Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 32
I nostri ammiravano, e imitavano chi l’uno chi l’altro. Giambattista Vico, che prese le mosse dal criticare Cartesio pur ammirandolo, riflette sagacemente che l’assioma _io penso, dunque sono_ prova soltanto il fenomeno; e il fenomeno non è già negato dagli scettici, bensì la realtà di esso; nè questi dubitano della coscienza, bensì della sua validità (_De nostri temporis studiorum ratione_, 1708). Conchiude che non il metodo ma il genio elevò Cartesio a tant’altezza: l’erudizione vi trapela di mezzo all’affettata aridità della sua ragione, come, nel mentre abolisce il passato, lascia scorgere quanto meditasse su questo.
Michelangelo Fardella siciliano (1650-1718), dall’_analisi divina_ di Cartesio in molti punti si scostava, e nominatamente sulla certezza, credendo tutt’altro che dimostrata l’esistenza del mondo esteriore: ma all’idealismo di Malebranche opponeva il suo stesso argomento; l’esistenza del mondo esteriore non potersi dimostrare altrimenti che per la rivelazione. Credeva le idee fossero la percezion delle cose, ma ne ammetteva alcune innate, che però non erano immagini della mente, bensì una disposizione di questa ad eccitarle senza impulso esterno. Ma poichè prendeva come unica sostanza l’ente infinito, del quale gli altri non erano che manifestazioni, come sottrarsi al panteismo? Se non che di Cartesio e di Malebranche adottava i sistemi solo in quanto convenissero colla dottrina di sant’Agostino, cui mostravasi devotissimo.
Più francamente predicò il cartesianismo Tommaso Campailla di Modìca (1668-1740) nel suo poema filosofico l’_Adamo_, onde fu detto il Lucrezio cristiano.
A Napoli l’Accademia degli Investiganti, protetta dal marchese d’Aversa, scosse il giogo d’Aristotele, s’innamorò di Gassendi, della filosofia atomistica d’Epicuro e di Lucrezio Caro, benchè facesse riserve per le credenze cattoliche. Dappoi il famoso medico Tommaso Cornelio vi fece conoscere Cartesio, e questo divenne moda; applicandosi piuttosto alle cose naturali, pigliando per solo criterio l’esperienza del senso esterno ed interno. L’idealità soccombeva dunque al sensismo, del che sbigottiti i monaci, li denunziarono come pericolosi all’Inquisizione di Roma, la quale avviò alcuni processi; ma l’autorità non solo si oppose, ma tolse a quella la facoltà di processare nel regno (1692). Giambattista De Benedictis, gesuita di Lecce, nelle _Lettere apologetiche in difesa della teologia scolastica e della filosofia peripatetica_, flagellò i filosofi nuovi, e principalmente i napoletani Tommaso Cornelio, Leonardo da Capua, Francesco d’Andrea, Aurelio di Gennaro, Nicolò Cirillo, i quali gli risposero. Elia Astorini da Cosenza carmelitano, che dal peripato passò alla filosofia nuova, fu inquisito per mago od eretico; onde fuggì a Zurigo, poi a Basilea, e in varie scuole della Germania cerco e onorato: ma visto que’ professori di teologia combattersi e scomunicarsi un l’altro, si persuase non darsi riposo che nell’unità cattolica, onde contro Luterani e Calvinisti scrisse con erudizione e solidi ragionamenti; e assolto fu mandato a predicare a Firenze e a Pisa, dove lesse matematica; poi a Roma; infine stracco da nuove persecuzioni, si concentrò nella vita studiosa. Paolo Mattia Doria, ne’ discorsi filosofico-critici, additò per quali ragioni fosse dalla cartesiana tornato alla dottrina platonica, e contro Francesco Maria Spinelli difese l’ideale metafisica antica. Tommaso Rossi ricondusse la fede ad accordarsi colla scienza.
