Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 30
Più solenne ricordo lasciò Cristina di Svezia. Uomo d’apparenza e d’atti, negletta nel vestire, semplice nel mangiare, insensibile a freddo, a caldo, a sonno, cavalcatrice instancabile, volubile amante, ereditando il regno e la gloria del gran Gustavo Adolfo, sentì difficile il sostenerla; e desiderando farsi cattolica, essa figlia di quel che in Germania avea dato trionfo alla Riforma, abdicò e venne in Italia (1654). Festeggiata quanto richiedevasi a sì segnalata conversione, alla santa casa di Loreto offerse votivi lo scettro e il diadema; e postasi a Roma nel più bel palazzo del mondo, vi si divise fra studio, divertimenti, onori, quali a pochi principi del suo tempo. Non sapea dimenticarsi d’essere stata regina; e come in Francia fece privatamente giustizia del Monaldeschi suo famigliare, così a Roma essendosi ricoverati nel suo palazzo alcuni malfattori, essa negò concederli alla giustizia, e poco poi s’andò a comunicare menandosi dietro colla sua livrea quegli scampaforca. Il papa le comportava queste ed altre stranianze; tardando la pensione che s’era riservata dalla Svezia, le assegnò dodicimila scudi romani. Ed essa largheggiava a letterati e artisti; fece sterrare le terme di Diocleziano; al Borelli dava i mezzi di pubblicar l’opera sul moto degli animali; al Bernini commise una testa del Salvatore, e la vita di lui fece scrivere dal Baldinucci; tenne per secretario Michele Capellari bellunese, che la lodò in un poema latino; per matematico Vitale Giordano da Bitonto; a Ottavio Ferrari per un elogio regalò una collana da mille zecchini; dal Soldani fece fare in cento medaglie la propria storia. All’Accademia istituita nel suo palazzo intervenivano il Noris che fu poi cardinale, Angelo della Noce arcivescovo di Rossano, Giuseppe Maria Suares vescovo di Vaisons, Gianfrancesco Albano che poi divenne Clemente XI, Manuello Schelestrate, vescovi e monsignori molti, Stefano Gradi bibliotecario della Vaticana, Ottavio Falconieri antiquario, il Dati, il Borelli, il Menzini, il Guidi, il Filicaja che celebrava «La gran Cristina, dal cui cenno pende E per cui vive e si sostien la fama; Lei che suo regno chiama Quanto pensa, quant’opra e quanto intende». Aggiungete il meschino poeta Gian Mario Crescimbeni da Macerata (-1728), che raccolse la _Storia della vulgare poesia_, materia scompigliata esposta prolissamente e con gusto vacillante, pregevole solo per molte cose nuove tratte in luce. Disperando parlare di tutti i poeti celeberrimi del suo tempo, e temendo disgustar quelli che ometterebbe, il Crescimbeni ne imbussolò tutti i nomi, e cavò a sorte quelli di cui parlare; tutto ciò in presenza di testimonj, e prendendone legale protocollo.
Morta Cristina[225], egli pensò conservare uniti quei valenti, istituendo l’Arcadia, che divenne l’accademia più famosa d’Italia per meriti e per ridicolo. I quattordici fondatori s’adunarono primamente il 5 ottobre 1690 a San Pietro Montorio, poi negli Orti Farnesi sul Palatino; finchè Giovanni V di Portogallo diè di che comprarsi una stanza propria, che fu il Bosco Parrasio sul Gianicolo. Cresciuti di numero e di corrispondenti, ebbero colonie in ogni parte d’Italia; e doveano fingere un’Arcadia rinnovata, assegnando a ciascuno nomi pastorali e possessi, e conforme a ciò mescendo dappertutto idee campestri e pastorali: emblema la siringa di Pan, serbatojo l’archivio, custode il presidente, contare gli anni per olimpiadi, e gli statuti ne furono scritti dal Gravina nello stile delle XII Tavole[226]: insomma un’idealità senza riscontri, sformata viepiù dallo scegliersi a patrono Gesù nel presepio. Si prefiggevano di purgare il mal gusto; ma se di questo era causa lo scompagnare le cose dalle parole, come sperarlo corretto da gente che s’adunava per recitar versi, versi fatti per recitare? Emendavasi l’enfasi, ma rimanendo nell’artefatto anzichè ricorrere alla natura; e Vincenzo Leonio spoletino, un de’ primi in Arcadia, combattè i traslati e rimise in onore il Petrarca, sicchè andavasi fuor di porta Angelica a leggerlo e gustarlo.
