Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 27

Chapter 273,250 wordsPublic domain

Chi va curioso sulle velleità della moda, indagherà il perchè l’amore del gonfio e del vanitoso sì nella letteratura, sì nelle arti, divenisse allora epidemico. La Germania anfanò nella scuola del Lohenstein; l’Inghilterra nell’eufuismo; la Spagna principalmente nello stile colto del Gongora. Centro de’ begli spiriti parigini erano Giulia Savelli marchesa Pisani, e Caterina di Vivonne nata a Roma (1600) da un Pisani, poi divenuta marchesa di Rambouillet, che nel loro palazzo, costruito e disposto all’italiana, introdussero le tradizioni del natìo paese sul vivere elegante; e adottato un nome e un linguaggio convenzionale, pretensivo, lambiccato, si fecero legislatrici d’un gusto frivolmente colto, pedantescamente arguto. Se v’aggiungiamo l’azione di Maria de’ Medici regina, circondata di cortigiani fiorentini, è facile comprendere quanto dovesse acquistarvi predominio l’italiano.

Giusta i concetti d’allora, chiamavasi Plejade l’eletta degl’ingegni francesi, e questi s’affaticavano dietro ai nostri classici non meno che agli antichi: di Ronsard dicevasi che pindarizzava e petrarcheggiava; di Voiture abbiamo versi italiani; di cose e frasi italiane ribocca Balzac, l’autore allora più rinomato; citazioni di versi italiani frequentano in Racine e Boileau. Ménage, corifeo della consorteria italianizzante, commentò l’_Aminta_ e le rime di monsignor Della Casa; soccorso dal Redi e dal Dati, cercò della lingua nostra etimologie, stravaganti le più e ridicole, tutte senza sistema; ed egli e Chapelain, l’epico aspettato di quell’età, inviavano alla nostra Crusca l’interpretazione di qualche verso del Petrarca. L’abate Regnier Desmarets italianizzò Anacreonte, e a tacer altre opere, fece una canzone che i sopracciò credettero del Petrarca, e gli meritò posto nella Crusca; e il Redi, colla condiscendenza d’amico, asseriva che «scrive prose e versi con tanta proprietà, purità e finezza, che qualsiasi più oculatissimo critico non potrà mai credere ch’egli non sia nato e nutrito nel cuore della Toscana».

Reggendo Maria de’ Medici, nell’intervallo tra la potenza del Concini accademico della Crusca e quella del Richelieu, spiegossi colà il furore de’ romanzi, a capo di tutti camminando l’_Astrea_ di D’Urfé, il quale era molto vissuto in Savoja praticandovi san Francesco di Sales, e diceva: — Io ha fatto il manuale de’ cortigiani, come quel santo il manuale de’ devoti». Dietro a lui un armento d’imitatori ebbe rinomanza effimera, ma estesa efficacia sulla società; ed abbandonato il vero nell’invenzione, facilmente se ne staccarono anche nell’espressione, tutta concetti e smancerie.

Per trovare il peggior secentismo basterebbe assaggiare un de’ migliori, Gian Pietro Camus vescovo di Belley, che alla pietà credette servire non meno coll’ardentissimo zelo in convertire protestanti che col pubblicare ben cinquanta romanzi, quali le _Memorie di Daria_, dove si vede l’idea d’una vita devota e d’una morte religiosa, l’_Agathonfilo_ o i _Martiri siciliani_, dove si scopre l’arte di ben amare per antidoto alle affezioni disoneste, gli _Spettacoli d’orrore_, l’_Anfiteatro insanguinato_, il _Pentagono istorico_ che mostra in cinque facciate altrettanti accidenti segnalati[200]. Che dirò del Bartas, il quale chiama i venti _postiglioni di Eolo_, il sole _duca delle candele_, i monti della sua Guascogna _infarinati d’una neve eterna_?

