Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 28

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Questo dovea scintillare nelle raccolte fin dal titolo, _I ruscelletti di Parnaso, I fuggilozio, L’eclissi della luna ottomana_: Carlo Pietrasanta milanese fece gli _Aborti di Clio_; Guasco Annibale una Tela cangiante in madrigali; Marco Boschini veneziano scrisse in quartine _La carta del navegar pittoresco... comparti in oto venti, con i quali la nave venetiana vien conduta in l’alto mar de la pitura come assoluta dominante de quello, a confusion di chi non intende el bossolo de la calamita_; Gianfrancesco Bonomi bolognese, poeta cesareo, pubblicò _Virgulti di lauro, distinti in foglie, rami, bacche, sughi, corteccie e radici_; Alessandro Adimari fiorentino, oltre raccolte col nome di altre muse, pubblicò _La Polinnia, ovvero cinquanta sonetti fondati sopra sentenze di Cornelio Tacito, con argomento a ciascuna di esse, che uniti insieme formano un breve discorso politico-morale_. Abbiamo la _Maschera jatropolitica aspirante alla monarchia del microcosmo_, giuoco serio di Eureta Misoscolo. Il dizionario de’ pseudonimi dell’Aprosio è intitolato _La visiera alzata, hecatoste di scrittori, che vaghi d’andare in maschera fuor del tempo di carnevale, sono scoperti da_ ecc.; e vi mandò dietro una _Pentecoste_. Che più, se gli scienziati stessi v’incolgono? il Torricelli dice che «la forza della percossa porta nella scena delle meraviglie la corona del principato», e che «il famoso Galileo lavorava questa gioja per arricchirne il monile della toscana filosofia». Il Montanari a un trattato contro l’astrologia diede per titolo _La caccia del frugnuolo_: a uno sul fulmine _Le forze di Eolo_; a uno sulle monete _Zecca in consulta di Stato_. Carlo Moraschi fece la _Celeste anatomia delle comete_; Corrado Confalonieri la _Cometa decomata_; Carlo Manono il _Cannocchiale istorico, che fa guardare dall’anno_ 1668 _fin al principio del mondo, e tira appresso le cose più memorabili finora succedute_. _Via lactea_ intitolansi le istituzioni canoniche del valentissimo teologo Chiericato di Padova: al _Gemitus columbæ_ del Bellarmino il padre Gravina oppose la _Vox turturis_ in difesa de’ monaci: alla quale essendo risposto col _Cave turturi male contra gemitum columbæ exultanti_, egli replicò la _Congeminata vox turturis_, ristampata col titolo _Resonans turturis concentus_. Emanuele Tesauro, il Marini della prosa, stese in questo stile un non breve trattato di filosofia morale. Il famoso padre Lana ne scrisse uno _Della beltà svelata in cui si scuoprono le bellezze dell’anima_, e ciascun capitolo presenta una metafora; il sesto è _La regina al balcone_, cioè l’anima che per gli occhi fa vedere le sue bellezze; il decimo _Le bevande amatorie date a bever alla sposa del suo servitore per farla adulterare_, cioè i diletti del corpo che rapiscono l’anima a Dio; e così sempre. Perfino il celebre Lancisi nel 1720 stampava a Roma _De natura et præsagio Dioscurorum nautis in tempestate occurrentium_; i quali Dioscuri sono le parotidi critiche che appajono nelle febbri maligne.

Viepiù si lardellarono di tali metafore le dissertazioni accademiche e le tesi. All’Università di Torino, Gianandrea Negro candidato in legge (-1594) sosteneva per quindici giorni novecennovantanove tesi dialettiche, fisiche, magiche, mediche, filosofiche, teologiche, morali, di diritto civile e canonico e di matematiche; Pio Appiani per nove giorni difendeva quattrocento proposizioni legali.

