Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 46

Chapter 463,611 wordsPublic domain

[340] Alla stamperia dei Giunti lavorò Francesco Giuntini fiorentino (1522-90) carmelitano, che scrisse d’astrologia, poi apostatò in Francia, poi ravvedutosi fece pubblica abjura in Santa Croce di Lione. Quivi stette correttore di stampe, ma guadagnò con una banca sessantamila scudi, di cui tremila lasciò ai Giunti; ma sepolto sotto le ruine della propria biblioteca, di tal somma non si rinvenne traccia. Fu balzano e libertino, e il Possevino non crede guari alla sua ritrattazione; pure allo _Speculum astrologiæ_ antepose una lettera diretta ai vescovi e agl’inquisitori protestando _Ego revoco et tamquam a me nunquam dictum volo_ ciò che avea scritto contro la Chiesa.

Da un Giunti fiorentino, stabilitosi a Troyes in Sciampagna, nacque nel 1540 Pietro De Larivey, il primo che scrivesse commedie in Francia, e nella ristampa fatta il 1855 si attesta l’efficacia di lui sopra il teatro francese, specialmente sopra Molière, e si mostra quanto abbia tratto da’ nostri. Tradusse pure le _Notti facete_ dello Straparola.

[341] È poc’altro che una revisione di quella del Brucioli la _Bibbia novamente tradotta da la hebraica verità in lingua toscana_, per maestro Santi Marmochino fiorentino dell’ordine dei Predicatori (Venezia, Giunti 1538 e 46). Anche Filippo Rustici lucchese apostato, a Ginevra fece o rivide una versione della Bibbia sopra i vulgarizzamenti del Vatable, del Pagnini, del Brucioli.

[342] Il residente veneto ai 27 settembre 1567 scriveva alla Signoria: — Fu fatto domenica l’atto solenne della Inquisition nella Minerva, con intervento di tutti i cardinali che qui si trovano, segondo che sua santità nel concistoro precedente li haveva esortati, eccetto che il cardinale Boncompagno, che non vi volse andar per rispetto d’un suo nepote che doveva abjurar. Ed un altro cardinale anchora prese licentia dal papa per andar fuori della terra, per non si ritrovare, dubitando di poter essere da tutti riguardato, per rispetto della stretta amicitia e conversation che havea avuta col Carnesechi, che dovea comparer tra condannati. Forono i rei diecisette, de’ quali quindici si sono abjurati, restando condannati, chi serrati in perpetuo fra dui muri, chi in prigion perpetua, chi in galea perpetua, o per tempo, et alcuni appresso in certa somma di danari per la fabrica, che s’ha da far d’un hospital per li heretici, et tra questi vi sono stati sei gentil’homeni bolognesi; ma li altri dui sono stati remessi al fôro secular, e conseguentemente destinati alla morte et al foco: l’uno di loro è da Cividal di Bellon, frate di san Francesco conventuale, maestro di theologia, condannato come relasso, e l’altro il Carnesechi, incolpato di aver tenuta già lungo tempo continuamente la heresia di Lutero e de Calvino, e d’aver più volte ingannato l’officio della Inquisitione, fingendo di pentirsi, ma in fatto essere stato sempre impenitente e pertinace, et in fine d’haver havuto stretta conversatione et intelligentia con heretici e sospetti d’heresia, scrivendo loro spesse volte, ed agiutandoli con denari. E tra sospetti di heresia si è nominato qualcuno, che è morto, del quale universalmente si ha già avuta ottima opinion di bontà e santità, ma pare che si abbia premuto assai in tassar la corte del cardinal Polo, non havendo rispetto di nominar alcuno, con intention principalmente di far parer che con qualche causa Paulo IV havesse cercato di procedere contro di lui e contra i suoi dipendenti, e per tassar anco con questo forse qualche cardinale. Così è passato questo atto di inquisitione, sopra ogn’altro che s’abbia fatto notabile. E il Carnesechi, al qual per maggior infelicità è occorso di essere stato condannato dinanzi la sepoltura di papa Clemente VII che sopra ogn’altro lo haveva caro e favoriva, fò vestito di fiamme, come si usa, insieme col frate, e condotto alla sagrestia a desgradar, e poi menato in torre di Nona pregione, dove anchora si ritrova per esser quest’altra settimana giustiziato. Hanno i cardinali dell’Inquisitione fatta ogn’opera per salvarli la vita, ma, come dicono, egli in pregione anchora dimostrandosi impenitente, ha scritto fuori lettere per avertir altri sui complici, et ha negata ogni verità, anchor che chiarissima, lasciandosi convincere sempre colle proprie lettere sue, onde sono stati astretti far questa sentenza. Si desiderava ch’egli non morisse, per rispetto di dar qualche satisfattion al duca di Fiorenza, che lo diede a sua santità, e si saverìa che la regina di Franza, ricognoscendo in parte da lui la sua grandezza, desiderava la sua salute, se ben ha avuto rispetto di domandarla; ma egli ne’ suoi costituti ha avuto a dire, che la regina dovea ricercar la serenità vostra che intercedesse per lui. Delle entrate de’ sui benefizj già riscosse, o che si devono riscuoder fin questo dì, le quali dicono che importano circa cinquemila scuti all’anno, sua santità in gratification del duca di Fiorenza ha fatto grazia alli sui parenti. Ma li beneficj che vacano, che sono principalmente due buone abbadie, l’una nel reame di Napoli, e l’altra nel Polesine, sua santità non ha voluto in modo alcuno conferir.....

