Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 31
Risoluto di rivedere la patria, giunge a Venezia, sta due anni a Padova; ma preso, è consegnato all’Inquisizione romana, la quale non potendo indurlo a ritrattarsi, lo dà al braccio secolare, _ut quam clementissime, et citra sanguinis effusionem puniretur_. Condannato ad esser arso in Campo di Fiore, disse ai giudici: — Avete maggior paura voi nel proferir la sentenza, ch’io nel riceverla»[236].
Testè i Tedeschi riconfortarono la memoria del Bruno, indicandovi dottrine affini alle loro e principalmente al panteismo di Schelling, al par del quale il nostro coll’astrazione padroneggia le meraviglie visibili e invisibili dove si confondono il creato e l’increato. Ma le inestricabili divagazioni e la mancanza di linguaggio e di concatenamento scientifico nelle variatissime forme della sua ispirazione resero poco accessibile, e quindi infruttuoso il nostro filosofo.
A Stilo, nell’estrema Calabria, nacque Tommaso Campanella (1568-1639), anch’esso domenicano e non meno ardito pensatore, capace di riuscir sommo se non si fosse sparpagliato su tante scienze col proposito di riformarle. Invaghito di Telesio «tanto per la libertà del filosofare, quanto perchè pendeva dalla natura delle cose, non dai detti degli uomini»[237], tentò sottrarsi alle possibilità di Lullo e alle formole della scolastica e fondare una filosofia della natura sopra l’esperienza, combinata però col soprannaturale, cioè colla rivelazione, la quale è fondamento della teologia. Nè in teologia può esser falso quel che sia vero in filosofia, giacchè quella è scienza degli attributi di Dio, questa è scienza della scienza con cui Dio governa il mondo. Vero è che egli come teologo non affronta con indipendenza il problema fondamentale della metafisica, mentre poi troppo ragiona per teologo, nell’intento di raffigurar la rinnovazione dell’uomo mediante la scienza.
Prima di Cartesio trasse la prova dell’esistenza dall’attività interna[238]: conobbe ed espresse il bisogno della cognizione razionale e teologica, quantunque lontano dal soddisfarvi: ammirò Galileo, pur dissentendone in alcuni punti, e l’esortava a compiere un corso di filosofia razionale. Suo tipo è il mondo[239], e riprova coloro che all’esperienza antepongono l’autorità e le argomentazioni. Ma vedendo i fenomeni della calamita e il sesso delle piante, credesi appoggiato dall’esperienza nell’asserire che tutto è animato[240]; con eloquenza descrive le simpatie della natura, e lo spandersi della luce sulla terra, penetrandone tutte le parti con un’infinità d’operazioni, le quali è impossibile si compiano senza immensa voluttà. E talmente i corpi godono del mutuo contatto, che non può formarsi il vuoto se non per mezzi violenti. Oltre la metafisica, la fisica, la fisiologia, la filosofia sociale, offre un albero delle scienze, ponendo come capitale e universalissima la metafisica, e sotto di essa dividendo le altre in razionali e reali, cui corrispondono le scienze operative, le pratiche, le discipline e le arti.
Troppo più cose asserisce che non ne provi; e lenta le redini all’immaginazione, concitata dalla solitudine e dai patimenti. Sovrattutto s’industria ad opporre un dogmatismo filosofico allo scetticismo, fondandosi sul bisogno che la ragione prova di raggiungere la verità; sicchè per impugnarla lo scettico medesimo ha mestieri di certi postulati. Contro i machiavellici difende la libertà del sapere e i diritti della ragione; ma poi si palesa machiavellico più che il suo secolo, e vorrebbe far dipendere la grandezza d’Italia da quella di Spagna, e questa procacciare con arti tiranniche e corruttrici: perisca la patria, purchè trionfi l’idea.
