Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 42
[118] V’è una fontana _bella e ben intesa_, fatta come un padiglione ottagono, _coperta_ da un cielo d’oro _colorito_ di smalti, e sostenuto col braccio manco da otto statue, ognuna delle quali nella destra ha un corno d’Amaltea da cui versa acqua; poi pilastri in forma di donne, che fermano ciascuna il piede sugli omeri di due immagini, con la bocca aperta, e con lunghe ed amplissime scritture in mano.
[119] Un’_Allegoria sopra il Furioso_ fu stampata nel 1584 da Giuseppe Bonanome, dedicandola al cavalier Bonifazio Agliardi bergamasco, «che in sostegno della patria era stato un Sobrino, un Nestore, un saggio senatore, senza mancargli punto di consiglio ne’ turbolentissimi tempi, e adoperandosi sempre con sommo studio e fatica e come privata e pubblica persona».
[120] L’Ariosto diede il suo poema da correggere ad Annibale Richi senese, capitano: e il Muzio fa le grosse meraviglie che si valesse «d’un soldato senese che di lingua toscana sapeva quanto egli ne aveva appreso dalla mamma». Questa condizione, per chi non sia un pedante, è appunto la meglio opportuna a diligenze di tal genere.
[121] Non è mio costume domandar perdono della verità. Ma voglio dire come, fa alquanti anni, credetti dover mio avvisare altamente i padri e i maestri del danno a cui esponevano la gioventù col darle in mano questo scrittore, che fra’ nostri è il più pericoloso perchè il più bello. Mi si levò ’ncontro la sfuriata de’ pedanti vecchi e de’ nuovi, e fu chi, a nome dell’Italia, mi sfidava a disdire o a provare l’ingiuria fatta al gran poeta. Miserabili! Inchinatevi agl’idoli del bello; ornate di balocchi i sonni e le orgie della vostra patria. Noi sentiamo nelle lettere una vocazione, un sacerdozio; noi abbiam bisogno, abbiamo dovere di ammonir la gioventù, e di avvezzarla a torcere dal bello, quando nemico del buono.
[122]
Qui tra servi d’amor s’annulla e sprezza Nobiltà d’alma, lealtade e fede, Quanto gemme e tesor s’onora e prezza. Ben vi so dir che qui negletto siede Parnaso, e i lauri, e che all’argento e all’oro Febo, Vener, Minerva e Marte cede; Qui non bisogna ordir sottil lavoro Per adempir le sue bramose voglie, Chè ricchezze mostrar basta con loro.
[123] Gli furono pagate ducento scudi romani.
[124] A lei scriveva tra le altre belle cose: — Non fate come per avventura fare a Torquato vostro alcune volte avete visto, che sendogli tolto un pomo o alcun altro frutto per forza, tutti gli altri che si ritrovava in mano per dispetto ha in terra gettati; volendo voi per questo fuggire e gettar via ogni specie di consolazione e di piacere».
[125] Lettera 4 maggio a Girolamo Ruscelli: — Non dubito che lo scrittore di questa leggiadra e vaga invenzione l’ha in parte cavata da qualche istoria di Bretagna, e poi abbellitala e ridottala a quella vaghezza che il mondo così diletta; e nel dare quel nome della patria ad Amadigi, tengo per fermo che abbia errato, non per dare quella reputazione alla Francia, ma per non aver inteso quel vocabolo Gaula, il quale nella lingua inglese vuol dir Gallia. Nè io per altro (se non m’inganno) credo che il primogenito del serenissimo re d’Inghilterra si faccia principe di Gaula nominare, che per le ragioni che detto re pretende d’avere sopra il regno di Francia. E che sia vero che l’autore si sia ingannato nell’interpretazione, o meglio dir traduzione di quella parola Gaula, e che chi prima scrisse questa istoria volesse intender della Francia, vedete nel II libro al cap. 20, dove Gaudanello, invidioso della gloria e grandezza d’Amadigi, dice al re Lisuarto queste parole: — Già sapete, signore, come gran tempo fu discordia fra questo regno della gran Bretagna e quel di Gaula, perchè di ragione quello deve essere a questo soggetto, come tutti gli altri vicini vi sono, e ci conoscono voi per superiore». Dalle quali parole si può agevolmente conghietturare, che costui non volesse intendere d’altro regno che di quello di Francia. Ma perchè potrei facilmente in questa come in molte altre cose ingannarmi per non aver pratica nelle cose d’Inghilterra più che tanto, vi supplico che, avendo comodità, o dall’ambasciadore d’Inghilterra o da altri che più di questo particolare vi possino dar notizie, d’informarvene, me ne scriviate».
