Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 43
[187] _Lettera_ XXXVI. È notevole che tutti quelli che scrivono all’Aretino, adoprano gonfiezze e metafore e bisticci. Qui il Vasari gli dice: — Non posso fare che non lo ricordi, e ricordandomi che di me non era ricordo se lui di me ricordato non si fosse». E in un’altra lettera: — Sì come Febo con i suoi lucentissimi raggi, scoprendosi dopo la venuta dell’aurora, lumeggia col suo lampeggiar chiarissimo i colli, ed universalmente la gran madre nostra antica, dando quel nutrimento che dà il vitto alle figure create da lei; così mi hanno inluminato l’animo, così mi ha ingagliardito le forze la virtù del romore della voce di voi, tinta da sì avventurati inchiostri; di maniera che ne ringrazio Dio, avendovi messi i candidi fogli dinanzi alle luci, e con la destra presa la penna e scrittomi ecc.». E su questo tono van anche le altre di quello scrittore così piano e ingenuo.
[188] Per quanto amico del Tiziano, ecco come l’Aretino parlava d’un suo mirabilissimo ritratto:
«A Cosimo I, da Venezia 17 ottobre 1545.
Padron mio. La non poca quantità de’ denari che messer Tiziano si ritrova, e la pur assai avidità che tiene di accrescerla, causa che egli, non dando cura a obbligo che si abbia con amico, nè a dovere che si convenga a parente, solo a quello con istrana ansia attende che gli promette gran cose; onde non è maraviglia se, dopo avermi intertenuto sei mesi con la speranza, tirato dalla prodigalità di papa Paolo, essere andato a Roma senz’altrimenti farmi il ritratto dell’immortalissimo padre vostro, la cui effigie placida e tremenda vi manderò io e tosto, e forse conforme a la vera, come di mano dal prefato pittore uscisse: intanto eccovi lo stesso esempio della medesima sembianza mia, del di lui proprio pennello impressa. Certo ella respira, batte polsi e move lo spirito nel modo ch’io mi faccio in la vita; e se più fossero stati gli scudi, che gliene ho dati invero, i drappi sarieno lucidi, morbidi e rigidi, come il da senno raso velluto e broccato. Della catena non parlo, però che ella è solo dipinta che _sic transit gloria mundi_».
[189] — Sempre dovrebbono essere uniti tutti i membri con il buon capo; però se ne fu mai alcuno bonissimo, la maestà di Carlo V è uno di quelli; al quale io son devotissimo servitore, e per esaltazion sua vo giorno e notte investigando, come io possi mostrarmi grato et a sua maestà et a chi fa per l’onor di quella onorate imprese. Vostra eccellenza debbe dunque sapere come Lodovico Domenichi piacentino è uno dei grandissimi traditori che vadi per il mondo, e per quel ch’io possa comprendere, teneva già con un fuoruscito o rubelle del duca di Piacenza trattato contro sua maestà, come per questa inclusa vostra signoria potrà immaginarsi: il qual rubelle doveva aver ottenuto grazia, se faceva qualche tradimento, come si può congetturare per questa lettera, la quale è scritta di mano del segretario, detto Anton Francesco Riniero. Che questo Lodovico Domenichi sia nemico di sua maestà cesarea, n’apparisce da un sonetto (perchè è poeta) stampato, del quale io ne mando la copia; e che sia nemico di vostra signoria illustrissima è chiarissimo (ancor ch’una candela non può far ombra al sole), perchè ha fatto un altro sonetto contro a Mantova, dove già dovette esserne cacciato per qualche sua bontà: ma piuttosto credo ch’egli tenga odio particolare a vostra signoria perchè i suoi ministri di giustizia appiccarono ai merli di Pavia, dico del castello, un fratello di questo Lodovico; però il mal uomo, cattiva lingua e peggior fatti, tratta di tornare a Piacenza, dove io penso che non ci sia bontà nessuna in lui, perchè la vigilia del carnevale andò a Roma, e subito tornò. Vostra signoria illustrissima veggia queste cose, e le tacci seguendo l’orme e i vestigi di questo tristo, acciò che non venisse in danno qualche cosa o in vitupero di sua maestà o del suo Stato. La prego bene a non li far dispiacere e perdonargli, piuttosto scusandolo appassionato che maligno. Vostra signoria illustrissima mi perdoni s’io avessi favellato con poca riverenza, et incolparne l’amore ch’io porto alla cesarea maestà, e alla servitù ch’io tengo con tutti i personaggi pari a vostra signoria illustrissima, alla quale umilmente m’inchino, e le bacio la mano.
