Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Part 25

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Carlo Maratta anconitano parve emulare Rafaello per alcune composizioni devote, che gli acquistarono il titolo di Carlo delle Madonne; mentre ha posto fra i gran corruttori, insieme col fratello e colla figlia Faustina poetessa. Luigi Cardi da Cigoli, voltosi al Correggio, un dotto disegno accoppiò a colorito più vivo, benchè gli manchi il contrapposto di tinte e il grazioso scortar del maestro. Poeta, sonatore, accademico della Crusca, anatomico, pittore, scultore, stampò un trattato di prospettiva pratica; dispose in Firenze le decorazioni pel matrimonio di Maria de’ Medici con Enrico IV, e disegnò il piedestallo per la statua di questo a Parigi; in Firenze il cortile degli Strozzi, e principalmente il palazzo Rinuccini, e in Roma il sovraccarico palazzo Madama. Molti Fiorentini il seguirono, massime Cristoforo Allori, che poco fece ma insignemente. Carlin Dolce s’ingegna esprimere gli affetti pietosi, accordandovi anche il colorito, niente sfarzoso, ma non abbastanza armonico; altrettanto finisce un Cristo quanto un ubriaco e dalla delicatezza degenera in sentimentalità.

Il Sassoferrato (Giambattista Salvi), di scarso vigore ma amabile concetto, disegna correttamente, armonizza il colore, benchè penda al roseo; graziosissimo nel paesaggio e più nelle madonne. Benedetto Luti, nato poveramente, educatosi da sè, acquistò disegno, armonia e buona intelligenza di colorito; ma inesperto agl’intrighi, fu posposto a gente che nol valeva a gran pezza. Matteo Rosselli s’accosta al Domenichino, studia il naturale, sparge una quiete quale l’avea nell’anima; i suoi freschi si direbbero di jeri. Di Bernardino Beccatelli, detto il Poccetti, ne’ freschi della certosa di Firenze, e nella morte di san Bruno si trovano verità, sentimento, calore. Lorenzo Lippi avea per massima di scrivere come parlava e dipingere come vedeva; proposito che nol salvò da metodici artifizj, massime nel piegare.

Nella scultura Giovan Gonelli, detto il Cieco da Gambassi, perduta la vista, continuò a lavorare. In Toscana i Feggini, migliori degli altri, sono cattivi; alquanto men depravato Innocenzo Spinazzi, eseguì la Fede velata in Santa Maria Maddalena, e la statua sul sepolcro di Machiavelli. Cosimo Lotti, architetto bizzarro, fece le figure nobili a Pratolino, giuochi d’acqua nella villa di Castello, altri balocchi pei figliolini di Cosmo II; a Madrid una testa colossale, che spalancava la bocca, aggrottava la fronte, stralunava gli occhi; e macchine da teatro per speditamente cambiar decorazioni. Buontalenti Bernardo fu nominato dalla Girandola per avere perfezionato i giuochi d’artifizio, che recò anche in Ispagna; inventò il cannone scacciadiavoli, la granata e il conservar il ghiaccio in estate. Giovan Boccapani, ingegnere militare dell’imperatore, in Firenze eseguì la villa imperiale e il convento di Santa Teresa, e vi professò matematica, applicandola anche alla prospettiva, all’architettura, alla meccanica. Ivi il Nigetti, sopra un pensiero di don Giovanni d’Austria, disegnò la cappella dei principi in San Lorenzo, e lavorò alle pietre dure. Anche Alfonso Parigi, dopo servito d’ingegnere in Germania, rassettò il palazzo Pitti che strapiombava. Più lavori vi fece Gherardo Silvani in novantasei anni di vita, e palazzi che sono de’ migliori di Firenze.

Paolo Guidotti Lucchese, conservatore del Campidoglio, oltre pittura e scultura, studiò matematica, astrologia, giurisprudenza, musica; per amore dell’anatomia frugava i cimiteri; fece una _Gerusalemme distrutta_, le cui ottave finivano colla parola stessa del Tasso: cimento pari a quel del volare, ch’egli tentò in patria, e donde riportò una gamba fiaccata.

