Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)
Part 26
Celio Magno (-1602), segretario del consiglio de’ Dieci e da alcuni chiamato il maggior petrarchesco, celebrò le vittorie de’ Veneziani sui Turchi, e volea stendere sei canzoni su ciascuna di queste parole, _Deus pro nobis natus mortuus resurrexit rediturus_. Fatta la prima, la lesse a una brigata di Milanesi, i quali la trovarono stupenda, e ne scrissero dissertazioni e lodi, col cui corredo si stampò nel 1597 quella «divina canzone, che si lascia di gran lunga addietro quante canzoni sono state mai scritte in questo proposito»: e veramente è delle migliori ed ultime produzioni del Cinquecento[183].
Vanto più durevole ottenne Torquato Tasso bergamasco (1544-95), nato a Sorrento da Bernardo, che conoscemmo gentiluomo e poeta (t. X, pag. 189). Dai primi anni ne attinse amore dei versi e subordinazione di cortigiano; e per quanto quegli il distornasse da una via che avea trovata irta di triboli, egli si prefisse di riuscire poeta. Che natura non ve lo spingesse prepotentemente il mostrò coll’andare tentando diversi generi, senza in uno acchetarsi, come chi opera non tanto pel bisogno di creare, quanto per riflessione sulle opere altrui; egli lirico, egli tragico, egli romanzesco, egli epico, egli cavalleresco, egli sacro e descrittivo.
A diciott’anni mentr’era ancora studente, sull’orme paterne compose il _Rinaldo_, e si scusa di non cominciar ogni canto col prologo, di conservare unità d’azione anzichè interrompere il filo. A tali discolpe era ridotto! e davvero la gemebonda melanconia che già vi spira, dovea rimoverlo dalle ebbrezze di moda, e dai gavazzieri poemi cavallereschi: ma nobilmente invidiando alla gloria dell’Omero ferrarese, lo osservò soltanto dal suo debole; e poichè troppo era lontano da tanta ricchezza e padronanza di stile e di poesia, sperò poterlo superare mediante la regolarità che a quello mancava. Di Dante non parla Torquato che tardi[184], e ammirando il portoghese Camoens, prefisse di scegliere, come esso, un argomento moderno, e modellarlo sul tipo virgiliano. Che se Camoens avea cantato le glorie della sua nazione, egli, dopo molto ondeggiare, prescelse l’impresa comune della cristianità, la prima, anzi l’unica dove tutta Europa si unisse a combattere «d’Asia e di Libia il popol misto», per proteggere la severa civiltà della croce contro la voluttuosa barbarie dell’islam, per decidere se l’umanità dovea retrocedere fino alla schiavitù, al despotismo, alla poligamia, o lanciarsi all’eguaglianza ed al progresso. Quanta poesia sgorgava dalla descrizione della prima crociata! quante reminiscenze classiche e quante devote! quanto pittoresco ne’ costumi radunati di tutta Europa! quanta forza e varietà in que’ baroni, ciascun de’ quali formava storia da sè, e com’era re nel proprio castello, così operava indipendente e risoluto e non per cenno di principe, in un’impresa ove ciascuno volea mettere tutti i mezzi e il valor proprio, ma senza sottoporlo a comandi altrui. E quell’impresa, che riusciva a un fine più grandioso, ma diverso dal preveduto, non avea perduto opportunità ai giorni del Tasso, quando ancora i Turchi minacciavano, e contro questi la Chiesa pregava ogni giorno[185].
