Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 35
Francesco Bianchini veronese (1662-1729), bibliotecario di casa Ottoboni, tentò un modo particolare di storia universale (1697), il silenzio degli scrittori supplendo coi monumenti per accertare la cronologia. Spiega molti simboli, e s’accorge come alcuni supposti fatti non sieno che miti; la guerra di Troja fa occasionare dal commercio, la cui libertà raffigurasi in Elena; e di tal passo va spiegando la mitologia. Non giunge che alla fondazione della monarchia assira, e le posteriori scoperte lo antiquarono. Valeva assai nelle matematiche, varie scoperte fece attorno al pianeta Venere, e, tracciata una meridiana nella certosa di Roma, intendeva prolungarla fin all’Adriatico e al Tirreno. Ciò nol distolse dall’archeologia, e illustrando il colombario della famiglia d’Augusto, allora scoperto sulla via Appia, chiarì le costumanze romane, mostrando nella casa di quel principe da seimila schiavi, il cui lavoro era tanto suddiviso, che uno non faceva altro che pesar la lana filata dall’imperatrice, uno custodiva gli orecchini di lei, uno la cagnuola.
Quantunque tali sussidj estendessero piuttosto le cognizioni che le vedute della storia, il mondo conosceva meglio se stesso, e diveniva sempre più atto a comprendere quella continuità di eventi, che connette le antiche colle odierne generazioni. E un gran passo diede la storia, da pura arte o narrazione elevandosi alla dignità di filosofia collo svolgere dal dramma degli avvenimenti la suprema moralità, osservare gli uomini come una famiglia sola, gli eventi sottoporre ad un solo concetto che ajutasse ad indovinare i futuri.
In questo campo primeggia Giambattista Vico napoletano (1688-1744), autore di libri ove si legge assai più di quel che è scritto, ma dei quali tutti parlano con ammirazione, pochissimi con cognizione. Nato poveramente, educato al modo di allora, a sedici anni arringa in difesa di suo padre, e fa stupire collo sfoggio di cognizioni: ritiratosi dal fôro, va insegnar giurisprudenza ai nipoti del vescovo d’Ischia nel romito castello di Vatolla, ove passa nove anni della più florida gioventù meditando su pochi libri; si stomaca «della maniera di poetare moderna», ma poco riesce nella geometria e nella fisica, e s’addentra nelle quistioni sociali, applicate all’antichità; «benedisse il non aver avuto maestro, e ringraziò quelle selve, fra le quali, dal suo buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso de’ suoi studj senza niuno affetto di sêtte, anzichè nella città, nella quale, come moda di vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lettere». E appunto egli si ostina a ritroso del suo tempo: questo trascura la buona prosa latina, ed egli la coltiva assiduo; ogni attenzione volgesi alla Francia, ed egli neppur la lingua volle saperne; laonde si trovò «come forestiero nella sua patria, e non solo vi era ricevuto come straniero, ma anche sconosciuto». Chiese di esser secretario municipale, e fu posposto; una cattedra di retorica con cento scudi di provvisione tenne quarant’anni, poi a settanta ebbe il titolo di storico del Regno. Qui faceva versi per occasioni, panegirici ai suoi vicerè, diatribe contro gl’insorgenti oppressi; intanto elevavasi alle più sublimi concezioni, non con un proposito stabilito ma a tentone, posandosi problemi, da ognun de’ quali gliene rampollavano di nuovi, che traevanlo a nuovi modi di risolverli, e a dilatare, tutto solitario, la sfera delle proprie cognizioni e il metodo, non coll’avventurosa inventiva d’altri suoi paesani, ma prendendo le mosse dalla devota erudizione.