Anche nelle scienze più favorite come le teologiche, lo stesso indulgente Tiraboschi confessa non avervi un moralista di polso, non uno che degnamente combattesse nella quistione della Grazia, che empiè di garriti la Francia. Ippolito Maracci (-1765) dedicò tutte le sue fatiche alla beata Vergine; nella _Biblioteca Mariana_ informò di più di tremila scrittori sopra gli attributi di Maria. Luigi suo fratello tradusse il Corano con ampj commenti e con esili confutazioni. Stefano Menochio pavese gesuita fece un buon _Commento di tutta la sacra Scrittura_, più volte ristampato, e _Trattenimenti eruditi_ su molti punti di storia sacra. Vincenzo Gotti bolognese (-1655), domenicano e cardinale, in dieci volumi dimostrò la verità del cristianesimo contro Atei, Pagani, Ebrei, Maomettani. Il padre Domenico Gravina di Napoli, oltre difendere la Chiesa contro Marcantonio de Dominis, fece le _Catholicæ præscriptiones adversus omnes veteres et nostri temporis hæreticos_ (1619). Il padre Francesco Brancati napoletano (-1693) dettò molte opere teologiche, e sull’uso della cioccolata, sulla giurisdizione del Sant’Uffizio, e massime sulla predestinazione, professandosi fedele a sant’Agostino.
La morale fu applicata anche all’intera società, nella scienza civile cercando le norme, le cause, la legalità de’ mutamenti che si vedevano.
Il diritto pubblico non si considerò più come semplice custode del diritto privato, e l’elemento morale se ne elaborava con maggior cura che il materiale e meccanico, pur volendo sottrarlo ai concetti metafisici. Il diritto internazionale, dapprima ragionato su casi teologici, sulle analogie del diritto positivo e locale, sulle consuetudini, gli esempj e qualche reminiscenza antica, come il gius feciale, allora si costituì sopra un’equità più larga, si riconobbero diritti al nemico e una ragione legittima, anzi che il fatto d’una conquista anticristiana.
L’uso di tener ambasciadori fissi nelle Corti straniere fu ignoto al medioevo, quando politica internazionale non può dirsi esistesse, mancando fin l’idea di nazione. Occorrendo, spedivansi oratori o nunzj, ai quali soleano darsi le spese e regali e privilegi. Venezia, a cui metteva capo tutta la politica d’Italia, e in parte anche quella de’ forestieri, teneva e mandava sempre gran numero di ambasciadori: ma quando la politica s’avviluppò, e quelli crebbero a dismisura e si resero stabili, al 5 gennajo 1529 nel maggior Consiglio si prese parte, che, dovendo provvedersi a riparare con risparmj alle tante spese, si cesserebbe dal dare cosa alcuna nè in dono nè in uso ad ambasciadori, non l’affitto e le masserizie delle case, non addobbi, nè barca, nè esenzione di dazj, nè denaro sotto qual fosse titolo: al loro arrivo si potrebbe spendere da cinquanta ducati in una cena e in un presente di confezioni, e alla partenza un dono non maggiore di cinquecento ducati per ambasciadori di teste coronate, e ducento per gli altri. L’appaltatore del vino, che era dapprima obbligato a somministrarne al pubblico ducento anfore per uso d’essi ambasciadori, d’or innanzi pagherebbe in quella vece cinquecento ducati all’uffizio delle Ragion vecchie. Però in quel secolo si trascorse di molto quel segno, ricevendo pomposissimamente gli ambasciadori e donandoli riccamente; si permise loro d’introdur da Fusina certa quantità di pane senza dazio, poi altre licenze, che divennero coperta del contrabbando, sinchè non furono abolite: pure il pretenderle recò gravissimi disturbi alla Signoria[255]. Dilatatosi l’uso degli ambasciadori, l’arte ne fu ridotta a teorie; e Carlo Pasquali da Cuneo, che servì utilmente la Francia col nome di Pascal, stampò il _Legatus_, primo libro ove si trattassero i doveri e le attribuzioni degli ambasciadori.
Alberico Gentile, della marca d’Ancona (1551-1611), protestante (tom. X, pag. 407), professando a Oxford preferisce i legisti antichi, disapprovando l’Alciato d’aver tratto partito dalla cognizione dell’antichità, della storia, delle lingue; ma se si guardi all’eleganza, all’erudizione, agli altri meriti di lui, congeneri a quelli del criticato, può supporsi che satiricamente avesse voluto fingere un elogio all’ignoranza dei giurisperiti; non si limitò al diritto romano, ma indagava la giurisdizione naturale; mostrava l’importanza e santità delle ambascerie (_De legationibus_), che non devono essere impedite da differenza di religione, che le azioni civili contro i ministri pubblici possono essere deferite ai tribunali ordinarj. Con questo ed altri libri (_De potestate regis absoluta, De vi civium in regem semper injusta_) fondò la scuola del diritto pubblico; fu il primo a librare sistematicamente il diritto delle genti in guerra (_De jure belli_). Vuole si osservi la parola, disapprovando e Carlo V e Luigi XII; i patti d’alleanza giudica non _stricti juris_, ma _bonæ fidei_.