Un tale soggetto baleni ad un’intelligenza poetica, e ne sentirà l’impareggiabile elevatezza: eppure Torquato esitò fra questo ed altri di troppo inferiore dignità; e il suo peritarsi fra la prima e la seconda crociata sarebbe inesplicabile, se non si riflettesse che, secondo il modulo virgiliano, credeva necessaria l’unità del protagonista. Alla seconda crociata armaronsi i re, nessuno alla prima: onde il Tasso dovette falsarla essenzialmente, attribuendovi ciò che più le repugnava, vale a dire un capo a cui tutte le volontà si sottomettessero nell’intento di «liberare il gran sepolcro e ridurre gli erranti compagni sotto i santi segni». Com’è pio Enea, così pio dev’essere Goffredo; nè soltanto virtuoso come gli eroi di Bernardo Tasso, ma anche religioso. Gli amori formano il viluppo dell’Eneide, e così devono esser qui; e dopo che nei primi due canti ci spiegò innanzi la maestosa marcia di tutta Europa e le opposizioni preparate dall’Asia e dall’Africa, eccolo impicciolirsi nel rinterzato romanzo di Tancredi amato da Erminia e amante di Clorinda, e di Rinaldo vagheggiante Armida. Un «concilio degli Dei d’Averno» si risolve in mandare una fanciulla a sedurre qualche cavaliero. Un incanto della foresta che somministra il legname sospende l’impresa, finchè traverso all’Atlantico due messaggeri, non contraddistinti che dal nome, vanno a svellere dalla voluttà Rinaldo affinchè giunga di sì lontano a recidere una pianta. Allora tutto si ravvia prosperamente; Gerusalemme è presa; è sciolto il voto alla tomba di Cristo: ma la conciliazione d’Armida con Rinaldo è solo lasciata indovinare, è incerta la sorte d’Erminia.
Questi amori, che riempiono due terzi del poema, atteggiano a mollezza un’impresa tutta vigoria; e quella regolarità la riduce simile a tante spedizioni, a tanti assedj, che la storia ricanta. Nulla intendendo dell’età feudale, il Tasso fallisce ad ogni convenienza di persone e di età; nè vigoroso quanto bastasse per uscire di sè, trasformarsi negli eroi che descrive, sentire com’essi, come i loro tempi, al soprannaturale del pensiero surroga quel dell’immaginazione; alle stregherie de’ suoi tempi toglie a prestanza un meraviglioso vulgare, mentre i Crociati nella loro concitazione vedeano Dio e santi dappertutto, e apparimenti di angeli nei fenomeni della natura; tutto riduce ad ordine, perchè ordine era la sua mente; a ragione in luogo di fantasia; a calcoli invece d’entusiasmo. Il soggetto lo porta a situazioni confacenti col suo sentire? allora il Tasso è veramente artista, come negli episodj d’Olindo e Sofronia, d’Erminia, d’Armida, tanto ben trovati quanto fuor di luogo; nè la poesia di verun paese ha situazione meglio immaginata che la morte di Clorinda.
Ma prima d’ordire il suo poema, il Tasso avea scritto i _Discorsi sull’epopea_, studiato Aristotele, analizzati Omero e Virgilio; ogni poetica che uscisse, egli volea vederla, e forse furono queste che tanto gli tardarono di sentire il bisogno d’un senso profondo[186]: allora al difetto cercò supplire con un’allegoria; oscura superfluità, dove non propone al pensiero che la psicologia, scevera dalla storia e dalla metafisica, le idee separando dal loro principio e dall’applicazione. Camoens doveva insegnargli a far grandeggiare la propria nazione: ma benchè Tancredi e Boemondo gliene offerissero il destro, dell’Italia non fa cenno forse che in due versi.
Quella soave melanconia stacca insignemente dal fare burlevole de’ suoi contemporanei, quanto l’aver preso il lato nobile e serio della cavalleria dove gli altri la trattarono da celia, pretendendo frenare le capresterie della cavalleresca coll’epopea classica, unire il Trissino e l’Ariosto, il raziocinio e l’immaginativa; coll’interesse sempre sostenuto, con ostacoli via via crescenti fin ad una catastrofe, alla quale non toglie curiosità l’essere già nel titolo annunziata; sicchè come arte, come romanzo, è stupendamente composto.
Però a grandezza vera non sale mai; le occasioni poetiche lascia sfuggirsi. Per dipingere il paradiso traduce il _Sogno_ di Scipione, egli cristiano[187]; delle ambascerie, atti e parole copia da Tito Livio; Goffredo non sa riconfortar il campo se non colle frasi d’Enea; il viaggio traverso al Mediterraneo e all’Atlantico è ricalcato su quel d’Astolfo nell’Ariosto; dalla scienza cavalleresca dell’età sua stilla la descrizione dei duelli[188]; dai libri di retorica i compassati discorsi; da quei di morale scolastica le pompose sentenze del suo Buglione. Questo mostrasi capitano perfetto, ma troppo inaccessibile alle passioni; Tancredi, cavaliere compiuto, si smaschia in amori che nol portano ad altamente operare, ma a femminei lamenti; Rinaldo, bizzarro e passionato, trae unica impronta dal destino che il serba a uccidere Solimano, e divenir padre dei duchi estensi.