Il gusto dell’insolito e del manierato trasportò in Napoli Cosimo Fansaga bergamasco, che vi fece moltissime chiese e facciate, la bella fontana Medina, il traricco altare della Nunziata, la cappella di san Gennaro con un profluvio di statue, di colonne, d’allusioni, e la splendida certosa di san Martino. Parendo grettezza la semplicità degli obelischi antichi, e’ li straricchì di trofei, come balocchi di zuccaro. Il supremo della difficoltà e delle bizzarrie può ammirarsi a Napoli nella cappella della Pietà de’ Sangri in San Severo. Un Cristo morto, opera del Sanmartino, coperto d’un lenzuolo da cui traspare la figura, e cogli stromenti della passione gettati alla rinfusa, eppur tutto d’un pezzo; non potrebbe censurarsi: e buona è pure la statua di Giovanna di Sangro. Ma ecco il Disinganno ravviluppato in una rete di cui tutte le maglie sono staccate, opera del Guccirolo; ecco l’Educazione del Queiroli, la Pudicizia del veneziano Corradini, che traspare ignuda da un velo; ecco le figure sull’altar maggiore del Celebrano, e gli angeli di Paolo Persico. Massimo Stanzioni napoletano ha sentimento elevato e semplice bellezza. Lodovico del Duca siciliano fuse la statua di Massimiliano I imperatore per l’insigne mausoleo erettogli a Innspruck.

I Campi cremonesi empirono di lavori eclettici la Lombardia. Giulio e Bernardino, per disegno e tingere lodevoli, abborracciavano talvolta, come sempre Antonio e Vincenzo. In San Sigismondo (il Panteon di Cremona) Bernardino con effetto stupendo distribuì santi innumerevoli, nè però confusi. Tra’ suoi scolari, lavoratori di pratica, Giambattista Trotti, detto il Malosso, colorisce estremamente chiaro, e disegna gajo; Pamfilo Nuvolone è più solido e men vago; la Sofonisba Anguissola conta fra’ migliori ritrattisti.

Ercole Procaccini portò il far bolognese a Parma, con poca prospettiva, debole disegno, facile colore. Suo figlio Camillo molto lavorò nel Milanese con una facilità e naturalezza che piace a prima vista; e meglio in San Procolo di Reggio il Giudizio a fresco, e il san Rocco, che facea sgomento ad Annibale Caracci, invitato a farne il riscontro. Suo fratello Giulio Cesare unì allo studio de’ Caracci quel del Correggio. Carlantonio si voltò al paesaggio e a fiori e frutti. Ercole, figlio di Camillo, deteriorò il gusto de’ molti suoi allievi. Il Salmeggia ormò Leonardo e Rafaello, traendone pennello morbido, grazia di mosse e di espressione, contorni puri ne’ quadri che accurò, come due in Santa Grata a Bergamo, e due nella Passione di Milano.

A Milano era perita l’antica scuola del Luini e di Gaudenzio, sicchè i due cardinali Borromei, volendo colle arti crescere decoro al culto, dovettero invitare forestieri. Studiarono fuori il Morazzone (Pier Francesco Mazzucchelli), buon coloritore; e Giovanni Crespi da Cerano, che fu pure architetto, plastico, letterato. Daniele Crespi, studioso de’ Veneziani e degli Spagnuoli, ritrasse con verità, componeva con immaginazione e con energia da naturalista; e non è abbastanza conosciuto da chi non vide la sua storia di san Brunone alla certosa di Garignano.

Al duomo di Milano si lavorò scarso e male, e già lodammo valentissimi architetti di quell’età (tom. X, pag. 77 e 102). Dappoi vennero di moda il Bianchi, che piantò San Francesco di Paola in figura di violoncello, e il Croce che il Foppone disegnò in quattro segmenti di croce grandi e quattro piccoli. Martino Lunghi tagliapietre di Vigiù, a Roma divenuto architetto, aggiunse al Quirinale la torre dei Venti, fece molte chiese. La sua famiglia continuò in quest’arte; Onorio fece il grandioso San Carlo al Corso e altri lavori nello stile d’allora; Martino suo figlio lavorò con capriccio più che con arte, e vantasi la bella scala del palazzo Ruspoli. Uomo strano e bestiale, pur lasciavasi battere da sua madre, solo dicendo: — Mamma mia, mi faceste sano, ed or mi vorreste storpiare?» Di Santino Solari comasco è il duomo di Salisburgo, una delle più semplici imitazioni di San Pietro.