Il suo libro suggerì forse il concetto, certo l’ordine a Ugo Grozio (-1646), il quale restaurò il diritto naturale, ben distinto dalla morale e dalla politica, deducendolo dall’istinto sociale, e fondandolo, non più su cause mistiche, sul gius feudale, sulle costumanze della cavalleria, sui temperamenti ecclesiastici, ma sull’autorità mediante una dottrina etica universale, dove però si confondeano elementi che poi furono distinti. Hobbes e Spinosa invece ridussero egoistica la morale privata e la pubblica. Il mediocre Puffendorf (-1694) cercò discernere la ragione dalla rivelazione, e dedurre il governo civile dalle famiglie primitive. Ma la riscossa cattolica si sentì pure nelle teorie sociali, e qualunque fossero i fatti, non si ostentava più nelle dottrine la colpevole indifferenza tra il bene e il male, tra il vizio e la virtù, in cui s’erano avvolti storici e politici del secolo passato, come Guicciardini e Machiavelli.
Donato Giannotti, succeduto a quest’ultimo per secretario della Repubblica fiorentina, ne analizzò il governo, e la incalorì contro i Medici; con senno e con dignità posata e colta esaminò la repubblica di Venezia meglio che non avesse fatto Marcantonio Sabellico, e la paragonava a una piramide, di cui erano base il granconsiglio, mezzo i pregadi e il collegio, vertice il principe, e sperava vivrebbe «qualche secolo, se non per altro, per insegnare alle città d’Italia come elle si hanno a governare se da tiranni non vogliono essere oppresse». Il cardinale Gaspare Contarini ammirò pure Venezia ma da un altro aspetto, applicandole i canoni degli antichi, proclamando la legge come la cosa più vicina alla divinità, e lodando le costituzioni miste.
Paolo Paruta veneto (1540-98) vagheggiava soprattutto la libertà, tolta la quale, «ogni altro bene è pur nulla; anzi la stessa virtù si rimane oziosa e di poco pregio... principale condizione nell’uomo che abbia a divenir felice, parmi il nascere e vivere in città libera»[256]; sgomentava dal fidarsi a tiranni, e «chi commette il governo della città alla legge, lo raccomanda quasi ad un Dio...; chi lo dà in mano all’uomo lo lascia in potere d’una fiera bestia». Nei _Discorsi politici_, se non arguto e vigoroso, si mostrò abbastanza franco nel giudicare de’ Romani e de’ contemporanei; sotto quella rusticità si riscontrano idee, delle quali è dato merito a Montesquieu. Più che i fatti di Roma lodando la prudenza di Venezia, non che volere l’ampliamento degli Stati mediante la conquista, come il Machiavelli, cerca la conservazione e la difesa; anzichè, come lui, disperare de’ popoli moderni, li crede capaci di gran fatti, quali ne compirono Carlo V e Solimano. Di politici avvenimenti sparse anche la sua _Storia veneta_, scritta bensì al soldo della Repubblica, ma da uom pratico, e colle particolarità e le applicazioni di cui è digiuno il Bembo, e sottoponendo i fatti parziali a idee generali. Più francamente descrisse la guerra coi Turchi, ch’è veramente l’epopea di quella riazione cattolica, della quale il Paruta stesso risentì, come appare da un _Soliloquio_ sopra la propria vita, confessione delle interne tempeste.
La repubblica di Genova fu analizzata da Uberto Foglietta, cui non pareva libertà quella donatale dal Doria, ma voleva che nobili e cittadini fossero eguali in faccia alla legge, senz’altra distinzione che del merito, della virtù e de’ servigi prestati. Cosimo Bartoli ne’ _Discorsi istorici universali_ pende ai Medici, i quali fecero ogni opera per cattivarselo; e ancor più apertamente Giambattista Guarini sostiene l’autorità principesca. Nel _Discorso de’ governi civili_ Sebastiano Erizzo palesa miglior conoscenza dei libri che degli uomini; nè gravità istruttiva mostrano Bartolomeo Cavalcanti _Delle repubbliche e delle spezie di esse_, e Francesco Sansovino _Del governo de’ regni e delle repubbliche_.
