Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 45
[302] Ottenne dal carceriere che gli legasse una gamba sola; poi che alternasse la catena fra le due gambe; nel qual mutamento riuscì a far mettere la catena a una gamba finta. _Vita Cælii Secundi Curionis; de mirabili sua e vinculis, ac ipsis diræ necis faucibus liberatione dialogus._ — Abbiamo l’orazione funebre recitatagli da Giannicolò Stuppani, _Oratio de Cælii Secundi Curionis vita_. Vedi pure SCHELHORN, pag. 258.
[303] Il Gerdesio, pag. 280, crede sia tutt’uno con Giulio da Milano, agostiniano apostato che in Isvizzera pubblicò la I e II parte delle prediche da lui recitate in San Cassiano a Venezia nel 1541.
* Nei registri de’ giustiziati, tenuti dalla compagnia di San Giovanni alle Caserotte di Milano, al 23 luglio 1569 trovo abbruciati «un frate di Brera e Giorgio Filatore, quali erano luterani». Al 1587, 1º ottobre, abbruciato un Giulio Pallavicino della pieve d’Incino per eretico; «fu messo sul palco in duomo l’anno 1555 e 1573, e l’anno 1587 fu morto dopo essersi confessato e comunicato».
[304] Lo stesso Burigozzo sotto il 1534 parla d’uno spacciatore d’indulgenze: — In questo tempo venne a predicare in domo un frate de Santo Augustino Remitano; e questo fu una dominica a dì 25 januario, e predicò tutta la settimana seguente. E la dominica seguente, che fu a dì primo febraro, anunziò uno perdon, con certe bolle da absolvere dei casi; e fu messo per la cittade le cedole in stampa, qual se contenevano in ditta bolla; et el ditto perdono fu messo fora el dì de santa Maria delle Candele; e fu fatto procession dal clero. Circondorno la ecclesia del domo de dentro, e riportorno ditto perdono a loco suo, zoè a presso el barco dove se predica; e sempre con el ditto frate, e ancora el commissario de ditta indulgenzia (dandoli li danari ch’erano d’accordo), li davano la ditta carta, e li metteva suso el nome de colui che pagava, overo de soi morti: donde che durò questo circa a otto giorni. Et in questo termino assai homeni mormoravano, vedendo questa indulgenzia così larga; dondechè fu trovato questa cosa essere una ribalderia, et essere false le bolle; et a questo fu preso el dicto frate, et ancora il commissario; e furno messi in preson in casa del capitanio de justizia; e lì ghe fu data la corda e tormenti. Al fine disseno di sì, che l’era vero; e lì furno reponuti fin a che da Roma venisse la risposta de quello che de lor far se dovesse; et a questo passò qualche giorni: al fine fu concluso, che ditto frate e ditto commissario fusseno mandati in galea...».
[305] RAYNALDI, _ad annum_.
[306] NICERON, _Memorie_, tom. XXI. p. 115.
[307] SPONDANI, _Annales ad 1543_.
[308] Lettera XXI, lib. IV del Minturno al Gesualdo del 1534.
[309] QUIRINI, _Diatriba ad vol. III epistolarum Poli_, pag. 286; e vedi TIRABOSCHI, _Biblioteca degli scrittori modenesi_, tom. III.
[310] Il formulario fu pubblicato nel vol. I delle opere del cardinal Cortese colle firme de’ suddetti, e del vicario vescovile, l’arciprete, il prevosto, tre canonici, il conte Giovanni Castelvetro, il cavaliere Lodovico Dal Forno, Giambattista Tassone, Girolamo Manzuoli, Angelino Zocchi, Bartolomeo Fontana, Antonio Grillenzone, Pietro Baranzone, Bernardo Marescotti accademici; Giannicolò Fiordibello, Gaspare Rangone, tre Bellincini, Alfonso Sadoleto, Giovanni Poliziano, Elia Carandino, Filippo Valentino, Bartolomeo Grillenzoni, Pellegrino Erri, ed il celebre Falloppio.