S’approfonda ne’ classici antichi; da Platone impara le astrazioni generali e le aspirazioni del sentimento, l’uomo filosofico; da Tacito i concreti e il riflettere sopra questi; da Erodoto _un passo d’oro_, che gli fa balenare agli occhi una storia ideale con tre età; ammira Dante, Leibniz, Newton e il _tre volte massimo_ Bacone: ma le idee loro non adotta pienamente, bensì le rimpasta colle proprie, sempre inteso a congiungere il _certo_ della filologia col _vero_ della filosofia. Sopra Grozio e Cartesio, venerati allora restauratori della filosofia e della giurisprudenza, volge principalmente l’acume; e al primo, che spiega la storia coll’individuo e indaga un diritto universale per mezzo dei fatti particolari e del linguaggio, appone di aver raccozzato astrazioni sconnesse dai fatti, giureconsulto de’ filosofi ma non della storia. Cartesio, svolgendo l’intera serie delle umane cognizioni dal fenomeno della coscienza, trascura anch’egli il passato per concentrarsi nella superba evidenza del metodo matematico; e il Vico lo accusa di aver mutilato storia, lingue, erudizione, riducendole a linee geometriche; e col disprezzo dell’erudizione inducendo disprezzo degli uomini, e repudiando i mezzi e gli ajuti che al pensiero offrono le tradizioni delle età passate, pretese evidenza matematica in verità che non ne sono capaci; laonde il metodo suo può produrre dei critici ma nissuna grande scoperta[277].
L’uomo non è pura macchina o cifra; nè storia, politica, morale, eloquenza si regolano a meri calcoli, ma abbisognano congetture, induzioni, somiglianze; il testimonio della coscienza, l’immediata percezione non basta a provar l’esistenza, e il _penso dunque esisto_ riducesi ad una percezione che non colma l’abisso fra la coscienza e l’universo. Laonde il Vico, combattendo Cartesio per la ragione che Cicerone combatteva gli Stoici, abbandona il geometrico processo per gittarsi all’esperienza storica e alle libere induzioni; ripudia la superbia del senso individuale onde rimettere in onore la tradizione; e per contrapposto a quella noncuranza degli antichi, sublima la filologia rendendola la filosofia dell’autorità, l’ordine e la ragione dei fatti, che ravvicinando le idee lontane, le feconda; non abbracciando soltanto le lingue, ma i costumi e le azioni degli uomini; e con una critica ch’egli chiama architetta, s’accinge a _ricomporre, supplire, ammendare, i rottami dell’antichità porre in luce, allogare_. Pertanto indaga le vestigia della sapienza italica nella lingua[278], e attribuisce ai prischi Italiani la metafisica.
Qualche scolaro del Sigonio gli objettò, nel _Giornale de’ letterati_, che la sapienza italica sarebbe dovuta investigarsi nell’Etruria e nelle confraternite pitagoriche della Magna Grecia, piuttosto che fra i patrizj del Lazio, gente che colla violenza avea costituito un diritto feudale che la moltitudine soggiogava a pochi. Il Vico comprese la forza di tale objezione meglio del critico stesso, e vi applicò la distinzione che già avea notato fra l’uomo de’ filosofi e quello de’ politici, fra il senso comune dei popoli e le verità assolute delle scuole, fra la tirannide de’ patrizj e l’equità dei giureconsulti, dai quali derivò il moderno diritto delle genti, esposto da Grozio.
Fittosi dunque a indagare la storia di Roma nella successione delle sue leggi, e l’asserita sapienza degli Italiani repugnando alla ferocia delle XII Tavole, il Vico, per accordare l’autorità colla ragione, il diritto romano col razionale, ricorre ad un’armonia prestabilita in Dio fra la materia e lo spirito; da Dio emanano giustizia e virtù; la necessità e l’utilità, o, come diciam oggi, gl’interessi disviluppano dalla materia le idee di giustizia; sicchè, mentre gli uomini si acuiscono nel soddisfare i bisogni corporei, la Provvidenza li conduce ad attuare il tipo eterno della giustizia.