E a centinaja sono a numerare gli scrittori di politica e di ragion di Stato in quell’età, sotto i nomi di _Tesoro politico_, di _Principe regnante_, di _Segretario_, di _Chiave del gabinetto_, di _Ambasciadore_. Si fan maestri al principe regnante, al principe deliberante, al principe ecclesiastico; al ministro, al segretario, raccogliendo una folla di precetti ed esempj dagli antichi e alcuni dalla propria esperienza, vulgari nel fondo, e rivolti all’intrigo, al riuscire, all’assonnare la coscienza sui mezzi mediante la bontà del fine: spesso volgonsi a privati, insegnando l’arte di adular con accortezza, di dire servilità con apparenza di rustica franchezza e sin di censura; di dar pareri convenienti al tempo e alle persone; di sollecitar favori al momento e all’umore opportuno; di scegliersi amici e confidenti utili o di divenirlo a chi è utile; di corteggiar il potente, sia esso un principe o un arruffapopolo, chè l’uno e gli altri han del pari piacentieri e turcimanni. Tutti pieni di prevenzioni, tutti raccomandano come arte suprema la secretezza, non ostentano più l’immoralità come Machiavelli, anzi la confutazione di questo è luogo comune a tutti: vero è che non rifiutano l’intrigo, il tradimento e la perfidia quando si tratti di miscredenti, di traditori, di ribelli; nella confusione del passato non vedono alcun filo, ma vi trovano esempj per sostenere le più opposte teoriche; insegnano a adulare senza parerlo, a disobbedire pur protestandosi sommessi; librano i diritti e i doveri secondo la media proporzionale d’Aristotele; e sempre parlano a principi e a ministri, i quali non li leggevano, professando di non iscrivere pel popolo; e danno litanie di precetti, tutti metallo sonante e come il suono inutili, o li rinfiancano con autorità classiche o ecclesiastiche, e li dispongono in categorie irreprovevoli, o cercano esempj in Tiberio, in Pilato, in Bruto, per giustificare, o almeno spiegare la notte di San Bartolomeo, il duca d’Alba, Maria la Sanguinaria, e fondando la potenza degl’imperi e la felicità de’ popoli su tesi e antitesi di miope dottrina, e di mediocri combinazioni.
Scipione Ammirato da Lecce (1531-1601), prudente più che arguto, ribatte il Machiavelli, massime difendendo la Corte di Roma; colla storia alla mano nega che da questa venisse lo sbranamento d’Italia; esser prosperati alcuni popoli senza quest’unità, la quale poi difficilmente s’accorderebbe colle abitudini e col valore e l’accorgimento italiano; «e se Dio non facesse un miracolo, questa unione d’Italia non potrebbe succedere senza la ruina d’Italia... Desiderano dunque di vedere ogni cosa piena di sangue e di confusione, perchè abbiano a godere i nostri nipoti sotto un principe, Dio sa quale, la mal costante e peggio impiastrata unione d’Italia?» (_Discorso_ V).
Una teorica compiuta e ragionata di quanto concerne uno Stato in fatto di legislazione economica, stabilita non su Livio o Tacito ma sul vangelo, cioè sulla giustizia e l’umanità, oppose a quella del Machiavelli[257] Giovanni Botero piemontese (1540-1617), segretario di san Carlo e di Federico Borromeo, poi educatore de’ figli di Carlo Emanuele. Nella _Ragion di Stato_, con fino ragionamento, osservazioni molte dedotte dalla lettura e dai viaggi, e opportune applicazioni, sostiene che l’onesto non va disgiunto dal vero utile, nè l’ingiusto può mai dirsi vantaggioso. «Stato (dic’egli) è un dominio fermo sopra i popoli; e ragion di Stato è notizia de’ mezzi atti a fondare, conservare, ampliare questo dominio. Debbono i governi conservarsi a ogni costo». In conseguenza approva la strage del San Bartolomeo, imputa al duca d’Alba l’avere clamorosamente ucciso Egmont e Horn, anzichè «liberarsene quanto più poteva segretamente»; insieme loda la Francia d’aver concesso libertà di culto ai Protestanti; disapprova la crociata dei Mori di Spagna; contro l’errore crede siano più efficaci i mezzi pacifici.