Di Firenze, alli 3 di marzo 1548.
Umil. servitore Anton Francesco Doni».
[190] D’alloro fu dal duca Sforza coronato l’Albicante, cattivo poeta milanese, che punto nel _Combattimento poetico del divino Aretino e del bestiale Albicante_, rispose così furiosamente, che l’Aretino sentendolo capace di tenergli testa e di rinfacciargli i denari regalatigli, cercò riconciliarselo. Reso famoso da quell’inimicizia, altre ne agitò; e massime col Doni, contro il quale «usava bravure che avrebbero fatto smascellare gli elefanti». (LUCA CONTILE), e volle che ogni amico suo scrivesse contra di quello.
[191] Il famoso cancelliere L’Hôpital, ch’era stato in Italia, nel discorso al parlamento di Parigi 7 settembre 1560 dice: _Peult dire qu’il a plus de procès au Chastelet de Paris, qu’en toute l’Italie_.
[192] Migliori DELL’ARTAUD (_Machiavelli, son génie et ses erreurs_. Parigi 1825) sono i recenti studj di Gervinus sopra tutti i cronisti fiorentini, e di Teodoro Mundt su Machiavelli e l’andamento della politica europea, di Norrisson, e di molti altri.
[193] — La cagione dell’odio, il quale gli era universalmente portato grandissimo, fu, oltra l’esser licenzioso della lingua, e di vita non molto onesta e al grado suo disdicevole, quell’opera, ch’egli compose e intitolò _il Principe_, ed a Lorenzo di Piero di Lorenzo, acciocchè egli signore assoluto di Firenze si facesse, indirizzò, nella quale opera (empia veramente, e da dover essere non solo biasimata ma spenta, come cercò di fare egli stesso dopo il rivolgimento dello Stato, non essendo ancora stampata) pareva ai ricchi, che egli di tor la roba insegnasse, e a’ poveri l’onore, e agli uni e agli altri la libertà. Onde avvenne nella morte di lui quello che pare ad avvenire impossibile, cioè che così se ne rallegrarono i buoni come i tristi; la qual cosa facevano i buoni per giudicarlo tristo, ed i tristi per conoscerlo non solamente più tristo, ma eziandio più valente di loro». VARCHI, _Storie_, lib. III. p. 210.
— L’universale per conto del suo _Principe_ l’odiava; ai ricchi pareva che quel Principe fosse stato un documento da insegnare al duca Lorenzo de’ Medici a tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà; ai Piagnoni pareva che ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o valente di loro; talchè ognuno l’odiava. Fu disonestissimo nella vecchiaja, ma oltre alle altre cose goloso; onde usava certe pillole, avutane la ricetta da Zanobi Bracci, col quale spesso mangiava. Ammalò, parte per il dolore, parte per l’ordinario: il dolore era l’ambizione, vedendosi tolto il luogo dal Giannotto assai inferiore a lui... Ammalato cominciò a pigliare di queste pillole, e ad indebolire ed aggravare nel male; onde raccontò quel tanto celebrato sogno a Filippo, a Francesco del Nero ed a Jacopo Nardi, e così morì malissimo contento, burlando. Dice Pietro Carnesecchi (che venne seco da Roma con una sua sorella) che l’udì molte volte sospirare, avendo inteso come la città era libera. Credo che si dolesse de’ modi suoi, perchè infatti amava la libertà e straordinarissimamente, ma si doleva d’essersi impacciato con papa Clemente». BUSINI, _Lettera_ XI.
[194] Guicciardini gli scrive: — Tanto più che essendo voi sempre stato, _ut plurimum_, e stravagante di opinione dalla comune, e inventore di cose nuove ed insolite, penso ecc.». 18 maggio 1521.