Concepita la storia umana come una progressiva conquista dell’equità, egli snoda i problemi e le objezioni dei predecessori, in maniera inusata conciliando il diritto ideale di Platone e il politico di Machiavelli. Ma poichè la storia non cominciò con Roma, dovette egli investigare come dallo stato _ex lege_ nascessero le aristocrazie feudali; e immaginò che l’uomo, imbrutalito ne’ ducent’anni che succedettero al diluvio, sino a smarrir le tradizioni tutte e il linguaggio, fosse scosso dallo scoppio della folgore, e allora sospettasse dell’esistenza d’un Dio; dai boschi incendiati dal fuoco celeste toglie una favilla per i bisogni suoi, per le arti, e per bruciare i cadaveri; vergognando de’ promiscui connubj, rapisce una donna e la reca nelle caverne, origine delle famiglie, donde i rifugi, e l’agricoltura, e _il pudore del cielo, dei vivi, dei defunti_; i padri si confederano; il patriziato si stabilisce, conservando i privilegi della famiglia e dei riti[279]. I forti, chiesti protettori dai deboli, se li rendono famuli; ma poichè li tiranneggiano, questi si ammutinano onde strapparne il dominio bonitario de’ campi, lasciando a quelli il dominio ottimo, e gli auspizj che sono indispensabili a render legali gli atti. Intanto si ha la città eroica, composta di educabili patrizj e ineducabili plebei, i quali cominciano lotte interminabili per partecipare anch’essi al diritto civile: e questo trionfa, e ne viene l’età umana delle repubbliche libere, quando unico e supremo è il dominio della legge, commesso alle libere opinioni de’ giureconsulti, che in nome della ragione surrogansi all’arbitrio del privilegio e della forza. Così gli _interessi_ dominanti nel Machiavelli e la _ragione_ esaltata da Grozio vengono a conciliarsi nel fatto, che cancella l’antinomia e la filosofia.
Tutti i fatti parziali sono dunque sottomessi a un ampio concetto; e qualunque rozzezza, qualunque iniquità trova spiegazione o posto in quest’ottimismo. Il semplice quanto sublime ordito ingombra egli di dissertazioni e divagamenti, ove profonde tesori di novità storiche, filosofiche, filologiche. La vulgata cronologia degli avvenimenti è dovuta alla boria delle nazioni e dei dotti. Egli primo riconobbe nella mitologia un senso recondito: e nella poesia, parto d’immaginazioni vivaci, la chiave della storia primiera. Le tradizioni popolari han pubblici motivi di vero: i parlari sono i testimonj più solenni delle prische usanze. Parallelo procede lo svolgersi dei popoli e quello delle umane facoltà, sicchè le une fan riscontro alla storia degli altri. È natura dei vulghi l’assomigliare a se stessi l’universo, imporre a tutte le genti la propria origine; e la mente umana dilettandosi nell’uniformità, ai primi cogniti riferisce i nuovi, e gli effetti particolari a cause comuni. Per mezzo di tali _degnità_ viene a scoprirsi che all’incivilimento non presedettero i filosofi, come Grozio vorrebbe; ed Ercole, Teseo, Pitagora, Dracone, Solone, Esopo sono personificazioni de’ loro tempi, e nuclei attorno a cui la tradizione agglomera la vita e gli atti di molti; sono insomma la personificazione collettiva delle persone eminenti, giacchè il senso comune sta innanzi e sopra del senso individuale. Omero stesso, che dapprima egli avea accettato come un poeta cieco, le meditazioni successive lo _strascinarono_, lo _violentarono_ a crederlo un mito; non un poeta ma la poesia; nè mai fu superato, perchè non si supera l’ispirazione spontanea di tutto un popolo. Anche i sette re di Roma dissolve in caratteri politici, a ciascuno de’ quali il popolo appropriò gli effetti di lente rivoluzioni, come alle XII Tavole attribuì anche leggi plebee, ottenute assai più tardi col trionfo della democrazia.
Se le genti sono selvaggie da principio, svanisce il concetto dell’antichissima sapienza degl’Italiani: svanisce allorchè sia stabilito che le lingue son fatte dal popolo, non dai filosofi, nè Roma fu governata in origine da un senato di sapienti; talchè il Vico progredendo demolì di sua mano quell’edifizio, nel quale molti nostri, senza conoscerlo, idolatrano ancora la boria nazionale.
Sempre vedendo riscontri e similarità, il Vico credeva che, al par de’ Romani, tutti i popoli fosser passati per tre governi: monarchia aristocratica fondata sull’autorità divina; repubblica aristocratica; repubblica popolare, la quale riesce in monarchia popolare; adunque dall’uno si va ai pochi, dai pochi ai molti, dai molti all’uno.