[126] E non il Rucellaj; il quale nella dedica delle _Api_ gli scrive: — Voi foste il primo che questo modo di scrivere in versi materni liberi dalle rime poneste in luce».
[127]
Io son pur giunto al desiato fine Del faticoso e lungo mio poema, Che fatto è tal che non avrà più tema Di tempo e guerre, o d’altre empie ruine; Anzi di poi che al natural confine Giungerà l’alma, e dopo l’ora estrema, Spera aver laudi ancor quasi divine.
[128]
Sia maledetta l’ora e il giorno, quando Presi la penna, e non cantai d’Orlando.
[129] Nella dedica delle _Lettere facete e piacevoli di diversi grandi uomini et chiari ingegni_. Venezia 1565.
[130]
Viveva allegramente Nè mai troppo pensoso o tristo stava... Era faceto, e capitoli a mente D’orinali e d’anguille recitava... Onde il suo sommo bene era il giacere Nudo, lungo disteso; e il suo diletto Era non far mai nulla e starsi a letto.
[131]
O poveri infelici cortigiani, Usciti dalle man de’ Fiorentini E dati in preda a Tedeschi e marrani, Che credete che importin quegli uncini Che porta per impresa quest’Arlotto, Figliol d’un cimador di pannilini?
[132]
Empio signor, che della roba altrui Lieto ti vai godendo e del sudore, Venir ti possa un canchero nel core Che ti porti di peso a’ regni bui. E venir possa un canchero a colui Che di quella città ti fe signore; E s’egli è altri che ti dia favore, Possa venir un canchero anche a lui.
[133]
Come m’insegna la natura e mostra, Così scrivo senz’arte, e così parlo.
[134] Ma prima di lui Giovan Giorgio Arione d’Asti avea pubblicato _Opera jocunda metro maccheronico materno et gallico composita_, con lodi a Carlo VIII e Luigi XII. Nelle sue commedie costui ritrasse troppo al vivo la depravazione de’ nobili e del clero, onde dovette ritrattarsi, e i suoi libri furono arsi dal Sant’Uffizio.
[135]
Di salnitro e di solfo oscura polve Chiude altri in ferro cavo, e poi la tocca Dietro col foco, e in foco la risolve, Onde fragoroso suon subito scocca, Scocca e lampeggia, ed una palla volve, Al cui scontro ogni duro arde e trabocca: Crudel saetta che imitar s’attenta L’arme che il sommo Dio dal ciel avventa.
[136] Di se stessa cantava:
Un sol dardo pungente il petto offese Sì ch’ei riserba la piaga immortale Per schermo contro ogni amoroso impaccio. Amor le faci spense ove le accese, L’arco spezzò nell’avventar d’un strale, Sciolse ogni nodo all’annodar d’un laccio.
Nel 1558 si stampò un _Tempio alla divina signora Giovanna d’Aragona_, poetessa, moglie di Ascanio Colonna. Laura Battiferri, figliuola naturale d’un Urbinate e moglie dello scultore Ammanato, fece poesie, la più parte sacre, ed ebbe gran lodi da Bernardo Tasso, da Annibal Caro, da Benedetto Varchi. Isotta Brembati bergamasca fu poetessa lodatissima; sapeva latino e francese; in spagnuolo potè trattare affari proprj nel senato di Milano. Lucia Bertani genovese univa alla bellezza virtuosa il talento del poetare, e molto s’industriò per rappacificare il Castelvetro col Caro. Giulia Rigolini padovana scrisse in lode dell’Aretino, che la ripagò d’encomj; e fra i molti che la encomiarono, lo Scardeoni dice che compose rime e novelle al modo del Boccaccio _insigni argumento, artificio mirabili, eventu vario et exitu inexpectato_. Ersilia Cortese del Monte, nipote del cardinal Gregorio Cortese e moglie d’un nipote di Giulio III, fu lodata assai pe’ suoi versi, ma più per la virile virtù, con cui nello stato vedovile perseverò contro i tanti che vagheggiavano i meriti di lei o forse le signorie di cui l’avea dotata papa Giulio. Suor Lorenza Strozzi, domenicana di Firenze, scrisse centoquattro canti latini, più volte stampati e messi in musica, e che si cantavano per le chiese. Ponno aggiungersi Isabella d’Este, Argentina Pallavicino, Bianca e Lucrezia Rangone, Francesca Trivulzio, Maria di Cardona, Malvezzi, Angiola Sirena, Claudia della Rovere, Laura Terracina, le lucchesi Silvia Bandinelli e Clara Matriani, ecc. Vedansi CHIESA, _Teatro delle donne letterate_; LUISA BERGALLI, _Raccolta delle più illustri rimatrici d’ogni secolo_; conte LEOPOLDO FERRI, _Le donne letterate_.