«Mercor fò qui giornata per diversi accidenti assai notabile. Perciò che la mattina per tempo fò tagliata in ponte la testa al frate di Cividal et a Carnesechi, e l’uno e l’altro poi abbrusciato. Morite il frate di Cividal assai disposto; ma se ’l Carnesechi havesse dimostrato perfetto pentimento, haverìa salvata la vita, che tale era la inclination del pontefice e dei cardinali della Inquisitione. È stato egli tanto vario nel suo dir e forse nel suo creder, che egli medesimo in ultimo confessò non aver satisfatto nè alli heretici, nè alli cattolici... Fu fatto domenica passata l’atto della inquisitione nella Minerva con la presentia di ventidue cardinali. Sono stati quattro impenitenti condannati al fuoco, uno dei quali pentitosi quando era per esser giustiziato, hebbe gratia della vita, altri dieci sono abjurati e condannati a diverse pene, e fra questi Guido Ginetti (Zanetti) da Fano, che fu già mandato qua da Venetia, il quale è stato forse venti anni immerso nelle heresie, et ha avuto parte in tutte le sêtte, è stato condannato in prigion perpetua, e li è stata salvata la vita, parte perchè dicono che per lui si ha havuto notizia di molte cose importanti, parte perchè non è mai stato abjurato, e però non si può haver per relapso, se ben ha continuato nell’errore tanti anni, e li canoni non levano la vita a chi è incorso in errore per la prima volta».

[343] Quali Giovanni, Carlo e Alessandro Diodati; Burlamachi Federico e il famoso Gian Giacomo; Gian Lodovico Calandrini; Benedetto, Francesco, Michele, Gian Alfonso, Samuele Turrettini, Vincenzo Minutoli; Giacomo, Bartolomeo e Francesco Graziano Micheli; Gian Lodovico Saladini. Dai Turrettini scesero molti uomini rinomati, e principalmente Giovanni Alfonso, che si fece ammirare viaggiando per Europa, come uno de’ luminari della Chiesa riformata, e procurò conciliare le dissidenti.

[344] RAYNALDI, _ad annum_ 1562. Una riformagione del 1270 contiene i nomi di essi banditi, che sono Giofredo di Bartolomeo Cenami, Nicola Franciotti, Giuseppe Cardoni, Salvatore dell’Orafo, Antonio fratello di Michelangelo Liena, Gaspare e Flaminia Cattani, Cesare di Vincenzo Mei, Benedetto di Filippo Calandrini, Michele di Francesco Burlamachi, Giuseppe Jova, Lorenzo Alò Venturini, Marco di Clemente di Rimino.

Fra gli apostati indicheremo qui Nicola Balbani di Lucca, che nel 1581 stampò a Ginevra la vita di Antonio Caracciolo (p. 477), la quale da Vincenzo Minutoli fu tradotta il 1587 in latino e in inglese, e molto si diffuse.

[345] Su di ciò vedi il tom. XII dell’_Archivio storico italiano_.

