Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 34
Venezia, intermedia all’Europa e al Levante e centro del commercio, era opportuna ad avere e comunicare le novità, onde introdusse i giornali politici, che dalla moneta che costavano si dissero _gazzette_. Dilataronsi, e il medico Renaudot imitolli in Francia nel 1631: crebbero anche in altre nazioni, ma Voltaire raccontava come una meraviglia che al suo tempo a Londra uscivano dodici fogli per settimana. Gianpaolo Marana genovese pubblicò a Parigi lo _Spione turco_, ove suppone che uno scrupoloso Musulmano travestito visiti la capitale di Francia dal 1635 all’82, e ne scriva a patrioti suoi di diverso grado. L’opera fu proseguita da varj, e i primi volumi tradotti in inglese, come dall’inglese in francese gli ultimi. È fondamentalmente falso il concetto di un Turco che scriva tanto; pure piacevano la seria indipendenza onde le ridicolaggini e frivolezze della nostra società erano giudicate da uomo che ne è fuori; e l’osservare da differente punto i casi, gli aneddoti, la politica, le quistioni teologiche e metafisiche d’allora.
Nel 1665 era comparso a Parigi il _Journal des savants_, cui tennero dietro il _Mercure galant_, poi i giornali di Trévoux e Verdun, che delle opere nuove davano un sunto, più che un giudizio. A loro imitazione Francesco Nazzari bergamasco nel 1668 cominciò a Roma il _Giornale dei letterati_, che interrotto al 79, fu ripigliato all’86 da Benedetto Bacchini di San Donnino, il quale lo stendeva quasi tutto da sè, quantunque di materie variatissime.
Allora si sentì l’importanza delle scritture vecchie; e Gian Pietro Puricelli compulsa gli archivj milanesi, e illustra _Ambrosianæ basilicæ monumenta_; Felice Osio, pur da Milano, mette fuori le cronache di Albertino Mussato, di Rolandino, dei Morena, dei Cortusj e d’altri; Camillo Pellegrino, molte riguardanti il regno di Napoli; Caruso Giambattista, che dagli scolastici erasi vôlto a Cartesio e Gassendi, ito a Parigi e conosciutivi i più famosi, dal Mabillon fu ispirato alle ricerche storiche, e le estese alla sua patria[267].
Tale uffizio venne insignemente applicato alla storia ecclesiastica, e principalmente dal Baronio (tom. X, pag. 550). Gli _Annali_ di esso furono commentati dal francescano Antonio Pagi, correggendone anno per anno gli svarj. Oderigo Rinaldi, trevisano dell’Oratorio, li continuò dal 1198 al 1565; poi lo compendiò con istile più corretto che allora non usasse. Anche le _Vite dei papi e cardinali_ del Ciacconio furono proseguite dal padre Agostino Oldoini e da Andrea Vittorelli. Il polacco Abramo Bzovio, venuto qui domenicano, continuò le vite dei papi e il Baronio[268], al quale possono servire d’introduzione gli _Annali del Vecchio Testamento_ del novarese Agostino Tornielli. La _Storia generale de’ Concilj_ di monsignor Marco Battaglini è prolissa di stile e inesatta di critica; come quella delle _Eresie_ del Bernini, figlio dello scultore. Ferdinando Ughelli, fiorentino cistercese, ordì la serie de’ vescovi d’Italia, divisi nelle ventisei sue provincie, accompagnandola di documenti. Il Mazarino gli mandò un ricco oriuolo, ed eccitò i Francesi ad imitarlo nella _Gallia Christiana_, di cui il primo volume comparve dodici anni dopo l’Ughelli. Niccolò Coleti veneziano lo continuò fino al 1733; Rocco Pirro v’aggiunse la _Sicilia sacra_; Cesare Caraccolo la _Napoli sacra_. Appena merita essere nominato il _Mare oceano di tutte le religioni del mondo_ di Silvestro Maurolico (Messina 1613).