Alle convulsioni dunque sottentrava il languore: ma intanto si piegava a correggersi, e i migliori tra quei che nominammo introdussero una maniera diversa e più originale di quella de’ Cinquecentisti. Vincenzo Filicaja fiorentino (1642-1707), per nobile pensare, vigorosa immaginativa, sentimento di religione e di patria sorvola ai contemporanei, e mostra parlar col cuore deplorando l’assedio di Vienna[227], esultando alle vittorie di Sobieski sui Turchi, e gemendo sui mali d’Italia, straziata dalla guerra di successione, e troppo bella o troppo poco forte: pure col ripetere certe formole e certi passaggi rivela la mancanza d’ispirazione, affetta soverchiamente la sonorità, e ancora si pompeggia nei cenci del Seicento; si tiene sulle generali, quasi tema disgustare o i popoli o i re, interi non esprimendo nè la gloria de’ trionfi nè il tripudio della speranza. Visse modestissimo; tardi fu fatto senatore dal granduca; Cristina di Svezia fece educare due figli di esso, raccomandando il segreto, perchè, dicea, vergognavasi di far sì poco per un tanto uomo.
Il pavese Alessandro Guidi (1650-1712) cominciò colle solite ampolle[228], poi per consiglio d’amici a Roma si volse a Pindaro, al Petrarca, al Chiabrera; è più immaginoso di questo e del Filicaja, e meglio sostenuto e felice nel maneggio della lingua e nell’onda armonica, professa, dove gli appaja grandezza, scoccare gli _inni dell’alma sua prole immortale_. Comincia magnifico, ma non trattando soggetti di reale interesse, nè con veracità o attualità di sentimento, finisce freddo malgrado il ditirambico disordine, e la troppo apparente cura di reggersi sempre in punta di piedi; a tacere la scipita idealità della vita pastorale anche quando canta sul colle di Quirino, «ove i duci altieri dentro ai loro pensieri fabbricavano i freni ed i servili affanni ai duri Daci e ai tumidi Britanni». Poeta di immagini, sovente le esagera; orna ed amplifica quanto il Chiabrera, profondendo epiteti non, come questo, appropriati al senso ma all’armonia. All’_Endimione_, favola pastorale da lui composta per Cristina, acquistarono fama il credersi v’abbia posto mano ella medesima, e l’averne fatto un commento il Gravina, scegliendola a modello delle regole che prescriveva. Parafrasò in versi sei omelie del cardinale Gianfrancesco Albano; ma anche i santi si atteggiano d’Arcadia.
E coll’Arcadia e colla mitologia ristucca Benedetto Menzini fiorentino (1646-1704). Alle satire trae nerbo dall’ira, benchè de’ vizj non gli si affaccino che i più appariscenti, e spéttori invettive da trivio, giudicando che «ai poeti satirici le parole tolte di mezzo alla plebe vagliono altrettanto che le nobili agli eroici; ma non seppe fondere lo stile degli antichi col vivo. Nell’_Arte poetica_ flagella il gusto cattivo, più che non ne insegni un buono. Menò vita agitata, finchè ricoverato sotto il manto papale, strimpellò pastorellerie come è l’_Accademia tusculana._
Giambattista Zappi imolese (1667-1709), dottorato a tredici anni, avvicendò i trionfi del fôro e del Parnaso, ma senza uscire dalla povertà, che divise con Faustina Maratti, _arcades ambo_. Corretto ed elegante, ma senza la divina favilla, fa versi per far versi, non per bisogno d’espandere il sentimento, e sottiglia in arguzie.
Carlo Maggi (1630-99), segretario del senato di Milano, molti epigrammi tradusse dal greco, appicciandovi arguzie, come gli scultori d’allora ammanieravano le copie di statue antiche. Componeva felicemente in milanese satire di coraggioso intento e commedie, nelle quali creò i tipi del Meneghino, buon pastricciano, servitore curioso e credenzone, e di donna Quinzia, vecchia dama orgogliosa del suo blasone; e molti suoi motti rimasero proverbiali. Ne’ drammi per l’arrivo de’ nuovi governatori non risparmiava le salacità, che non so come si conciliassero colla grande devozione d’allora, e «coll’aureo irreprensibil costume», di cui lo loda il Maffei. Qualche suo sonetto vigorosamente rimbrotta l’Italia, addormentata in sorda bonaccia, e dove se alcuno provvede ai mali imminenti, non cerca che il proprio scampo, senza curare i danni altrui.