[195] In una lettera all’Aretino chiama esso duca «veramente degno d’esser principe, non solo di questa città, ma di tutta l’affannata, misera e tribolata Italia; perchè solo questo gran medico sanerìa le gravi infermità sue». E racconta come, allorchè doveva entrar Carlo V, esso duca sur un ronzino correva visitando i grandi apparecchi che si faceano: e «giungendo a San Felice in Piazza, dove io avevo fatto una facciata alta quaranta braccia di legname, con colonne, storie ed altri varj ornamenti, e vedendola del tutto finita, maravigliatosi per la grandezza e celerità, oltre alla bontà di quell’opera, dimandando di me, gli fu detto ch’io ero mezzo morto dalle fatiche, e che ero in chiesa addormentato sur un fascio di frasche per la lassezza: ridendo mi fece chiamare subito, e così sonnacchioso, balordo, stracco e sbigottito venendogli innanzi, presente tutta la corte, disse queste parole: — La tua opera, Giorgio mio, è per fin qui la maggiore, la più bella e meglio intesa e condotta più presto al fine, che quelle di questi altri maestri; cognoscendo a questo l’amore che tu mi porti, e per questa obbligazione non passerà molto che ’l duca Alessandro ti riconoscerà e di queste e dell’altre tue fatiche; ed ora, che è tempo che tu stia desto, e tu dormi?»; e presomi con una mano nella testa, accostatala a sè, mi diede un bacio nella fronte, e partì; mi sentii tutto commovere gli spiriti, che per il sonno erano abbandonati: così la lassezza si fuggì dalle membra affaticate, come se io avessi avuto un mese di riposo. Questo atto di Alessandro non fu minore di liberalità, che si fosse quello di Alessandro, quando donò ad Apelle le città ed i talenti e l’amata sua Campaspe».
[196] _Relazione_ dell’ambasciadore veneto Marco Foscari del 1527.
[197] MUTINELLI, _Del costume veneziano_.
[198] _Quod causatur quod in ipsa nostra civitate ipsæ mulieres in ea stare possunt libere, prout dicens et conveniens est in civitate libera prout est nostra, ex quo procedit quod vitium sodomiticum in ea radicatur et nimis incrementi suscipit, ac etiam ex defectu ipsarum mulierum multæ rixæ fiunt et scandala committuntur..._
[199] FILIASI, _Memorie storiche_, tom. III p. 263.
[200] GALLICIOLLI, MEMORIE VENETE, tom. I. p. 254, 262, 336; tom. III. p. 269, 272, ecc.
[201] BANDELLO, part. III. nov. 42.
[202] _Lettere famigliari_, cap. 41.
[203] _Archivio storico_, app. VI. 18.
[204] _Il Cortigiano_, lib. I.
[205] _De viro aulico et de muliere aulica_.
[206] INFESSURA, _ad_ 1490.
[207] _Stato della Basilica di Santa Maria in Cosmedin_, presso il Crescimbeni e negli _Archiatri pontificj_ del Marini, _Il vero progresso della festa d’Agone e di Testaccio_ ecc.
Nella Notizia della famiglia Boccapaduli, Marco Ubaldo Bicci riferisce molte curiosità intorno alle famiglie romane, e specialmente agli usi maritali avanti il Concilio di Trento. Nel 1525 davansi di dote ducati 3000; e 500 per l’acconcio, oltre le gioje e la cassapanca, detta sposareccia, che non mancava mai, spesso dipinta, talvolta intagliata. Nell’atto degli sponsali il padre donava allo sposo un boccale e bacile d’argento di 70 ducati. I due fidanzati congiungevano le mani e le bocche in segno di parentela, poi lo sposo metteva alla sposa l’anello. Nel 1521 s’ha uno stromento di dote di 2000 scudi, e 500 d’acconcio; in uno del 1536, di scudi 1700 e 300 d’acconcio; in uno del 1577, di 5000 ducati, oltre l’acconcio e le gioje. In essi stromenti sono descritti i doni, gli abiti, ecc. I donativi che facevano i nobili romani erano di 2, o 3, o 6 ducati; di 6, 8, o 12 fazzoletti e camicie; o abiti di raso, o drappi di damasco, di velluto cremisi, o tela d’oro. Lo sposo donava anelli e gioje.
[208] Vedi DOMENICO MELINI, _Descrizione dell’entrata della reina Giovanna d’Austria in Firenze_. Firenze 1566. Cicognara, _Storia della scoltura_, II. 249, ne fece una lunga nota col nome degli artisti che vi lavorarono.
[209] SANSOVINO. Quarant’anni più tardi sono descritte le nozze della Morosini col doge Marin Grimani. Continuavansi le battaglie fra Nicolotti e Castellani, e su quella del 1521 abbiamo un poemetto che dice:
Per certe risse antighe de mil’ani Ogn’ano se sol far una gran guera De Nicoloti contra Castelani Su ponti ora de legno, ora de piera. A dar se vede bastonae da cani, E chi cazzar in aqua e chi per tera Con gambe rote e visi mastruzzai, E qualcun de sta vita anche cavai.