[311] Si hanno tre medaglie coniate al Negri, e queste opere:
_Rhætia, sive de situ et moribus Rhætorum._
_De Fanini faventini ac Dominici bassanensis morte, qui nuper ob Christum in Italia romani pontificis jussu impie occisi sunt, brevis historia._ Chiavenna 1550.
_Historia Francisci Spieræ civitatulani qui, quod susceptam semel evangelicæ veritatis professionem abnegasset, in horrendam incidit desperationem._ Tubinga 1555 (probabilmente tradotte dall’italiano da Vergerio).
Del Negri parlarono il Verci nelle _Notizie degli scrittori bassanesi_, e il Carrara nel _Dizionario storico_ di Bassano; e li contraddisse il grigione Domenico Rosio de Porta, ministro riformato a Soglio nel 1794, dirigendosi al delegato don Fedele di Vertemate Franchi; poi più diligentemente Giambattista Roberti, _Notizie storico-critiche della vita e delle opere di Francesco Negri_, Bassano 1839. È errore del Quadrio il farlo di Lovere: nacque a Bassano, per un amore sfortunato si vestì benedettino in Santa Giustina di Padova, poi la gelosia lo trasse a un assassinio, pel quale fuggì in Germania nel 1525, ove alquanto più tardi abbracciò le dottrine zuingliane. Che intervenisse alla conferenza di Marburgo nel 1529, nessuna prova è. Tenne scuola a Chiavenna, ma sembra non vi fosse pastore, come in niun’altra chiesa di Svizzera. Infatto, primo ministro della chiesa riformata a Chiavenna fu Agostino Mainardi, che vi rimase fin alla morte, avvenuta nel 1563; e allora gli successe Girolamo Zanchi.
Quando Lelio Socino da Vicenza fuggì a Zurigo, il Mainardi dubitò che Camillo Renato rifuggito a Chiavenna, e in corrispondenza con quello, ne avesse adottato le dottrine antitrinitarie; laonde obbligò tutta quella chiesa a far una professione di fede. Questa spiacque e al Renato e al Negri, parendo deviasse alquanto dalla zuingliana; la chiesa chiavennasca si trovò scissa, e il Mainardi scomunicò quei due come Sociniani. Il Negri se ne scolpò a Zurigo, poi pubblicò la propria professione di fede, confessando la divinità e incarnazione di Cristo, l’efficacia del battesimo e dell’Eucaristia.
Le molte opere sue lo attestano dotto di greco e d’ebraico, e versato nelle quistioni teologiche, benchè privo di gusto e d’eleganza. Parecchie sono pubblicate a Poschiavo, dov’era stamperia che dava giusta ombra ai nostri, e Pio IV spedì ai Grigioni il prevosto della Scala di Milano nel 1550 per domandarne la soppressione. È notevole quella sulla morte del Fanino di Faenza (non Fanno, come dice il Tiraboschi) e di Domenico Cabianca di Bassano. Quest’ultimo avea militato con Carlo V, e, bevute le dottrine nuove, se ne fece apostolo: a Piacenza le predicò apertamente, ma arrestato e non volendo ritrattarsi, fu appiccato nel settembre 1550. Un’altr’opera è la traduzione latina del caso di Francesco Spiera da Cittadella, giureconsulto (non medico), padre di undici figli, il quale apostatò; poi citato da monsignor Della Casa, fece pubblica ritrattazione in patria. Dissero i religionarj che per castigo impazzisse, e urlando e maledicendo cercava uccidersi, finchè terminò miseramente.
Ma l’opera più famosa del Negri è la tragedia intitolata _Libero arbitrio_, 1546, poi 1550, poi in latino 1559. È un’azione drammatica, alla quale sono intessute le controversie religiose. Ne diamo l’analisi negli _Eretici d’Italia_.
