Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 29

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Molti trattarono soggetti morali fuor della Chiesa, ma nulla di nuovo nè di sentito. Lodano i _Dialoghi_ del Tasso; ma il leggerli è fatica e inutilità. Chi conosce più che di nome la _Nobiltà delle donne_ del Domenichi, la _Istituzione delle donne_ del Dolci, la _Morale filosofia_ di Antonio Bruciati, gli _Avvertimenti morali_ del Muzio, la _Ginipedia_ di Vincenzo Nolfi, e via là? Argomenti comuni ne sono l’amore e l’onore; quello sottilizzato alla platonica, e perciò nè d’opportunità civile, nè di testimonio alla storia; questo stillato nei puntigli della scienza cavalleresca (pag. 271). I _Costumi de’ giovani_ del senese Orazio Lombardelli possono offrire utili confronti agli usi, al lusso, ai vizj d’allora, e sono esposti in candida lingua, sebbene non senza affettature. Giuseppe Passi di Ravenna coi _Difetti donneschi_ in trentacinque discorsi concitò l’ira femminile, come la maschile colla _Mostruosa officina delle sordidezze degli uomini_: oltre l’esagerato e la stucchevole erudizione, ben poco vi si trova di particolare ai tempi e individuale all’autore. Il quale a quarant’anni, stanco de’ tedj provocatisi, andò nei Camaldolesi di Murano, e scrisse contro l’arte magica «piuttosto istoricamente che scientificamente, e ciò per la malvagità de’ tempi».

Gabriele Pascoli di Ravenna, dettò un romanzo, che comincia colla battaglia di Lépanto, dopo la quale alcuni combattenti vanno a diporto pel mondo, e uno capita a Genova, donde in Ispagna, e quivi in una selva trova un giovane italiano, scarno e vivente a modo di fiera, che gli racconta quanto soffrì per una bella ingrata. Il viaggiatore lo distoglie dal proposito di morire in quelle miserie, sicchè tornato alla Corte, beffa la beffatrice in modo di trarla a morte. Perciò condannato nel capo riesce a fuggire e rimpatriare. Lasciamo lodare questo romanzo dall’editore.

Sono romanzi del peggior genere molte delle biografie del Leti, e gli _Amori di Bianca Capello_ di Celio Malespini veronese, eppur divennero fonte a molti storici. Pierandrea Canoniero genovese stampò a Roma _Discorsi politici sui due primi libri di Tacito_; fu soldato, legale, medico ad Anversa, ove pubblicò _De curiosa doctrina_, il _Perfetto Cortigiano_, _Ricerche politiche_, _morali_, _teologiche_, senza profondità. Ottavio Ferrari milanese, lettore d’eloquenza in patria e a Padova, la esercitava in lodare i principi che il compensavano. La patria lo stipendiò come storiografo; ma forse troppo timido per incarico siffatto, nulla finì, occupandosi piuttosto in gonfj complimenti accademici. Meglio valse nell’antiquaria, e investigò le origini della lingua italiana, sebbene mai non la adoperasse.

Lorenzo Magalotti romano (1637-1712), trattenuto in Toscana per ammirazione del suo limpido ingegno, scrisse di mille cose, relazioni di viaggi suoi e altrui, la _Storia dell’Accademia del Cimento_; tradusse il francese epicureo Saint-Evremond, di cui imitava la filosofia spiritosa, gioviale, tutta di mondo: pure scrisse contro gli atei e gl’indifferenti. Il canzoniere _La donna immaginaria_ (già lo mostra col titolo) ha voci di testa non di petto, e il Filicaja scriveagli: — Veggo ne’ vostri versi una tal profusione di bei concetti e di belle idee, che io non so come voi possiate scampare la taccia d’indegno scialacquatore, che non conosce moderazione, vuol sempre mettere in grande tutte le cose più piccole, e farle talmente crescere di statura, che di vane che erano diventino, gigantesche». Degli odori parlava e scriveva in estasi. Sfoggia da ambasciadore; poi richiamato a Firenze, tutto gli pare al dissotto del proprio merito; per iscontentezza si fa prete dell’Oratorio, subito se ne pente, e vergognoso si rintana in villa, finchè ritorna alla Corte.