Iddio parlò agli uomini dalla più grande antichità, mediante tutte le religioni; rivelossi agli Assiri cogli astri, ai Greci cogli oracoli, ai Romani cogli auspicj, agli Ebrei coi profeti, ai Cristiani coi concilj, ai cattolici coi papi, ampliando la cerchia delle sue rivelazioni ogni volta che lo scetticismo e l’incredulità attaccavano i popoli corrotti; le scoperte moderne son l’ultimo termine di questa tradizione divina, che, sempre superiore alle miserabili operazioni e alla gretta politica degli uomini, congiungerà finalmente tutti in una sola credenza, in quell’unità del genere umano che Augusto intravvide, e che la ragione esige perchè cessino i flagelli naturali e perchè le regioni più diverse permutino fra loro tutti i beni.
La filosofia reale divide egli in fisiologia, etica, politica, economica e _città del sole_; nella qual ultima principalmente spiegò i suoi concetti sociali, e quasi la mancanza d’una patria lo spingesse ad errar nelle utopie, si propose di riformare il genere umano, ripristinando l’integrità e l’armonia della potenza, della sapienza e dell’amore. Delinea dunque una società sul tipo della sua metafisica: e come l’intelletto prevale alle altre facoltà, così il capo della repubblica a tutto l’ordine politico e civile; come l’intelletto è raggio divino, così questo capo è quasi un’incarnazione di Dio; come l’intelletto è per essenza buono, sapiente, potente, così esso capo deve aver tre ministri che rappresentino l’amore, la sapienza, la potenza; e il primo vigili alla generazione e all’educazione, il secondo a propagare la scienza, il terzo al consorzio civile e al mantenimento della vita.
Non sarebbe questa la monarchia universale esercitata nel medio evo dalla santa Sede? Frate com’era, prende a tipo il monastero e la gerarchia clericale; tutti i Solari fan voto di frugalità e povertà; quattro ore di lavoro quotidiano basteranno ai parchi bisogni; il resto applicheranno all’universalità delle umane cognizioni. Comunanza dei beni e delle donne; abolizione della famiglia e della servitù; il servizio domestico si trasformi in funzioni pubbliche; e il potere, o, a dir più giusto, la direzione de’ lavoranti sia, ad ogni grado della gerarchia, esercitata da un uomo o da una donna.
Chi primeggia in qualsiasi scienza od arte meccanica, è fatto magistrato, e ciascuno li ha in conto di maestri e giudici; essi sopravvegliano i campi e i pascoli; quel che maggiori mestieri conosce e meglio esercita, ottiene maggior considerazione. Ecco la gerarchia della capacità predicata dai Sansimoniani ai dì nostri, non mancandovi tampoco il padre supremo, il papa industriale[241]. Tali magistrati hanno autorità di giudicare e punire fin di morte e sommariamente; al potere esecutivo e giudiziario uniscono il religioso; ricevono da ciascun subordinato la confessione auricolare, e la trasmettono ai superiori colla propria. Il male della società deriva dall’amor proprio; vuolsi dunque affogarlo nell’interesse generale. A tal uopo sopprimasi la proprietà. Nè egli rifugge da veruna conseguenza del comunismo; fino il generare dev’essere sottoposto a norme, onde ottenere il progressivo miglioramento della specie; le donne esporranno i loro vezzi, magistrati apposta sortiranno le coppie, secondo norme che egli divisa cinicamente e secondo le combinazioni planetarie, sulle quali esso si diffonde con una compassionevole sapienza. Così è tolta fin la libertà dell’amore per ottenere quell’educazione onnipotente, che, cominciata prima del concepimento, deve accompagnare il nuovo cittadino sino alla virilità.
Mediante questa, i Solari porteranno a perfezione il sapere e la società, faranno aratri che si muovano a vela, bastimenti che navighino senz’antenne o remi; voleranno, discerneranno negli abissi del cielo le stelle più remote, udranno l’armonia delle sfere celesti, arriveranno ad una longevità, ora inattingibile, anzi sapranno ringiovanire ogni settant’anni; tutta la terra sarà coltivata secondo un divisamento unico, come fosse un solo possesso; un nuovo culto senza misteri raccorrà nel tempio stesso le immagini di Pitagora e di Cristo, di Zamolxi e dei dodici apostoli; una lingua universale torrà gli ostacoli alla comunicazione delle idee. Così (oltre far continua astrazione dalle condizioni, dallo spirito, dai costumi d’Italia) colla natura morale il Campanella alterava anche la natura fisica; volea vincere le fatalità della natura, l’imprevidenza dell’uomo, l’antagonismo degli Stati; e mancando d’ogni senso della realità, raggiunge a fatica quel che i mistici comunisti del medioevo già avevano effettuato.
