomes plantarum idea_, stampata il 1671 a spese dell’Accademia di Londra. L’esser nuovo lo costrinse ad analizzare ciascuna parte nelle classi e specie diverse, la corteccia, poi il tronco, i rami, la gemma e foglie, frutti, fiori, radici, il germogliare, le mostruosità, gli aborti.

Nardo Antonio Recchi da Montecorvo, archiatro di Napoli, avute da Filippo II le note manoscritte di Hernandes intorno alla botanica del Messico, ne fece un’opera che i Lincei tolsero ad illustrare, e fu stampata nel 1615 a Messico. Il punto culminante della botanica d’allora è segnato dalle _Tavole fitosofiche_ del principe Federico Cesi, col sesso delle piante, il doppio sistema de’ loro vasi, i fenomeni delle meteoriche e delle eliotropie, e coi nomi tecnici che poi restarono; sicchè valsero di fondamento ai sistemi di Linneo, di Trembley e de’ seguaci.

Ottavio Brembati conte bergamasco, oltre studiar la struttura de’ fiori e quanto vi possa l’atmosfera, e nell’_Anterologia_ e nell’_Architettura de’ fiori_ insegnare bizzarri comparti pe’ giardini, pubblicò un _Modo di cavar le miniere_ (1663): Camillo Leonardo pesarese (_Speculum lapidum_, 1502), e Vanuccio Biringuccio senese (_Pirotecnia_, 1546) sanno poco degli antichi, benchè quello secondi, questo combatta gli alchimisti: e se in Italia eransi fatte le prime indagini mineralogiche, presto la Germania ci tolse il passo, mercè le maggiori sue ricchezze.

Sisto V, volendo ogni maniera d’illustrazione al suo pontificato, decretò che in Vaticano, come una biblioteca e una stamperia, così si ponesse una metalloteca, e ne incaricò Michele Mercati da Samminiato (1541-93). Il quale la distinse in _orycta_ e _metalleuta_, cioè metalli proprj e metalliferi. La prima comprendeva tredici divisioni; terre, sale e nitro, allumina, sughi acri, sughi grassi, sostanze marine, pietre somiglianti alla terra, pietre prodotte nell’interno degli animali, pietre idiomorfe, petrificazioni, marmi, silice e fluore, gemme. I sei armadj dell’altra comprendono, il 1º oro e argento, il 2º rame, il 3º piombo e stagno, il 4º ferro e acciajo, il 5º sostanze vicine a metalli, che nascono da sè, il 6º sostanze vicine a metalli, che si trovano nelle fornaci. Suntuosissima la sala disposta a ciò; e magnifica al pari e molto più utile sarebbe stata la descrizione dal papa ordinata, ove il Mercati seguì la partizione degli armadj esponendo le opinioni correnti e le virtù de’ singoli corpi, con tavole di squisita finezza. Morto Sisto, Clemente VIII, particolare amico del Mercati, fece proseguire l’opera, ma morto poco poi l’autore, questa andò in oblio. Nel 1710 nella biblioteca Dati a Firenze si trovò il manoscritto del Mercati; e Clemente XI compratolo, incaricò il medico Lancisi di compierlo e pubblicarlo. Il Lancisi durò fatica a trovare nell’immensità del Vaticano la metalloteca del Mercati, ma n’era stata dispersa la raccolta; e quando l’opera comparve nel 1717, riusciva inutile dopo tanti progressi.