Sfoggio di tali ciarlatanerie divenne il pulpito. Era stato proverbialmente famoso il padre Panigarola di Milano, che aveva avuto a maestri in patria gl’illustri retori Natale Conti e Aonio Paleario, e a modello Cornelio Musso (t. IX, p. 289); e dopo una gioventù dissipata vestitosi francescano, levò grido dai pulpiti principali. Caterina de’ Medici il volle a Parigi; per le città d’Italia ove giungeva era accolto a battimani, e spesso costretto a recitar un discorso prima di riposarsi; fatto vescovo d’Asti e da Sisto V spedito in Francia per le contese degli Ugonotti, contro questi pubblicò le _Lezioni calviniche_; e gloriavasi di aver congiunto la predicazione colla teologia, perchè questa gl’insegnò a far più sicure le prediche, quella a far più chiare le lezioni. Il cardinale Federico Borromeo non rifina di lodarlo, anzi da lui toglie il modello dell’oratore perfetto. Se più volte fu ristampata la sua _Retorica ecclesiastica_, e nei sermoni non manca d’un certo calore, benchè fomentato da figure più che da intima vigoria; nello stile barcolla fra il rozzo e l’affettato, e invano vi cercheresti quella cognizione del cuore che scuopre il vizio ne’ ripostigli, quella pratica de’ santi libri che di là toglie tesori di bellezze; nè più alcuno legge le novantasei opere che lasciò.

Poi ben presto quell’eloquenza, cui prima lode è la semplicità, non si credette poter conseguire che col pugno teso e coi capelli irti. I titoli medesimi delle prediche d’allora tradiscono quell’infelicissima mania: Cesare Battaglia milanese, fra molti panegirici, ha la _Sacra Torre del Faro_ per santa Caterina, il _Carbonchio fra le ceneri e la lingua immortale_ per sant’Antonio, i _Tesori del niente_ per san Gaetano, il _Briareo della Chiesa_ per san Nicola, e così l’_Archimede sacro_, l’_Esemplare e il diadema del principe_; Mario de’ Bignoni cappuccino veneziano intitola il suo quaresimale _Splendori serafici degli opachi delle più celebri accademie, rilucenti tra le ombre di vaghi geroglifici_; Alessandro Maria Brianto fa l’_Antiparistasi del santo amore_; Tommaso Caracciolo arcivescovo di Taranto l’_Elio clerio, cioè il Sole del beato Gaetano Tiene, intrecciato da un devoto del beato_; così il _Balsamo della Fama Mamertina_, discorso per la sacra lettera di Maria vergine ai Messinesi, del padre Epifania.

Bizzarrissime poi le proposizioni: e uno in sant’Antonio riscontrava le metamorfosi d’Ovidio: un altro in san Domenico le fatiche d’Ercole. Giuseppe Maria Fornara nel _Nuovo sole di Milano sotto del santo chiodo ascoso_ provava in sei discorsi quella reliquia essere un sole che nasce, che illumina, che riscalda, che essica, che corre, che riposa. Il gesuita Ignazio Del Vio faceva _Le gare di scambievole amore fra la rosa verginale santa Rosalia, li gigli reali di Filippo V nostro signore, e l’orto della Sicilia Palermo, intrecciate nella solenne festa di santa Rosalia_ (1702). Il Lemene, nell’elogio funebre di Filippo IV, dimostrava che fu _magnum pietate, et magnitudine pium_. Del padre Annibale Adami di Fermo abbiamo «Il santo fra’ grandi di Spagna, grande di quattro grandati; cioè san Francesco Borgia, esprimente nella sua santità e nel suo nome le virtù di quattro santi Franceschi d’Assisi, di Paola, di Savier e di Sales, giusta il detto dell’Ecclesiastico _Fuit magnus juxta nomen suum_» (Roma 1672). Giacomo Lubiani celebrava _il solstizio della gloria divina, la cifera della divinità nell’augustissimo nome di Gesù_, e in sant’Ignazio la _spada infocata_, dimostrandolo «Ercole della Biscaja che porta nelle fiamme del nome l’armeria de’ Serafini, il treno de’ miracolosi spaventi nel fulmine della spada, in cui potresti intagliar più vittorie che non fece Ruggero nella sua», e si scusa di non poterne dire abbastanza «perchè gli manca l’algebra dell’innumerevole». Paolo Arese, autore di sette volumi di prediche lodatissime, a difesa di queste dettò _La penna raffilata_ e _La retroguardia di se stesso_. Frà Giuseppe Paolo comasco così esordisce il suo quaresimale: — Per adunare contro dei vizj, legionarj di Satanno, un esercito numeroso, tocca tamburo questa mattina la penitenza».