Eppure, fra tanti delirj, conditi d’astrologia e d’astrusa scolastica, profonde e nuove osservazioni reca egli sopra la storia e l’alta politica della Corte romana; dalla prigione scriveva a Filippo II, implorando d’andargli a parlare di cose rilevantissime alla Spagna. Nella quale ravvisa il marchio della predilezione divina, come la più cattolica, e che ottenne dal Cielo il nuovo mondo; sicchè tutti devono adoperarsi affinchè consegna l’impero dell’universo, abbatta l’islam e l’eresia, compiendo la sua missione d’assicurare il trionfo della Chiesa. Ciò conseguìto, ristaurata l’unità del mondo, dovrà rifabbricare il tempio di Gerusalemme. Senza libri, e da dieci anni _in tuguriolo angusto_, indovinò il declinare di quella potenza, che allora stava all’apogeo. E per prima causa vi assegna l’isolamento orgoglioso degli Spagnuoli, onde consiglia di favorirne i matrimonj con Fiamminghi, Tedeschi e Napoletani, i quali deporranno le ripugnanze e s’acconceranno ai costumi degli Spagnuoli, giacchè è impossibile piegar questi orgogliosi verso costumi stranieri. — I vostri baroni e conti, spoverendo i sudditi, spoverendo voi stesso (dice al re), vanno vicerè o governatori soltanto per ispendere pazzamente il denaro, farsi de’ creati, e rovinarsi in piaceri; poi dall’ostentazione e dal lusso ridotti in secco, tornano a rifarsene in Ispagna, e rubano a dritta, a sinistra, e arricchiti di nuovo, ricominciano quella vicenda, e mille arti sanno di smungere i poveri sudditi»[242]. E segue suggerendogli le prudenze occorrenti per ingrandire: tengasi amici gli ecclesiastici; mandi cardinali e vescovi a governar l’America, le Fiandre e i luoghi sospetti; remuneri i più sapienti in divinità; ne’ consigli supremi metta Gesuiti, Domenicani, Francescani; nelle guerre ogni capitano abbia un consigliere religioso, massime per sovrantendere alle paghe de’ soldati, giacchè «la rovina di Spagna è che paga e non sa a chi»; tutte le sue imprese faccia dichiarar giuste dal papa.
Nei consigli vuole che gl’Italiani siano adoperati principalmente per cose di guerre; ma non trascende i suoi contemporanei, i quali tutti ammettevano il sommo ed assoluto imperio del principe, nè provvedeano a mettere il men possibile d’impacci alla libertà individuale.
Coloro che fra le vittime dell’intolleranza ecclesiastica decantano il Campanella, piacciansi osservare quanta egli ne eserciti. Coi novatori insegna di «non disputar le minutezze delle parole sacre, ma solo, Chi vi ha mandati a predicare? o il diavolo o Dio? Se Dio, ciò devano mostrare con miracoli: se no, bruciali se puoi, e infamali; ma mai si devono far dispute grammaticali, nè con logica umana discorrere, ma con la divina, senza moltiplicar parole ed allungare la lite, il che è una specie di vittoria a chi sostiene il torto. Di più condannarli al fuoco per le leggi imperiali, poichè tolgono la fama e la roba ad uomini autorizzati da Dio con lunga successione, come è il papa e’ religiosi, e coll testimonianze e sangue sparso... Il primo errore che s’è fatto, fu di lasciar vivo Lutero nella dieta di Vormazia ed Augusta: la qual cosa, sebbene alcuni dicano averla fatta Carlo per ragione di Stato, acciò che il papa sempre restasse timoroso di Lutero, onde fosse astretto sempre seguire le parti di Carlo, ajutandolo con denari ed indulgenze nelle imprese che faceva per arrivare alla monarchia, temendo non si piegasse ad innalzare Lutero suo emulo; nondimeno si vede essere stato contro ogni ragion di Stato, poichè, snervato il papato, tutto il cristianesimo s’indebolisce, tutti i popoli si ribellano sotto specie di vivere in libertà di coscienza» (_cap_. XXVII).