[137] A Parma nel 1414 si diè nella cattedrale una rappresentazione dei tre re Magi: nel 1481 la storia di Abramo ed Isacco, probabilmente quella di Feo Belcari. PEZZANA, _ad annum_.
[138] SANSOVINO, _Venetia città nobilissima e singolare_; colle giunte dello STRINGA.
[139] O nelle lettere di Isabella d’Este al marito Francesco Gonzaga, edite nell’_Archivio storico_.
[140] _Biografia universale_; traduzione veneta, in Plauto.
[141] Il Campi scrive che Francesco Affaitati, ricchissimo e nobile cremonese, fu della Compagnia della Calza, «la quale è solita di farsi alle volte con tal splendore, che i primi principi d’Europa si recavano a grandissimo onore l’esservi o ricevuti o invitati».
De’ grandiosi apparati che accompagnavano la recita delle commedie è prova una lettera del Vasari a Ottaviano de’ Medici, a proposito delle grandi pitture ch’ei fece quando l’_Atalanta_ dell’Aretino fu recitata dai Sempiterni in Venezia. Ancor più magnifici descrive gl’intermezzi pel matrimonio del granduca Francesco con Giovanna d’Austria.
[142] Lettere di C. Castiglioni.
[143] Di una particolare favola scenica di Aurelio Vergerio parla così il Muzio nell’_Arte poetica_:
Il mio Vergerio già felicemente Con una sola favola due notti Tenne lo spettator più volte intento. Chiudean cinque e cinque atti gli accidenti Di due giornate; e ’l quinto, ch’era in prima, Poi ch’avea ’l caso e gli animi sospesi, Chiudeva la scena ed ammorzava i lumi. Il popolo, infiammato dal diletto, Ne stava il giorno che veniva appresso, Bramando ’l fuoco de’ secondi torchi; Quindi correa la calca a tutti i seggi, Vaga del fine, ed a pena soffriva D’aspettar ch’altri ne levasse i velti.
[144] Sin dal 1502 era conosciuta una _Sinfonisba_ in ottave di Galeotto Del Carretto da Casal Monferrato, autor di commedie in versi e d’una cronaca del Monferrato. Vedi _Monum. Hist. patriæ_.
[145] Ancor manoscritta fu criticata e sostenuta calorosamente, ed egli la difese con cinque lezioni, donde botte e risposte clamorose.
[146] Non 1508, come in Tiraboschi.
[147] Vedi principalmente il prologo alla _Strega_ che è recitato dal Prologo e dall’Argomento.
[148] SANSOVINO, lib. X. p. 450.
[149] Fra questi pantomimi merita ricordo la famiglia Grimaldi, che si trapiantò in Inghilterra, e da cui uscì il famoso clown Giuseppe Grimaldi, morto nel 1857, e che scrisse le proprie memorie, all’edizione delle quali assistette lo spiritoso romanziere Dickens.
[150] Molière copiò molto dal _Candellajo_ di Giovanni Bruno, dall’_Assiuolo_ di Gianmaria Cecchi, dai _Suppositi_ dell’Ariosto, dall’_Emilia_ di Luigi Grotto, dalla _Trinuzia_ del Firenzuola.