Gran maestro dell’affastellar le cose più disparate fu il padre Emanuele Orchi, pur da Como, che con brani d’erudizione profana, citazioni, epigrammi, filze di proverbj, divinità gentili, astrologia, regge la tronfia sua grandezza: ivi trovi gli _artificiosi tiriliri_ d’un uccello; ivi bachi da seta, che _mangiano e dormono con saporoso sapore e saporito sopore_; ivi la Maddalena _sollevata di fronte, sfrontata di faccia, sfacciata d’aspetto_; ma udendo Cristo, _le si sveglia nel meriggio del cuore l’austro piovoso di tenero compungimento, e sollevando i vapori de’ confusi pensieri, stringe nel ciel della mente i nuvoli del dolore_. Non rispetto a sè mostra costui, non agli uditori, non a Dio[205], ma sempre l’immagine, la pittura; o ti paragoni l’uomo all’organo, o il peccatore alla lavandaja, che «nudata il gomito, succinta al fianco, prende il panno sucido, ginocchione si mette presso d’una fiumara, curva si piega su d’una pietra pendente, insciuppa il panno nell’acqua, lo stropiccia coi pugni, con le palme lo batte, lo sciacqua, lo aggira, l’avvolge, lo scuote, l’aggroppa, lo torce; indi postolo entro un secchione, ed al fervor del fuoco in un caldajo, fatto nell’acqua con le ceneri forti un mordente liscio, bollente gli lo cola di sopra; giuoca di nuovo di schiena, rinforza le braccia, rincalza la mano, liberale di sudore non meno che di sapone; e finalmente fattasi all’acqua chiara, in quattro stropicciate, tre scosse, due sciacquature, una torta, candido più che prima e delicato ne cava il pannolino».

Per poco non prorompeva in applausi l’affollata udienza; dalla quale congedandosi, egli ragiona dell’amor suo che in pochi giorni gigante divenne, poichè la loro attenzione gli fece da balia, il fasciò, il cullò; poi dalle poppe divezzato coll’aloe dell’amara partenza, si pascerà col solito cibo del massiccio affetto: la brama poi di tornar a loro è una gravidanza matura, sicchè egli starà colle doglie del parto, finchè la grazia del cielo non gli serva da Lucina a figliar un nuovo maschio quaresimale. Una volta erige un processo in regola contro il ricco; un’altra espone il giudizio universale, distinto in atti e intermezzi; un’altra architetta un monumento trionfale per la risurrezione di Cristo. Così il padre Caminata, in San Pietro del Vaticano, nel primo sermone fabbricò la statua dell’Ambizione; poi in ciascuno de’ seguenti «le dava quattro martellate» per levarne via le pecche.

Alberto Alberti trentino, il quale scagionò la Compagnia di Gesù dalle imputazioni di Gaspare Scioppio con tal calore, che questo, vedendosi stretto e smascherato, dicono ne morisse di dolore, scrisse _Actio in eloquentiæ cum profanæ tum sacræ corruptores_ (Milano 1651), abusando delle forme stesse che condanna. E Federico Borromeo in un’operetta a riprovazione di quel predicare, racconta di uno che, spiegando la tentazione di Gesù Cristo, e come Satana gli mostrò tutti i regni del mondo, fece un trattato di geografia; un altro cavò di sotto la cotta uno stilo; un terzo, esclamando non poter più reggere a tanti orrori, si mosse per andarsene, aspettando che il pubblico lo arrestasse; ma poichè tutti tacquero, egli dovette fermarsi da sè. Nel _Diario romano_ d’un austero cattolico dal 1640 al 50 leggiamo: — Colla quaresima la commedia finisce nelle case e nelle sale, e comincia nelle chiese e nei pulpiti; la santa occupazione della predica serve a soddisfar la sete di celebrità o l’adulazione. S’insegna la metafisica, che il predicatore intende poco e gli uditori niente: invece d’istruire e correggere, si decantano panegirici nel solo intento di far passata. La scelta del predicatore non dipende dal merito, ma dal favore». Nel giornale napoletano dello Zazzera, sotto il dicembre 1616: — Sua eccellenza venne in carrozza con la moglie in San Lorenzo, ove si cantò la messa con musica, e predicò il padre Aqualino cappuccino le sue solite facezie».