E più volte ricombatte Lutero e Calvino. «La religione che contraddice alla politica naturale, non si deve tenere. La luterana e calviniana che nega il libero arbitrio, non si deve mantenere, perchè i popoli possono rispondere che essi peccano per destino» (_Aforismo_ 84). E quanto all’attuazione esterna della Chiesa, egli professa che «s’inganna chiunque dice che il papa non ha se non il gladio spirituale e non il temporale, perchè la monarchia sua sarebbe diminuita mancando di questo; e Cristo Dio legislatore sarebbe diminuito, cosa imprudente ed eretica da affermarsi. Quella medesima costellazione che trasse fetidi eflluvj dalle cadaveriche menti degli eretici, valse a produrre balsamiche esalazioni dalle rette intelligenze di quelli che fondarono le religioni de’ Gesuiti, de’ Minimi, de’ Cappuccini» (_Afor_. 70).
Questi concetti riusciranno bene inaspettati a chi lo giudicò fin ora a detta altrui. Una volta ogni rivoltoso dovea figurarsi come eretico: oggi come italianissimo, e qui pure il Campanella ci raffinisce tra le mani. Perocchè professava che Italia «già mostrò i suoi frutti, e nessuna nazione dopo perduto l’impero potè recuperarlo mai, e tanto meno l’Italia, chè le stelle pur contraddicono, e dove non è che paura tra tutti e poca risoluzione per la salute comune, e nulla per ricuperarle l’impero, aspirando i principi soltanto a conservarsi[243]. Giacchè deve star soggetta, il minor male è che sottostia agli Spagnuoli, e sperare che crescano, anzichè ricever altri forestieri con rovina nuova. Massime che questi, essendo eretici, torrebbero a Italia l’_unica gloria_ rimastale, il papato, donde un infiacchimento che la esporrebbe al Turco».
Neppur s’ha a toccare il papa, perchè «solo con la venerazione difende più gli Stati suoi che gli altri principi con l’armi; e quando è travagliato, li principi tutti si muovono ad ajutarlo, altri per la religione, altri per ragion di Stato[244]. E questo è dominio veramente italiano, e perciò chiunque non lascia eredi dovrebbe legare i proprj Stati al papa, e le repubbliche stabilire che a questo siano devolute se mai un tiranno le invada; e così si costituirebbe a breve andare una monarchia italiana. Intanto dovrebbe farsi a Roma un senato cristiano, dove tutti i principi avesser voce per mezzo di loro agenti; il papa vi presedesse per mezzo d’un collaterale; vi si risolvesse a pluralità di voti sulla guerra agli infedeli ed eretici, sulle differenze tra’ principi, obbligando colla guerra qual vi si rifiutasse.
Del suo paese dice: «Napoli è popolata di settantamila abitanti, e solo dieci o quindicimila lavorando, vengono prestamente consunti dalla soverchia fatica; mentre il rimanente è rovinato dall’ozio, dalla pigrizia, dall’avarizia, dalle infermità, dalla lascivia, dall’usura; e per maggior disgrazia, contamina e corrompe infinito numero d’uomini assoggettandoli a servire, ad adulare, a partecipare de’ proprj vizj, con grave nocumento delle funzioni pubbliche. I campi, la milizia, le arti sono negletti o pessimamente coltivati con penosi sagrifizj d’alcuni»[245].