Perocchè il Tasso pagò largo tributo al genio piacentiero dell’età sua, _spiegando le vele nel mar delle lodi_[189]; al gusto di quella profuse i concettini, di cui a gran torto il vollero inventore; nella grazia artifiziata del suo lavoro cercando le bellezze di tutti i predecessori, o le frantende, o esagerando le corrompe; le situazioni affettuose guasta colle arguzie e coll’eccesso.
Eppure quest’opera, sebbene non popolana come l’_Iliade_, ma aristocratica e monarchica come l’_Eneide_, ogni Italiano lesse per la prima, la sa a mente, testè cantavasi sulla spiaggia di Mergellina e nelle gondole di Venezia; tanto sopra un popolo sovranamente musicale può l’armonia poetica! Ma quello che rende popolare il Tasso sono gli episodj; prova che sono sconnessi dal tutt’insieme, e proprj di qualsivoglia tempo; siccome quel tono di sentimento, quell’elegiaco, che egli non depone neppur nella voluttà. Anima buona, amorevole, gemebonda, senza la forza che fa reluttare ai mali e ringrandisce nelle patite ingiustizie; la sensibilità formò il suo merito e la sua espiazione; e il secol nostro, cui più non si confaceva la forma del suo poema, si accorò alla persona di lui ed ai misteriosi suoi sofferimenti.
Nella Corte d’Alfonso II di Ferrara fu segno all’invidia de’ cortigiani e all’affetto della duchessa Eleonora. S’indispettì qualche volta della protezione; nella conoscenza del proprio merito, la diffidenza come un’idea fissa lo perseguitava; parendogli essere vilipeso dai valletti, contrariato ne’ suoi amori; Scipione Gonzaga tiene in sua casa convegni dove si disputa del merito delle opere di esso, ed egli dubita di burle; dubita di Orazio Ariosto che lo loda; dubita del conte Tassoni che a Modena lo distrae; dubita del cardinale Medici che gli esibisce ricovero a Firenze se gli Estensi lo abbandonassero; il servidorame ride delle sue bizzarrie; i cortigiani godono deprimere colla compassione quel che li sorpassa in ingegno; ed egli or piagnucola, ora stizzisce, tira coltellate, prorompe in parole ingiuriose al duca; questo gli proibisce di scrivere, ed egli parte per Mantova, per Torino; ben accolto, sta per accettare l’invito del granduca, ma pur torna a Ferrara, e continua le stranezze.
Già all’inquisitore di Bologna erasi accusato di dubbj intorno all’Incarnazione, e quello avealo rimandato col _Va in pace_. Malato, gli risorsero que’ dubbj, e il duca gli consigliò di presentarsi al Sant’Uffizio, che ancora l’assicurò o d’innocenza o di perdono; il duca stesso accertollo di non aver nulla contro di lui; ma il Tasso avea trovato quell’assicurazione non essere in forma, non sufficiente l’esame degli inquisitori, e smarrivasi in sottigliezze, e dava a rider colle bizzarrie; sicchè la sua ragione parendo offuscata, Alfonso lo fece chiudere nell’ospedale di Sant’Anna. È uno dei temi più vulgari per declamare sulla tirannide dei mecenati e sui patimenti dell’uomo di genio; e persone di senno consumarono libri per accertare la causa di quella disgrazia, e per iscoprire l’arcano, di cui egli stesso mostravasi geloso allorchè scriveva: — Amico, non sai tu che Aristone giudicava niun vento essere più nojoso di quello che toglie altrui d’attorno la cappa? Or intendi che la prudenza ha per mantello il segreto».