Insomma dappertutto un gusto licenzioso, che giudica gretto ciò ch’è semplice, non vuol andare di passo, ma a capriole. Nè la moda accecava a segno da non avvedersi di quel delirio: Giambattista delle Grottaglie scrisse la _Censura del poetar moderno_; il gesuita Giuglaris, che nelle prediche tiene il campo di siffatte enormità, dettò piano e composto _La scuola della verità aperta ai principi_. E dettavano castigato quelli che a lode non aspiravano, potendosi ripetere dello stile ciò che alcuno disse della morale, che per esser cattivi bisogna fare uno sforzo.

Michelangelo Buonarroti il giovane (-1646) ammira il Petrarca, ma ciò nol preserva dal contagio; e illustrando il sonetto di lui _Amor che nel pensier mio vive e regna_, dice: — Però, cortesissimi accademici, non prenderete ad onta che io intorno a sì alto soggetto ardisca di favellare, ned incolperete me di follìa e di troppa temerità, poichè per obbedire a chi lo mi ha comandato, e che giustamente farlo potea, per sì ampio pileggio e sì pericoloso mare, tra l’onda di non certa lode, in preda ai venti dell’ignoranza e del biasimo che per avventura mi potrebbero sommergere, fiaccamente solcando colla navicella del mio debole ingegno, mi sono impelagato». A questo corvettare credeasi obbligato quando ragionasse a dotti; ma allorchè assumeva il linguaggio del popolo, tornava alla natura, come nella _Tancia_ e nella _Fiera_[206], commedie scritte a bella posta per annicchiarvi una ricchezza di voci popolari, che ne’ libri non si trovavano, e di cui la Crusca voleva esempj pel vocabolario.

Certo allora si migliorò l’esposizione scientifica: Galileo vi mette evidenza e forza, emancipandosi dalle aridità scolastiche, e la chiarezza sua attribuiva alla continua lettura dell’Ariosto; gli accademici del Cimento davano a correggere a Carlo Dati le loro sperienze, esposte con eleganza filosofica; e a Firenze un bello stuolo si sceverò da queste ambiziose miserie.

Ivi utili fatiche continuava la Crusca, e molti s’industriavano attorno ai classici, principalmente al Boccaccio; a scrutare le opere nuove, o dar precetti di corretto scrivere. E di savj ne esibì negli _Avvertimenti sopra il Decamerone_ Leonardo Salviati, scrittore lonzo, e diffamato dalla bassa persecuzione che portò al Tasso. Celso Cittadini cercò dottamente le origini della favella toscana. Al gesuita Mambelli col nome di Cinonio, dobbiamo le _Osservazioni della lingua italiana_. Daniele Bartoli, nel _Diritto e il torto del non si può_, sostenne non v’esser regola di grammatica senza esempj contrarj, col che precipita nello scetticismo, nè indaga se siano dovuti a scorrezione di testi, o se abbiasi a dedur le norme da un principio più largo. Benedetto Fioretti appuntò la Crusca e le prolissità dei classici, e nei Proginnasmi mostra bastante filosofia di stile. Benedetto Buonmattei avea dato la prima grammatica toscana nel 1643; un’altra ne diede il bolognese Salvatore Corticelli con _Cento discorsi sopra la toscana eloquenza_, le regole deducendo dall’uso, ma uso de’ classici, anzi quasi solo de’ Trecentisti. Jacopo Mazzoni cesenate, nella _Difesa di Dante_, elevasi a generalità estetiche notevoli. Girolamo Gigli da Siena, festevolissimo nelle conversazioni e in commediuole, nel _Pirlone_ adattò il soggetto del _Tartuffo_ alla società nostra, tanto al vivo da eccitare uffiziali lamenti. In Roma pubblicò le opere di santa Caterina, con un dizionario dei modi a lei proprj, valendosene per bersagliare la Crusca, anzi tutti i Fiorentini, neppur i principi risparmiando. Questi ne fecero un capo grosso, e il libro fu bruciato dal boja, messo all’indice a Roma; e il Gigli si ritrattò[207].