[210] L’iscrizione, che ancor si vede di fronte alla scala de’ Giganti, con bei fregi del Vittoria, dice: _Magnificentissimo post hominum memoriam apparatu, atque alacri Italiæ prope universæ, suorum principum præsertim concursu_. Possono quelle feste leggersi descritte dal Mutinelli, _Annali urbani_, pag. 148.
[211] MORIGI, _Nobiltà di Milano_, 353.
[212] _Archivio storico_, pag. 325.
[213] Nelle _Memorie dell’illustre casa Russell_, pubblicate di fresco.
[214] _Lettere di Principi a Principi_, vol. I. p. 15.
[215] Seme di tabacco fu spedito in Toscana il 1570 da Nicolò Tornabuoni ministro di Cosimo I alla corte di Francia, che l’ebbe dall’Hernandez, il quale l’avea trasportato d’America il 1520. Nel 1645 fu in Toscana ridotta privativa la coltura del tabacco.
[216] _Novelle_, part. II. p. 47.
[217] Nella _Scaligeriana_, stampata il 1669, si fa dire a Giuseppe Scaligero che «il Balbani, ministro italiano a Ginevra, portava in seno una berretta, che metteva entrando in chiesa, e predicando deponeva il cappello: gli altri pastori di Ginevra portavano tutti de’ berrettini piatti. Mio padre (Giulio Cesare) lo portava di velluto, piano a guisa d’un piatto, e gli cascava se si movesse. A Roma lo portavano tutti così quando io c’era. Io portai sempre berretto di velluto».
[218] _Lettere di Principi a Principi_, III. 49.
[219] SANUTO, _Diarj_ all’anno.
[220] GALLICIOLLI, _Memorie venete_, tom. I. p. 262; NANI, _Storia veneta_, lib. VI della part. II. Il Cappelletti riferisce molti statuti suntuarj, e importa singolarmente quello del 4 gennajo 1644 che concerne i rettori delle città e fortezze, prescrivendo anche tutti i mobili. Un _ordinamento intorno agli sponsali_ in Firenze, tra moltissime minuzie comanda: — Item che a le nozze non possa avere nè essere più di ventiquattro donne, de le quali ne sieno diece da parte della donna novella, e quattordice da parte de lo marito; e non s’intenda nel detto numero madre, sirocchia o altre donne, femmine o fancigli che siano residenti ne la casa de lo marito a uno pane e uno vino; nè più di diece uomini, nè più d’otto servidori, i quali non si possano vestire de niuno d’un assiso overo a intaglio; nè più di dui trombatori, uno naccarino, e dui altri jocolari, se si vorranno, e non più, a la pena di lire cento per ciascuna volta e cosa al marito che contra facesse. E che dal dì delle nozze e lo dì seguente innanzi nona, se no nei detti dui die non si possa avere tromba, trombetta o naccara, nè più di due servidori, non intendendovi i servidori residenti in de la famiglia de la detta casa, a la pena di lire venticinque a lo marito detto, e a pena lire diece a ciascuna altra persona che oltra a ciò facesse o v’andasse. E che niuno modo o verso ne lo tale luogo si possa carolare, danzare overo ballare, fuor de la casa ove sono tali nozze, de dì overo de notte, con lume overo senza lume, a la pena di lire venticinque per ciascuna persona e a volta che fosse fatto contra, così a chi ballasse come a chi facesse fare. E che lo dì de le nozze solamente si possa dare confetti, e non si possa dare alcuno confetto prima overo poscia a cinque diei a la pena di lire venticinque; ed intendasi due maniere confetti, contandosi la traggea tutta per una maniera. E che a le dette nozze non possa avere più di tre vivande, tra le quali possa essere un rosto con torta chi vuole. E quello arrosto e torta s’intenda sola una vivanda, non intendendosi per vivanda frutti e confetti. E che non possa apparecchiare nè avere per tutto el corredo de le nozze più che venticinque taglieri de ciascuna vivanda, intendendosi per vivanda raviccioli o bragiere e tortelletti: salvo che a le nozze di cavalieri possano avere quelle donne e uomini che a loro piacerà, e dare di quattro vivande, e confetti e jocolari quanti e quanto tempo a loro piacerà, pena di lire cinquanta al marito che contra facesse, e per quante volte; e pena di lire venticinque de ciascuna donna e ciascuno trombatore, naccarino o altro qualunque jocolare che facesse contra. E che lo coco che farà le tali nozze, sia tenuto e debbia denunziare a lo officiale, almeno uno dì dinanzi, quelle cotali nozze, e quante e quali vivande dee fare, e chi è lo marito, a la pena di lire venticinque; e se più vivande facesse ch’è ordinato, caggia nella detta pena. E se darà vitella, non possa dare alcun’altra carne con essa, e non passi più di lire sette; nè più d’una possa dare per tagliere, a la pena di lire venticinque per ciascuna cosa e volta; dichiarando che in su lo tagliere de lo arrosto non possa dare nè avere altro che uno cappone colla torta, e uno pajo di pollastri con uno pippione o due pippioni con uno pollastro, overo uno anitrottolo e non più, a la detta pena per qualunque cosa fosse contra fatta. E che i detti trombatori, naccarini, sonatori o altri qualunque jocolari non possano torre o avere a tali nozze più, per uno, di soldi quindici el dì, a la pena di lire diece chi dà o riceve». Ap. GIUDICI.