In questa Francia era venuto il Tasso, e n’aveva osservato con finezza e dipinto con verità i costumi. Vi capitò anche il Marini (1615), e non comprese nulla di quel grand’intrico di furberia e menzogna che fu la Fronda, nè di quella società ove tutti i vizj ammantavansi di tutte le grazie; ove le sollevazioni erano un intermezzo delle galanterie; ove, tra il profondo disordine recato dalla mancanza d’istituzioni, i Francesi apparivano insolenti fin nell’umiliarsi, rispettosi fin nella ribellione. Il Marini non vi riconobbe che materia di ciarlatanesche gofferie: «Mi son dato al linguaggio francioso, del qual per altro fin qui non ho imparato che _huy_ e _neni_; ma neanche questo mi par poco, poichè quanto si può dire al mondo consiste tutto in affermativa o negativa. Circa al paese che dirvi? egli è un mondo; un mondo, dico, non tanto per la grandezza, per la gente e per la varietà, quanto perchè egli è mirabile per le sue stravaganze: le stravaganze fanno bello il mondo; perciocchè sendo composto di contrarj, questa contrarietà costituisce una lega che lo mantiene: nè più nè meno la Francia è tutta piena di ripugnanze e di sproporzioni, le quali però formano una discordia concorde che la conservano; costumi bizzarri, furie terribili, mutazioni continue, guerre civili perpetue, disordini senza regola, estremi senza mezzo, scompigli, garbugli, disconcerti e confusioni; cose insomma che la dovrebbero distruggere, per miracolo la tengono in piedi; un mondo veramente, anzi un mondaccio più stravagante del mondo istesso.

«Incominciate prima dalla maniera del vivere: ogni cosa va alla rovescia, e le donne son uomini, intendetemi sanamente; voglio dire che quelle hanno cura del governo della casa, e questi si usurpano tutti i lor ricami e tutte le loro pompe. Le dame studiano la pallidezza, e quasi tutte pajono quotidiane; e per essere tenute più belle sogliono mettersi degl’impiastri e dei bullettini sul viso; si spruzzan le chiome di certa polvere di Zanni che le fa diventar canute, talchè da principio io stimava che tutte fossero vecchie.

«Veniamo al vestire. Usano portar attorno certi cerchi di botte a guisa di pergole, che si chiamano vertugadi; questo quanto alle donne: gli uomini in sulle freddure maggiori vanno in camiscia; ma vi ha un’altra stravaganza più bella, che alcuni sotto la camiscia portano il farsetto; guardate che nuova foggia d’ipocrisia cortigiana! Portano la schiena aperta d’alto a basso, appunto come le tinche che si spaccano per le spalle; i manichini son più lunghi delle maniche, onde rovesciandoli sulle braccia, par che la camiscia venga a ricoprirne il giubbone; hanno per costume di andare sempre stivalati e speronati: e questa è pure una delle stravaganze notabili; perchè tal ci è che non ebbe mai cavallo in sua stalla, nè cavalcò in sua vita, e tuttavia va in arnese di cavallerizzo: nè per altra cagione penso io che costoro sien chiamati _galli_ se non perchè appunto, come tanti galletti, hanno a tutte l’ore gli sproni ai piedi: in quanto a me, piuttosto che _galli_ dovrebbero esser detti _pappagalli_; poichè, sebben la maggior parte, quanto alla cappa ed alle calze, vestano di scarlatto, il resto è di più colori che non sono le tavolozze dei dipintori. Pennacchiere lunghe come code di volpi, e sopra la testa tengono un’altra testa posticcia con capegli contraffatti, e si chiama _parrucca_...