A Genova la scuola fondata da Perin del Vaga progredì, e i Calvi fecero buone facciate, e storie meno lontane dal costume che non quelle de’ Veneziani. Andrea e Ottavio Semini si attennero a Rafaello. Dugenventi pittori liguri sono noverati nelle scarmigliate biografie di Rafaele Soprani, ma il solo ricordevole è Luca Cambiaso, fecondo d’immagini, ingegnoso negli spedienti; fece le loggie del palazzo Imperiali che vanno tra le più belle: dipinse anche all’Escuriale. Emulo eppure amicissimo ebbe Giambattista Castello, detto il Bergamasco. Giambattista Paggi, nobile e letterato, fuoruscì per omicidio, sinchè cresciuto in fama di pittore fra gli stranieri, fu revocato, e lavorò in competenza di Rubens e Van Dyck. Perocchè i patrizj genovesi chiamarono i migliori artisti, e dalla cieca Sofonisba vi riceveano lezioni i Procaccini, il Roncalli, il Gentileschi, il pisano Lomi, il fiorentino Balli, l’urbinate Antoniano, il Salimbeni, il Sorri, il Dassi, il Vouet, i fiamminghi Rosa, Legi, Wael, Malò, il tedesco Waals ed altri, che vi lasciarono opere. Sopra esempj sì variati potè formarsi la gioventù; e perchè nella ricerca del colorito non negligessero il disegno, il Paggi stampò la _Definizione ossia divisione della pittura_ (1607). Famosa galleria aveva radunata Vincenzo Giustiniani, che fu pubblicata a Roma il 1640 con cinquecenventidue tavole, intagliate da’ migliori.

Giovanni Carlone, disegnatore accurato, frescò nitido ed ilare: e più grandioso e diligente suo fratello Giambattista, alla Nunziata del Guastato e alla cappella in palazzo, con teste vivaci, figure rilevate, color vigoroso. Nè valse meno all’olio; e in ambi i generi continuò senza decadenza fino agli ottantasei anni. Bernardo Strozzi cappuccino coprì i palazzi genovesi di affreschi bene immaginati; nelle tele è armonico insieme e vigoroso, benchè volgare nel disegno e ne’ visi di angeli e madonne. Tacendo i molti ritrattisti, nel paesaggio valsero Antonio Travi detto il Sordo di Sestri, e Sinibaldo Scorza di Voltaggio che direbbesi fiammingo: Gian Benedetto Castiglione per animali non cede che al Bassano. La peste del 1657, che parve colpire di preferenza gli artisti, dissipò quella scuola, che poi si ricompose imitando il Moretto; e v’ebbero qualche nome Andrea Carloni, Pellegrino Piola, il Banchero di Sestri, il Parodi scultore e architetto di variati stili, e del quale si ammira il salotto Negroni.

Il Moncalvo (Guglielmo Caccia di Montabone) è il solo piemontese che meriti essere nominato per le cappelle del sacro monte di Crea, la cupola di San Paolo a Novara, e le storie ne’ Conventuali di Moncalvo. Torino, occupato nell’armi, poco curavasi d’arti; sebbene al 1652 fondasse una società di San Luca, furono chiesti piuttosto di fuori quei che ornarono i palazzi reali, come Giovanni Miel d’Anversa, Daniele Leiter viennese, Carlo Delfino francese, e il Banier, e il Vanloo. Guarino Guarini teatino modenese, malgrado che avesse letto i migliori e conoscesse filosofia e fisica, empì di cattive opere Torino, quali San Lorenzo dei Teatini, il palazzo Carignano, la cappella della S. Sindone tutta di marmo nero e a forme grandiose, che fa ammirarsi per le difficoltà statiche e stereotomiche da lui vinte onde alzar quella cupola a zone esagone in forma di stelle, disposte in modo da riuscire tutta a trafori, e chiusa in cima da una stella pur traforata, traverso alla quale vedesi un’altra volta. Le contorsioni, il forzato nelle piante, negli alzati, negli ornamenti, le finestre ovali, le colonne torse, i frontoni spezzati, i bizzarri sopraccaricamenti all’ordine dorico non gli tolsero d’essere cercato oltremonti e oltremare. Gli tiene la lancia alle reni il gesuita Andrea Pozzo trentino, che disegnò l’altare di sant’Ignazio nel Gesù di Roma, e del Gonzaga in Sant’Ignazio, portenti di ricchezza e di mal gusto. Nella _Prospettiva dei pittori_ ed architetti diede regole ed esempj che sono il preciso opposto di quel che deve fare chi vuol far bene. Egli stesso eseguì molte finte cupole, e nella tribuna di Frascati fece apparire convessi tutti i membri architettonici sopra superficie concava.