Nella Memoria, premiata dall’Accademia francese il 1852 intorno all’_Influenza dell’Italia sulle lettere francesi_, Rathery scrive: _C’est par le côté régulier que le théâtre italien a dû plaire à l’école de Ronsard et de Dubelloy. C’est là que Lazare de Baïf, Thomas Sebilet, Jodelle et Garnier puisèrent leurs imitations de sujets grecs..... Pour compléter la ressemblance, il y eut aussi chez nous, à côté de cette école classique, une autre veine comique plus franche, et qui, bien que représentée par un auteur italien d’origine, peut passer pour la chaîne qui relie à Molière nos vieux gabeurs français. Pierre de Larivey _(L’Arrivato)_ était fils d’un des Giunti, cette famille d’imprimeurs florentins ou vénitiens, venu à Troyes à la suite d’artistes ou de banquiers du même pays. Son théâtre se compose de traductions ou d’imitations d’italien, non pas de pièces régulières, mais des _imbroglio_, improvisades, _commedie dell’arte_, parade de la foire: en un mot, de tout ce répertoire anonyme et non imprimè, qui subsista de tout temps en Italie à côtè du théâtre classique. Tel est le fond qui, chez Larivey, s’échauffe de la verve gauloise, et s’assaisonne du sel champenois._
[151] Milano 1496. È il primo libro ove s’imprimessero note musicali, con caratteri di legno.
[152] CRISTOFORO LANDINO nel commento di Dante.
[153] Almeno l’opera più antica ch’io conosca è l’_Orbecche_, tragedia di Cintio Giraldi, rappresentata in Ferrara in casa dell’autore il 1541, dinanzi ad Ercole II d’Este, quarto duca di Ferrara; fece la musica Alfonso della Viola; fu architetto e dipintore Girolamo Carpi ferrarese.
[154] A quest’ultimo il Grillo scriveva: — Ella è padre di nuova maniera di musica, o piuttosto di un cantar senza canto, di un cantar recitativo, nobile e non popolare, che non tronca, non mangia, non toglie la vita alle parole, non l’affetto: anzi glielo accresce raddoppiando il loro spirito e forza. È dunque invenzione sua questa bellissima maniera di canto, o forse ella è nuovo ritrovatore di quella forma antica, perduta già tanto tempo fa nel vario costume d’infinite genti, e sepolta nell’antica caligine di tanti secoli. Il che mi si va più confermando dopo l’essersi recitata sotto cotal sua maniera la bella pastorale del signor Ottavio Rinuccini, nella quale, coloro che stimano nella poesia drammatica e rappresentativa il coro essere ozioso, possono benissimo chiarirsi a che se ne servivano gli antichi, e di quanto rilievo sia in simili componimenti».
[155] TIRABOSCHI, vol. XII. pag. 1560.
[156] GIRALDI, _Discorsi di varie considerazioni di poesia_, p. 78; CRESCIMBENI, _Storia della poesia_, tom. I. p. 361.
[157] Morì intendente delle finanze di Francia nel 1575 a ottantasei anni, e lasciò la più ricca collezione di libri e di medaglie che fosse colà.
[158] ARETINO, _Lettere_, tom. I, p. 205. — Sono della più stupenda gonfiezza le lodi che l’Alunno dà a se stesso per l’abilità calligrafica. Della quale ebbe gloria anche il patrizio milanese Gianfrancesco Cresci, che superò il napoletano Giambattista Palatino, inventò la scrittura cancelleresca, stampò opere e modelli, e fu a servizio di Pio V e del cardinale Federico Borromeo.
[159] CONDIVI, _Vita di Michelangelo_, § LVII.
[160] Da un quadro dell’Università romana nel 1514 si raccoglie che mastro Luca di Borgo avea cenventi fiorini l’anno per insegnare le matematiche; Guarino, trecento pel greco; Angelo di Siena medico, cinquecentotrenta; Scipione Lancelloti pur medico, cinquecento; in ogni rione di Roma v’era un maestro di grammatica a cinquanta fiorini. I corsi cominciavano il 3 novembre; faceasi lezione mattina e sera, ed anche i giorni festivi. V’erano sei professori di retorica, undici di diritto canonico, venti di diritto civile, quindici di medicina, cinque di filosofia morale.
[161] Gian Bologna ad essi scriveva ora, al dir suo, _philosofesco_, ora _a lo escoultoresco_, ma sempre barbaramente; e per es.: — O ricevuto duo suo amorevola alquanto don medesimo tenore, el quale infinitamente ringratia vostra signoria del bona offitio aver fatta apresa a sua Altezza serenissima per conto di quele giovano di Sachognia ecc.».
[162] _Promisit duci... annis singulis una vel iterata vice dare, præsentare, tradere duos libros qui sint jucundæ et delectabilis lectionis pro captu animi ejus excellentiæ, in hoc satis noti ipsi feudatario, sub pœna dupli sólemni stipulatione promissa._ Ap. TIRABOSCHI. Doveano essere libri suoi o d’altri?