[346] La scritta dice: _Alexander papa III, Federici I imperatoris iram et impetum fugiens, abdit se Venetiis. Cognitum et a senatu perhonorifice susceptum, Othone imperatoris filio navali prœlio a Venetiis victo captoque, Federicus pace facta supplex adorat, fidem et obedientiam pollicitus. Ita pontifici sua dignitas venetæ reipublicæ beneficio restituta_ MCLXXVII. Quest’ultima frase fu tolta quando nacquero dissidj colla repubblica veneta.

[347] Una bella vita del cardinale Comendone fu scritta in latino da A. M. Graziani (Parigi 1669) e subito tradotta in francese da Spirito Fléchier, il quale dice che «la corte romana non ebbe mai ministro più illuminato, più attivo, più disinteressato e fedele: condusse a termine con rara perizia negoziati rilevantissimi in tempi difficili; procacciossi l’amicizia de’ principi senza condiscendere alle passioni e agli errori di essi; infaticabilmente adoprò ad assodar la fede e la disciplina della Chiesa, e con senno e fermezza si oppose al torrente delle nascenti eresie».

[348] Molte volte non potendo i padri accordarsi sull’espressione di qualche articolo, gli davano solo la forma negativa, condannando cioè una proposizione: nel qual caso non si possono voltar in positive, giacchè il riprovare un’asserzione non implica che si tenga vera la positiva opposta.

[349] Per esempio, trovava:

_Ad cœnam agni providi_ _Et stolis albis candidi_ _Post transitum maris Rubri_ _Christo canamus principi._ _Cujus corpus sanctissimum_ _In ara crucis torridum_ _Cruore ejus roseo_ _Gustando vivimus Deo._

Esso toglie le oscurità e le assonanze, e fa:

_Ad regias agni dapes_ _Stolis amicti candidis_ _Post transitum maris Rubri_ _Christo canamus principi:_ _Divina cujus charitas_ _Sacrum propinat sanguinem,_ _Almique membra corporis_ _Amor sacerdos propinat._

[350] Tito Prospero Martinengo di Brescia (-1595) collaborò alla Bibbia Sistina, oltre rivedere le edizioni di san Girolamo, del Grisostomo e d’altri. Marco Marini suo compatrioto (-1584) lasciò una _Grammatica linguæ sanctæ_.

[351] Fu posta all’Indice da Gregorio XIV, ed è una rarità bibliografica.

[352] Che Paolo Manuzio ne rivedesse lo stile è negato dal Lagomarsino, il quale vuol redattori pel latino Muzio Calino, e i milanesi Pietro Galesino e Giulio Pogiano. Vuolsi pur memorare la _Summa doctrinæ Christianæ_ del gesuita Canisio, molto adoprata ancora in Germania.

[353] L’assemblea del clero di Francia nel 1657 fece ristampare e diffondere a sue spese le _Istruzioni di san Carlo_.

[354] _Questa è la regola per la compagnia dei servi dei puttini di charità, che insegna le feste ai puttini et puttine a leggere et scrivere et li boni costumi, gratis et amore Dei_, 1565. Chi ama la storia del retto insegnamento, ponderi questo libriccino.

[355] Editti del 7 marzo 1579, e del 13 novembre 1574.

[356] Egli avea vietato che nessuno, predicando, dicesse il giorno del fine del mondo: _ne certum tempus antichristi adventus et extremi judicii diem prædicent; cum illud Christi Domini ore testatum sit, non est vestrum nosse tempora vel momenta_; Act. pag. 3. Pure nel V concilio provinciale dice: _Ad nuptias matrimoniaque impedienda vel dirimenda eo cum ventum sit, ut veneficia fascinationesve homines adhibeant, atque usque adeo frequenter id sceleris committant, ut res plena impietatis ac propterea gravius detestanda; itaque, ut a tanto tamque nefario crimine pœnæ gravitate deterreantur, excommunicationis latæ sententiæ vinculo fascinantes et venefici id generis irretiti sint_. De’ processi suoi per stregherie parlammo a pag. 352: fatti speciali, la cui colpabilità non può asserirsi se non dopo esaminato ciascuno, e veduto quanto si peccasse contro la carità e abusando di oggetti sacri. D’altra parte, anche posto impossibile il delitto, il tentarlo palesa malvagità, e può punirsi come l’attentato fallito. Una difesa dell’Inquisizione, quale oggi può farsi, vedi in TAPPARELLI, _Saggio teoretico_, XCIII.