[221]
_Ce pays plantureux_ _Fertile en biens, en dames bienheureux_... _Depuis un peu, je parle sobrement;_ _Car ces Lombards avec qui je chemine_ _M’ont fort appris à faire bonne mine,_ _A un mot seul de Dieu ne deviser,_ _A parler peu et à poltroniser._ _Dessus un mot une heure je m’arrête,_ _Si on parle à moi, je réponds de la tête._ Ep. XLIV.
[222] _Relazioni d’ambasciadori veneti_, serie I. vol. II, p. 379.
[223] Per iscoprir un ladro piglia un vaso, empilo d’acquasanta, accostavi una candela benedetta, e proferisci: — Angelo bianco, angelo santo, per la tua santità, per la mia verginità, mostrami chi ha tolto tal cosa», e l’effigie apparirà al fondo del vaso. _Consilia in causis gravissimis_, pag. 414, citato da Alfredo Maury, _Revue archéologique, 1846_, pag. 161.
[224] MAZZUCHELLI, in _Armellini_.
[225] Anche Clemente VII era ito abitare lungi dal Tevere, benchè il fisico Riccardo Cervini mandasse più volte suo figlio, che fu poi Marcello II, a rassicurarlo.
[226] Keplero nel 1618 mise fuori la profezia di sette M. Essendo morto l’imperatore Mattia, al 20 marzo seguente, si spiegò: _Magnus monarca mundi medio mense martii morietur_.
Nella XXIX lettera al signore Dell’Isola fra Paolo Sarpi scrive: — Non posso penetrare in modo alcuno il senso di quelli che dicono, Dio ha predetto e voluto questo, e tuttavia si affaticano acciò non sii. Ma dell’astrologia giudiziaria bisognerebbe parlarne con qualche Romano, essendo quella più in voga nella loro corte, che in questa città. Con tutto che vi concorra ogni abuso, questo mai ha potuto aver luogo: la vera causa è perchè qui le persone non aggrandiscono se non per gradi ordinarj, e nessun può sperare oltre lo stato suo, nè fuori dell’età conveniente. In Roma, dove oggi si vede nel supremo grado chi jeri era ancora nell’infimo, la divinatoria è di gran credito.
«Che miseria è questa umana di voler sapere il futuro! a che fine? per schifarlo? Non è questa la più espressa contraddizione che possa esser al mondo? Se si schifarà, non era futuro, e fu vana la fatica. Io nell’età di anni venti attesi con gran diligenza a questa vanità, la quale se fosse vera meriterebbe che mai si attendesse ad altro. Ella è piena di principj falsi e vani, onde non è maraviglia che seguano pari conclusioni; e chi ne vuol parlare in termini di teologia, credo che la troverà dannata dalla Scrittura divina, _Isaia_, c. 7. Sono anche assai buone le ragioni di Agostino contro questa vanità, _De civitate Dei_, lib. V. cap. 1 e 6; III. c. 4; _Confess_., cap. 3 e 5; _super Genes_., cap. 16 e 17. Se costì fosse un re mutabile, che ricevesse in grazia oggi questo, domani un altro, l’astrologia piglierebbe molta fede, e chi fosse giovane perderebbe anco quella che ha.