«Anch’io, per non uscir dell’usanza, sono stato costretto a pigliare i medesimi abiti: oh Dio, se voi mi vedeste impacciato tra queste spoglie da mammalucco, so che vi darei da ridere per un pezzo. In primis la punta della pancia del mio giubbone confina con le natiche; il diametro della larghezza e della profondità delle mie brache nol saprebbe pigliar Euclide; fortificate poi di stringhe a quattro doppj: due pezze intere di zendado sono andate a farmi un pajo di legami che mi vanno sbattocchiando pendoloni fino a mezza gamba colla musica del _tif taf_: l’inventore di questi collari ebbe più sottile lo ingegno di colui che fece il pertugio all’ago; son edificati con architettura dorica, ed hanno il suo controforte e ’l rivellino intorno, giusti, tesi, tirati a livello; ma bisogna far conto di aver la testa entro un bacino di majolica, e di tener sempre il collo incollato come se fosse di stucco. Calzo certe scarpe che pajono quelle di Enea, secondo che io lo vidi dipinto nelle figure d’un mio Virgilio vecchio; nè per farle entrare bisogna molto affaticarsi a sbattere il piede, poichè hanno d’ambedue i lati l’apertura sì sbrandellata che mi convien quasi trascinare gli scarpellini per terra: per fettuccie hanno su certi rosoni, o vogliam dire cavoli-cappucci, che mi fanno i piedi pellicciuti come i piccioni casarecci; sono scarpe e zoccoli insieme insieme, e le suole hanno uno scannetto sotto il tallone, per lo quale potrebbono pretendere dell’Altezza. Paro poi Cibele colla testa turrita, perchè porto un cappellaccio lionbrunesco che farebbe ombra a Marocco, più aguzzo dell’aguglia di San Maguto: infine tutte le cose hanno qui dello appuntato, i capelli, i giubboni, le scarpe, le barbe, i cervelli, infino i tetti delle case. Si possono immaginare stravaganze maggiori? vanno i cavalieri la notte e il giorno _permenandosi_ (così si dice qui andar a spasso), e per ogni mosca che passa, le disfide e i duelli volano... Le cerimonie ordinarie tra gli amici son tante, e i complimenti son tali, che per arrivare a saper fare una riverenza bisogna andare alla scuola delle danze ad imparar le capriole, perchè ci va un balletto prima che s’incominci a parlare.

«Le signore non hanno scrupolo di lasciarsi baciare in pubblico, e si tratta con tanta libertà, che ogni pastore può dire comodamente alla sua ninfa il fatto suo: per tutto il resto non si vede che giuochi, conviti, festini, e con balletti e con banchetti continui si fa gozzoviglia... L’acqua si vende; e gli speziali tengono bottega di castagne, di capperi, di formaggi, di caviaro. Di frutti, questo so, ce n’è più dovizia che di creanza in tinello: si fa gran guasto di vino, e per tutti i cantoni ad ogni momento si vede trafficar la bottiglia. La nobiltà è splendida, ma la plebe è tinta in berrettino: bisogna soprattutto guardarsi dalle furie de’ signori lacchè, creature anch’esse stravagantissime e insolenti di sette cotte: io ho opinione che costoro sono una spezie di gente differente dagli altri uomini, verbigrazia come i satiri o i fauni...

«Dove lascio la seccaggine dei pitocchi? Oh che zanzare fastidiose! a discacciarle vi vuol altro che la rosta o l’acqua bollita! e vi è tanti di questi furfantoni, e accattano per le chiese e per le strade con tanta importunità, che sono insopportabili. Tutto questo è nulla rispetto alle stravaganze del clima, che conformandosi all’umore degli abitanti, non ha giammai fermezza e stabilità. Il sole va sempre in maschera, per imitar forse le damigelle che costumano anch’esse di andar mascherate. Quando piove è il miglior tempo che faccia, perchè allora si lavano le strade; in altri tempi la broda e la mostarda vi baciano le mani, ed è un diavol di mota più attaccaticcia e tenace che non è il male de’ suoi bordelli.

«Volete voi altro? Infino il parlare è pieno di stravaganze; l’oro si appella _argento_, far colazione si dice _digiunare_; le città son dette _ville_, i medici _medicini_, le meretrici _ganze_, i ruffiani _maccheroni_, e il brodo _buglione_, come se fosse della schiatta di Goffredo; un _buso_ significa un pezzo di legno; aver una _botta_ in sulla gamba vuol dire uno stivale»[201].