[163] Del duca d’Urbino l’Atanagi scriveva:
Anime belle e di virtude amiche, Cui fero sdegno di fortuna offende, Sì che ven gite povere e mendiche Come a lei piace che pietà contende, Se di por fine alle miserie antiche Caldo desio l’afflitto cor v’accende, Ratte correte alla gran Quercia d’oro, Onde avrete alimento, ombra, ristoro.
[164] Ce li conservò l’Aretino, e riduconsi a un bisticcio:
Quel generasti di cui concepisti, Portasti quel di cui fosti fattura, E di te nacque quel di cui nascesti.
[165] CAMPI, _Storia di Cremona_, al 1571.
[166]
Finchè me ne rimembre, esser non puote Che di promesse altrui mai più mi fidi. La sciocca speme a le contrade ignote Salì del ciel quel dì che ’l pastor santo La man mi strinse e mi baciò le gote. (_Satire_).
Nel Ginguené il bene che Leon X fece alle lettere _est si incontestable et si grand, qu’il couvre toutes ses fautes_; pt. II, c. 1. Di Clemente VII dice: _Cette tête si forte ou du moins si ténace!_
[167]
Opra che in esaltarlo abbia composta Non vuol che ad acquistar mercè sia buona; Di mercè degno è l’ir correndo in posta... S’io l’ho con laude ne’ miei versi messo, Dice ch’io l’ho fatto a piacere e in ozio; Più grato fora essergli stato appresso. (_Satire_).
«È una baja che fosse coronato» dice dell’Ariosto Virginio suo figlio. Jacopo Nardi nel prologo della _Commedia d’Amicizia_ chiede compatimento sul poco merito di questa, giacchè non v’è oggi chi pareggi «gli antichi esempj de’ poetici ingegni»:
Ma sia chi a me insegni In questa nostra etate Augusto o Mecenate, Il qual conforti e sproni, Porga sussidj e doni Agli animi gentili, I qual diventan vili Vedendosi negletti, Conculcati ed abjetti, E senza alcuno onore. Chi a virtù porti onore Non trovo di mille uno, Benchè benigno alcuno E grato esser conosco.
[168] Il Tiziano scrive a Carlo V: — Restami di supplicare l’Altezza di vostra maestà di concedermi grazia che la provvisione mia sopra la camera di Milano di scudi duecento, di cui non ho mai ricevuto cosa alcuna, e così delle tratte delle trecento carra di grano del regno di Napoli, e della pensione della naturalezza di Spagna di scudi cinquecento per mio figliuolo, abbino ormai quella espedizione che si ricerca alla cortesia di vostra maestà e alli bisogni del servo suo poter soddisfare con la sua liberalità alla dote di mia figlia».
E più tardi a Filippo II, mandandogli la Cena, scrive ancora: — Se è stata giammai grata in qualche parte la mia lunghissima servitù, ella si degni di compiacersi ch’io non sia più tanto lungamente tormentato da’ suoi ministri in riscuotere le mie provvisioni, acciocchè io possa più tranquillamente vivere questi pochi giorni che mi restano... senza spenderne la maggior parte, come mi convien fare al presente, in iscrivere or qua or là a diversi suoi negoziatori, non senza mio gravissimo dispendio, e quasi sempre indarno per avere quel poco denaro che posso appena trarre dopo molto tempo».
[169] Decreto del senato 29 agosto 1560.
[170] Sono sei mesi passati ch’io diedi una mia canzone indirizzata all’eccellenza vostra, al suo segretario in Venezia, a fine che gliela facesse capitar nelle mani, come mi promise di fare, e come il dovere vorrebbe che avesse fatto. Non ho avuto fino al dì d’oggi alcuna risposta nè da lei in iscritto, nè dal suo segretario, nè in alcun altro modo; mi pare impossibile, se l’avesse avuta, che non m’avesse almeno renduto canzon per canzone, come pare che da un tempo in qua si sia cominciato ad usare... Nel caso dunque che detta mia canzone non le sia pervenuta, io la prego che faccia che don Silvano gliela presti, e la legga, che non dubito di avere quella cortese risposta che si conviene alla sua grandezza. Che don Silvano n’abbia copia ne sono sicuro, perchè non solo mi rispose d’averla avuta, e me ne ringraziò con parole, ma in ricompenso mi mandò un ricco presente di lavori di tele sottilissime, non da frati, ma da papi, e di tal valore, che se i principi, a’ quali ho scritto, mi avessero presentato a proporzione a quel modo, io mi troverei aver più tele e più lavori nelle casse, che versi in istampa... Torno a dire che vostra eccellenza parli un poco con don Silvano, che mi conosce, e, al modo suo di procedere, mostra aver giudizio e conoscere il buono; e mi perdoni se per risentirmi contro un disprezzo, che mi pare patire a torto, sono uscito alquanto dei termini; che non resta per questo ch’io non le sia quel devotissimo servitore che dicono i miei versi, ai quali riportandomi farò fine, pregando a lei ogni felicità, ed aspettando a me risposta da duca e non da sofista. Di Venezia il dì 22 maggio di 1563». È pubblicata dal Gamba nelle _Memorie dell’Ateneo veneto_, ed è lunghissima.