Trajano Boccalini da Loreto (1566-1613), arguto ingegno e immaginazione focosa, fu meno stravagante nello stile che nelle invenzioni. Ne’ _Ragguagli di Parnaso_ finge che Apollo tenga corte, ascolti le querele e decida; invenzione spesso imitata, la cui monotonia è ricattata dall’interna varietà de’ giudizj sopra libri, uomini, casi. Nella _Pietra del paragone politico_ e ne’ _Commentarj sopra Cornelio Tacito_ insegna i modi d’accorciar «la catena che gli Spagnuoli fabbricavano per la servitù italiana; e come non sarebbe difficile scuoterseli di dosso poichè essi non riusciranno mai a naturarsi». Preso Tacito per testo, come Tito Livio il Machiavelli, ne contrasse il veder fosco; pure in modo faceto, ferendo non lacerando, cercò rendere amena la politica, nella quale atteggiasi coi liberali d’allora, cioè nell’odio alla Spagna; declama contro la smania battagliera; loda la libertà, e ammira Venezia perchè sa «perpetuare nella florida libertà», congiungendo nel doge l’infinita venerazione colla limitata autorità, studiando alla pace mentre si prepara alla guerra, e col rigore degli Inquisitori «sepellendo vivo qualunque Cesare e qualsiasi Pompeo che si scoprisse»; col che otteneva una nobiltà inoffensiva, il non salire agli onori sommi se non per la scala de’ minori, il tornare da quelli alla modestia privata, continenza nel maneggio del danaro pubblico, tutti eguali in piazza, cara la libertà egualmente alla nobiltà che comandava e alla cittadinanza che obbediva. Pure il Boccalini non risparmia l’arroganza di que’ patrizj. Nemico de’ villani ricalzati, ai nobili raccomanda la tutela di quella poca libertà che ancora sopravvive. Non vorrebbe dispute religiose, non tirannicidj, non sommosse popolari che sempre riescono infelicissime perchè più saggio è tenuto chi più è temerario, e più zelante della patria chi consiglia cose più precipitose: ma se è bestiale ostinazione a chi è legato al carretto tirar de’ calci nelle ruote e così rovinarsi le gambe, non è a dimenticare che la pazienza degli asini fu sempre la calamita delle bastonate, e alla fin fine ogni popolo ha il governo che si merita; e che la disperazione entrata nei popoli, ancorchè disarmati, imbelli e ignoranti, fa trovare per ogni cantone armi, cuore e giudizio.

Avversissimo ai Protestanti e anche alla tolleranza religiosa; deride i riformatori, alcuni de’ quali erano moralisti puri, che davano per rimedio l’obbligare gli uomini alla carità e all’amor vicendevole; altri politici puri, che predicavano di non dare le dignità se non al merito e alla virtù, impedire le monarchie troppo grandi, frenare l’ambizione de’ principi, e la riforma e il governo affidare ai letterati; altri andavano alla radice, chi vedendo ogni male nelle donne e nel matrimonio, chi chiedendo una nuova partizione de’ possessi, chi di togliere affatto l’oro e l’argento, chi invece il ferro; chi di rompere ponti e strade, e proibire viaggi e navigazioni: e conchiude di vivere col mancomale, e far la difficile risoluzione di lasciare il mondo qual si è trovato. Neppure all’evocare il passato sulla scorta di Tacito ad esplicazione del presente e norma dell’avvenire, mostra egli vigore, celiando anzichè bestemmiare: pure eccitò l’indignazione, e una notte fu battuto di maniera che ne morì[218].

Secondo Lancellotti di Perugia (1565-1643), prete e di molte accademie, di stile gretto ma risoluto e con dottrina, tolse a provare che il mondo non era moralmente o intellettualmente deteriorato, nè soffriva traversie peggiori che per l’addietro; e compose _disinganni_, in ciascuno combattendo un pregiudizio con fatti e testi accumulati. Sovrattutto beffa costoro che parlando dell’Italia, ripetono sempre «una volta era, una volta fu»; e vuol mostrare che malanni ella ebbe sempre, sempre imperfezioni e vizj, sempre avversità e disgrazie, eppure sempre per mille titoli fu signora la più bella, la più nobile, la più degna dell’universo. Altrove rivela i _Farfalloni degli antichi storici_, precorrendo a molti moderni negli appunti contro la storia romana, non nella critica sensata che abbatte per riedificare.