* Le penitenze non le pose soltanto nel rituale, ma le voleva eseguite. È nell’archivio arcivescovile una sua lettera del 6 maggio 1569, dove ordina che Giacomo Riva di Calenico e Margherita de Filippi di Tonza in val di Blenio, che avean avuto ardire di coabitare prima d’essere benedetti dal curato «tutte le domeniche d’un anno continuo stiano ambedue su la porta della chiesa con una corda al collo e con una candela accesa in mano mentre si dirà la messa, e il sacerdote che dirà la messa avvisi il popolo della causa perchè si fa far loro questa penitenza, che è per l’inobedienza predetta».

[357] I signori Svizzeri, saputolo, spedirono un ambasciadore a Milano perchè quel governatore richiamasse il cardinale. L’ambasciadore scavalcò in casa d’un mercante compatrioto; ma prima che presentasse le credenziali, l’Inquisizione l’arrestò. Il mercante informò del successo il governatore, che fece rilasciar l’ambasciadore e onorollo: ma gli Svizzeri, appena udito il fatto, mandarono intimare avrebbero arrestato il cardinale, che per lo meglio si ritirò.

[358] Del De Vio, di cui parlammo nel tom. IX, p. 329, conosciamo un opuscolo _De Monte Pietatis,_ Roma 1515, diretto a Leone X, contro i monti di pietà quando se ne trattava nel concilio Lateranese; e mostra che _nullo modo injustitiæ macula abest a capitulis montis hujus; et etiam quocumque alio modo casos formetur, justitia et æqualitas non servatur_. In quell’età molto disputossi sulla moralità di siffatta istituzione, in grazia della dottrina che condannava il ricavar interesse dal danaro.

[359] _Decreta generalia in visitatione Comensi edita_. Vercelli 1579, e Como 1618.

[360] Vedi MUTINELLI, _Storia arcana_. Nelle visite alla parrocchia di San Cassiano a Venezia attorno al 1570, riportate dal Galliccioli, appare molto comune la scostumatezza de’ preti, ordinandosi ogni tratto agli uni di far penitenze per peccati commessi, ad altri d’abbandonar pratiche, di non bazzicare meretrici; chi non sapeva il latino, chi dava pubblici scandali, chi giocava. Nel carteggio dell’ambasciadore veneto a Roma sotto il 30 novembre 1585 leggiamo: — Il pontefice è stato informato da diversi che molti delli monasteri di Venezia e della diocesi di Torcello sono in uno malo stato, e ridotti alcuni di loro a pubblici postriboli; e ha detto di volervi provvedere».

[361] Vedi pag. 421. Nel 1563 viaggiò in Italia Filippo Camerario, illustre dotto tedesco, il quale descrisse quel viaggio giorno per giorno, più fermandosi sulla parte materiale. Sparla del Regno, allegando il proverbio «il Napolitano è un delizioso paradiso, ma abitato da diavoli», e si meraviglia come il re di Spagna da paesi tanto feraci tragga o nulla o pochissimo, dovendo spender tutto nel frenare i sudditi e respingere i Turchi. Descrive i fenomeni del tarantismo: e che spesso all’entrare in una città eran obbligati deporre le armi e le pistole, ricuperandole poi all’uscita; del che non sa trovar la ragione, massime che v’ha osterie dove si è più in pericolo che sopra alcune strade di Lombardia e di Toscana. A Roma fa il solito piagnisteo sulla diversità dall’antica; ma soprattutto decaduti gli sembrano gli uomini, la più parte ignari fin delle lettere. «Poeti, filosofi, oratori v’ha per certo, ma tali che non vorresti udirli: chiaman poeti certi ciarlatani che cantano per le strade versi lascivi; filosofi che tutto attribuiscono alla natura, o secondano le voluttà; oratori che mai non lessero Cicerone nè Demostene, ma arringarono una o due cause». Quivi di peggio gli toccò, poichè sul partire l’Inquisizione lo colse, e gittò in orrenda carcere, ove stava da un anno Pompeo De Monti barone napoletano, reo d’uccisioni e d’incendj, ma allora imputato d’eresia. Il Camerario si confessò luterano, onde cercarono trarlo alla nostra Chiesa: il gesuita Canisio gli procurò agevolezze, e gli dava libri per convertirlo: e se il domenicano frate Angelo il vessava, usavagli ogni cortesia il dottor Donato Stampa milanese: un Cencio carceriere lo salvò da insidie e veleni, un medico umanissimo l’assisteva, un ignoto gli offerse denaro pel ritorno. Egli medesimo ne stese una _relatio vera et solida_ per dimostrare come Dio, per mezzi insperati, campi i suoi dalle mani de’ nemici, e liberi dalle calunnie. Suo inquisitore era stato il Ghislieri, e perciò gli si avventa accannito.