Amplia questi teoremi, e l’incivilimento non è opera della filosofia, anzi essa col tempo scaturisce da quello; la storia positiva non può raccontare i primordj del genere umano, perchè precedettero ogni scrittura e monumento: ma se tutte le nazioni dalla barbarie giunsero all’equità, v’è una storia ideale, eterna, comune a tutte esse nazioni, le quali non sono che manifestazioni particolari, mentre colla storia ideale si ricostruiscono le civiltà delle singole nazioni, si trovano i primordj alle storie che ne mancano, si assorbiscono in leggi immortali di ragione i particolari fenomeni di Roma, d’Atene, di Sparta, degli uomini, de’ luoghi, de’ tempi. In essa storia il diritto si realizza, cominciando dalla violenza, poi mascherandola nelle formole solenni, ingentilendosi nelle finzioni che eludono queste, poi diventando equo, sempre sotto l’impulso prestabilito delle necessità e delle utilità, delle passioni e degl’interessi, dalla grotta ove il selvaggio rifugge dal fulmine, sin al trono su cui il popolo colloca, suo rappresentante, l’imperatore che livella il diritto.
Questa è dunque una _scienza nuova_ dell’intera umanità. La Provvidenza, che erasi fin allora dimostrata dalla meravigliosa architettura del mondo naturale, il Vico vuol riconoscerla pure nel mondo delle nazioni, non fatto dagli uomini ma da Dio stesso; tutto riducendo all’unità d’una Provvidenza divina, che informa e dà vita al mondo delle nazioni.
Scoperta colla meditazione questa storia ideale eterna, egli vi assetta tutti i fatti umani; ne’ quali, eliminate le particolarità di luoghi e di personaggi, sempre appare un eterno consiglio, che ordina le cose massime e le minime. Perocchè nelle sue manifestazioni la natura umana procede per certi principj comuni: gli elenchi della vita morale, cioè religione, giustizia, utilità, bello, filosofia, si collegano per esprimersi in certe forme di rapporti ne’ diversi stadj dell’umanità. Laonde mito, etimologia, tradizione, linguaggio si soccorrono per ispiegare l’attuamento del diritto nelle storie, e per chiarire che in tutte ricorrono i fatti della romana. L’erudizione non possedendo ancora dati bastanti per ismentirlo, lasciavagli campo a divinare sopra la mitologia, espressione lirica della storia primitiva, sopra il vocabolario, deposito delle conquiste della verità e del diritto, fatte sotto l’impulso della necessità; sicchè colla poesia ch’è la favella eroica, e colle frasi espresse per via di fatti, rilesse in tutti i popoli la storia di Roma. Quest’ultima fu conservata dalle leggi; delle altre sussiste qualche frammento appena, ma potranno ricostruirsi sull’analogia di quella; nè v’è tradizione ch’egli non si proponga di ricondurre alla sua preordinata storia romana.
A questo procedimento di tutte le nazioni, operanti egualmente in circostanze eguali, nella famiglia, nella città, nella nazione, s’opporrebbe la narrazione biblica. Il Vico, non osando rimpastarla, la rimove, riconoscendo nel popolo ebreo un andamento particolare e indiscutibile. Omero pure vi contraddice, cantando costumi corrotti, lunghi viaggi, divinità avvilite che non hanno a fare col patriziato romano. E il Vico per offrirne spiegazione ingrandisce la propria scienza, e scopre un’età divina, una eroica ed una umana; i caratteri doppii, ed i poeti d’età depravata che fanno se medesimi norma dell’universo, e che ai lontani paesi attribuiscono i nomi de’ proprj, supponendo viaggi assolutamente impossibili a quella rozzezza.
Nella civiltà greca come nella romana da principio fu adorata la Provvidenza, poi fantasticato, poi ragionato. Da qui il succedersi dell’età divina, dell’eroica, e dell’umana; ciascuna dotata d’idee e di linguaggi proprj. Vi corrispondono tre specie di costumi; religiosi, violenti, officiosi: tre giurisprudenze; la mistica, la prudente, che ripone il valore nella forma materiale della legge a quella attaccandosi per difesa, e l’umana: tre specie di lingue, di caratteri, di costumi, d’autorità; tre tempi, i religiosi, i puntigliosi, i civili; tre governi, divino, eroico, popolare libero sia monarchia o repubblica, dove però i cittadini son tutti eguali.