[171] _Lettere_, pag. 19. E a messer Girolamo Anglerio a Pisa, la vigilia di carnevale 1522, scrive: — Vorrei bene che (il cardinale di Tornone) mi raccomandasse al signor cardinale di Guisa, che facesse che il vescovo di Tul fosse uomo da bene, con pagarmi la pensione per l’anima del magnanimo re Francesco e per la felicità del generosissimo re Enrico, li quali sono stati finquì onoratamente celebrati da me... Se vi venisse fatto di parlare al signor cardinale Montepulciano, vogliate pregarlo si degni nelle sue lettere al signor cardinale Poggio di ricordargli la promessa opera circa il farmi pagare la pensione di Pamplona. E perchè il denaro _est hodie sanguis secundus_, pregate un poco il signor cardinale Maffeo che mi renda agevole il signor Bozzuto con esortare ancora _lippomaniter_ il signor Francesco Corona a voler essere galantuomo, e non troppo riservato _erga veteres servitores lippomanæ domus_».
[172] _Archivio storico_, appendice, vol. II. 322.
[173] _Historia_, lib. XII e XXI.
[174] Dedica delle Epigrafie.
[175] «Dammi la cetra omai, musa gentile»; così comincia egli, e _ab uno disce omnes_.
[176] NICERON, _Memorie_, tom. XXI, p. 115.
[177] — Io certamente per essere di me sparsa opinione che alquanto ne partecipassi (della pazzia), so bene quanta comodità e quanti vantaggi n’ho riportato: altri di me si rideva, ed io lor tacitamente uccellava; e godendo de’ privilegi pazzeschi, sedeva quando altrui, che ben forbito si teneva, stavasi ritto; coprivami quando altri stava a capo ignudo; e saporitamente dormiva quando altri non senza gran molestia vegliava». LANDI, _Parad._ 5 del lib. I.
[178] Prologo dell’_Orazia_.
[179] Scriveva a madonna Lucietta Saracina: — Per non sapere con qual sorta di gratitudine ricompensare i saluti che mi mandate per bocca del di voi signor Gasparo senza menda e senza inganno consorte, mi è parso di mio uffizio e di mio debito il commettere con i prieghi ad Alessandro Vittoria che, subito costì giunto in Vicenza, l’idea del volto vostro rassempli».
[180] Al cardinale di Mantova scrive: — Io mi credo che oggi mai si sappia con che sorte siano in grado le mie composizioni, massimamente quelle che si fanno temere; e chi mancasse di tal notizia, può domandare il caso del Brocardo, la brava memoria del quale fulminata fra loro, se ne morì col testimonio di tutta Padova». E a Bernardo Tasso: — Io che vi sono più fratello in la benevolenza che voi non mostrate d’essermi amico in l’onore, non mi credevo che il sereno del mio animo dovesse mai più comprendersi dalla sorte di que’ nuvoli, che dopo i tuoni e i baleni scoppiarono nel folgore che mandò Antonio Brocardo sotterra».
[181]
Sotto Milan dieci volte, non ch’una, Mi disse: Piero, se di questa guerra Mi campa Dio e la buona fortuna, Ti voglio insignorir della tua terra.
[182] Lib. II. p. 148.
[183] Lib. I. p. 102.
[184] Ad Ersilia del Monte, nipote di Giulio III.
[185] Vedi la sua vita nel MAZZUCHELLI, pag. 57.
[186] E altrove: — Vi giuro, per quanta riverenza porto alla molta virtù vostra, che, ogni volta che da voi ricevo lettere, divengo cara a me stessa, e mi persuado esser qualche cosa, dove che, senza esse, mi tengo niente..... Amatemi quanto vi onoro».