Vuolsi che il suo carteggio fosse, or fa alquanti lustri, trovato in Isvizzera e portato a Bassano; ma per quante ricerche ne facessimo, non poterono esserci additate che due lettere, tra quelle onde il Baseggio arricchì quella biblioteca; una di nessun interesse, l’altra da Strasburgo il 5 agosto 1530 al M. R. maestro Paolo Rossello di Padova, ove gli parla del molto che, dopo spatriato, ebbe a soffrire per Cristo; e come la quaresima precedente si fosse recato incognito a Venezia e in altri luoghi d’Italia, ove trovò «diversi fratelli, alli quali narrai (dic’egli) diffusamente tutte le cose sì mie quanto dell’Evangelio. Li nomi di essi fratelli sono questi. In Venezia parlai con prè Alovise dei Fornasieri de Padoa, olim in monachata chiamato d. Bartolommeo. In Padoa parlai con pré Bartolommeo Testa, al quale lassai el benefizio mio, che al presente è maestro de casa de monsignor Stampa. Deinde in una villa sul Veronese, appresso Lignago tre ovver quattro miglia, il nome della quale al presente non mi soccorre, parlai per dui giorni copiosamente cum pré Marino Gujoto, qui quondam monachus, dicebatur d. Pietro de Padoa. Ultimo loco, a Brescia ragionai cum d. Vincenzo di Mazi per un giorno continuo. Da questi adunque potrete intender tutto». Dategli poi le nuove di Germania, conchiude: «Non potiamo se non aspettar qualche gravissima croce. _Orandum sine intermissione nobis ac vobis est, ut Dominus ipse negotium suum defendat._ In Venezia non potei parlar con frate Alovise, come desiderava, imperciocchè l’era andato a star a Treviso, prout mi disse sua madre. Altro non mi occorre se non instantissimamente pregarvi che vui et gli altri fratelli cristiani preghino _enixissime_ Dio per nui».
Era agostiniano, non benedettino come dicemmo noi sulla fede del _Nuovo Dizionario istorico_, pubblicato in Bassano il 1796, dov’è un esteso articolo su questo apostato. Abbiam cercato notizie delle persone nominate in questa lettera; ma solo potemmo raccogliere dal sullodato signor Baseggio che il Fornasiero era agostiniano e bassanese, come anche il Testa; fuggirono di patria nè più se ne seppe; nè si potè raccapezzare la corrispondenza ch’essi tenevano collo Spiera di Cittadella; la cui storia fu tradotta in latino, non dal Vergerio, ma dal Negri.
[312] Vuolsi ricordare con lode la sua opera _De methodo, sive recta investigandarum tradendarumque scientiarum ratione_ (Basilea 1558), ove, lasciando la dialettica ordinaria, propone un nuovo metodo di giungere al vero collo scomporre e ricomporre più volte la cosa, e sotto aspetti diversi esaminarla, salendo dal noto all’ignoto.
[313] Vedi _Lettere d’uomini illustri conservate nel regio archivio di Parma_, 1853. In questo vi ha di molte lettere concernenti il Vergerio.
[314] Ivi, 4 aprile 1545. Tutti capiscono che allude alla violenza di Pierluigi contro il vescovo di Fano, riferita dal Varchi al 1537. Ora, ben otto anni dopo, il Casa dubita che il papa possa averne avuto sentore: il che per lo meno smentisce la bolla che si vorrebbe avesse egli stesa per assolverlo. Del resto il fatto medesimo vien impugnato con buone ragioni dall’AMIANI, _Memorie di Fano_, vol. II, p. 149.
* Nel 1856 a Brunswick fu pubblicata una monografia di Pier Paolo Vergerio da C. H. Sixt (_P. P. Vergerius papstlicher Nunzius, katholischer Bischof, und Vorkämpfer des Evangeliums: eine reformationsgeschichtliche Monografie_) col ritratto e quarantaquattro lettere originali; e Findel ne fece un compendio popolare.