Anton Maria Salvini fiorentino (1653-1729), eccitato agli studj ameni dal Redi, cercatissimo nelle buone società[208], conobbe molte lingue, e ne tradusse prosatori e poeti; singolarmente vulgarizzò Omero alla lettera, fatica screditata, ma di cui fecero pro i successivi: scrivendo di proprio, e commentando la _Tancia_, la _Fiera_, il _Malmantile_, usa da padrone la lingua, non solo col riprodurre i bei modi de’ Trecentisti, ma e nuove ricchezze di classici forastieri innestando, e più raccogliendone dalle bocche nel paese natìo, talchè meritò d’esser subito noverato fra i testi della Crusca. Sotto quest’unico aspetto vanno lodati i suoi discorsi accademici, del resto leggeri sempre, spesso vuoti, affrettati, sorreggentisi su qualche autorità in luogo di ragioni.

Anche forestieri s’occuparono intorno alla nostra favella: i Francesi imitavano e traducevano i nostri come oggi noi loro, senza discernimento; e come fu ammirato il Tasso, così le _Lacrime di san Pietro_ del Tansillo furono tradotte da Malherbe; imitata la poesia lirica, la descrittiva, il nostro sonetto; il genere eroicomico nel _Virgilio travestito_[209], nella _Gigantomachia_ e simili; il pastorale del Bembo e del Sannazaro, coll’affettazione che di tutte è la peggiore, quella della semplicità. Sui teatri riproducevano le nostre _Sofonisbe_, la _Calandra_ l’_Orfeo_: Rabelais avea tolto da Merlin Coccaj l’episodio de’ montoni di Panurgo, l’arringa di Gianotto di Bragmardo, la disputa al cospetto di Pantagruele, fin il carattere di Gargantua da quel di Fracasso. L’arguto Montaigne scrisse parte del suo viaggio in «questa lingua straniera, della quale si serviva molto facilmente, ma molto scorrettamente» (pag. 322). Le persone più gentili della bella società valeansi di questo idioma dell’ingegno e della cortesia, come la Longueville e la incomparabile Sévigné; le lettere erano picchiettate di frasi italiane; e i modi nostri metteano rischio di far nella lingua francese i guasti che or fa questa nell’italiana[210]. Alla corte d’Inghilterra parlavasi comunemente l’italiano, e verseggiò in questo il Milton, che conobbe Galileo a Firenze, a Napoli il Manso amico del Tasso; a Milano vide rappresentare l’_Adamo_ dell’Andreini, da cui, se non il concetto del suo _Paradiso perduto_, dedusse alcune scene, come altre dall’_Angeleide_ di Erasmo da Valvasone, e nominatamente l’infelice trovato delle artiglierie usate dai demonj[211]. E molto trasse da’ nostri il lirico Dryden; anzi il devoto Ruggero Ascham si lamentava che in Inghilterra si avesse maggior riverenza pe’ Trionfi del Petrarca che non per la Genesi, si reputasse una novella del Boccaccio più che una pagina della Bibbia. A Vienna predicavasi italiano[212], e Leopoldo imperatore v’introdusse un’accademia italiana, di cui erano Raimondo Montecuccoli, il marchese Maffei, Francesco Piccolomini, Giberto Pio di Savoja, Orazio Bucceleni, Mattia Vertemati, l’abate Spinola, Francesco Dolci, Francesco Zorzi, l’abate Felice Marchetti, con domenicali adunanze nel gabinetto stesso dell’imperatore.

Non dunque per ignoranza e trascuraggine peccavasi di secentismo; anzi può dirsi che allora per la prima volta si ponesse mente all’artifizio dello stile, a dar modulazione e unità al periodo, a calcolare le cadenze, a dir ogni cosa nel modo migliore. Degli autori antecedenti alcuni pretendeano imitare i Latini, sforzando la tela delle parole; altri s’abbandonavano al naturale, senza il minimo artifizio; Machiavelli non si briga della scelta dei vocaboli; rotto è lo stile del Varchi, contorto quello del Bembo, anelante quel del Guicciardini; gli altri Cinquecentisti si sparpagliano in periodi attorcigliati, e con membri refrattarj, espressioni zoppicanti, immagini irresolute; appena eccettueremmo il maestoso Della Casa, il limpido Annibal Caro, e l’amabilissimo Firenzuola, il quale professa aver «sempre usato quei vocaboli e quel modo di parlare che si permuta tuttogiorno, spendendo quelle monete che corrono, e non i quattrini lisci»[213]. Ma nel Seicento lo scrivere fu ridotto ad arte, il periodo divenne una maestria, e i gesuiti Daniele Bartoli e Sforza Pallavicino ne furono supremi artefici.