La futilità non potrà mai arrivare alla grandezza: eppure il Marini trova fortuna in Francia; la società Rambouillet lo corteggia, ed egli sa cattivarsela, e formare scuola di galanti voluttà; canta in seicento versi «lo stupore delle bellezze corporali della regina», e «delle chiome sottil la massa bionda», e «il naso, muro di confine fra due prati di candid’ostro e di purpurea neve», e la «leggerissima foresta» del labbro superiore, e le pupille «dov’è scritto in bruno _Il Sole è qui_», e il seno «valle di giglio ove passeggia aprile»[202].

Mentre il Tasso vi era rimasto e partito col medesimo abito, dovè farsi prestare uno scudo, e gli mancava di che comprar un popone, Maria assegna al Marini duemila scudi, e ferma la carrozza quando lo scontra per via; il Concini gli concede d’andar a farsi pagare cinquecento scudi d’oro, ed egli va e ne domanda mille; e perchè il ministro gli dice: — Diavolo, siete ben napoletano!» egli risponde: — Eccellenza, è una fortuna che non ho inteso tremila; così poco capisco del vostro francese». Quando tornò a Napoli (1624), i lazzaroni furongli incontro ballonzando e spargendo rose; i gentiluomini a cavallo, le signore ai balconi, e s’una bandiera leggevansi applausi al Marini, «mare d’incomparabile dottrina, spirito delle cetre, scopo delle penne, materia degl’inchiostri, facondissimo, fecondissimo, felice, fenice, decoro dell’alloro, degli oziosi cigni principe emeritissimo».

Carlo Emanuele I di Savoja, che prima avealo fatto arrestare supponendosi ingiuriato nella _Cuccagna_, dappoi lo protesse, e gli suggerì un’epopea sugli amori di _Adone e Venere_. Addio dunque ogni moralità, ogni sentimento generoso; addio anche l’interesse, che non può legarci al duolo o ai gaudj d’esseri soprannaturali, nè a situazioni che non ci ritornano sovra noi stessi; tutto converrà sostenere sull’ingegno e abbandonando l’istintiva spontaneità, immolar il bello al magnifico, la purezza al barbaglio. E il Marini ne fece un poema più lungo del _Furioso_, cioè di quarantacinquemila versi, ove ogni canto forma quadro da sè, con titolo distinto, come il _Palagio d’Amore_, la _Sorpresa d’Amore_, la _Tragedia_, il _Giardino_. Coloritore fluido, armonico, dovizioso, con versi agevoli, cadenze melodiose, frasi volubili, arte di esprimer le cose più ribelli; pure non una forma nuova creò, non un suo verso rimase nel discorso. Quell’orditura gracilissima e monotona è obbligato riempiere con succedentisi descrizioni, fatte per descrivere, e in un labirinto d’affetti, di voluttà, d’immagini, di pitture, moltiplicar le facili particolarità a capriccio e senza scelta nè castigatezza; centodieci strofe consumando a descrivere una partita di scacchi fra Venere e Mercurio, e riponendo il merito nel litigar colle parole per trovarvi contrasti e giocherelli. Appena il pubblicava di cinquantaquattro anni, l’_Adone_ è levato a cielo; Carlo Emanuele l’orna cavaliero; tutti sono affascinati da quella pittura voluttuosa, tutti adorano costui che avea saputo accoppiare il tipo italiano collo spagnuolo, l’armonia musicale colle sparate: — Nella più pura parte dell’anima mia sta viva opinione che voi siate il maggior poeta di quanti ne nascessero tra Toscani, tra Latini, o tra Greci, o tra gli Egizj, o tra i Caldei, o tra gli Ebrei», dicevagli l’Achillini, che doveva aver letto i poeti egizj e caldei, e che a vicenda poeta anch’egli de’ più strampalati, era messo in cielo, ebbe dall’Università di Bologna un’iscrizione come _Musageti omniscio_, e da Luigi XIII il regalo di quattordicimila scudi per una canzone ove diceva che _A’ bronzi suoi serve di palla il mondo_, e pel sonetto che comincia _Sudate, o fuochi, a preparar metalli_.