Si ha un _Catalogus hæreticorum_ dell’Arcimboldo, con note del Vergerio che il rendono curioso.
[315] Così Celio Curione nel proemio alle _Cento considerazioni divine_ del Valdes napoletano. Credonsi del Vergerio le «Due lettere d’un cortigiano, nelle quali si dimostra che la fede e la opinione di Roma è molto più bella e più comoda che non è quella dei Luterani. Terza lettera d’un cortigiano, il quale afferma che a suo parere la messa del papa è più bella che la comunione che si fa in alcun loco della Germania. Quarta lettera d’un cortigiano, nella quale gli si dice che si comincia ad accorgere che la dottrina ch’ei chiama la luterana sia la buona e la vera, e che quella del papa sia la corrotta e la falsa». Tutte ironie, che giravano per Italia; e a Pavia si riprodusse nel 1550 dalla stamperia Moscheno il _Latte spirituale, col quale si debbono nutrire ed allevare i figliuoli de’ Cristiani a gloria di Dio_, opera forse del Vergerio, comparsa l’anno avanti a Basilea. Vedi _Apologia pro P. P. Vergerio adversus J. Casam_. Ulma 1754.
[316] BAYLE, _ad Theod. Simon._
[317] Lo fecero principalmente lo Schelhorn e il Gerdes. Di Vittoria Colonna adduceano il _Pianto della marchesa di Pescara sopra la passione di Cristo_, e l’_Orazione sopra l’Ave Maria_. Aldo 1561. Vedasi LEFEVRE DEUMIER, _Vittoria Colonna_, Parigi 1856, libro di poco merito.
* Un nuovo eretico pretese regalarci ultimamente Sigwart, dimostrando la relazione fra le dottrine di Zuinglio e quelle di Pico della Mirandola (_Ulrich Zwingli; der Karakter seiner Theologie mit besonderer Rücksicht auf Picus von Mirandula dargestellt._ Stuttgard 1855).
[318]
_Cum casum miseratus ille magnus_ _Carapha, Italiæ decus Carapha_ _Ad cœlum geminas manus tetendit_ _Multis cum lacrymis Deum salute_ _Orans de mea: et ecce acerba fugit_ _Febris, et lateris dolor, refectæ_ _Vires, etc._
Nello SCHELHORN, vol. II, è una dissertazione _De religione M. Antonii Flaminii_. Nel _Giudicio sopra le lettere di tredici uomini illustri pubblicate da M. Dionigi Atanagi_ (Venezia 1554), opera forse del Vergerio, si legge che il Flaminio «solo tra questi ebbe qualche gusto e cognizione di Cristo e della verità, ma non in tutti gli articoli, perocchè Dio non scopre e non rivela tutti i suoi tesori ad un tratto, ma a parte a parte. Certa cosa è che, se il Flaminio intese la giustificazione per la sola fede in Cristo e la certezza della salute nostra, egli o non intese la materia dell’eucaristia, o non ebbe ardimento di dirla come sta». E riferite le discrepanze, soggiunge: — Questo guadagno almeno facciam noi di quella lettera flaminiana, che, avendo esso dimostrato dissentire da noi in questi punti, e non detto di dissentire ove noi neghiamo esservi la transustanziazione, e quella oblazione doversi applicare per vivi e per morti, e dove anche neghiamo la Cena doversi dividere, il che fanno i papisti, quando ai laici non danno la spezie del vino, in questi tre punti almeno esso Flaminio ha dimostrato di tenere che noi abbiamo ragione; e credo io che, se egli fosse vivuto, sarebbe eziandio in tutti gli altri corso più avanti ed entrato nelle opinioni nostre; e credo di più che, chi avesse potuto veder il secreto del suo cuore, avrebbe veduto che già v’era entrato». Induzione assurda, eppure abituale.
[319] Vedi BAYLE, _Dictionnaire critique_.