Il tanto oro affluito dall’America abbagliò a segno, da far credere che in questo consistesse la ricchezza d’uno Stato; e ogni cura fu dritta ad acquistarlo e conservarlo, non a quelle che ne son fonti, l’agricoltura, l’industria, il commercio: la scienza amministrativa riducevasi a trovare nuove imposte e fiscalità. I nostri le vituperano come esorbitanti, ma non suggeriscono compensi diversi; e il Campanella mostrava quanto male fossero ripartite, come i nobili le riversassero sui cittadini, questi sugli artigiani e sui villani; suggeriva un sistema consono alle nostre imposizioni dirette e indirette, leggiere sugli oggetti di necessità, gravi su quelli di lusso e spasso[246], ed escludendo la capitazione. Indicava pure un ricovero per gl’invalidi, scuola speciale pei giovani marinaj, asilo e doti per le figliuole de’ soldati, monti di pietà gratuiti, banche ove i sudditi deponessero capitali, ricevendo conto dell’impiego e degl’interessi; tengasi buona flotta, perchè la chiave del mare è chiave del mondo; non s’imitino nelle colonie e conquiste i Francesi, _qui, quum multa acquisiverint, nihil servaverunt_, perchè non sanno moderarsi, e da un lato s’arrogano troppo, dall’altro lasciano troppa libertà, oggi trattano i sudditi con molliccia bontà, domani con rigori violenti. Raccomanda pure di svoltare gl’intelletti dalle teologiche sottigliezze verso la storia, la geografia, il mondo reale; un codice uniforme; gl’impieghi aperti a chiunque è capace; poco favore alla nobiltà nata o alla ricchezza; stimolare la gloria e l’onore, proporre elevato scopo alle ambizioni, ridurre uniformi le monete, incoraggiar le manifatture, ben più fruttifere delle miniere. Eccovi concetti nobili al certo, ma non coerenti; sulla libertà professa dottrine false o triviali[247]; vagella nell’economia al punto, che, per impedir le fami, propone il re faccia monopolio del grano, ne vieti l’asportazione, ne assegni il prezzo[248]; cadeva nell’astrologia, nelle scienze occulte, nel misticismo[249]; pretendeva dall’esteriorità del corpo indovinare le inclinazioni dello spirito non solo, ma riprodurle; insomma, al pari del Bruno, molte verità presentì, miste a troppo di falso, e senza quell’unità ragionata che le rende efficaci.
Compreso dalle grandi scoperte del suo tempo, ove in cent’anni si era progredito più che ne’ tre secoli precedenti, vagheggiò gl’indefettibili progressi dell’umanità; e nel secolo venturo prevedeva «compiuta la riforma della società; distruzione in prima, poi riedificamento; una monarchia nuova e mutamento totale delle leggi». A tale confidenza il recava, ancor più che la crescente intelligenza, la forza di carattere dell’uomo; e «come s’arresterebbe il libero procedere dell’uman genere, quando quarantott’ore di tortura non poterono piegare la volontà d’un povero filosofo, e strappargli neppur una parola che non volesse?» Accennammo (pag. 126) come, involto nella congiura di Stilo, fosse torturato[250], poi tenuto ventisette anni prigione. È sempre difficile determinare quanto v’abbia di vero nelle processure segrete; ma mentre i declamatori biografi del Campanella tacciano i frati d’averlo perseguitato per eretico, la Spagna lo incarcerava perchè cospirasse coi frati. E d’eresia e d’ateismo è in fatti appuntato da molti contemporanei: certo il suo _Ateismo trionfato_ va così debole, da poter essere intitolato Ateismo trionfante: d’altra parte egli credevasi un riformatore della scienza, inviato dal Cielo ad abbattere i sofismi, tirannide, ipocrisia[251].
Intanto egli studiava politica e filosofia, e mentre prima in favore della Spagna, allora si drizzò tutto a sostener Roma[252]; e se fosse scarcerato, prometteva in libri dimostrare vicina la fine del mondo; palesare una gran congiura di principi, teologi, filosofi e astronomi contro il vangelo; combattere invincibilmente i machiavellisti; dare un rimedio sicuro, senza del quale la cristianità sarà divorata dagl’infedeli; dimostrare venuto il tempo che il mondo riposi sotto una felicissima monarchia; insegnare ad aumentar di centomila ducati le rendite del regno di Napoli con benefizio dei sudditi, e così per gli altri Stati; comporrà un libro per convertire i Gentili delle Indie e convincere i Luterani, gli Ebrei, i Maomettani; andrà egli stesso ad apostolati, con cinquanta discepoli formati a tal uopo; riformerà le scienze naturali e morali secondo la Bibbia e i santi Padri, e le insegnerà tutte in un anno; farà un’astronomia nuova, e mostrerà i sintomi della morte del mondo; di più fabbricherà una città salubre e inespugnabile, e tale che al sol mirarla s’imparino tutte le scienze storicamente; scoprirà il moto perpetuo; farà vascelli che navighino senza remi, e carri che vadano col vento. Insomma anche qui mistura di elevato e di puerile.