«Io tengo poche cose per ferme, sì che non sii parato a mutar opinione; ma se cosa alcuna ho per certa, questa n’è una, che l’astrologia giudiziaria è pura vanità».
[227] SABELLICO, lib. I. c. 4.
[228] CAMBI, al 1517.
[229] Il suo _De secretissimo philosophorum opere chimico per naturam et artem elaborando_, più volte ristampato nel XVI e XVII secolo, conchiude: _Finit hic liber et tractatus compositus per M. Bernardum comitem trevisanum, qui aquisivit comitatum et ditionem de Neige in Germania per hanc artem pretiosam et nobilem_. Anche frà Bonaventura d’Iseo fece molte ricerche alchimiche.
[230] Il più importante trattato che il medioevo ci abbia trasmesso intorno alle belle arti, la _Diversarum artium schedula_ del monaco Teofilo del XIII e XIV secolo, piena di preziosi metodi, non scevera di arcani, al cap; 47 del lib. I tratta del far l’oro ispanico a questo modo: — È composto di rame rosso, polvere di basilisco, sangue umano e aceto. I Gentili, la cui abilità è nota, si procurano dei basilischi a questo modo. Hanno sotterra una camera tutta di pietre con due finestruoli che appena ci si vede attraverso. Vi mettono due galli vecchi di dodici o quindici anni, dandovi ben a mangiare. Ingrassati che sieno, prendono caldo, s’accoppiano e fanno ova. Allora si levano i galli, e si mettono dei rospi a covar le ova, nutrendoli di pane. Da quelle ova escono pulcini maschi, come quei delle chiocchie, ai quali in capo a sette giorni crescono code da serpente; e se la camera non fosse pavimentata, tosto entrerebbero sotterra. Onde impedirlo, quei che gli educano hanno dei vasi di bronzo rotondi molto capaci, perforati d’ogni parte e cogli orifizj chiusi; vi pongono questi pulcini, chiudono le aperture con coperchi di rame, li sepelliscono, lasciandoli nutrirsi sei mesi colla terra fina che penetra pei buchi. Dopo ciò li scoprono, e v’accendono vicino un gran fuoco sin a che gli animali sieno dentro bruciati affatto. Raffreddito che sia, li levano, li macinano, v’aggiungono un terzo di sangue umano rosso... Poi si prendono lame sottili di rame rosso purissimo, e da ciascuna parte vi si pone uno strato di quella preparazione, e si mette al fuoco... Così si seguita finchè la preparazione consuma il rame, e prende il peso e il color dell’oro. Quest’oro è adattato a qualunque uso».
Le indagini chimiche di Newton ebbero a scopo per lungo tempo la tramutazione dei metalli; e nel 1669, a ventisette anni, quando avea fatto già le più insigni scoperte, scriveva ad un amico partente per un viaggio: — Procurate sapere se a Schemnitz in Ungheria cambiano davvero il ferro in acciajo sciogliendolo in un’acqua vitriolata che si raccoglie nelle cavità del masso in fondo alla miniera, poi scaldando la soluzione fin allo stato di pasta in un fuoco violento, e quando raffredda trovasi di rame. Dicono che ciò si usi pure in Italia. Venti o trent’anni fa traevasi da questo paese un vitriolo detto Romano; ma non può più aversene, forse perchè trovano più profittevole adoprarlo a tramutar il ferro in rame». DAVID BREWSTER, _Mem. of the life, writings and discoveries of J. Newton_. Edimburgo 1855.
[231] Il Cardano ancor fanciullo vide una meravigliosa pioggia di sassi (_Opera_, tom. _iii_. p. 279), ch’egli dice furono mille ducento, di cui uno pesava centoventi libbre. Più circostanziato ci si dà quest’avvenimento da Pietro d’Anghiera (_Epistolarum_, pag. 245), facendolo proprio del Cremasco, e accompagnato da una notte fosca, da lunghissimi lampi e tuoni: e che nella pianura di Crema, dove non si troverebbe un sasso grosso come un ovo, ne caddero di così grossi che dieci passavano le cento libbre, uccidendo uccelli, montoni, pesci. E’ parla delle infinite ciancie che ne fecero i fisici, i teologi, i fanatici. Ciò fu il 4 settembre 1511.