La guerra, quando non sia necessaria difesa, è un latrocinio: i grandi eserciti mostrano la barbarie, anzichè il talento di chi gli adopera: raccomanda la fanteria più della cavalleria, e la milizia nazionale. Non crede utili le dogane, e l’economia nelle spese pubbliche giovar meglio che il cumular tesori: s’incoraggino l’agricoltura e le arti, ma non i matrimonj, nè si tema che parziali celibati scemino la popolazione, la quale s’equilibra coi mezzi di sostentamento[258]. Teoriche di buon senso, che la scienza di poi rabbujò e imbastardì.
Nelle colonie degli Spagnuoli e Portoghesi non ravvisa che romanzesche speranze e reali guasti, onde, invece di nuovi mondi, si avranno nuovi deserti. L’ozio è la cancrena d’uno Stato, e perciò vorrebbe obbligati i padri a istruir i figliuoli in qualche arte. Il commercio è il migliore spediente a utilizzar i prodotti superflui: pure crede dannoso l’asportar le materie prime. Ragionò meglio d’ogni altro delle imposte, disapprovando le tasse personali e mobiliari, e tanto più quelle in natura. Non crede che i principi vantaggino dallo scarnare i popoli; bensì dall’averli ricchi in modo, da poter all’occorrenza trarre imposte straordinarie. Si aboliscano le lunghe procedure costose e la folla de’ legulej. Non osteggia la feudalità, ma vorrebbe limiti sull’eccessivo arricchire e alla superbia de’ nobili; amerebbe si distribuissero terre a tutti i cittadini, e segni onorifici a chi ben meritò, per quanto d’umile estrazione; sicchè impediti i vecchi nobili di nuocere, spinti i nuovi a giovare, tutti sarebbero meglio impegnati alla difesa della patria. I vizj del clero derivano da orgoglio e da potenza; mentre ogni sua autorità dovrebbe consistere nella moderazione e nel disinteresse. Del resto egli suppone l’uomo qual dovrebbe essere, non qual è; onde i belli suoi suggerimenti mancano spesso d’opportunità[259].
Nello scompiglio politico dell’Europa d’allora, ribramava l’equilibrio che un tempo erasi stabilito fra i varj Stati d’Italia; e incoraggiando i timidi a valersi dei proprj mezzi, prevedeva il decadimento vicino della Turchia e della Spagna. Per dimostrare la necessità dell’equilibrio politico, dice che natura non lasciò nulla senza contrappeso: «Che cosa più generosa del leone? ha con tutto ciò paura della cresta e del canto del gallo; più forte che l’elefante? e trema tutto alla vista d’un topo; più vasta della balena? ed ha bisogno della scorta del murcolo, pesce piccolissimo; più veloce del delfino? ha la bocca tanto ritirata che, sebbene aggiunga in poco spazio, non può facilmente, per il sito troppo ritirato della bocca, afferrar la preda; il cocodrillo ha il tergo guernito d’una scaglia impenetrabile, ma il ventre delicato e molle, e perciò esposto agli urti del delfino, che cacciandosegli sotto, lo sventra». E per l’equilibrio, più d’una grande monarchia, ama i piccoli Stati che si contrappesino.