Anche nell’osservare la mirabile struttura della scorza del globo terracqueo, furono primi gl’Italiani. I più, preoccupati delle cause finali, tenevano il mondo fosse stato creato tal qual è, perchè esso è il più adattato agli abitanti: ma agli osservatori non ne sfuggivano le irregolarità, testimonj di sovvertimenti. I fossili avanzi di animali marini deduceansi dal diluvio mosaico: alcuni li tenevano meri scherzi della natura, e perfino il Mercati gli aduna in un armadio distinto come «innocente trastullo della natura, la quale volle darci le prime lezioni di scultura e pittura»; e a chi li supponeva reliquie d’animali, domandava trionfalmente in che modo avrebbero potuto essere accumulati negli abissi e su altissime vette? Ma il Cesalpino confutò questo suo scolaro, e iniziò i sistemi fondati sovra la composizione; imperocchè distinse i fossili in terre, sali e sostanze solubili nell’acqua, suddividendo poi secondo caratteri meno importanti: per esempio, le terre in magre, grasse, colorite, mediche; le pietre in roccie, marmi, pietre preziose, e prodotte da corpi organizzati o da piante. Le conchiglie fossili suppone abbandonate dal mare, ritirandosi; le acque termali, dal calore che in sen della terra sviluppano le combinazioni chimiche e le combustioni; crede tutti i minerali suscettibili di cristallizzarsi in forme geometriche; l’ossido di piombo trae da una sostanza aerea, per la quale il metallo aumenta di peso, divinando le lontane scoperte di Haüy e Lavoisier, come antivenne Harvey nell’indicare la circolazione del sangue[288].

E già il veronese Girolamo Fracastoro (1553), ponendo mente alla giacitura delle conchiglie fossili e delle impronte organiche del monte Bolca, aveva indotto non potessero essere d’un’età medesima. Pensavano con lui Leonardo da Vinci e il Cardano, in opposizione al Mattioli ed al Falloppio: Majolo supponevale lanciate da vulcani, come poi sosteneva Lazzaro Moro: Fabio Colonna già distingueva le fluviatili dalle marine. Agostino Scilla messinese (1639-1700), pittore della scuola di Andrea Sacco e studioso delle medaglie, osservando nella Calabria que’ grandiosi letti di testacei in parte già pietrificati, trovolli identici colle conchiglie viventi ne’ mari vicini alla Sicilia. Le sue indagini espose nella _Vana speculazione disingannata dal senso_, con ventotto tavole che rappresentano i principali fossili della Sicilia e di Malta, coralli, madreperle, ostriche, serpule, vertebre, denti, ravvicinandoli alle specie vive. Non esperto naturalista, «So poco (dic’egli), conosco di valer poco, ma di non voler vivere a caso; mi son messo in capo che il dubitar delle cose è il miglior mezzo di conoscerle con più probabilità». Il Vallisnieri, lo Stelluto, il gesuita Cesi e molti si occuparono dei «corpi marini che sui monti si trovano»; non posando però teoriche soddisfacenti.

Qui venne a studiare geologia il tedesco Kircher, che si fece anche calare nel cratere del Vesuvio[289]; uno di quei talenti universali, che han bisogno di cogliere idee complesse, quali furono l’unità delle nazioni, la scrittura universale, la stenografia; ma i suoi libri sparse di ciancie e fantasie. Estesa largamente la sua fama, i principi anche protestanti gli mandavano denari per esperienze, e rarità pel museo del Collegio Romano. La svedese Stenon, fattosi cattolico, più scientifico spirito volse alla struttura de’ terreni toscani, e primo avvertendo la stratificazione[290], stabilì siano depositi orizzontali del fluido, che l’accensione di vapori sotterranei, o scoscendimento dei letti superiori, sollevò in montagne ed in variate inclinazioni: riscontra che il terreno toscano, due volte fu piano e secco, due aspro e montuoso, e due coperto dalle acque. Così fondava la geologia e la cristallografia.

Bernardino Ramazzini da Carpi (1633-1714) nelle _Effemeridi barometriche_ sosteneva l’influsso de’ cambiamenti atmosferici sopra la sanità; parlando delle fontane modenesi, dà come antichissimi i pozzi artesiani, ove forando la terra con un’_ingente trivella_ «ad un tratto l’acqua erompe con impeto portando sassi ed arena, e quasi in un istante si riempie di acqua il pozzo intero, e in siffatto modo si conserva costantemente»; avverte la temperatura elevata di queste scaturigini, e suppone derivino dal mare per istrati di terre, spiegandone il sollevamento colle leggi ordinarie dell’idraulica[291].

Filippo Bonanni fece una raccolta di testacei, scrisse sulle chiocciole e le loro uova, e sostiene la generazione equivoca, come faceasi generalmente dietro agli antichi. La confutò Francesco Redi aretino (1626-94), che applicò agl’insetti una savia incredulità; e così poi fecero e Swammerdam ed i più fino ai giorni nostri, quando la teoria impugnata tenta risorgere con corredo di scienza e di osservazioni, ristretta però agl’infusorj.