[362] L’ambasciadore veneto, in agosto 1566, assistette a una cena di Pio V: «Mangiò quattro susini cotti con zuccaro: quattro bocconi di fiori di boracina acconci in salata da lui medesimo; una minestra d’erbe; dui soli bocconi d’una fortaja fatta con erbe, e cotta in acqua solamente senza olio e senza onto sottile; cinque gamberetti cotti in vino; e dopo pasto tre bocconi di pero o persico cotto, con che finì la cena; nè altra vivanda fa portata in tavola. Bevve due volte, ma tanto quanto comunemente un altro beve in una sola».

Lo spaccio 15 aprile 1570 d’esso ambasciadore dice: — Il Pistoggia, ch’è un predicatore molto famoso dell’ordine delli Cappuccini, e grato al papa, perchè lo ha per homo molto dabbene e catholico, ritornato ultimamente in Roma, è stato introdotto a sua santità, alla quale da poi che hebbe basciato il piede e dato conto dove havea predicato, disse ch’era sforzato inanti sua santità gridar sempre _misericordia, misericordia_, perchè vedeva tante anime andar in perditione in poter d’infedeli et in mano di cani, e ch’essendo lei vicario di Jesu-Christo in terra, toccava a lei la cura di queste anime, e che le saria dimandato ragione d’esse da Dio perchè non li usava misericordia. E che vedeva bene ch’ella era pronta alla giustitia, e che ogni giorno faceva impiccare e squartare hora uno, hora un altro; ma che doveva ricordarsi che, per un luogo della Scrittura che nomina Dio giusto, ne sono dieci che lo nominano misericordioso; onde volendo imitar Dio, come è debito suo, doverà più esser sollecita in ajutare e sostentare, e defendere le anime che vanno in perditione per la potenza dei Turchi, che in castigare per giustizia li scelerati. E le considerò molti vescovi antiqui che havevano messi se stessi in potere delli nemici per liberare altri, e fra li papi moderni Calisto, Pio, Innocentio, che venderono li beni delle chiese per far guerra contro li Turchi. Disse molte cose in questo proposito con gran libertà per un gran spacio: et il pontefice, benchè si sentisse trafitto, però non mostrò d’haver niente a male di quello che diceva. Ma poi ch’ebbe finito, disse con un gran sospiro che egli diceva il vero in ogni cosa, ma che non sapeva li travagli in che si trovava; ch’era in un papato poverissimo e debolissimo, et oppresso da ogni parte, et che se voleva far un bene, haveva mille impedimenti, e non solamente da heretici e da inimici della fede, ma da quelli che fanno professione d’amici, che con mille modi fanno offese a Dio, e pensano d’opprimere l’autorità di sua maestà in terra: il che le travagliava l’animo grandemente; ma che con tutto questo sua santità gli ha pietà, e vorria ajutar tutti, se bene doverìa castigarli; e si mostrò piena di ramarico per occasione di questa guerra, e per il poco modo che haveva d’ajutarla.

[363] Dispaccio di Paolo Tiepolo da Roma, 16 febbrajo 1566. E vedi il capo seguente.

[364] TIRABOSCHI, Storia letteraria, tom. VII. lib. I. c. 3.

[365] Quelle false decretali, che per lungo tempo si dissero inventate a Roma, diffuse in Ispagna e di là nel mondo, introducendo nuovi canoni e diritto nuovo per consolidare l’autorità dei papi a scapito di quella dei vescovi, apparvero tutt’altro avanti a leali cercatori, protestanti e cattolici. La prima indagine avrebbe dovuto cadere sul corpo del delitto, e si provò che tutti ne aveano discorso senza conoscerle sia nei testi, sia nell’unica informe edizione fattane da Merlin nel 1530. Una esatta descrizione ne porse il dottore Phillipps; poi l’abate Migne le stampò nel vol. CXXX della sua _Patrologia_, con una dissertazione del dottore Denzinger professore a Wurzburg.