Dove vuolsi riflettere che prima dell’irruzione dei giornali, scarsissima diffondeasi la fama, pensando gli autori a meritare più che a farsi proclamare, nè essendovi chi per professione trafficasse di lodi e vituperi. Cristoforo Colombo non trovasi nominato da contemporanei che in una lettera del dicembre 1493 del nostro Pietro Martire d’Angera; e nel 1520 persone spagnuole ignoravano se ancora vivesse. Ecco perchè venivano accarezzati quei che alzavano la voce, come vedemmo dell’Aretino e simile schiuma, come ora fu del Leti, del Marini, di cotesti spaccamondo della letteratura, i quali secondavano l’andazzo manufatturando la propria gloria con un branco a sè devoto, blandendo i bassi istinti, celebrando da sè i proprj trionfi, volendo primeggiare qualunque ne fosse la via, e durando così una vita acclamata; — che importa se finirà tutta coll’esequie? Agli applausi però corrispondevano le contumelie; che se il Tasso ne piagnucolava, altri rimorsicavano; e in chiassose baruffe si scanagliarono il padre Noris col padre Macedo, il Mongelia col Magliabechi, il Vigliano con Alessandro Marchetti, il Borelli con molti; il Sergardi vien sino ai pugni col Gravina; alle capiglie fra il Tassoni, il Brusantini, l’Aromatari a proposito d’Aristotele e del Petrarca, intervennero processi e imprigionamenti; svergognatissime contumelie furono avventate al cardinale Pallavicino; Geminiano Montanari filosofo modenese clamorosi litigi sostenne con Donato Rossetti a proposito della capillarità, e molte stoccate diede e ricevette[203].

Avendo il Marini, in un sonetto sulle fatiche d’Ercole, confuso il leon nemeo coll’idra di Lerna, gliene fecero colpa quasi d’un dogma fallito, principalmente Gaspare Mùrtola genovese, segretario di Carlo Emanuele e autore del _Mondo creato_; fioccarono epigrammi, sonetti, libelli: e _Murtoleide_ e _Marineide_ e sconcezze e infamie; il Mùrtola sparò una schioppettata all’emulo; e andava al patibolo se il Marini non avesse intercesso: ma il Mùrtola, cui pesava il benefizio, lo denunziò d’avere sparlato del duca. Anche Tommaso Stigliani della Basilicata, nel _Mondo nuovo_, sfoggio di meravigliosi capricci, sotto il simbolo dell’_uom marino_ malmenò il glorioso, che lo ripagò con sonetti intitolati le _Smorfie_ e con lettere, poi nell’_Adone_, sicchè quegli, spaventato d’un’immortalità di vituperj, si umiliò; ma come l’emulo morì, egli caninamente addentò l’_Adone_ nell’_Occhiale_, ove non trovi pur una buona critica a chi tante ne meritava. Tutto il mondo s’indignò di costui, che osava tirar pietre contro l’altare; Angelico Aprosio di Ventimiglia avventogli l’_Occhiale stritolato_ e il _Vaglio_[204]; Stigliani gli ribattè il _Molino_; Aprosio rimbalzò il _Buratto_. Ma nè ingiurie nè lodi salvarono il Marini dal meritato giudizio, ed egli restò ai posteri come il tipo del gusto dei Secentisti, i quali, invece di opporsi alla letteratura spagnuola almeno per ira contro i dominanti, prosatori e poeti s’anfanarono dietro a costui nel volere per calcolo l’originalità, ma cercandola non nel sentimento e nel vero, ma nelle forme e nelle parole, donde nasce la maniera; e rimbombo di voci oziose in luogo di pensieri e di sentimenti, e insistente gonfiezza, e profusione del superlativo. Chè di tutte le corruzioni la più seduttrice è il pensiero ricercato; e, preso quel gusto, difficilissimo riesce il divezzarsene.