Esso Redi scoprì la sede del veleno della vipera: e più che le verità, è notevole il suo metodo d’indagarle, e il dimostrarle con accuratezza, buona fede e temperata polemica; negli sperimenti non traviato dai pregiudizj fra cui era cresciuto, eppur rispettando chi opinava diverso. Accerta che i vermi sviluppatisi nella carne esposta all’aria son deposti da insetti; ma s’accontenta di dire parergli _verisimile_ che le carni putride non offrissero un luogo opportuno alla schiusa delle uova, e un pascolo ai nuovi esseri. Nè crede superfluo il confutare l’opinione che dalle viscere d’un toro nascano le api: non l’avevano asserito i Greci? non l’avea cantato mirabilmente Virgilio? era dunque una verità per quei molti, per cui la scienza riduceasi a una serie d’atti di fede. Alle sue induzioni ne opponevano altre i dotti, alcuni pretendendo anche appoggiarsi all’esperienza. Il Kircher asseriva d’aver fatto egli stesso questa sperienza: prendasi polvere di serpenti, si semini in terreno grasso e umido, si annaffii alquanto con acqua pluviale, si esponga al sole di primavera; e fra otto giorni si vedranno formicolarvi verminetti, che nudriti con acqua e latte diverranno serpentini perfetti, capaci di perpetuare la specie. Il Redi non mette in canzone l’avversario; solo asserisce che più volte ritentò l’esperienza, e non gli è mai riuscita.

Venuto in un tempo che ad ogni viscere s’attribuiva un rimedio proprio, ad ogni sintomo uno specifico, e la moltiplicità di questi portava complicatissime ricette, non assicurandosi quali rimedj fossero buoni, egli quasi non ne adoprò veruno, e — Godo (scriveva al Lenzoni) ch’ella sia nel numero de’ professori, che non inquietano i poveri malati con tanti e varj rimedj, sapendo che la natura gode del poco e buono, e si solleva coi semplici rimedj e con la dieta ben regolata; dove, per lo contrario, s’aggrava di molto con quei tanti sciroppi, pillole, elettuarj ed altri galenici composti, inventati, cred’io, non per altro che per ingrassare l’ingordigia degli speziali».

L’onorarono gli scolari suoi Bonomo, Castoni, Sangallo, Del Papa e Lorenzini, il quale diè la prima esatta descrizione della torpedine, notando l’organo eccitatore. Intanto col microscopio, consistente però solo in una lente, il Malpighi, Leuwenhoek ed altri avanzavano la conoscenza degli animali infusorj, che pareano sottrarre ai sensi il mistero del loro organismo.

Gianandrea Della Croce veneziano (-1575) nella _Chirurgia universale_ espose le scoperte fatte sin allora nell’anatomia. Ad Alessandro Benedetti da Legnago, che come medico in capo degli eserciti veneti, descrisse le battaglie contro Carlo VIII, è dovuta la prima istituzione d’un teatro anatomico, e il primo cenno della notomia patologica e della litotripsia[292]. Benivieni da Firenze eseguì ben prima del Paré la legatura dei vasi, ed operazioni di gran difficoltà, prudenti e felici; notomizzò patologicamente uno scirro allo stomaco, l’ulcerazione dell’omento, i polipi sanguigni, i calcoli biliari[293]. Eppure l’anatomia era sì poco avanzata, che fin contusioni e lussazioni curavansi con droghe e sciloppi: il Guicciardini (lib. VII) narra sul serio che a Giulio d’Este «erano stati tratti gli occhi, ma riposti senza perdita del lume nel luogo loro, per presta e diligente cura dei medici». All’opera del Mondino bolognese, per tre secoli unico testo, aggiungeansi man mano le scoperte in forma di commento. Jacopo di Berengario da Carpi professore a Bologna, raccomanda agli scolari di non acchetarsi al detto altrui ma osservare da sè; egli stesso potè dissecare centinaja di cadaveri, audacia allora senz’esempio fuor d’Italia; e fece molte scoperte, e nominatamente della membrana anteposta alla retina[294].