[320] BAYLE, in _Gribaldi_; GERDES, pag. 276; NICERON, _Mémoires des hommes illustres_, tom. XLI. p. 235.
[321] _De hæreticis quo jure quove fructu coërcendi sunt gladio vel igne, dialogus inter Calvinum et Vaticanum_: e senza nome d’autore nè di stampatore, ma credesi di Lelio Socino.
[322] Andrea Wissovatius, suo nipote, pubblicò le opere di lui nella _Bibliotheca fratrum polonorum_ 1636, 6 vol. in-fol.
[323] Bayle corregge moltissimi errori del Varillas e del Mainbourg in proposito di esso, ma cade in molti altri. Vedi MALACARNE, _Comm. delle opere e delle vicende di Giorgio Biandrata_. Padova 1814.
Dalle corrispondenze di Biandrata conosciamo un Giambattista Puccini lucchese, dalla regina Bona spedito a Isabella d’Ungaria come cancelliere, in surrogazione del Savorgnano; Lodovico Biandrata fratello di Giorgio, protonotaro apostolico, e segretario di Enrico di Valois re di Polonia; Giambattista Castiglioni milanese, marchese di Cassano, che secondò Ferdinando d’Austria nelle guerre contro i Turchi, ebbe alte cariche alla corte imperiale, e da Filippo II di Spagna era destinato vicerè in Francia contro gli Ugonotti, quando morì a Milano, e volle esser sepolto senza pompe. Di che vedi NATALE CONTI, _Historiæ sui temporis_, al 1551.
[324] Calvino lo taccia di barbaro stile, senza troppa ragione.
[325] GIAMBATTISTA GASPARI, _De vita... Francisci Pucci Filidini_, nella raccolta Calogeriana, tom. XXX. Venezia 1776.
[326] _Contentiosi sunt, et inquieti; ex quacumque re lievissima rixam movent, ne doceri a quoquo sustinent, nec a sua pervicacia remittunt; unde nobis sunt oneri._ COMANDER.
[327] Questi fatti risultano dalla storia affatto ostile del Llorente. Hefele di Tubinga, nella bella monografia del Ximenes, li svolge largamente e conchiude che «nella storia dell’Inquisizione di Spagna, la santa Sede compare protettrice de’ perseguitati, come fu in ogni tempo». Il protestante Schroeckh, nella _Storia ecclesiastica_, si meraviglia che il papa abbia consentito questa trasformazione d’un tribunale ecclesiastico in secolare, da lui indipendente. E Ranke, protestante anch’egli, disapprovando la storia del Llorente, scritta per favorire re Giuseppe Buonaparte contro le libertà basche e le immunità ecclesiastiche, dice che da quella appare come il Sant’Uffizio fosse una giustizia regia sotto divise ecclesiastiche; tantochè il cardinale Ximenes nicchiando a ricevere nel consiglio un laico nominato da Ferdinando, questo gli rispose: — Non sapete che quest’Uffizio non tiene la giurisdizione se non dal re?»
Il gagliardissimo pensatore Giuseppe De Maistre fece l’apologia dell’Inquisizione spagnuola, non tanto dal punto di diritto, come dall’essere stata un minor male, risparmiando alla Spagna que’ torrenti di sangue che la Riforma e le discordie civili conseguenti costarono al resto d’Europa. Dicendo _apologia_ ho usurpato un luogo comune de’ retori; ma del resto egli medesimo, per quant’ardito, non osando quasi pronunziarlo in testa propria, fa dire da _taluno_ che «il Sant’Uffizio con una sessantina di processi in un secolo ci avrebbe risparmiato lo spettacolo d’un monte di cadaveri che sorpasserebbe l’altezza delle Alpi, e arresterebbe il Reno e il Po.