Alessandro Marchetti da Pistoja (1633-1711) variò studj, di nessuno soddisfatto finchè il Borelli nol pose alla geometria, di cui fu maestro in Pisa, e dove estese le dottrine di Galileo sulla resistenza dei solidi, troppo però inferiore ai grandi che presumeva emulare. Le sue liriche sono mediocri, come la versione d’Anacreonte; peggio quella di Lucrezio, qualunque sia il parere più vulgato o più vulgare.
E più che nel secolo precedente sentivasi il bisogno di fare del nuovo, benchè si cercasse per false vie. Quindi molti cantarono i guaj o le speranze della patria; il Guidi introdusse le canzoni libere, il Tassoni i poemi eroicomici, il Redi la varietà del ditirambo, il Chiabrera metri al modo latino o greco. Pier Jacopo Martelli bolognese (1665-1727), che, oltre sette satire, tre poemi e un profluvio di liriche, fece ventisei drammi col proposito d’innovare l’insulso teatro, acciocchè non fosse mestieri ricorrere a versioni dal francese, ai Francesi s’accostava perfin nella testura del verso, che da lui nominammo _martelliano_. Già monotono a declamare, egli per giunta lo rigonfiò con immagini liriche, similitudini artifiziose, tutto insomma ciò che meno s’addice alla tragedia.
E molte tragedie si fecero di quel tempo; molte commedie, fra le quali solo mentoverò quelle del Fagiuoli (1660-1724), fatte per l’Accademia degli Apatisti, che si adunava a Firenze in casa di Agostino Bollettini, e dove intervenivano il Filicaja, il Salvini, il Magliabechi, altri. Condotto dal cardinale Santa Croce in Polonia, come secretario, mostrò abilità agli affari, e da quel punto continuò a notare ogni sera quanto avea visto e riflettuto nella giornata. Reduce in Italia, poveramente visse fin a tarda vecchiaja, e ne’ capitoli berneschi evitò le sudicerie che ne pajono inseparabili.
Il teatro, sorvegliato dai vescovi, scemò se non abbandonò le scurrilità del Cinquecento, ma originalità non ebbe. La commedia italiana, nel 1577 introdottasi a Parigi, traeva tanto concorso, che ne ingelosirono gli altri teatri; ma rappresentavansi per lo più burlette da figurarvi gli attori, anzichè i compositori. Nel 1645, per protezione del Mazarino, vi fu recata l’opera italiana. Ma a que’ sommi contemporanei francesi, Corneille, Racine, Molière, nulla abbiamo da contrapporre. Titolo di Sofocle italiano pretendeva Gian Vincenzo Gravina di Rogliano (1664-1718) per cinque infelici tragedie. Nella _Ragion poetica_, trattato che non si disgradirebbe un secolo più tardi, sostiene con lungo raziocinio consistere la poesia nella convenevole imitazione; ma neppure da questo principio sa dedurre tutte le conseguenze. Borioso, mordace, si avversò l’Arcadia coll’arrogarsene tutto il merito, e fu accannitamente percosso da Quinto Settano. Ascondevasi sotto questo nome Lodovico Sergardi senese gesuita, che con satire velenosissime ed eleganti, e diffuse in tutta Europa perchè latine, azzannò i vizj del secolo[229] e gli uomini, fra cui il Guidi, che altri credeva gigante, egli intitolava _pumilio_.
Tommaso Ceva milanese (1648-1756) la matematica unì colla poesia latina, agevole coloritore ma di tocco; irresoluto s’adagia negli antichi errori, come più poetici; attribuisce all’abbandono d’Aristotele le eresie di Lutero e Calvino; ribatte i vortici di Cartesio e gli atomi di Gassendi, ma anche il sistema copernicano, come avversi alla fede; e sostiene l’attrazione col nome di simpatia. Meglio procede allorchè si appaga d’essere poeta, come nelle _Selve_ e nel _Gesù infante_; ma si trastulla sempre nell’epigramma: anche volendo fare un quadro grande lo tessella di quadrettini, graziosi sì, ma senza insieme, e tutti immaginuccie di fanciulli, pastorelli, agnelletti; non mai sapendo staccarne la mano o accorgersi delle sconvenienze, tanto meno elevarsi; e per far amare Gesù e aborrire il diavolo non altre vie conosce che le riverenze, il rosario, le orazioni. Alquante vite, di dettatura buona e temperata come il suo spirito, diresse a pio intento; e in quella del Leméne ascende a buone ragioni di arte poetica.