Il primo (1608-85), nativo di Ferrara, dai trionfi del pulpito chiamato a Roma per iscrivere la storia della Compagnia di Gesù, la distinse secondo le varie provincie, Indie, Giappone, Cina, Inghilterra, Italia. In lussureggianti descrizioni e minute particolarità ostenta varietà stupenda di vocaboli e dizioni; ma quelle frasi uniformemente smaglianti «tutt’oro macinato e perle strutte», quell’ambizione di modi e di numero dove la novità consiste solo nella scorza, dove l’eleganza non conosce la sobrietà, e il pensiero è trascinato dalla frase non mai spontanea, il fanno ripudiare da chi non giudica stile la prolissità senz’affetto, nè gradisce quella letteratura azzimata tutta plastica, intenta unicamente a piacere, e che fu detta gesuitica. Sol qualche retore potè sentenziarlo aquila fra gli storici, lui che mai non ha nè fior di critica nè profondità di sentimento, che vuol esser ammirato non creduto: ben è vero che quando racconta è a gran pezza migliore che ne’ trattati morali[214], lambiccati di titolo, di concetto, d’espressioni scolastiche e declamatorie; e ne’ scientifici sul ghiaccio, sulla tensione e la pressione, sul suono e l’udito, tesi peripatetiche, indegne di venir dopo Galileo.

La _Storia del concilio di Trento_ del Pallavicino (-1630) (tom. X, pag. 549), ove si sceveri della nojosa polemica, può servire di modello a chi si contenti alla mediocrità dello stile fiorito[215]. Le sue _Osservazioni dello stile_ sono talvolta sottili, spesso attissime. Il _Trattato del bene_, e quello sulla _Perfezione cristiana_, vanno ingenui d’elocuzione ma freddi. La vita di Alessandro VII interruppe quando lo vide scivolare nel prima disapprovato nepotismo. Ornato della porpora, serbò la religiosa sobrietà. Confutò in latino Giulio Clemente Scoti, il quale ai Gesuiti avea dato un fiero carpiccio[216], mostrando quanto avessero tralignato, nè senza gravissimo pericolo della cristianità potersi lasciare di riformarli, abolirne i privilegi, le cariche spartirne fra altri Ordini religiosi.

Gemma di quella società Paolo Segneri di Nettuno (1624-94), abbondantissimo d’ingegno, di dottrine, d’arte, nelle prediche evita la gonfiezza come l’aridità; orecchio delicatissimo a numero oratorio; linguaggio proprio sempre, talvolta semplice e preciso, quando è anche sobrio e affettuoso toglie speranza di far meglio. Ma non di rado abbandonasi ai vizj di scuola; coll’enfasi attizza la vivacità; sfoggia figure retoriche, sospensioni, ritrattazioni, modi litigiosi, esclamazioni, concettuzzi; lardellandosi di citazioni, stravolge i testi per trascinarli alle allusioni sue; falsa la storia per cavarne esempj; stabilisce proposizioni false o puerili o contorte. Sta avanti a tutti i nostri, eppure quanto non dista dai predicatori francesi suoi contemporanei, che uniscono la grandezza del sentimento religioso alla cognizione del cuore umano e al sentimento delle necessità della vita, la coltura dello stile e la popolarità! E parlo sempre del _Quaresimale_; chè nei _Panegirici_ il presunto obbligo d’essere eloquente lo precipita a capofitto nel mal gusto; mentre in alcune opere edificanti, come il _Cristiano istruito_ e la _Manna dell’anima_, porgesi modello di limpida catechesi. Nelle missioni, dove cogliea grandissimi frutti, massime di paci, furono adottati i metodi suoi e le sue laudi, facili al canto e all’intelligenza. Divenuto sordo, pur continuò a predicare, preferendo i villaggi; semplicissimo conservossi anche alla Corte di Roma, ed era oggetto d’un culto popolare, rapendosi i mobili della camera dov’era abitato, e le vesti ch’erangli servite. L’Inquisizione condannò la sua _Concordia fra il lavoro ed il riposo_, ed egli pazientemente aspettò che la si ravvedesse[217].