Ad Enrico Noris di Verona, agostiniano, per la _Storia del Pelagianismo_, i Gesuiti mossero scandaloso litigio, come inciampasse negli errori correnti intorno alla Grazia; ma Roma lo sostenne, e Cosmo III granduca lo chiamò a dettare storia ecclesiastica a Pisa, ove illustrò i cenotafj di Cajo e Lucio figli di Vipsanio Agrippa, le origini della colonia pisana; poi le êre di alcune città dell’Asia; Innocenzo XII il volle custode della biblioteca Vaticana, poi cardinale: scrisse la storia dei Donatisti e quella delle Investiture. Anselmo Banduri Benedettino raguseo, educato e dimorato sempre in Italia, pubblicò molte opere sulla storia ecclesiastica, l’_Imperium orientale_, i _Numismata imperatorum romanorum_.
Il padre Fortunato Scacchi d’Ancona scrisse intorno agli olj (_Sacrorum oleochrismatum myrothecium sacroprofanum,_ 1625); alle epistole ecclesiastiche (1612) e alle concioni sacre (1618) Ottavio Ferrari; ad altri punti di liturgia il Galanti di Monza, Andrea Vittorelli bassanese. Gian Macario fece una _Hagioglypta_ sulle pitture e sculture cristiane, edita appena testè. Il cardinale Querini produsse libri liturgici greci; Alessandro Zuccagni dalla Vaticana trasse documenti sulle prime età della Chiesa; e Giovanni Bona da Mondovì cistercese (-1674), priore d’Asti, poi cardinale, elaborò l’insigne opera _Rerum liturgicarum_, la _Divina psalmodia_, spiegazione dell’uffizio con curiose ricerche sul significato, e i _Principi della vita cristiana_, libro paragonato all’_Imitazione di Cristo_. Giuseppe Maria Tommasi, figlio del duca di Palma e principe di Lampedusa, aveva tre sorelle e uno zio monaci; egli pure si fece teatino e salì cardinale; e studiate le lingue orientali sotto l’ebreo Mosè di Cavi, trovò molte rarità liturgiche (_Codices Sacramentorum nongentis annis vetustiores_, 1680), responsoriali e antifonarj; e per la sua grande carità meritò d’essere beatificato. Anche Clemente Galano di Sorrento, che durò dodici anni in Armenia missionando e cercando documenti storici, stampò la _Conciliazione_ di quella Chiesa colla romana, in latino e in armeno. Giovan Giustino Ciampini romano (-1698) fondò un’accademia per la storia ecclesiastica, poi un’altra per le scienze naturali, sotto gli auspizj della regina Cristina; raccolse ricca biblioteca e statue e anticaglie e lasciò dissertazioni troppe perchè possano essere di gran merito; fra cui primeggiano quella dei _Sacri edifizj di Costantino_, e i _Vetera monumenta_, dando l’origine delle prime chiese, il modo ond’erano costruite e ornate di musaici, e se da principio si adoperasse il pane azimo, quistione per la quale già si erano battuti il Bona e il Mabillon; esaminò pure il _Libro pontificale_ e le _Vite dei papi_ d’Anastasio Bibliotecario.
Giannantonio Viperano messinese, vescovo di Giovenazzo, avea sin dal 1569 stampato _De scribenda historia_ con buoni precetti; poi il ferrarese Ducci nel 1604 un’_Ars historica_, di cui è poco meno che traduzione l’_Arte storica_ di Agostino Mascardi da Sarzana (1630), tanto encomiato dal Tiraboschi. Ne vuole lo stile più elevato che nel genere deliberativo; e poichè le guerre ne sono principale ingrediente, non s’impicciolisca la tragedia con minuzie di racconti nè di cronologia o geografia. Chiede la verità, ma con molti riguardi ai grandi, ai quali è vero che intima, come unico modo d’ottenere indulgenza dalla storia, l’esser buoni. Poco fida in chi espone i fatti proprj; ma vorrebbe lo storico filosofo, versato nella scienza sociale, e degno d’esercitare le arti educatrici dei popoli, che sono pittura, poesia, istruzione morale e storia. Approva le arringhe, come tutti i retori suoi pari, ma purchè condotte dal soggetto. La _dicitura istoriale_ vorrebbe tale che conservasse le immagini non le finzioni, l’armonia non la misura della poesia.
Anzi che ai precetti di lui e ancor meno agli esempj che diede nella _Congiura di Fiesco_, chi vuol farsi a quest’arte, ricorrerà agli storici stessi, e più agli uomini.