Aggiungiamo ai latinisti Publio Fontana di Palusco bergamasco, l’Averani fiorentino, il Capellari, lo Strozzi che cantò la cioccolata; il gesuita Carlo d’Aquino che, oltre un _Anacreon recantatus_ di sentimento devoto, fece un _Lexicon militare_, spiegando i termini di guerra con osservazioni eccellenti ed erudite discussioni. Sotto gli auspicj di Alessandro VII si stamparono a Roma nel 1656 i _Poemata septem illustrium virorum_, detti talvolta _Plejas alexandrina_ e che fu poi ristampata dagli Elzevir nel 1672. Sono Alessandro Pollini, Natale Rondinini, Virginio Cesarini, Agostino Favoriti, Stefano Gradi, e gli stranieri Ruggero Torck e Ferdinando Fürstenberg, il quale ultimo pubblicò ad Anversa le poesie di papa Alessandro col titolo _Philomati musæ juveniles_ (1654). Molti Gesuiti adoprarono il latino, principalmente nelle controversie, ma in generale danno nel declamatorio; colpa forse il cominciare giovanissimi a fare il maestro. E moltissimi libri d’istruzione diedero fuori, certo i migliori di quell’età.
Qui pure s’introdussero le difficili puerilità di acrostici, d’enigmi, di versi correlativi o ricorrenti, di poemi figurati[230]; e Baldassarre Bonifazio pubblicò a Venezia il _Musarum liber ad Dominicum Molinum_, che sono ventisei faccie stampate e ventidue incise, rappresentanti i seguenti oggetti: _Turris, clypeus, columna, calaria, clepsydra, fusus, organum, securis, scala, cor, tripus, cochlea, pileus, spathalion, rastrum, amphora, calix, cubus, serra, ara_. Più ampia è la raccolta del Caramuel a Roma nel 1663, intitolata _Primus calamus ad oculos ponens metametricum, quæ variis currentium, recurrentium, adscendentium, descendentium, nec non circumvolitantium versuum ductibus, aut æri incisos, aut busso insculptos, aut plumbo infusos multiformes labyrintos exornat_; e sono ottocentrentaquattro pagine, di cui ventiquattro intagliate, divise in otto parti, cioè _Prodromus, Apollo arithmeticus, Apollo cetricus, anagrammaticus, analexius, centonarius, polyglottus, sepulchralis_. Smisurata fatica d’insaccar vento.
Anche qui dunque languidezza o vanità; e la ciarla, al solito, ornava i funerali del pensiero e della nazione. Prolissità e confusione nei più, persino in quelli che raccontano: scarsezza di pensieri, e perciò abbondanza di parole: coloro stessi che si stomacavano delle bizzarie correnti, non cercavano schivarle innalzandosi al sentimento, ma rifuggendo ai Cinquecentisti, al Petrarca, al Boccaccio: — e v’era passata di mezzo la Riforma.
I nostri vecchi erano divenuti modelli ai Francesi, agli Inglesi, agli Spagnuoli, perchè erano stati nazionali, cioè aveano svolto il pensiero in modo conveniente a coloro cui si dirigevano: adesso la spontaneità facea schifo, s’imitava, si contraffacea. Alcune menti severe s’approfondirono negli studj, e proclamarono verità che prevenivano i tempi: ma quando l’erudizione vendicatrice venne a dar loro ragione, dove le cercò? in libri non curati dai contemporanei, dimentichi dai posteri; non nella memoria del popolo, non nell’attualità degli affari e delle applicazioni.