In fatti, sebbene tanto parlasse di sè, ci lascia incertissimi su molte sue condizioni e sulla causa di sue ambasce: ma convince ch’egli soffriva d’allucinazioni; da sè confessasi pazzo[190]; cerca guarire or consultando i medici migliori e il famoso Mercuriale[191], or usando rimedj taumaturgici, quali la manna di sant’Andrea; ma perchè lo scatolino arriva dissugellato, egli teme sia veleno, e lo ricusa. Soprattutto si duole della svanita memoria, e la meravigliosa sua lettera a Scipione Gonzaga, del 1579, non è d’un frenetico, ma neppure d’una mente sana. Gli sta fissa l’idea d’essere perseguitato, ma per quali accuse? In tale indagine passa in rassegna tutte quelle che mai possano essergli apposte, falli di gioventù, eresie, e la più vaga di tutte, quella di fellonia[192]. Poi rivolgendosi a Dio, si scagiona delle incredulità: — Non mi scuso io, o Signore, ma mi accuso che tutto dentro e di fuori lordo e infetto de’ vizj della carne e della caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel che solessi talvolta pensare alle idee di Platone e agli atomi di Democrito... o ad altre siffatte cose di filosofi; le quali il più delle volte sono piuttosto fattura della loro immaginazione che opera delle tue mani, o di quelle della natura, tua ministra. Non è meraviglia dunque s’io ti conosceva solo come una certa cagione dell’universo, la quale, amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come un principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come Signore che in universale provvede alla salute del mondo e di tutte le specie che da lui son contenute. Ma dubitava se tu avessi creato il mondo, o se _ab eterno_ egli da te dipendesse; se tu avessi dotato l’uomo d’anima immortale; se tu fossi disceso a vestirti d’umanità... Come poteva io credere fermamente ne’ sacramenti o nell’autorità del tuo pontefice, se dell’incarnazione del tuo figliuolo o dell’immortalità dell’anima era dubbio?... Pur m’incresceva il dubitarne, e volentieri l’intelletto avrei acchetato a credere quanto di te crede e pratica la santa Chiesa. Ma ciò non desiderava io, o Signore, per amore che a te portassi e alla tua infinita bontà, quanto per una certa servile temenza che aveva delle pene dell’inferno; e spesso mi sonavano orribilmente nell’immaginazione l’angeliche trombe del gran giorno de’ premj e delle pene, e ti vedeva seder sopra le nubi, e udiva dirti parole piene di spavento, _Andate, maledetti, nel fuoco eterno_. E questo pensiero era in me sì forte, che qualche volta era costretto parteciparlo con alcun mio amico o conoscente...; e vinto da questo timore, mi confessava e mi comunicava nei tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana: e se alcuna volta mi pareva d’aver tralasciato alcun peccato per negligenza o per vergogna, replicava la confessione, e molte fiate la faceva generale. Nel manifestare nondimeno i miei dubbj al confessore, non li manifestava con tanta forza nelle parole, con quanta mi si facevano sentire nell’animo, perciocchè alcune volte era vicino al non credere... Ma pure mi consolava credendo che tu dovessi perdonare anche a coloro che non avessero in te creduto, purchè la loro incredulità non da ostinazione e malignità fosse fomentata; i quali vizj tu sai, o Signore, che da me erano e sono lontanissimi. Perciocchè tu sai che sempre desiderai l’esaltazione della tua fede con affetto incredibile, e desiderai con fervore piuttosto mondano che spirituale, grandissimo nondimeno, che la sede della tua fede e del pontificato in Roma sin alla fin de’ secoli si conservasse; e sai che il nome di luterano e d’eretico era da me come cosa pestifera aborrito e abominato, sebben di coloro che per ragione, com’essi dicevano, di Stato vacillavano nella tua fede e all’intera incredulità erano assai vicini, non ischivai alcuna fiata la domestichissima conversazione».
Così penò sette anni (1579-86), supplicando or l’uno or l’altro per la sua liberazione, e intanto altri pubblicò la sua _Gerusalemme_, non ancor bene limata; e tosto volò per Italia coll’esito più desiderabile, cioè con molti strapazzi e moltissima ammirazione. Torquato scese a difendersi, o piuttosto a confessarsi in colpa, giacchè insiste continuo sul non aver potuto perfezionare il poema suo; anzi lo rifuse nella _Gerusalemme conquistata_ (1593), opera più fedele alla storia, più castigata di stile e d’invenzioni, ma che la posterità ripudiò, benchè egli la preferisse all’altra, di cui dicea vergognarsi[193]. Religioso sempre, e più negli ultimi anni, tentò anche un poema biblico, le _Sette giornate del mondo creato_, stucchevole com’è sempre il descrivere senz’azione, quand’anche fosser minori le controversie e più vive le pitture, e in quella fredda enumerazione non lasciasse sentire la fatica d’un poeta, anzichè la voce de’ cieli che narrano la gloria di Dio. Del suo _Aminta_ già parlammo (t. X, p. 217). La tragedia del _Torrismondo_, amore incestuoso di fratello, tiene degl’intrecci romanzeschi che allora piacevano, e degli orrori che oggi ripiaciono. I sonetti e le canzoni di lui diconsi i migliori dopo il Petrarca; ma niun li legge, e pochi le prose, dettate senza pretensione, ma senza forza, perocchè i difetti del Tasso sono piuttosto negativi.