Sant’Agostino disapprovò affatto le persecuzioni contro i dissidenti; ma poi nelle _Ritrattazioni_, lib. II. c. 5: — Ho fatto due libri contro i Donatisti, ove dissi non piacermi che, per forza secolare, i scismatici siano violentati alla comunione. Per verità allora mi spiaceva, perchè non ancora avevo provato a quanto male ardisca l’impunità, nè quanto a mutare in meglio valga la diligenza del castigo». E nel trattato 11 in _Joann._ nº 14: — Vedete che cosa fanno e che cosa soffrono: uccidono le anime, e son afflitti nei corpi; producono morti sempiterne, e lagnansi di soffrirne di temporali».
Il Forti nelle _Istituzioni civili_, lib. II. c. dice che «l’Inquisizione puniva non l’azione esterna, non la manifestazione pubblica delle opinioni, ma il pensiero dell’animo; ed _in questo_ veramente eccedeva al di là dei confini d’ogni giurisprudenza». Sarebbe stato opportuno ci avesse detto come conosceva essa il _pensiero dell’animo_.
[328] Chiamavansi così le esecuzioni contro i condannati dall’Inquisizione, perchè la maggior parte ne passava in assolvere gl’imputandi, facendoli ricredere e recitare l’atto di fede; e spesso non bruciavasi se non la candela che tenevano in mano. Llorente cita un auto da fe del 1486 a Toledo, con settecentocinquanta condannati, ma nessuno a morte; e un altro di novecento, pur senza morti; in uno, tremila trecento furono condannati, di cui ventisette a morte; ma si avverta che, oltre l’eresia, erano di competenza del Sant’Uffizio i peccati contro natura, la seduzione in confessione, la bestemmia, i ladri di chiesa, gli usuraj, perfino il contrabbando di cavalli e munizioni al nemico in tempo di guerra.
Dalla tolleranza dei nostri fratelli aspettiamo d’essere anche noi tacciati di difensori del cavalletto e del rogo: noi.
[329] Verso il 1574 Mureto scriveva d’Italia all’illustre storico De Thou, _Qu’il était esbahi qu’il se levât qu’on ne lui vint dire qu’un tel ne se trouve plus; et si l’on n’en oserait parler._
[330] _Il Compendio della Santa Inquisizione._
[331] Vedi _Breve informatione del modo di trattar le cause del Sant’Uffizio per li molto reverendi vicarj della Santa Inquisizione di Modana_; e altri da noi citati a pag. 348.
[332] Di là, l’8 agosto 1555, scriveva una lettera a una madonna Cherubina, dipingendo i guaj che dovè patire nell’assedio di quella città, ed esortandola alla fede in Dio e nel Vangelo; sempre abbondando di citazioni scritturali e di pietà: — Pregate ancora per noi, com’io faccio per tutti i Cristiani che sono in Italia, che il Signore ci faccia costanti acciocchè possiamo confessarlo in mezzo della generazione diversa... Qui il padrone è sempre il primo andare alla predica: di poi ogni mattina chiama tutta la sua famiglia, ed in sua presenza si legge un evangelio ed un’epistola di san Paolo, ed esso, postosi in ginocchioni con tutta la sua corte, pregano il Signore. Bisogna poi che, casa per casa, ciascheduno de’ suoi sudditi gli renda ragione della sua fede, eziandio le massare, acciocchè ei veda come fanno profitto nella religione, perchè dice che sa bene che, se non facesse così, esso sarebbe obbligato a render ragione di tutte le anime de’ suoi sudditi. Io vorrei che tutti i signori e principi fossero tali. Il Signore vi dia fede e vi accresca nella sua cognizione, perchè di continuo noi dobbiamo pregare di crescere in fede». O. Moratæ Opera, Basilea 1580, pag. 212.
Altre donne favoreggiarono la Riforma: Manrica de Bresegna napoletana, Lavinia Orsini della Rovere, Maddalena e Cherubina della casa stessa, Elena Rangone Bentivoglio, Giulia Gonzaga contessa di Fondi, a cui Valdes dedicò i suoi _Commenti sui salmi_...