Antodio Possevino (1534-1611) nella _Bibliotheca selecta_ esibisce una specie d’enciclopedia col metodo per istudiare ciascuna scienza, e i canoni principali, e un giudizio spesso assennato degli scrittori di esse. La compie l’_Apparatus sacer_, catalogo ragionato di ben seimila autori di cose ecclesiastiche con molti manoscritti. Era da Mantova; dopo servito nelle Corti entrò gesuita, e fu adoperato negli affari, massime contro i Protestanti del Nord; e la sua descrizione della Moscovia (1586) è il primo libro che c’introduca in quella ancor segregata nazione (tom. X, pag. 471).
Il _Mappamondo istorico_ del gesuita Antonio Foresti (Parma 1690) vuol menzionarsi come il primo tentativo d’una storia universale: sei volumi pubblicò egli; n’aggiunse quattro Apostolo Zeno, trattando dell’Inghilterra, Scozia, Svezia, Danimarca, Holstein, Gheldria; nell’undecimo Domenico Suarez discorse dei califfi; nel duodecimo, Silvio Grandi della Cina.
Altri de’ nostri si occuparono di paesi forestieri. Antonmaria Graziani da Borgo San Sepolcro col cardinale Commendone per venticinque anni girò la Germania e la Polonia, fu fatto segretario da Sisto V, da Clemente VIII vescovo d’Amelia; ed oltre la guerra di Cipro, espose (_De scriptis invita Minerva_) i viaggi di Luigi suo fratello per tutta Europa, in Palestina, in Egitto, informando degli eventi e dei costumi di quei paesi; indi i fatti proprj, ove assai ragiona della Polonia. Pel qual paese combattendo, Alessandro Guagnini veronese vi ottenne l’indigenato; e scrisse _Rerum Polonicarum libri tres_, opera capitale per lo stile e pei fatti. Il gesuita Pietro Maffei da Bergamo, ad istanza del principe Enrico di Portogallo, descrisse le cose delle Indie Orientali in purgatissimo latino. Gianfrancesco Abela illustrò con molta erudizione Malta nel 1647. Gualdo Priorato vicentino, esercitatosi a lungo nelle guerre di Germania, poi in diplomazia, titolato istoriografo da Leopoldo I, scrisse le storie di Ferdinando II e III, del Waldstein, del Mazarino, de’ principi di Savoja; tutto boria e passione. Girolamo Falletti ferrarese (_De bello sicambrico_) narrò le guerre di Carlo V coi Francesi ne’ Paesi Bassi, contro la lega Smalcaldica.
Il cardinale Guido Bentivoglio ferrarese (1579-1644) col fasto e colla generosità erasi caricato di debiti, per ispegnere i quali non esitò a vendere il proprio palazzo e restringere il trattamento. Nunzio apostolico ne’ Paesi Bassi per nove anni, ne raccontò le guerre in un italiano nè fino nè grazioso, con zeppe inutili, frasi scolorite, andamento simmetrico, armonia da martello, alla quale sagrifica e la schiettezza e la brevità: le poche volte che aspira ad ingegno, cade in antitesi e concettose insulsaggini. Ma le sue memorie, e le relazioni delle Corti di Fiandra e di Francia sono preziose, e ben caratterizza gli uomini; quantunque, forse pel proposito di mostrarsi imparziale, restasse alla superficie, dilettandosi nella parte più vana della storia, la descrizione dei fatti d’armi. E solo per questi sono pregevoli i sei libri delle guerre di Fiandra di Pompeo Giustiniani (1609); mentre debolissimamente e in compendio le descrisse don Francesco Lanario, figlio del duca di Carpi (1615), che, quantunque soldato, non assistè alle imprese. Guglielmo Dondini bolognese, gesuita, latineggiò le imprese di Alessandro Farnese: ma per le cose belgiche ottiene maggior rinomo il padre Famiano Strada romano (1573-1649). Ebbe moltissimi documenti dal gabinetto di Madrid, ma ignora ciò che concerne i Protestanti; digiuno di politica e d’arte militare, vi supplisce con morale retta ma generica, siccome in libro destinato alle scuole. Ammiratore di Livio, lo sorpassa in prolissità, digredisce ogni tratto su che che gli capita, onde il Bentivoglio diceva che il «difetto dello Strada è l’uscir di strada». Vero è che con queste digressioni ci conservò molte particolarità sopra i personaggi da lui descritti. Compì due sole decadi; e dal 1590 al 1609 lo continuò l’altro gesuita Angelo Galluccio di Macerata[269].