A Giambattista delle Grottaglie presso Brindisi, amico de’ migliori d’allora, applaudito per le sue _Poesie meliche_ e più per gli _Epicedj_ tutti turgidezza e traslati arditissimi, alcuni suggerivano di tenersi al Petrarca; ma egli rispondeva: — Non voglio murar sul vecchio, ma fabbricare a mio talento lo stile; che sia di me solo: che ci sarebbe di nuovo se tutti imitassero il Petrarca? e se questi fosse vissuto al nostro tempo, avrebbe mutato modo per ottenere applausi e gloria appresso gli eruditi».

La nostra letteratura nasceva nel Trecento, ma da una decrepita, onde alle inesperienze infantili univa i trastulli di rimbambita. Niuna meraviglia dunque se già allora troviamo lo stile a contrasti e l’antitesi; fin nel forbitissimo Petrarca possono indicarsi cotali lambiccature or di senso or di parole. Gl’imitatori pretesero farle passare per bellezze; tanto più che, moltiplicando versi sopra affetti non sentiti, e restringendosi a studiar le parole, doveano supplire con artifizj di testa alla tepidezza del cuore. Nel Cinquecento ne ricorre traccia anche ne’ migliori; ne abbonda il Tasso; ma coi Marinisti l’antitesi non fu più un mezzo, bensì il fine; non un ornamento, bensì la sostanza. Geografia, storia, l’universo non si esaminarono più che per bottinarvi metafore, guardando all’appariscenza dell’immagine non alla proprietà e finezza; niuna cosa dicendo direttamente, ma solo in relazione o contrapposizione di altre o da’ suoi effetti; accostando confusamente due termini di paragone, di cui coglieansi relazioni o dissomiglianze estrinseche e appariscenti; assumendo una voce o un modo in senso metaforico, poi recandone l’azione a senso reale; e così di frasi idropiche infarcendo l’etisia del soggetto, battendo di forza l’incudine sinchè s’infocasse.

Aborrita dunque la naturalezza, neglettissima la lingua, unica moda fu l’ingegnoso; e i magnati dello stile e della metafora, al par di quelli che andavano pel mondo, ostentavano oro sull’abito, e non aveano camicia; scambiavano la maniera per grazia, il gonfio per sublime, l’antitesi per eloquenza, i giochetti per leggiadria; barcollanti lunaticamente fra insipida affettazione e trivialità, volendo fuggire il monotono mediante il bizzarro, talento reputavano l’accoppiare idee disparatissime; e poichè la vulgarità si accorda benissimo colla gonfiezza, più non v’ebbe immagine, per isconcia, per frivola, che non si addobbasse di metafore: le stelle sono _narcisi del cielo_, sono _lucciole eterne_, mentre le lucciole risolvonsi in vivi moccoli, in incarnate candele; come il sole è un _boja che taglia colla scure dei raggi il collo all’ombre_; l’Etna nevato, l’_arciprete dei monti che in cotta bianca manda incensi al cielo_: per Ciro di Pers i calcoli sono i marmi che gli nascono nelle viscere per formargli la sepoltura; pel Marini gli sputi della sua bella sono _spume di latte, fiocchi di neve_; gl’insetti del capo della sua son per un altro _cavalieri d’argento in campo d’oro_; un terzo paragona le anime ai cavalli, cui, finita la corsa, è serbata in cielo _biada d’eternità, stalla di stelle_.

Vi davano l’intonatura le scuole e le accademie, dove si proponeano argomenti speciosi, paradossali, più spesso insulsi: «che il vizio e la virtù non possono celarsi, — se sia meglio ad una vecchia l’essere in gioventù stata bella o deforme»; ed orazioni sopra soggetti fittizj, finte ambasciate, accuse e difese di delitti immaginarj e perciò stravaganti, e sostenere il pro e il contro, e sempre battersi i fianchi per fare stupire con iscambietti d’ingegno.