Risulta di là che la Spagna non le conobbe mai; che sino al secolo XI uscente non ebbero mai autorità in Italia; a tal segno che nel 1085 il cardinale Otto, il quale fu poi Urbano II, incontrandone primamente alcune in un concilio tedesco, le ripudia con disprezzo; che l’opera fu compilata in Germania, probabilmente da Benedetto Levita, cherico dell’arcivescovo di Magonza Autcario.

Quanto al fondo, le decretali non toccarono pur un punto che già non fosse stabilito; e scopo loro è di sorreggere i diritti de’ primati a fronte de’ metropoliti, cioè sostenere l’indipendenza de’ vescovi, anzichè rialzare il poter pontifizio. L’autore, tutt’altro che ignorante e inetto, non inventò nulla, ma tolse brani e brandelli da lettere di papi, dai codici di Teodosio ed Alarico, dalla regola di san Benedetto, dal _Liber pontificalis_, e da altre autorità, rispettate anche prima dell’834 in cui egli cominciò.

[366] Nella chiesa di San Gaudioso a Napoli si conserva una caraffina del sangue di santo Stefano, che soleva liquefarsi il 3 agosto; e riformato il calendario, non bollì più che al 13. Così fu di quel di san Gennaro al 19 settembre: prova che quella riforma era stata aggradita in cielo, benchè non dappertutto in terra. Il Pancirolo, al cap. 177, _De Claris legum interpretibus_, racconta che alcuni noci, i quali stanno secchi fin alla mattina del San Giovanni, e allora compajono coperti di frutti e foglie, anticiparono questa meraviglia secondo il calendario nuovo.

[367] BARONIO _ad annos_; THEINER, _La Chiesa russa_.

[368] Vedi A. POSSEVINI _Moscovia_. Vilna 1586. Marco Velser, da Augusta il 18 aprile 1608, scrive al Gualdo a Roma: — Conta il Possevino che in Moscovia, al suo primo arrivo in corte, gli misero innanzi certa minestra, fatta ad uso del paese, troppo insipida; ed avendo domandato come gli gustava, parve che per creanza non potesse rispondere salvo che _Bene_; a che appigliandosi que’ bojari, soggiunsero subito: _Antoni, habebis quotidie_. Nè mancarono di attenergli la promessa fedelissimi».

È descritta l’ambasciata che nel 1656 venne da Moscovia a Venezia, dove i Russi stupivano che la marea, abbassandosi, non menasse vie le case, che credeano galleggianti; e supponevano che le macchine teatrali fossero semoventi. Di quella arrivata a Venezia il 1582, vedi MUTINELLI, _Storia arcana_.

Della parte che il Possevino ebbe nella spedizione contro i Valdesi, rende conto in una memoria edita dallo Zaccaria nell’_Iter literarium per Italiam_, part. II. op. VIII. Vedi la _Vita del Possevino_ scritta da Nicolò Ghezzi.

[369] Vedine la vita, scritta dal suo segretario Agostino Bruni, _Veterum scriptorum amplissima collectio_ tom. VI. p. 1387.

[370] GERDES, _Specimen Italiæ reformatæ_, pag. 262.

[371] _De modernis Jesuitarum moribus_, col finto nome di Filadelfo, e la falsa data d’Ignatianopoli 1672. Il residente veneto a Roma, sotto il 12 aprile 1567, cioè ventisette anni dopo approvata la Società, scriveva alla Signoria: — Ha concesso sua santità a’ Gesuiti di poter tenere fin centomila scuti di monti, appresso le altre cose che possedono in questa città. Sono essi qui in gran numero, dipendendo da loro principalmente il culto divino e la educazione buona della gioventù, perciocchè tengono quattro case o palazzi principali, due de’ quali servono per abitazione loro, dove hanno le lor chiese mirabilmente frequentate, dove ogni giorno concorrono molte persone a confessarsi e comunicarsi, e nelle due altre maggiori si nutriscono, e disciplinano nella religione e nelle buone lettere più di quattrocento giovanetti con ordine singolare sotto nome di seminario e collegio germanico; oltre che per loro medesimi si tengono pubblicamente lezioni in ogni sorte di professioni, da leggi in fuori, e sono da sua santità adoperati in molte cose spettanti alla fede, da che si hanno acquistato appresso ognuno gran nome di bontà e di dottrina».