Gaspare Scioppio, autore di una _Grammatica philosophica_, in rotta coi Protestanti che aveva lasciati, coi Gesuiti cui non voleva aderire, co’ letterati che censurava, avventò contro lo Strada l’_Infamia Famiani_, notandovi molte voci barbare, le quali del resto l’offendevano anche ne’ più purgati, nel Manuzio, nel Maffei. Però di gran cognizione del latino diè prove esso Strada nelle _Prolusiones_, precetti ed esempj di retorica, dove, fra altri esperimenti, recasi al difficilissimo di fingere un’accademia, in cui alquanti famosi del secolo precedente recitassero ciascuno un componimento, contraffacendo alcuno dei maggiori poeti latini; e da Giano Parrasi è rifatto Lucano, dal Bembo Lucrezio, dal Castiglione Claudiano, da Ercole Strozzi Ovidio, da Andrea Navagero Virgilio; mentre il Querno, «istromento d’erudita voluttà» a Leon X, improvvisa strambezze. Comunque sia riuscito, vuolsi stupenda dimestichezza coi classici per pretendere di contraffare ciascuno.
Il padovano Davila (1576-1631) trasse i nomi di Enrico Caterino dal re e dalla regina di Francia che aveano beneficato suo padre dopo che i Turchi l’ebbero espulso da Cipro dond’era connestabile. Coll’arte e sovente collo spirito degli antichi, e con fino occhio e savia disposizione descrive le guerre civili di Francia, cui prese parte; esatto nei fatti, cognito dei luoghi, de’ costumi, del carattere, non allucinato dalle ipocrisie solite ai partiti; realista più che cattolico, e apologista di Caterina de’ Medici, la politica considera come un giuoco di forti e di furbi, e la strage del San Bartolomeo riprova solo in quanto non raggiunse lo scopo. Dissero che conviene diffidare del Davila quando loda la Corte, e del De Thou quando la biasima. Scarso di lingua, senza testura di periodo, scrive con abbandono prolisso, minuzioso come chi s’avvezzò ad osservare nelle anticamere. Offeso in parole da Tommaso Stigliani, letterato di Parma, lo sfida e passa fuor fuori; allora entra al soldo de’ Veneziani, pei quali guerreggia in Levante; poi va governatore di Brescia, ove dà fuori la sua opera; e poco stante, mentre passava a governare Crema, è per istrada assassinato.
Eccellenti materiali alla storia sono i ragguagli degli ambasciatori, di cui larga messe offre l’Italia, e principalmente Venezia e Firenze; semplici con gravità, fermi di giudizio siccome di persone abituate, e valutando i tempi senza le idee preconcette degli storici.
Non pari all’aspettazione riescono i frutti de’ viaggi. Cosimo Brunetti fiorentino e Giambattista e Girolamo Vecchietti da Cosenza viaggiarono e osservarono, ma non resero pubbliche le relazioni loro. Pier della Valle romano dopo il 1614 descrisse Turchia, Persia, India in lettere prolisse e vanitose, e indulgendole; ma forma eruditi confronti, e appoggiasi a monumenti. Scipione Amato romano giureconsulto diè la storia del Giappone, ov’era penetrato come segretario d’ambasciadore. Ercole Zani bolognese, partito il 1669 per un lungo viaggio, di cui fu pubblicata postuma la relazione, trovò a Mosca molti Italiani, principalmente occupati a fabbricar vetri. Francesco Gemelli Carreri napoletano compì per terra il _giro del mondo_ nel 1698, e la sua relazione, disposta con metodo, fu tradotta in diverse lingue. Non conosceva gli idiomi de’ paesi che visitò, adagiavasi talora alle relazioni altrui, fossero pure d’un missionario che gli parlasse d’uomini colla coda; e s’anche è vero che diè come veduto ciò che aveva solo udito, le recenti indagini gli tornano credito sopra molte particolarità[270]; e mentre alcuni leggermente asserirono ch’e’ non fosse mai uscito di Napoli, Humboldt riconosce che non poteva se non vedendoli aver descritto i paesi da esso Humboldt pure veduti, e massime le Filippine e il Messico.