Di tali artifizj si abusò stranamente, massime nelle volte, ove si doveano vedere di sott’in su uomini, case, piante; e la quadratura sopraccaricò le architetture di fogliami, vasi, gemme, grotteschi, mostruosità. Girolamo Curti Dentone avea studiato il rilievo in modo che si credette ajutasse con stucchi le sue cornici; tratteggiò d’oro i lavori a fresco. Michelangelo Colonna sapeva adattarsi allo stile de’ pittori con cui lavorava. Giacomo Torelli da Fano a Venezia inventò un congegno per mutar di tratto le scene, alzò a Parigi il teatro del piccolo Borbone, e giovò alle rappresentazioni di Corneille; in patria eresse un teatro che passò pel migliore, tanto che bruciatosi quello di Vienna nel 1699, l’imperatore ordinò si fabbricasse su quel modello. Ferdinando, Francesco e Antonio Galli da Bibiena erano chiamati a gara per ordinare feste, dipingere scene e decorazioni.

Fra i Veneziani, Jacobo Palma il giovane guastava l’ottima sua attitudine col credere fosse merito il far presto; Girolamo Forabosco fu terribile ritrattista. Carlo Ridolfi si tenne a’ buoni metodi, e scrisse anche le vite dei pittori di quella scuola. Dario Varotari in Sant’Egidio di Padova mostrasi studioso de’ trecentisti. Suo figlio Alessandro detto il Padovanino scorta con poca intelligenza, e la gentilezza riduce a convenzione. Sebastiano Ricci di Belluno de’ tanti quadri veduti in molti paesi contraffaceva lo stile con facilità. Migliore a fresco. Marco suo nipote e scolaro attese al paesaggio con una fedeltà inusata, e lasciò le migliori opere in Inghilterra.

A Venezia toccò la sua parte delle mostruosità scultorie, massime ne’ mausolei. In San Giovanni e Paolo una donna, guardandosi nello specchio, deve vedere uno scheletro che sostiene un cartello lacero e accartocciato, portante l’epitafio: altrove il cartello è portato da un’aquila: nel monumento Mocenigo da due morti nere: nel Valier un immenso manto aggettato rinvolge tre statue lussureggiamente drappeggiate dal Barrata. In San Pier di Castello la cappella Vendramin è manieratissima, tutta a virtù e vizj, e una figura che fa capolino dal sepolcro. Nel mausoleo Pesaro ai Frari, fanno da Atlante al cornicione quattro mori, da’ cui laceri panni traspajono le nere carni: vi sono virtù e vizj, e scheletri che recano epigrafi, e due camelli che sostengono un trono, e angeli e festoni, e putti in bassorilievo, scorrettissime fantasie del Longhena, e buona scoltura del Bartel: fino l’iscrizione è stileggiata colla medesima vanità.

Camillo Mazza bolognese fece bella prova nella vita di san Domenico a San Giovanni e Paolo, bassorilievi di bronzo: altri in marmi con poco gusto, ma stupenda condotta nella cappella del Rosario, dianzi consunta dal fuoco. La architettò il Vittoria; fece l’altare e alcune statue il genovese Campagna; vi dipinsero il Tintoretto, Jacopo Palma, Francesco Bassano, Andrea Vicentino, Paolo Fiammingo, Leonardo Corona; intagliò i legni l’inarrivabile Brustolon. Alessandro Vittoria trentino, abilissimo nello stucco, è nobile e pastoso nell’esecuzione, fecondo nelle invenzioni, manierato nel disegno: al vantato suo san Gerolamo che si contorce ignobilmente per isfoggio d’anatomia, preferisco il san Sebastiano in San Salvadore, e il proprio sepolcro in San Zaccaria, dove alludendo ai molti ritratti fu scritto: _Qui vivens vivos duxit de marmore vultus_. Altro tipo del barocco v’è la chiesa dei Gesuiti, che si figura tappezzata, e sul pergamo gettato un gran tappeto, tutto marmo: sull’altare la Trinità s’asside sopra un mappamondo sostenuto da angeli che s’appoggiano sopra nuvole. Le facciate degli Scalzi, di San Moisè, del Ricovero, di Santa Maria Zobenigo sono compassionevoli di rilievi ed ombre. La Salute, eretta da Baldassarre Longhena per voto nella peste del 1630, ne’ cui fondamenti affondaronsi 1,156,657 travi, dentro è ammirata, fuori di bizzarra strabbondanza, pure grandiosa e in armonia cogli edifizj circostanti, e con un insieme di tal effetto, che fa perdonare le irragionevolezze. Nell’altare tutto marmi, il tabernacolo è sorretto da angeli in positure variate, e sopra di esso Maria in gloria, a sinistra della quale una matrona figurante Venezia che la prega di salute, mentre a destra una schifosa vecchia, simboleggiante la peste, fugge, sporgendosi dalla base nuvolosa, insultata da un angioletto: due santi d’assai maggior dimensione, eretti sulla predella dell’altare, guardano a questa scena. Del Longhena sono pure il palazzo Rezzonico in grandiose proporzioni, e il Pésaro, uno de’ più suntuosi d’Italia. Giuseppe Benoni trentino, che come architetto della repubblica attese ad arginar le lagune, su spazio angustissimo fece la dogana di mare, di mal gusto, ma vistosa e pittoresca.