Via dunque dalla storia il caso; via l’onnipotenza dei grandi uomini; tutto essendo provvidenziale e prestabilito, non solo pel nostro ma pei _mondi infiniti possibili._ Glien’è riprova la barbarie rinnovata del medioevo, dove rinascono i simboli, il linguaggio figurato, le clientele, e un Omero della seconda inciviltà, com’egli arditamente qualifica quel Dante, che al Gravina era parso l’Omero di una seconda civiltà. Il mondo, che ripigliò l’antico corso, ricadrà quandochessia nella barbarie.
Benchè egli facesse tutt’uno la scienza e la bellezza, ammirasse i classici e lo stile storico _mezzo fra prosa e verso_, e fosse dai contemporanei lodato come umanista, si rinvolse in una forma scabra e intralciata, che nocque assai all’intenderlo[280]; oltre che una storia, la quale trova riscontro nella letteratura, nel linguaggio, nella geografia, nell’astronomia, nella cosmogonia, se poteva abbracciarsi da un potentissimo intelletto, non doveva trovarsi accessibile alle intelligenze normali. Pertanto i contemporanei nol capirono; e fu inteso sol quando altri già erano arrivati dove lui, e più innanzi.
Però, non che fosse un isolato fenomeno in mezzo ad un mondo troppo inferiore, egli si erudì nella sapienza del suo tempo; non distratto dalla Corte e dalla moda come i Francesi, non dagl’interessi politici come gl’Inglesi, meditava que’ libri che altri scorrono; confutò riverentemente Cartesio e Grozio, da cui dedusse l’astratta giustizia; forse il _Nuovo Organo_ di Bacone gli suggerì l’idea d’una scienza _nuova_; profittò del Gravina e del Sigonio, e sovrattutto del platonismo di Leibniz; e criticando il genio, genio si mostrò. Di que’ pochi ch’egli intitola _passi d’oro_, cioè verità quasi sfuggite agli antichi, sol una mente come la sua potette accorgersi, non che interpretarli e indurne leggi universali. Machiavelli, pensatore sì robusto, aveva accettato la storia di Livio come indubitabile e nel senso vulgare; il Boccalini, Annibale Scoti ed altri commentatori di Tacito non faceano che diluirne i potenti riflessi con languide parafrasi e spiegazioni che nulla insegnavano più dell’originale; Grozio, Sigonio, Gravina, non che i minori interpreti, nella legislazione romana vedeano meramente i fatti; mentre il Vico nella storia come nella giurisprudenza s’approfondisce da scopritore, nè altri mai radunò tante verità e principj nuovi, nè tanto valse nel convertire i fatti in idee senza smarrirsi in astrazioni.
Quell’erudizione, meravigliosa pe’ suoi tempi, fu mostrata monca dalle posteriori scoperte. Se avesse saputo che fra’ selvaggi il Dio è complice dei delitti, è l’avversario d’una civiltà che incatena gl’istinti, non avrebbe derivato la religione dallo sgomento. Dinotò gli sviluppi dell’umanità nelle formole del diritto romano, ma non avvertì ch’era tradizionale, anzichè spontanea; evoluzione, anzichè passaggio da barbarie a civiltà, attesochè il gran popolo sorgea di mezzo alle città italiche. Attribuisce la potenza di Roma alla sua situazione, eppure confessa che i popoli hanno senno e voglie quali l’educazione li dà. Alle origini dell’improvvisata sua società trasporta le cognizioni delle società già costituite, i bisogni di proprietà, di famiglia, di religione, di schiavitù. Al giudizio individuale di Cartesio surrogando il comune, non s’accorge che spesso l’errore domina intere generazioni, e i miglioramenti nascono da ragione individuale che precede la generale; sicchè il senso comune è l’espressione di uno stadio sociale, anzichè della verità e della ragione.