Non che l’Italia fosse più guardata come la stella polare, i forestieri presero in beffa la nostra maniera: Shakspeare contraffece i concettini degli Italiani; Boileau rese proverbiale l’orpello del Tasso; il gesuita Bouhours, nella _Maniera di ben pensare nelle opere d’ingegno_, bersagliò i poeti nostri e i concettini; il marchese Gian Gioseffo Orsi di Bologna, gran dittatore di scienza cavalleresca, tolse a confutarlo, donde un litigio dentro o fuori, senza però che alcuno si elevasse a liberali pensamenti; e il pesarese Prospero Montani si meravigliava che tutti costoro, invece di stabilire canoni ragionevoli di gusto, volessero appoggiarsi unicamente ad Aristotele, ad Ermogene, a Falereo, dicendola «prostrazione di mente, genio tapino e illiberale, vilissima frenolatria». In fatto l’attenzione volgevasi ai grandi scrittori, ai grandi pensatori di Francia, dell’Inghilterra, della Germania; e sul merito loro, sulle loro opinioni foggiavansi il gusto e il raziocinio, pel bene e pel male; e si pensò tradurli, mentre i nostri cessavano di passar le Alpi. Fin nelle arti del disegno fummo superati; e nella musica si contendeva il primato ai nostri compositori, ai nostri cantanti.
Il sapere zoppica quando non sia appoggiato all’azione. Ora in Francia, in Olanda, principalmente in Inghilterra non si troverebbe letterato di grido che non abbia preso parte alle vicende della sua patria, se non altro cogli scritti. Gl’Italiani rimasero sequestrati dal gran movimento politico e religioso. Nella ricchissima letteratura francese vive e spira la storia di quella nazione, perfino ne’ romanzieri, nelle tragedie, nelle commedie; tanto che si potrebbe scriverla, non dico fedelmente, ma interamente sopra di essi. Ma in Italia? la frase non era arma d’attacco o difesa, ma vanità e ozio: ciarla prosastica o poetica, senza serietà nè passione nè grandezza, non favellava al cuore, sì bene alla voluttà materiale o ai vulgari capricci: non si acuiva lo stile per farsi intendere dai partiti, per animar la parola col sentimento comune: a che si aspirava? a destar meraviglia; che cosa si bramava? l’applauso delle accademie; non ascoltando il cuore, non interrogando i profondi misteri della vita, i bisogni della nazione, il suo passato, il suo avvenire.
CAPITOLO CLVIII.
Scienze morali e filosofiche. Economia. Storia.
Della vacuità letteraria non ultima causa fu la mancanza di movimento filosofico. Alla scolastica, che sotto l’apparato dell’argomentazione copriva spesso la nullità, e rigirava sempre entro il proprio circolo, aveano recato multiforme assalto gli Umanisti, i Platonici, i nuovi Peripatetici, i nuovi Pitagorici, i Mistici, gli Stoici, gli Scettici (t. IX, p. 310). Il modenese Mario Nizzoli[231] (-1556) combattè la logica e la metafisica dello Stagirita, non meno che le idee platoniche discordi dall’esperienza, e al barbaro delle scuole cercava sostituire il linguaggio comune e chiare etimologie; onde il Leibniz l’offrì come _exemplum dictionis philosophiæ reformatæ_. Sebastiano Erizzo veneto (-1585) sostenne il metodo analitico (_divisivo_), qualificato da Platone un dono e insegnamento degli Dei. Ma più che dai parziali assalti fu scassinata la Scolastica dalla Riforma, colla quale entrato il dubbio e l’esame, all’_ipse dixit_ si sostituiva la discussione contraddittoria de’ fatti. Non paghi del distruggere, alcuni vollero surrogare artifiziali combinazioni di sistemi antichi e d’immaginazione propria. Principalmente il regno di Napoli diede pensatori originali: ma appena spastojati dalla Scolastica, buttavansi all’entusiasmo, al gusto dello straordinario nell’ordine delle idee e dei fatti, alle aberrazioni ontologiche; mescolando jattanza critica a superstizione e incredulità, con una turbolenza indisciplinata, che manifestavasi anche nella vita loro.
Bernardino Telesio da Cosenza (1509-88), studiato nel silenzio fino ai sessant’anni, pubblicò una filosofia naturale (_De rerum natura juxta propria principia_), dove, sbrattando dai commenti la fisica d’Aristotele, riduce i principj ad uno corporeo ch’è la materia, e due incorporei, calore e freddo: non solo attivi, ma intelligenti dei proprj atti e delle mutue impressioni. Il calore risiede nei cieli, unito alla materia più sottile; il freddo nel centro della terra, ove più densa è la materia; lo spazio intermedio è campo alle loro battaglie. Sul moto dei corpi celesti, sui gravi cadenti, sull’angolo d’incidenza e riflessione della luce, sulla direzione dei raggi negli specchi concavi o sferici, reca vedute nuove. Avanti Cartesio e Bacone, ai quali è attribuita la lode d’aver ricondotto gl’intelletti all’esperienza e all’induzione, il Telesio alla moderna indicava tutte le scienze naturali da studiare secondo i principj lor proprj, emancipandosi dai pregiudizj fondati sopra l’autorità e sopra massime a priori, e interrogando la natura: sicchè Bacone lo chiama il primo de’ novatori.