Del resto il farne il tipo dell’ingiustizia critica è esagerazione. In sei mesi comparvero sei stampe del _Goffredo_; diciotto in cinque anni; ed una in Francia, dove era veneratissimo, e dove Balzac, dispensiero della gloria, diceva che «Virgilio è causa che il Tasso non sia il primo, e il Tasso è causa che Virgilio non sia solo», benchè il rimproveri perchè mescola il sacro al gentilesco, e come il suo Ismeno, «sovente in uso empio e profano Confonde le due leggi a sè mal note». Malherbe non saziavasi d’ammirare l’_Aminta_, e avrebbe dato (dice Ménage) tutto un mondo per esserne l’autore[194]. In Italia il Tasso ebbe per lo meno tanti difensori quanti aggressori; e ruppero lancie per lui Giulio Gustavini, l’Iseo, Nicolò degli Oddi, Malatesta Porta, Alessandro Tassoni, Giambattista Marini, Camillo Pellegrini, Giulio Ottonelli, Paolo Beni. Che se il Salviati, anche col nome di Ormanozzo Rigoli, Orlando Pescetti, Giovanni Talentoni, Orazio Ariosto, Lodovico del Pellegrino, Francesco Patrizio, Gian de’ Bardi, Orazio Lombardelli il combattevano, serbavangli però altissimo seggio, giacchè disputavano qual fosse superiore esso o l’Ariosto.
Ma l’Ariosto è il poeta del libero slancio, della fantasia apparentemente sbrigliata; rinterza quattro o cinque avvenimenti contemporanei, e tutto si fa perdonare colla lucida eleganza e l’animata soavità. Il Tasso non sa ribellarsi nè alla Crusca nè ad Aristotele nè all’opinione, e si sottomette alle credenze, agli usi, ai precetti. L’Ariosto non bada nè ad Omero nè a Virgilio, ma al proprio capriccio; si ride del soggetto, degli uditori, di se stesso; maneggia la lingua da padrone e padrone ricchissimo. Il Tasso s’assoggetta al desiderio de’ dotti contemporanei, che voleano ripristinare la grammatica e la politica antica, non dà un passo se nol giustifichi cogli esempj, non un viluppo arrischia se non serva a tardare o svolgere l’azione principale; e il suo riprodurre i Classici non consiste in reminiscenze, come avviene a Dante e all’Ariosto, ma in imitazioni fino al plagio. Canta armi e cavalieri, ma rimovendo l’ironia per ridursi sentimentale e galante; cerca lo splendore più che l’originalità e l’avventuroso; poeta della grazia artifiziata, della forma plastica inalterabile, povero nella lingua, zoppo nell’ottava, dando ai Secentisti l’esempio del descriver per descrivere e dell’iperbole. L’Ariosto esprime la reviviscenza pagana al tempo de’ Medici, con quell’innamoramento della forma esteriore, della vaghezza corporea, e la foga de’ sensi e della vita, e il barbaglio delle fantasie: il Tasso, sempre in tono di convinzione, sebbene profitti della macchina cavalleresca coi duelli e colle magìe, indica il ritorno dello spirito cristiano nella devota impressione, nella religiosità di quei cavalieri, nelle processioni, nella compunzione, nella costante dignità di eroi, non affascinati dalla verga romanzesca, e ribattezzati nel lavacro di Trento. Se non che da fantasia e memoria lascia usurpare troppo spesso il luogo della fede reale; i prodigi vacillano fra il miracolo e la spiegazion naturale; Musulmani e Cristiani adoprano il linguaggio stesso, amano allo stesso modo; il continuo imitare elide l’impressione d’un’epica originalità; tanta mescolanza di falso e di fittizio, tanta malaticcia dolcezza rivelano il languore che invadeva la letteratura come la nazione, riducendola a falsa retorica, a poesia dotta, come quando è perduto il senso della poesia creatrice. Ma se la fantasia più vivace, le invenzioni più abbaglianti, una più vasta concezione, una maggior libertà ci fanno ammirar altri, nel Tasso amiamo quella mesta armonia, quelle voci di cuore, quella simmetria, quel converger tutte le forze cristiane a un fine grande, al quale mettono capo le molteplici avventure. E que’ sentimenti son ancora d’oggi, più che non le cupe architetture di Dante o il caleidoscopio dell’Ariosto: la gran quistione del recuperar la terra ove nacque la civiltà e fu compita la redenzione, non è per anco risolta; laonde le simpatie sono tuttavia assicurate a Torquato, nel quale amiam pure i difetti e le piccolezze, perchè il gusto di scoprirle ci toglie la mortificazione d’un confronto trascendente.