Livio Sanuto veneziano aspirò ad essere il Tolomeo della sua età, «inventò strumenti per precisare le osservazioni astronomiche, lesse viaggiatori, storici, diarj per ridurre più esatte le carte, e pubblicò la _Geografia_ in dodici libri (1588), dividendo la terra ne’ tre continenti Tolemaico, Atlantico e Australia; ma non compì l’opera. Importa soprattutto la descrizione dell’Africa; e non crede ancora inutile allungarsi nel provare che il Messico non è il Catajo. Il padre Vincenzo Coronelli, scrittore di libri a profluvio, fu chiamato a Parigi a far due globi del diametro di dodici piedi, più famosi per le iscrizioni onde gli ornò a lode di Luigi XIV.
Il gesuita Giambattista Riccioli da Ferrara (1598-1671) nella _Geographa et hydrographa reformata_ propostosi, di far meglio de’ vecchi, cominciò dal comparare le varie misure, facendosene mandare i tipi da’ suoi confratelli di tutto il mondo; ma avendoli riferiti all’antico piede romano, non ben accertato, la sua fatica perdette valore. Tentò una misura della terra, con metodi che allora non poteano riuscire a precisione, attese le illusioni della rifrazione orizzontale. La sua geografia contiene da duemila settecento posizioni, nelle cui longitudini non erra più di otto gradi; sicchè è ciancia che Delisle[271] abbia accorciato di trecento leghe il Mediterraneo e di cinquecento l’Asia, mentre quarant’anni prima il Riccioli da mille ducensessanta leghe avea ridotto il Mediterraneo a ottocentottantadue, cioè solo quarantacinque più d’adesso. Volle anche riformare la cronologia, ed espose le particolari de’ diversi popoli; fin settanta sistemi esamina intorno all’anno della nascita di Cristo, preferendo il 5634, secondo i LXX; poi forma una cronaca de’ principali avvenimenti del mondo, dalla creazione fino al 1668, e le tavole cronologiche dei regnanti, dei concilj, delle eresie. Nè egli però, nè il Vecchietti _De anno primitivo_, nè Leone Allacci _De mensura temporum_ raggiunsero il merito cronologico di Petau o di Scaligero.
La letteratura orientale fu coltivata al solo oggetto degli studj biblici. Frà Mario da Galusio negli Abruzzi, oltre la grammatica e il dizionario ebraici, fece le _Concordanze bibliche_, stampate postume (1621) a spesa di Paolo V, attenendosi al metodo dal rabbino Isacco Natsan seguito nell’opera simile stampata a Venezia il 1524, correggendone molti svarj, e indicando identica la radice d’alcune voci ebraiche e d’altre lingue orientali.
Giambattista Raimondi cremonese nel lungo soggiorno in Asia acquistò famigliarità con quelle lingue, e il cardinale Ferdinando Medici lo prepose alla stamperia sua, dove con quattro caratteri arabi si stamparono nel 1591 gli Evangeli, nel 92 la _Geografia_ d’Edrisi, nel 93 l’Avicenna, nel 94 l’Euclide, stampe di gran lunga le più belle che mai si fossero vedute. Metteva in ordine tutti i libri orientali che venivano mandati a Roma; preparò una grammatica araba e una Bibbia poliglotta, interrotta allorchè Ferdinando divenne duca.
Filippo Sassetti, colto mercante fiorentino, pieno d’allusioni ai poeti e alla storia patria, viaggiò alle Indie fra il 1578 e l’88, e descrisse que’ paesi in buone lettere, piene di utili notizie, sebbene egli pure credesse alle virtù misteriose dei corpi[272]: molte volte discorre dell’ananas, e fu il primo che all’Europa desse notizia del sanscrito, e vi trovasse somiglianza coi parlari nostri[273]. In quella lingua fu sì dotto il missionario Roberto Nobili, che gli si attribuì la contraffazione dei libri vedici. Il padre Paolino, austriaco di patria (Gianfilippo Werdin di Hoff), italiano d’adozione, negava l’esistenza dei Veda, appoggiato all’opinione di Marco della Tomba, erudito delle cose sanscrite. Basilio Brollo, nato il 1648 a Glemona nel Friuli, vestitosi minor osservante, partì missionario il 1680, e venuto nel Siam, si diè a studiar il cinese: da Clemente IX nominato vicario apostolico dello Scen-si, vi moriva nel 1704[274]. Appianò la via allo studio scientifico del cinese.