Alessandro Tassoni modenese (1565-1635), da giovane avea sostenuto che i moderni non sono inferiori agli antichi, combattuto Aristotele retore, cuculiato coloro che credevano «non si possa scrivere dritto senza la falsariga del Petrarca»: e i contemporanei lo tacciavano di avverso a Omero e ai classici, perchè di essi vedeva anche i difetti, e diceva: — Io voglio dir delle novità; chè questo è il mio scopo; e addimando parere agli amici, non perchè mi avvertiscano di quello che ho detto contro Aristotele, ma perchè mi ammendino se ho detto delle sciocchezze»[219]. Pensatore originale, carattere indipendente, grammatico sottile non pedante, serbò gusto e libero giudizio, malgrado l’erudizione; e la facile festività non contaminò coi concetti, benchè manchi della finezza e decenza che costituiscono la grazia. Il poema della _Secchia rapita_ trovò grandissima difficoltà a stamparsi, atteso il continuo suo satireggiare: pure Urbano VIII se n’invaghì; pel pizzicore poetico che aveva, indicò alquante correzioni al poeta, che lo secondò col ristampare i cartini ne’ pochi esemplari offerti al papa. Per vendicarsi del conte Brusantini, dal cui segretario dottor Majolino era stato offeso, lo ritrasse nel vanitoso e ribaldo conte di Culagna. Nè egli si propone che un esercizio letterario; della libertà italiana, delle guerricciuole fra le repubblichette non sa che ridere; e per far ridere s’intresca in sudicerie e lascivie. Il poeta che celia sui cadaveri, non può seriamente piacere: eppure di quei ringhi municipali egli provava le conseguenze, egli che contro gli Spagnuoli avventò le _Filippiche_, chiamandoli «stranieri imbarbariti da costumi africani e moreschi, intisichiti nell’ozio lungo d’Italia e nella febbre etica di Fiandra, come un elefante che ha l’anima d’un pulcino, un gigante che ha le braccia attaccate con un filo; che non reggono in Italia perchè vagliano più di noi, ma perchè abbiamo perduto l’arte del comandare; non ci tengono a freno perchè siamo vili e dappoco, ma perchè siamo disuniti e discordi; pagano la nobiltà italiana per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i forestieri per aver piede negli altrui Stati; avari e rapaci se il suddito è ricco, insolenti s’egli è povero, insaziabili in guisa che non basta loro nè l’oriente, nè l’occidente; infettano e sconvolgono tutta la terra cercando miniere d’oro; le rapine chiamano proveccio, la tirannide ragion di Stato; e saccheggiate e disertate che hanno le provincie, dicono d’averle tranquillate e pacificate». Tutta la forza loro consiste «in que’ soldati che, avvezzi a pascersi di pane cotto al sole, e di cipolle e radici, e a dormire al sereno con le scarpe di corda e la montiera da pecorajo, vengono a fare il duca nelle nostre città e a mettere paura, non perchè siano bravi, ma perchè non avendo mai provato gli agi della vita, non curano di perderla a stento: forti solo mentre stanno rinchiusi nelle fortezze, invitti contro i pidocchi, pusillanimi incontro al ferro, questi son quelli che spaventano l’Italia».

Non s’accorgea d’indicare appunto ove stava la superiorità degli Spagnuoli, l’abitudine alle armi e alla dura milizia. Così diceva e forse pensava egli quando gioiva de’ favori del duca di Savoja, al quale non cessava di raccomandare d’unirsi cogli altri principi d’Italia, e basterebbe a cacciare i nemici: ma «i satrapi della dottrina, e i più dotti che son sempre i più pusillanimi», diceano impossibile l’impresa; i nobili e i cavalieri spasimavano onori e croci «premj di patteggiata servitù».