L’erudizione, che lo avea portato a tanta sublimità, fu pure la sua pietra d’inciampo, ritorcendolo verso il passato, fin a rinnegare diciassette secoli di progresso, e l’indefettibilità del cristianesimo, e la non più disputabile emancipazione dello schiavo: l’ammirazione delle passate gli tolse l’intelligenza delle età moderne, e lo persuase che il _ferreo mondo_ fosse in pieno decadimento: osservando declinare l’Italia dopo tanta floridezza, estese quest’esempio a tutta l’umanità, credendone inevitabile il precipitare dopo elevatasi, e le cause del deperimento universale cercò ne’ parziali eventi della nazione che dominava la sua. Il progresso delle scienze fisiche e la conoscenza maggiore del mondo vennero poi ad attestare che leggi dell’universo non sono quelle di Roma e di Grecia; le caute induzioni odierne provando la parentela delle favelle, negarono che le lingue nascessero spontanee ed isolate per uniforme conato della natura umana; le tante genti rimaste immobili nella primitiva selvatichezza, o moventi appena i primi passi nella via della civiltà, le nazioni stazionarie, fransero il circolo similare, entro cui egli avvolge inevitabilmente l’umanità, e chiarirono che il cattolicismo, l’affrancazione dell’uomo, le grandi scoperte impediscono di indietreggiare pei fatali ricorsi.
Eppure nel sublime sonnambulismo del genio, dominato da quella _melanconìa che dà grandezza_, fattosi interamente antico, _ficcò_ la filosofia nelle favole, e i deserti antestorici popolò coi figli de’ suoi pensieri, signoreggiando il presente e l’avvenire; e, suo merito supremo, innovando il metodo delle ricerche storiche, fu il primo ad architettare la storia come soggetta a una legge certa, ad un’eccelsa moralità, indipendente da nazioni e da tempo, e la cercò. Poco prima Bossuet vescovo di Meaux, nel _Discorso sulla storia universale_ avea dato una filosofia della storia, ponendole per centro il Calvario, quasi tutte le vicende del mondo fossero preordinate verso il Redentore venturo o venuto. Il Vico, che probabilmente non n’ebbe contezza, considerò le nazioni in sè, e i fatti come fasi della vita, sicchè ne coglieva soltanto ciò che valesse a mostrare la loro opportunità ai disegni di Dio. Trovò i tipi di ragione; enunciò le lingue far parte intima della storia civile; se in cercare nelle radici de’ vocaboli le radici dei pensieri errò sovente, aprì il calle a nobilissimi ardimenti, e divinò quel che altri poi scopersero; alla filologia ampio senso attribuì come meditazione della parola in quanto esprime il pensiero dei popoli, ed è interpretata dai fatti ben più che dai commentatori; avvertì la distinzione fra popolo e plebe: al famoso passo di Clemente Alessandrino sulla scrittura egizia diede l’interpretazione, di cui si gloriano i nostri contemporanei; sminuì le meraviglie cinesi, e presentì l’importanza delle genti scitiche; dettando alcuni canoni di ragione, mettendo in dubbio alcuni pregiudizj, posando molte quistioni e alcune snodando, scoprendo spesso, più spesso ponendo sulla via di scoprire, d’oltre un secolo prevenne gli ardimenti della critica e la creazione d’una storia ideale dell’umanità, dove i secoli passeggeri si contemplano nel lume dell’eterna Sapienza. La lotta dell’intelligenza colla necessità, dell’Oriente coll’Occidente, dell’uno col molteplice, l’objettivarsi dell’idea nella storia, la manifestazione dell’assoluto, le altre forme umanitarie di Schelling, di Hegel, di Fichte, di Cousin rientrano pur sempre nel concetto di Vico, liberato dall’umiliante corollario dell’inevitabile decadenza.
Non dimentichiamo che, disapprovando le oziose disquisizioni, il Vico disse la filosofia esser data «per intendere il vero e il degno di quel che dee l’uomo in vita operare»; e, a differenza dei tanti, rivolti solo ad esagerare la degradazione, sostenne che «la filosofia, per giovare al genere umano, dee sollevare e reggere l’uomo caduto e debole, non convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua corruzione».
CAPITOLO CLIX.
Scienze naturali e matematiche.
Meglio delle scienze morali furono coltivate le positive, il cui lustro redime dal decadimento delle lettere e del carattere nazionale.