Francesco Negri da Ravenna, detto padre dei poveri e protettore degli orfanelli, indusse il papa e il cardinal Rasponi a fondare l’ospizio de’ Catecumeni; e dalla lettura di Olao Magno invogliato a cercar le terre più boreali d’Europa, nel 1666 giunse fino al capo Nord, a traverso pericoli, che allora erano a cento doppj; e ne scrisse otto lettere, stampate postume, con particolarità vere di storia, natura e politica, non infelice dizione, correggendo sbagli altrui. Eppure a’ dì nostri un Italiano vantò essere stato il primo che vedesse cotesta parte estrema, ma lasciò gran sospetto di non esservi stato che in sogno. Il Negri fu curato di Santa Maria _in Cœlo eo_, dove al Montfaucon che visitollo mostrò un rosajo, al cui rezzo poteano stare quaranta persone.
Applicandosi all’antiquarja, l’erudizione peccava ancora di minuzie, pure migliorò di accorgimenti; e se nel secolo innanzi erasi creduto ad Annio da Viterbo, or furono presto convinti di menzogna gli _Etruscarum antiquitatum fragmenta_, pubblicati il 1632 da Curzio Inghirami, ingannato o ingannatore. Gian Domenico Bértoli da Udine nel 1676 illustrò le antichità d’Aquileja, ch’egli primo raccolse e salvò dall’essere usate a fabbriche o a fornaci. Lazzaro Agostino Cotta d’Orta fece il museo Novarese (1719), la descrizione del lago Maggiore e altre opere di bastante erudizione, giovandosi della biblioteca Ambrosiana.
La numismatica alla storia applicò Filippo Paruta nella _Sicilia descritta con medaglie_ (1612), opera da altri accresciuta, e più dal Torremuzza. Vincenzo Mirabella dichiarò la pianta di Siracusa antica, e Prospero Parisio i più rari numismi della Magna Grecia.
Altri si fissarono sulle iscrizioni relative a ciascun paese, quantunque la scarsa critica traesse in errori, che poi a fidanza ricopiavansi dai successivi[275]. Rafaele Fabretti da Urbino (1618-1700), in Ispagna auditore del nunzio, si rassodò negli studj classici; conobbe i dotti del tempo, Ménage, Montfaucon, Hardouin, Mabillon; e tornato a Roma con ricco impiego, dissertò sulle acque e sugli acquedotti romani, monumenti che offrono tanta meraviglia ai curiosi, quanti problemi ai dotti. Sotto ai begli intagli della colonna Trajana del Bartoli avea posato descrizioni il Bellori, piene di sbagli non meno della illustrazione latina dello spagnuolo Chaccon. Il Fabretti correggendo e supplendo faceva una delle più dotte e savie opere di archeologia intorno a quella colonna (1683), e fu de’ primi a comparare colle immagini d’altri monumenti per indurne il carattere e la significazione. Di questi paragoni coi monumenti e colle loro descrizioni si valse pure nell’illustrare la _Tavola iliaca_ del Campidoglio. Gran numero di epigrafi nuove avea egli trascritte girando per la campagna di Roma con un cavallo, il quale avea contratto l’abitudine di fermarsi dovunque apparisse un’anticaglia. Il cardinale Carpegna poi gli aveva affidato l’ispezione sopra le catacombe, e gli donava tutte le iscrizioni che ne uscissero. Ne fregiò esso la propria casa, molte altre ne comprò, sempre favorito dai pontefici Innocenzo XI, Alessandro VIII, Innocenzo XII.
Frutto di tali studj e ricerche egli pubblicò quattrocentrenta iscrizioni in otto classi; ma nell’occasione d’illustrarle ne diè fuori quattromila seicento con erudite e sobrie note. È la prima raccolta non riboccante di spurie, e disposte in modo da sussidiarsi a vicenda, e con quella correzione tipografica che è di suprema importanza in tale materia. Il Gronovio, del quale rivelò molti sbagli, rispose acerbamente, e n’ebbe un ripicchio altrettanto scortese.
Roma fu sempre il campo delle maggiori indagini, e colà il Falconieri compilò le _Inscriptiones athleticæ;_ Padova fu illustrata da Lorenzo Pignoria, uno de’ più estesi eruditi, che tentò alzare il velo de’ geroglifici egizj e spiegare la _Tavola isiaca_[276]. Degli illustratori di qualche parziale antichità i più scaddero di senso dopo le recenti scoperte.