Il Sozzino genovese, uno «di quegli infelici che godono o almeno non curano di essere dominati da popoli stranieri», scrisse a depressione dell’Italia e a favore della dominazione spagnuola e contro il duca di Savoja; e il Tassoni gli oppose un gran panegirico di questo. Il quale gli promettea pensioni ma non le diede, ond’egli se ne lamentò, e «M’accorsi che nè di pillole dorate nè di cortesi parole dei principi bisogna fidarsi... Al cane forestiero tutti quelli della contrada gli abbajano; i principi hanno sempre le mani lunghe, ma rare volte larghe». Per chetarlo, il cardinale Maurizio lo menò seco a Roma; ma poi vedendolo inviso alla Spagna, della quale ambiva farsi dichiarar protettore, lo scansò e rinviollo, pretendendo avesse pigliato l’oroscopo suo, e predetto indicasse un ipocrito; e per quanto egli si purgasse, disdicesse anche le _Filippiche_, non si lasciò più smuovere perchè «i principi per la loro riputazione vogliono sostenere anche le cose mal fatte».

«Questi (dic’egli) furono i guiderdoni e i successi della mia servitù colla casa di Savoja... E confesso che mancai di consiglio, perciocchè, avendo veduto il cavaliere Guarino uscir malissimo soddisfatto di quella Corte dopo dedicata la bellissima sua pastorale, e il Marino carcerato per tanti mesi dopo il merito del suo panegirico, e Obignì strozzato, e tanti altri che avevano fatto naufragio, dovea andar più cauto in avventurarmi in mare tempestoso, che finalmente non ha porto se non per vascelli di piccola capacità». Ben si fece dipingere con un fico in mano, a significare l’unico premio venutogli dalle Corti; ma non le abbandonò, e ai servigi del cardinale Lodovisi e del duca di Modena consumò la restante vita.

Come il Tassoni de’ tempi che più non erano, così degli Dei cui più non si credeva volle prendersi burla Francesco Bracciolini da Pistoja (1566-1645). Si levò gran disputa qual di questi due inventasse il genere eroicomico: nè l’un nè l’altro dirà chi abbia letto il _Morgante_, l’_Orlando Furioso_ e l’_Innamorato_. Il Bracciolini, ricchissimo di modi e franco di vena, compose altri poemi, fra cui la _Croce riacquistata da Eraclio_ dicono sia il migliore dopo il Tasso, e nessun lo legge; come non si legge il Graziani, che a ventidue anni fu applaudito per la _Cleopatra_ in sei canti; poi per la _Conquista di Granata_, imitazione dello spagnuolo Mendoza; e molto più, attesa l’attualità, per la sua tragedia del _Cromwell_. E di epopee fu poveramente ricco quel secolo, eroiche, morali, sacre, comiche, e tutte dimenticate. Lasciandole noverare dai bibliografi, noi mentoveremo uno da essi dimentico, Giulio Malmignati di Lendinara, di cui l’_Enrico o Francia conquistata_ (1623) fu probabilmente conosciuto a Voltaire, che finisce il suo poema al modo stesso, che fa pure assumere Enrico IV in cielo a vedere le sedi dei principali illustri, ed esortare da san Luigi a farsi cattolico.

Il pittore Lorenzo Lippi (-1664) alla corte di Claudia di Baviera compose un poema, intitolandolo dal nome d’un castello in rovina che l’architetto Paris possedeva presso Firenze, e fingendolo capitale d’un regno, la cui signora è spossessata da una cortigiana, poi ristabilita colla guerra. Difficile sarebbe dire il contesto e tanto meno l’intento del _Malmantile riacquistato_; eppure si legge volentieri, al modo che s’ascolta un bel parlatore fiorentino. Giambattista Lalli da Norcia cantò la _Gerusalemme desolata_; ma presto voltatosi al giocoso, fece i poemi del _Domiziano moschicida_, del _Mal francese_ e l’_Eneide travestita_.