Ma dei difetti del Tasso è colpa in parte l’indole di lui, uno di quelli che pajono predestinati a soffrire. Bisognoso d’uscir da se stesso, di piacere alle donne, alla Corte, ispirazione principale de’ suoi canti; anche dopo scarcerato, e quantunque avesse scritto «non convenire per le ingiustizie degli uomini i buoni ingegni avvilirsi, ma doversi separare dal vulgo con l’altezza dell’animo e con gli scritti, ne’ quali ha poca forza la fortuna, nessuna la potenza de’ grandi», non si sentì forza di abbandonare i principi[195] e raccogliersi nella dignità d’uomo grande. Se si sentisse stanco della continua fatica di piacere, trovavasi senza affetti domestici, senza una patria, senza una dimora fissa; e andava vagando, ricevuto a onore dappertutto; i vescovi si pregiavano di ospitarlo, le città ne registravano sui loro fasti il passaggio[196]; Genova l’invitò a legger filosofia «con la provvigione di quattrocento scudi d’oro fermi e altrettanti straordinarj»: eppure sempre pareagli esser infelice, lamentavasi de’ libraj indiscreti[197], per povertà non potea soddisfare innocentissime voglie, e dovea vendere o impegnare i doni[198].
Continuò querele e preghiere finchè il papa lo chiamò a ricevere in Campidoglio la corona che aveva onorato Petrarca. Venne, ma stremo di salute, benchè ancora in buona età; e non nei palagi degli Aldobrandini, ma si raccolse nel convento di Sant’Onofrio, su quell’altura, così opportuna a contemplare la città delle glorie cadute; e sentendosi finire, scriveva: — Il mondo ha pur voluto aver la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico, quand’io pensava che quella gloria che, malgrado di chi non vuole, avrà questo secolo da’ miei scritti, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza guiderdone. Mi son fatto condurre in questo monastero... quasi per cominciar da questo luogo eminente, e colla conversazione di questi buoni padri, la mia conversazione in cielo». E di cinquantun anno morì come un santo, e l’alloro non potè fregiare che la sua bara.
Muori in pace, anima gemebonda, e lascia la scena al gran ciarlatano, che alla simmetria virgiliana e petrarchesca surroghi la bizzarria mescolata di audace e di pedantesco.
Giambattista Marini da Napoli (1569-1625), toltosi al fôro per seguire il genio poetico, cioè le volubilità del suo carattere, come negli atti così nello stile imitando gli Spagnuoli, voleva il gonfio, il pomposo, il madrigalesco; ponea scopo della poesia l’eccitare stupore[199]; e gli scambietti ginnastici fra gente che si storpiava nella purezza parvero non solo perdonabili ma lodevoli. Tutto prosopopee e lambiccature, le sue intitola _Poesie amorose, lugubri, marittime, polifemiche, risate, fischiate, baci, lacrime, devozioni_... Che ragionevolezza di sentimenti o di frase? che politica? che coraggio? che morale? Allegro cortigiano, non pensa a riformare nè l’arte nè l’opinione; veste al suo ingegno la livrea del tempo, e navigando a fior d’acqua sulla corrente, qualunque soggetto trova buono a’ sonori suoi nulla; mai non osservando il lato serio della vita, indulge a una voluttà sistematica, senza trasporti meretricj, ma senza pudore; soprattutto sa mettere in iscena se stesso, segnalarsi per amicizie e nimicizie, e così scrocca la gloria, com’altri scroccavano un impiego.