Come i migliori, si procaccia cognizione esatta e ordinata delle cose reali e sussistenti e della varietà delle attuali contingenze. Anch’egli ammira Venezia, ricca pel commercio, per la zecca, per la dovizia de’ particolari; e quel che altrove si butta in mantenere il re e la sua famiglia, ivi accresce la flotta e le fortezze. Nel 1590 orribil fame guastò tutta Italia, fin le pingui Parma e Piacenza; sola Venezia provvide in modo che nessuno soffrì, e v’ebbe concorso di forestieri; i ricchi adunarono somme pei poveri, e furono imitati nelle altre città. Al qual proposito di Venezia avvertendo che vi si uccide men gente che altrove, disapprova i supplizj atroci, allora usitati: «A che proposito caricar le forche d’appiccati e far beccheria d’uomini senza fine? L’assiduità della forca, perchè le cose alle quali gli occhi sono avvezzi hanno poca forza a far movimenti negli animi, rende così fatta morte meno vituperosa e men aborrevole». Riflessi oggi comuni, allora nuovi. Non crede a Venezia nocesse l’essersi impacciata della terraferma; e ben avvisa come due distinti governi avesse la repubblica, quel di se stessa e quel dei sudditi; e che in lei, siccome in tutte le aristocratiche, non predomina l’impulso guerresco quanto nelle democratiche, perchè colà bisogna che i governanti apprestino i mezzi ed espongano le persone, mentre dove si obbedisce agli schiamazzi, «La sciocca turba grida _Dàlli_, _dàlli_, E sta lontana e le novelle aspetta»[260].
V’accorgete come la scienza degli Stati, ancor novizia nell’elaborar l’idea della suprema tutela de’ governi sui popoli, toccava tutte le materie, mal distinguendo le regole governative dai fenomeni puramente economici. Il Sismondi, nel tanto combattuto capo CXXVI della sua _Storia delle Repubbliche italiane_, asserisce che «appena si trovano due o tre esempj di scritture pubbliche intorno a cose di governo, e i loro autori aveano sempre la precauzione di farle stampare in estero Stato». Oltre un ribocco che ne chiudono gli archivj, se n’ha molte a stampa, dove si esaminava lo stato de’ singoli paesi[261]; domandando, è vero, soltanto miglioramenti parziali, spesso inefficaci, talvolta disopportuni, e scaduti d’ogni interesse dopo passata l’occasione, giacchè nessun grande scrittore prestò la sua voce al popolo, abbandonato ai tumulti e all’arme corte, spediente dei deboli.
Gli antichi amministratori delle repubbliche italiane, cresciuti nella vita privata, conoscendo quanto importino il lavorare e il risparmiare, applicarono i canoni della famiglia allo Stato; ben lungi dal riporre soltanto nella guerra la forza degli Stati. Decisa poi la quistione politica inappellabilmente, gl’ingegni si volsero di preferenza sull’economia, tanto più che la mutata via del traffico, e quindi la mutata sede delle ricchezze invitavano a meditar sulle cagioni che mantengono esse ricchezze e la prosperità degli Stati. Praticamente predominante se non unico sistema era il mercantile, designato col nome di Colbert, che facea considerare i metalli come sole ricchezze vere, e le produzioni naturali come mezzi di conseguirle; pertanto restare fissa invariabilmente la somma delle ricchezze, nè una nazione potersele accrescere se non a scapito dell’altra. Di qui la nimicizia reciproca de’ gabinetti di quel tempo; di qui un’ideale bilancia di commercio, per cui importasse aumentar il denaro proprio smungendo l’altrui, escludere le produzioni degli esteri, e obbligar questi a ricevere le nostre; e a tal uopo fiancheggiarsi di privilegi, ordinanze protettrici e azione incessante governativa.
Niuna miglior vista aveano i nostri, sebbene siano stati primi a discorrere scientificamente sull’economia pubblica. La modificazione portata dall’oro americano, e la profusione delle monete scadenti concentrarono l’attenzione sul denaro, e il conte Gaspare Scaruffi (1579), direttore della zecca di Reggio, nel _Discorso sopra le monete e la vera proporzione fra l’oro e l’argento_, propose una riforma generale per ridurle uniformi di tipo e di valore; pensiero che finora rimane un desiderio. Bernardo Davanzati parlò delle monete e dei cambj, senza profondità. Gian Donato Turbolo dissertò sui particolari disordini della moneta nel Napoletano, ove era peggiore che altrove. Trattò delle monete Geminiano Montanari modenese (-1687), valente astronomo e fisico, meglio de’ precedenti con chiari principj, sobria erudizione, e prima dell’opera di Locke: raccomandava di serbar le proporzioni comuni nella valutazione dell’oro e dell’argento per non lasciar campo alle speculazioni de’ mercanti; le forestiere non computare al dissopra del valore intrinseco; della bassa lega non valersi che per la sola quantità occorrente al traffico spicciolo. Disapprova l’uso di Bologna di non detrarne neppure il rimedio[262].