Puro ma inelegante è il _Ricciardetto_ di Nicolò Fortiguerra (-1735), scritto per iscommessa un canto al giorno, con pazzesche buffonerie, riproducendo in caricatura gli eroi dell’epopea romanzesca; sempre ridendo senza riflessione nè scopo[220], buttandosi all’osceno, e abusando della facilità nel verseggiare. Francesco Redi di Arezzo (-1694), che di tutto seppe, scrisse perbene molti sonetti, e il _Bacco in Toscana_, brindisi imitato non raggiunto. Fulvio Testi modenese (-1646) di franca facilità e d’un far largo che somiglia a maestà, manca dell’aroma dello stile che eterna le opere, dà troppo nell’ingegnoso e fiorito, accumula sentenze, e verseggia una morale da prediche. Egli si lagnava della prostituzione delle Muse italiane[221]: ma l’ode a Carlo Emanuele (pag. 198), che gli valse una collana d’oro e la non ancora prostituita croce di San Maurizio e Lazzaro, il fece processare ad istanza del governatore di Milano. In contumacia condannato al bando e a ducento ducati, se ne redense con versi in senso opposto. Visse nelle Corti e ambascerie, onorato e invidiato, finchè un illustre personaggio credendosi adombrato nella sua canzone al _Ruscelletto orgoglioso_, lo fece mal capitare.

— La poesia è obbligata a far inarcare la ciglia; come il mio concittadino Colombo, voglio o trovar nuovo mondo o affogare»; così diceva Gabriele Chiabrera da Savona (1552-1637), il quale imputando i nostri di timidezza, cercò immagini grandi, espressioni figurate, parole composte, metri insoliti, ne’ quali mostrò squisito senso delle armonie convenevoli alla poesia italiana, mentre le costruzioni nuove date alla lingua non sempre sono acconce, nè desunte dalle popolari. Delle perpetue allusioni mitologiche non lo scusa neppur la necessità di lodare qualche oscuro ginnasta, e principi che non eccitavano entusiasmo. Fece un sobisso di poesie, discorsi devoti in prosa, drammi per musica, cinque poemi epici, e più poemetti senza la lode della regolarità nè il merito dell’ispirazione. I sermoni di genere medio sono tra i migliori nostri. Bellezze molte ha per certo; ma qual cosa di grande, di intimamente sentito? quale delle sue odi vive nelle memorie? Il Chiabrera «in patria incontrò, senza sua colpa, brighe, e rimase ferito; la sua mano fece le sue vendette, e molti mesi ebbe a stare in bando». Carlo Emanuele lo invitò alla Corte, il regalò d’una catena d’oro, lo fece accompagnare in carrozza di Corte a tiro a quattro, e ogni volta che tornasse a Torino gli dava trecento lire pel viaggio: altrettante gentilezze ottenne da Vincenzo Gonzaga, da Urbano VIII, dalla repubblica di Genova, fin di coprirsi quando ragionava a’ serenissimi collegi: e ad ottantacinque anni protrasse sana e placida la vita, non senza cetra.

Non mancava dunque favore ai letterati: i pontefici li proteggevano, e più di tutti Urbano VIII; i Medici carezzavano artisti e scrittori; Carlo Emanuele, fra tante brighe non li dimenticò, e spesso li metteva a disputare. Gianvincenzo Pinelli di Napoli faceasi a qualunque prezzo trasmettere quanti libri uscivano, e formò una biblioteca classificata per materie, oltre un museo di globi, carte, strumenti matematici, fossili, medaglie rare. Venduta alla sua morte, il vascello che portavala è predato dai corsari, che buttano in mare o disperdono sulle coste la mal conosciuta merce, i pescatori raccolgono i fogli per ristoppar le barche e far impannate alle finestre; il rimanente è comprato tremila quattrocento scudi d’oro dal cardinale Federico Borromeo, che ne fece fondamento alla biblioteca Ambrosiana. La quale aperse egli al pubblico coll’insolita comodità di tavolini e carta e calamajo; e vi aggiunse un collegio di dottori, che esaudissero alle inchieste degli studiosi, e pubblicassero opere nuove. Andò disperso il museo che avea raccolto Giannantonio Soderini veneziano, il quale pellegrinò in Levante, lodato come dottissimo dallo Spon e dal Weler viaggiatori eruditi, dal Patin, dal Magni.