Verona nel 1718 fabbricò la fiera in Campo Marzio con ducensettanta botteghe, di disegno migliore che l’esecuzione. Il Ligozzi veronese, non inferiore a nessuno de’ naturalisti pel colorire, e meglio corretto, supera forse tutti i frescanti d’allora nel chiostro d’Ognissanti a Firenze.

Nell’incisione, molto progredita al di fuori, poco si fece da noi, e quasi da soli pittori. Distingueremo Francesco Villamena di Assisi; Giambattista Vanni, che all’acquaforte conservò molte opere del Correggio; Stefano della Bella fiorentino, condiscepolo del Callot, col quale eseguì molte vignette per libri; Giambattista Falda di Valduggia che fece le principali vedute di Roma. Giacomo Lauro dopo un lavoro di venticinque anni pubblicò _Antiquæ urbis splendor_ (1612), che sono i monumenti della gran città, mediocri come arte, e con spiegazione in tre lingue. Pietro Sante Bartoli romano incise con sapore e grazia monumenti antichi, conservandone molti che di poi perirono; benchè li riduca a carattere troppo uniforme. In pietre dure incisero Cosimo Sirles fiorentino, Carlo Costanzi napoletano, Francesco Chingi senese, di cui lodatissima una Venere in amatista di centottantuna libbra di peso. Massimiliano Soldati scultore fiorentino fece la storia metallica della regina Cristina in venti medaglie che doveano essere cento, altre per Luigi XIV, i magnifici candelabri di bronzo dorato nella Nunziata di Firenze, un ostensorio per San Lorenzo.

Il ferrarese Antonio Contri inventò di trasportare le pitture dai muri su tela. Jacopo Strada di Mantova, che scrisse d’antiquaria e applicò le medaglie alla storia, fu il primo a trafficar in grande di capi d’arte; comprò i portafogli del Serlio a Lione, a Roma quei di Perin del Vaga, tra cui n’avea di Rafaello; a Mantova i cartoni di Giulio Romano, e li rivendette a gran vantaggio in Germania.

Il mal gusto diffondeasi nel resto d’Europa, mercè dei nostri chiamati fuori, e delle accademie dai forestieri istituite a Roma per allevare i giovani. A Madrid il Sacchetti di Torino eresse il palazzo di Filippo V; Juvara messinese quel della Grazia; Bonavia lombardo quello d’Aranjuez. Rodrigo Velasquez di Siviglia, venuto in Italia col generale Ambrogio Spinola, guarda tutto, copia molto benchè già illustre in patria; fa stupire Roma coi ritratti, e commette un quadro a ciascun dei dodici pittori che allora tenevano il primato; i quali portati in Ispagna con altri e con modelli, fregiarono i regj palazzi. Il maggiore architetto inglese Jones avea studiato in Italia pittura, e si propose di imitare Palladio: Wren non seppe scegliere miglior modello che il San Pietro per edificare San Paolo di Londra. Su Michelangelo e sui Caracci fermaronsi gli architetti e pittori francesi: il Mazarino, come procacciavasi carrozze fatte a Roma, stipi fiorentini intarsiati d’avorio e di pietre, damaschi rossi di Milano, specchi di Venezia, biancheria e merletti di Genova, e scene, vestiarj, teatranti pe’ suoi splendidi banchetti, così traeva di qui artisti, come il pittore Grimaldi e il Romanelli che fece a Parigi la famosa volta. Nicola Poussin, amico del Marini e de’ nostri migliori, visse quasi sempre a Roma, e in mezzo a quegli sragionamenti meritò essere intitolato il filosofo della pittura. Il Callot si aggregò a una banda di zingari per vedere l’Italia. Anche Claudio di Lorena, venuto a Roma fanciullo, e quivi o a Napoli educato, poveretto da prima e servo del pittore Tassi, s’invaghì del paesaggio, scorreva le campagne osservando senza parlare nè disegnare, e riuscì il maggior paesista, con potenza serena e calma incantando senza esagerazione nè maniera. Di questa invece è tutto infetto Mignard, che imitò i Caracci e Pier da Cortona. Puget, che dissero il Michelangelo francese, lasciò molte opere a Genova. Altri francesi porsero saggio di tribune e stranezze nella cappella di Sant’Ignazio al Gesù di Roma. Luigi XIV, o piuttosto il ministro Colbert, consigliato da Perrault traduttore di Vitruvio, manda a Roma Desgodetz lautamente provvisto per copiarvi i migliori edifizj; i quali poi, incisi da Lepautre che avea studiato sui nostri cinquecentisti, vennero pubblicati con isplendida eleganza.