E dotti e principi presero interesse pel Campanella: Paolo V spedì apposta il tedesco filologo Scioppio a Napoli per trattare di sua scarcerazione, e se non altro gli ottenne di poter leggere e scrivere e mandar lettere. Alfine Urbano VIII, trattolo a Roma col pretesto che competesse al Sant’Uffizio per avere professato profezia, lo restituì in libertà. Passato allora in Francia, trovò amici gli eruditissimi Claudio Peiresc e Gabriele Naudé, Richelieu protettore, applaudenti i Francesi, non tanto come a filosofo, che come a perseguitato della Spagna; pensionato di cencinquanta lire al mese, assisteva alla Sorbona, all’Accademia allora nascente, fin al consiglio di Stato; vi fece molte profezie, riportate dai contemporanei, e compiva le sue opere, dirigendo le quali al granduca, dicevagli averlo Iddio mandato in quel paese certamente per ricostruire le scienze.
Avea predetto gli sarebbe funesto l’eclissi del giugno 1639, e tentava sviarlo con ripari astrologici: ma al 21 maggio morì settagenario.
_Uomini nuovi_ sono chiamati costoro da Bacone, perchè alla scolastica abitudinaria surrogavano la ragione: e di fatto il Patrizj[253] già asseriva «i particolari sensibili fare strada alla più alta filosofia», e il Campanella che «prima opera del filosofo è comporre l’istoria dei fatti». Ma non si sceverano dalle inveterate prevenzioni; uscendo dal buon senso smucciano nel paradosso, nè alcuno piantò un sistema che comprendesse bastanti verità da signoreggiare l’intelletto, il quale, se ammira un momento le bizzarrie, non riposa che nell’ordine.
Bensì il francese Renato Cartesio (1596-1650), vedendo qual cumulo d’errori si adottasse sull’autorità de’ precedenti, propose di disimparare tutto e far tavola rasa, affermando soltanto ciò ch’è evidente; pose insomma il dubbio come portinajo della scienza, e nelle cento pagine austeramente semplici del suo _Metodo_ innovò le scuole. La dimostrazione dell’esistenza dedusse da un fatto della coscienza dicendo: — Io penso, dunque esisto»[254]. Vero è soltanto ciò che ha evidenza interna nella coscienza, o di cui la mente acquista precisa e indubitabile certezza. Dal semplice, che immediatamente si capisce, salgasi al composto, all’oscuro, al difficile, raccolgansi e si discernano i mezzi che conducono al vero, librandoli cogli ostacoli frapposti; non si ammetta un concetto senza ragion sufficiente, nè una cosa si reputi vera perchè altri la crede tale.
Rifiutando ciò che non sia evidenza o coscienza, ragione individuale o infallibilità geometrica, concentra dunque le scienze nello studio delle intellettuali facoltà; nulla volendo imparare da altri, si obbliga a rifar tutta la via del pensiero, e ogni scienza trarre dal proprio ingegno: e per quanto sia portentoso che un uomo tante cose compisse, da peggiori falli non campò se non per merito di quegli stessi che rinnegava.
Intanto restava eliminata dalla società ogni causa metafisica, facendola prodotta e architettata da una potenza unica, la libertà, il diritto dell’uomo: escluso ogni principio superiore che spieghi ciò che la ragione non può spiegare, la filosofia cartesiana, fin all’ultima sua manifestazione con Hegel, proclamava l’onnipotenza della ragione: ma il razionalismo non può fare che conquiste precarie, continuamente edificando e abbattendo, e vivendo d’incessante variazione. E già i primi suoi seguaci trascesero, e Malebranche introdusse le cause occasionali, e non accettò l’esistenza dei corpi, ma sol quella degli spiriti; l’ebreo Spinosa ridusse a scienza il panteismo, ammettendo un ente unico, un’unica intelligenza; Locke popolarizzò la metafisica con semplificazioni che eliminano le quistioni invece di scioglierle; Leibniz combattè il sensismo sostenendo che solo la fede può conciliare i due termini della conoscenza, il me e il non me.