Angelo da Roccacontrata agostiniano (-1620), direttore della stamperia Vaticana, una preziosa libreria donò al suo convento in Roma, detta Angelica, a condizione che restasse aperta al pubblico. Il cardinale Girolamo Casanate napoletano (-1700) favorì i lavori dei dotti, e massime la _Collectanea_ dello Zacagni; e la ricchissima sua libreria legò ai Domenicani della Minerva di Roma, con quattromila scudi di rendita. Un’amplissima ne raccolse pure Francesco Marucelli prelato fiorentino nel palazzo fabbricatosi a Roma, e lasciollo a Firenze. Domenico Molino (-1635), gentiluomo veneto, carteggiava coi principali dotti anche d’oltremonte, ajutava di consigli chi componeva, e di denaro chi stampava. Lorenzo di Federico Strozzi (-1634), massime dopo perduta la vista, nella casa sua a Firenze adunava ogni miglior dottrina; altrettanto a Napoli Giambattista Manso; e in Roma Cassiano dal Pozzo gentiluomo torinese, il quale fece disegnare dal Poussin e da Pietro Testa in ventiquattro volumi le antichità romane, e unì la sua biblioteca a quella di Clemente XI. Giuseppe Valletta (-1658), de’ suoi diciottomila volumi facea comodità a chiunque, perciò in corrispondenza con tutti gli eruditi, e passava pel solo che in Napoli parlasse inglese.

I papi fin de’ primi tempi raccolsero carte e libri; san Clemente ordinò a notaj che scrivessero gli atti de’ martiri, alla cui collezione san Gelasio fece mettere qualche ordine, origine degli stupendi archivj del Vaticano. Per quanto piccola ci sia apparsa in altri tempi la Vaticana, rimaneva sempre la principale libreria del mondo cristiano; a Gregorio Magno scriveasi dalla Gallia per averne le opere di sant’Ireneo, e da Alessandria pel martirologio d’Eusebio[222]; sant’Amando vescovo di Tongres chiedeva libri a Martino I, e re Pepino alcuni manoscritti greci da donare alla badia di san Dionigi; Lupo abate di Ferrière a Benedetto XIII i commenti di san Girolamo sopra Geremia, quei di Donato su Terenzio e l’_Oratore_ di Cicerone[223]. Ciò nel più fosco medioevo. Andò poi ampliandosi al risorgimento; e Calisto III spese quarantamila scudi d’oro per salvare libri dai Turchi quando devastavano la Grecia; altrettanto Nicola V alla presa di Costantinopoli, e spediva dotti per tutta Europa a cercarne; Pio IV adoprò ad egual uso il Panvinio e l’Avanzati; più fecero Sisto IV e Leone X; poi Paolo V, spintovi dal Baronio. Quando il duca di Baviera nella guerra dei Trent’anni saccheggiò l’ammirata biblioteca di Eidelberga, Urbano VIII, coll’opera di Leone Allacci, ne raccolse il più che potè, e quattrocentrentun manoscritti greci, mille novecencinquantotto latini, ottocenquarantasette tedeschi ne furono portati alla Vaticana[224]. Alessandro VII e l’VIII v’aggiunsero mille novecento manoscritti varj di Cristina di Svezia e della biblioteca ducale d’Urbino. Difettavasi di manoscritti ebraici, siriaci, armeni, egizj, etiopi, malabarici e simili: ma Gabriele Eva maronita, dalla Propaganda spedito in Egitto, avendovi osservato biblioteche ricche e mal tenute, fu spedito il maronita Elia Assemani a raccorne per la Vaticana; altri le furono regalati o lasciati; poi di nuovi andò a cercarne Simone Assemani, il quale compilò la _Biblioteca orientale_ a imitazione della greca di Fabricio, che è ancora il miglior catalogo che s’abbia in tal fatto.

Caterina e Maria de’ Medici regine apersero la Corte di Francia a molti begli ingegni italiani; poi Luigi XIV, che ambiva anche la gloria d’Augusto, molti de’ nostri regalò e stipendiò; Filippo IV, poeta e pittore egli stesso, comprava da Palermo lo Spasimo, da altri la Sacra Famiglia e la Madonna della Tenda, i lavori più insigni di Rafaello, l’Adone addormentato sulle ginocchia di Venere del Veronese, per rivaleggiare col soggetto stesso del Tiziano; al Domenichino diede commissioni, come a Guido, al Guercino, all’Albani, che con tele del Caravaggio, del Cambiaso, d’altri nostri fanno ammirate le gallerie dell’Alcazar e di Aranjuez; e volle più di trecento gessi delle migliori statue d’Italia.