Non mancò chi scrisse delle arti, piantando anche sistemi falsi e teoriche deliranti. Il Bibiena diede un _Corso d’architettura civile_ e la _Direzione ai giovani studenti_. Il gesuita Francesco Eschinardi romano, autore d’una _Architettura civile_ e d’una _militare_, espose molti proprj esperimenti e dissertazioni sull’urto, sulle comete, e sul taglio dell’istmo di Suez, la cui difficoltà riponeva non nella supposta diversità di livello fra i due mari, ma nelle sabbie accumulantisi. Teofilo Gallacini senese (1564-1641), medico poi matematico, scrisse degli errori degli architetti, importante lavoro rimasto inedito come le altre opere sue, finchè nel 1767 fu stampato a Venezia; esame di sicuro gusto. Gianpaolo Baglioni continuò inettamente il Vasari; Gian Pietro Bellori approva gli antichi, e ne trae gusto migliore; Filippo Baldinucci, la storia dell’arte divise in secoli e questi in decennali, sminuzzamento vizioso, come quello in iscuole, generalmente adottato; supplì alle molte omissioni del Vasari, e nel _Vocabolario del disegno_ fa troppo scorgere di non essere artista. Delle varie scuole si hanno storici parziali, Carlo Ridolfi della veneta, Vedriani della modenese, Soprani della genovese, Bongiovanni della napoletana, Passeri dei lavori in Roma; e tutti esaltano i contemporanei per modo che di tutti que’ mediocri ci restano memorie, mentre perirono quelle degl’insigni del medioevo. Cesare Malvasia nella _Félsina pittrice_ impugna accannitamente il Vasari; ma essendo trascorso a nominar Rafaello il _boccalajo d’Urbino_, per quanto se ne pentisse e cancellasse tutte le copie, gli si levò addosso un rumore che non è ancor cessato.

CAPITOLO CLVII.

Letteratura.

Le cause medesime produceano il medesimo degradamento nella letteratura, toltasi anch’essa dall’azione quando non più la vita pubblica batteva sulla selce del genio per trarne faville, la lenta compressione riduceva a studj esanimi, cui unico merito era la manualità; abbandonando lo spontaneo, si cercò o una svigorita imitazione degli antichi, o novità anfanate, sagrificando il bello all’enfatico, l’elegante al pomposo, il vero alla ricerca dell’effetto, a colpi di forza dove l’inanità dell’interno contrasta colla pretensiva esteriorità. Nessun più sa tenere la penna di Machiavelli, non tesser periodi rotondi e corretti come il Casa, non ischerzar leggero e arguto come il Firenzuola o il Berni, non tessere strofe colla lucida agevolezza dell’Ariosto, non descrizioni ampie ed evidenti come Guicciardini: ai tipi d’eleganza surrogansi tipi di mal gusto; l’amore uccide la tenerezza cogli epigrammi; l’ispirazione si manifesta con contorsioni da ossesso. Eppure il Seicento può mostrare bei nomi, fantasie più originali, sentimenti più individuali e patriotici che l’età precedente: or perchè ricordando gli sciagurati che si sfrenarono al mal gusto oblieremo quelli che seppero traversarlo senza contaminarsene?