A tali meriti partecipa Giordano Bruno da Nola (1550-1600). Stanco di viver domenicano e delle tirannidi nostrali, va a Ginevra, e s’accapiglia co’ seguaci di Calvino e Beza, de’ quali abbracciando le dottrine, non tollerava i limiti; considerato scettico, è perseguitato; passa a combatter dalla cattedra gli Aristotelici in Francia, in Inghilterra e in varie Università di Germania, in nessun luogo godendo tranquillità, colpa forse la smisurata sua superbia[232]. Acutissimo ingegno, istrutto nel greco e nella filosofia antica, robusto ma sfrenato d’immaginazione, sostiene l’originale libertà del filosofare, ma non sa padroneggiare il soggetto e fermarsi a tempo. Strani titoli appone alle sue opere, come la _Cabala del cavallo pegaseo_, la _Cena delle ceneri_, che è un dialogo sulla teoria fisica del mondo, ove sostiene Copernico, cui dà lode non meno d’erudizione che di coraggio[233]; ma l’ipotesi della gravitazione gli sa d’assurdo, attesochè ogni movimento sia per natura circolare. Lo _spaccio della bestia trionfante, proposto da Giove, effettuato dal Consiglio, rivelato da Mercurio, recitato da Sofia, udito da Saulino, registrato da Nolano_, fu creduto qualcosa di tremendo contro Roma, e non è nulla più che un’allegoria per introduzione alla morale. Il mondo, adir suo, è animato da un’intelligenza onnipresente, causa prima non della materia, ma di tutte le forme che la materia può assumere, viventi in tutte le cose quand’anche vivere non sembrino[234]. L’unità è l’essere; ciò che è multiplo è composto; dunque non esiste che l’uno, e in questo vanno confusi finito e infinito, spirito e materia. Presa in sè, l’unità è Dio; in quanto manifestasi nel numero, è il mondo; e ancora il mondo è Dio[235]. Un’unità primitiva sta in fondo all’apparente varietà degli oggetti, che a petto ad essa tutti sono eguali: e nell’osservarli non si vedono sostanze particolari, bensì la sostanza in particolare. Avvi dunque un principio supremo dell’esistenza, cioè Dio, che può esser tutto, ed è tutto; in lui la potenza e l’attività, il reale e il possibile costituiscono un’unità inseparabile; esso è non solo _causa esterna_, ma _fondamento interno_ della creazione. Idee vere non si danno se non nell’essere divino, del quale l’universo è effetto ed espressione imperfetta; e da questo universo noi deduciamo le cognizioni, che non sono idee ma ombre d’idee.
Stabilita la relazione dell’intelletto divino coll’universale e cogl’intelletti particolari, e scoperto il nesso fra la verità divina, la verità delle cose e la verità propria de’ nostri intelletti, ne deduce l’armonia di tutte le cose fra loro. Dalla stretta connessione fra i tre grandi ordini di cose, Dio, l’universo, le intelligenze particolari, avendo creduto dedurre l’assoluta unità, aspirò a ridurre l’ideale e il reale, l’ente di ragione e il sussistente in un’unica categoria, la quale abbracciasse l’essere nell’universalità sua, ricondotto alla semplicissima unità. Al qual uopo intensamente s’applicò a perfezionare l’_Ars magna_ di Raimondo Lullo: cattivo modello.
Pertanto egli primo nel suo secolo contempla il mondo da puro metafisico; o, come si direbbe oggi, si pone alla ricerca dell’assoluto; e sviando dall’esperienza, le cause de’ fenomeni non indaga nella materia stessa, ma accenna uno spazio infinito, pieno di mondi che splendono di luce propria, d’anime del mondo, di relazioni dell’intelligenza suprema coll’universo; confida nel _lume interno_, nella _ragion naturale_, nell’_altezza dell’intelletto_, e così s’avventura a divinazioni, talora anche fortunate, sopra i moti delle stelle fisse, la natura planetaria delle comete, l’imperfetta sfericità della terra.