[333] Nel 1553 Paolo Palazzo cantore, propenso ai Luterani, fu tratto in carcere a San Domenico, e dopo alquanti giorni liberato per favore di molti. Nel 1557 l’inquisitore carcerò Matteo Dordono e Innocente Nibbio notaj, che pentiti, fecero pubblica ammenda e penitenza, e tornarono con gran disonore a casa. Taddeo Cavalzugo citato per luterano, fuggì a Ginevra, sicchè fu bandito. Prete Simone, vissuto seco lungamente e arrestato, cercando fuggire di carcere si ruppe una coscia, e dovette far penitenza de’ suoi errori. Alessandro Cavalgio fu preso per aver tratto di convento una sorella e maritatala. Altri assai nobili si scopersero fautori dell’eresia, e ne pagarono il fio; molti esularono, e i loro beni furono dati al principe. Nel 1558, prete Riccio, che avea conversato, mangiato, bevuto con Luterani e ajutatili a fuggire, s’un palco fu sferzato dall’inquisitore frà Valerio Malvicino e dovette palesare quanto avea operato contro i decreti del sommo pontefice: seco due altri cittadini: Giuseppe de’ Medici pure sferzato, confessò quanto avea creduto e fatto contro la cattolica fede: e un notajo Giuseppe di avere scompisciato la pila dell’acquasanta, ferito di spada le immagini e le braccia e coscie di San Rocco.
_Memorie di Piacenza_, vol. IX, pag. 277 e 344, ove però non sono date che le iniziali, avendo temuto il Poggiali far torto a’ loro discendenti. Il Corvi parla di altri processati per luterani e che abjurarono o furono puniti.
[334] Scriveva al Gonzaga signor di Guastalla: — Jeri sera, per commissione del cardinale Alessandrino (_Ghislieri_), furono pigliati tutti i miei libri e notata ogni minima mia polizza. Questo non m’è grave, venendo la commissione da quel dabbene e religiosissimo signore, e dal santissimo tribunale dell’Inquisizione; ma ben mi doglio che gli ne sia data occasione da alcuni maligni ed invidiosi miei emuli». TIRABOSCHI, vol. XII, p. 1712. Io ho pubblicato il processo del Morone.
[335] _Vita di Sisto V_, part. I. l. III.
[336] GIANNONE, lib. XXXII, c. 5.
[337] Manoscritto all’anno 1571.
[338] MAZZUCHELLI, _Scrittori d’Italia_.
[339] Nello SCHELHORN è una lettera di Aonio Paleario a Lutero, Melancton, Calvino, Butzer, dissuadendoli dall’accettare la convocazione del concilio, e mostrando quanta premura v’abbia il papa: _Pontifex qui id ætatis non satis firma est valetudine, ne nocturnum quidem tempus sibi ad quietem relinquit; magnam copiam consultorum habet, quibuscum ad multam noctem sermonem producit; interdum autem jurisperitos, aut usu rerum probatos, aut astutos homines, addite autem si vultis improbos, consulit... advocat, orat atque obsecrat ut in communem curam incumbant._
Del libro attribuito al Paleario, _Del beneficio di Cristo crocifisso_, dapprima diffuso come di retto sentire, poi severamente proibito, si moltiplicarono le edizioni e le traduzioni in tutte le lingue: eppure asserivansi distrutte tutte le copie, quando ne fu trovata una nella biblioteca di Cambridge, e ristampata il 1856 a Londra per cura di Churchill Babington con una traduzione francese e una inglese del secolo XVI: e gran rumore ne fan oggi principalmente i Tedeschi.
Il Paleario stando professore a Milano, propose a due suoi allievi di combattere e di difendere la legge Agraria. Abbiamo a stampa la tesi colla traccia data da lui, e le due declamazioni di Lodovico Raudense e di Carlo Sauli; uno che fa da Tiberio Gracco, l’altro da Marco Ottavio. Milano 1567.