Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 36
Il clero indistintamente restava sottoposto alla giurisdizione dei Dieci, ed escluso dagli uffizj civili: qualora si recassero sul tappeto affari relativi a Roma, venivano rimossi dal consiglio i _papalisti_, vale a dire quelli che tenessero aderenza con quella Corte, o soltanto parentela negli Stati pontifizj: il 9 ottobre 1525 i Dieci risolsero, chi avesse figli o nipoti negli Ordini fosse escluso da qualunque affare concernente Roma. Allegando che il custodire Corfù e Candia, antemurali della cristianità, costava più di cinquecentomila scudi l’anno, Venezia chiedeva un decimo delle rendite ecclesiastiche, non escluse quelle de’ cardinali; e lo ottenne dal papa. Alle trentasette sedi vescovili l’investitura era data dal doge stesso, in nome di Dio e di san Marco; ma dopo la lega di Cambrai la curia romana n’avea tratta a sè la collazione, lasciando alla Signoria solo un quarto delle nomine, sebbene anche le altre non potessero cadere che in sudditi veneti. E quando Innocenzo VIII pretese l’incondizionata elezione dei vescovi di Padova e d’Aquileja, la Signoria si oppose, com’anche alle decime ch’e’ volea levare sopra le istituzioni di beneficenza. Nominato da Pio IV vescovo di Verona Marcantonio da Mula allora ambasciatore a Roma, la Signoria ricusa riceverlo: eletto cardinale, fa altrettanto, mandando scuse al papa, ma ai parenti del cardinale vietando d’assumere la veste purpurea in segno di festa; e si rimase saldi al no, scrivendo al papa: — Noi siamo schiavi delle nostre leggi, ed in ciò consiste la nostra libertà».
Mal dunque si rassegnava Venezia alle pretensioni papali; non volle che il Vendramin, da essa eletto patriarca, dovesse subir l’esame a Roma; la bolla _In Cœna Domini_ proibì di ricevere o pubblicare; non che esercitar giurisdizione sovra persone ecclesiastiche, n’era tanto gelosa che gl’Inquisitori di Stato, avuto spia che in casa del nunzio si discorreva «che l’autorità del principe secolare non si estende a giudicare ecclesiastici se questa facoltà non sia concessa da qualche indulto pontifizio», stabilì che i prelati paesani i quali tenessero simili discorsi fossero notati su libro apposito «come _poco accetti_, e si veda occasione di farne sequestrare le entrate; e se perseverino, si passi agli ultimi rigori, perchè il male incancrenito vuol al fine ferro e fuoco». Quanto ai curiali del nunzio, se tengono tali propositi fuori della Corte, «sia procurato di farne ammazzar uno, lasciando anche che, senza nome di autore, si vociferi per la città che sia stato ammazzato per ordine nostro, per la causa suddetta»[403].
Un frate a Orzi pubblica un libello contro un magistrato veneto, e questo lo fa arrestare, togliendogli di mano il Santissimo ch’egli avea preso per sicurtà. Condannato un prete marchigiano, la Signoria manda al patriarca che lo dissacri; e poichè questo esitava, alcuni in consiglio propongono di dargliene ordine preciso; altri soggiungono che con ciò s’impaccerebbe in futuro il corso della giustizia, e perciò si mandi al supplizio senza degradazione. Egualmente la Signoria fa carcerare Scipione Saraceno canonico di Vicenza e l’abate Brandolino di Narvesa nel Trevisano imputati di enormi colpe, e rinnova l’antico decreto che gli ecclesiastici non possano acquistare beni stabili, e devano vendere quelli che ricevessero per testamento, nè si fondino nuove chiese senza beneplacito del senato.
Se n’adontò Paolo V, papa di rigorosa virtù e infervoratissimo della primazia ecclesiastica, per la quale lottò con Lucca, Malta, Savoja e Genova non solo, ma con Francia e Spagna sempre prosperamente, e ripetea: — Non può darsi vera pietà senza intera sommessione alla podestà spirituale». Egli scrisse minaccie al doge (1606), e non ascoltato spedì monitorj e scomunica severissima[404]: la Signoria ne mostrò dolore, ma non cambiò guise; intimò guaj a chi «lasciasse pubblicare il monitorio», impose che i preti continuassero le uffiziature; Gesuiti, Teatini e Cappuccini, i quali credettero dover obbedire al papa anzichè al principe secolare, furono mandati via, e partirono processionalmente dallo Stato con un crocifisso al collo e una candeletta in mano; al vicario del vescovo di Padova, che rispose farebbe quanto lo Spirito Santo gl’ispirerebbe, il podestà soggiunse: — Lo Spirito Santo ispirò ai Dieci di far impiccare chiunque recalcitra».
Tutta Europa vi prese parte, in tutta ritrovandosi persone e cause interessate; Enrico IV sosteneva i Veneziani, la corte di Spagna rifiutò il loro ambasciatore come scomunicato; tesi e consulti furono scritti e contro e in favore dai migliori giuristi, e singolarmente dal celebre Menocchio, preside al senato di Milano; i più sosteneano ne’ governi il diritto di esaminar i motivi delle scomuniche e degli ordini pontifizj; e quel che ne sentissero i libertini ci appare da Gregorio Leti, che nella _Vita di Sisto V_ scrive: — I frati veneziani hanno tanto a cuore la riputazione della loro repubblica, che in servizio di questa rinuncierebbero, per maniera di dire, Dio, non che il papa e la religione; ed io trovo che tutti gli altri frati devono far lo stesso in servizio del loro principe, quantunque si veggano molti esempj contrarj e scandolosi».
Il Governo veneto si mostrò allora rigorosissimo, e n’ebbe congratulazioni dai Protestanti, i quali vi sperarono occasione di scattolicizzare l’Italia. Più che in altri essi confidavano in Paolo Sarpi (1552-1623), frate servita, di San Vito al Tagliamento. Fu egli uno de’ maggiori ingegni di quell’età, e settecento suoi pensieri manoscritti mostrano come sentisse addentro in geometria, algebra, meccanica, fisica, astronomia, areometria, architettura. Nell’_Arte di ben pensare_ s’accorge che i sensi non ingannano, riferendo essi all’intelletto ciò che loro si presenta, e che alle scoperte sono inetti gli assiomi. Teologo della Repubblica veneta, nel litigio di questa contro del papa fu condotto ad esaminarne il diritto, e con ragioni ed autorità sminuire l’ingerenza di questo ne’ negozj civili; e sebbene scrivesse per comando e «a norma delle pubbliche mire»[405], venne ad infervorarsene per modo, che personificò l’avversione alla santa Sede. Nella _Consolazione della mente nella tranquillità di coscienza, cavata dal buon modo di vivere nella città di Venezia nel preteso interdetto di papa Paolo V_, domanda: 1. nel pontefice e nella Chiesa v’è autorità di scomunicare? 2. quali persone sono soggette a scomunica, quali le cause di applicarla? 3. la scomunica è appellabile? 4. è superiore il pontefice o il concilio? 5. per ragion di scomunica il principe legittimo può essere privato de’ proprj Stati? 6. per impedire la libertà ecclesiastica s’incorre giustamente nella scomunica? 7. qual è questa libertà? e si estende solamente alla Chiesa, ovvero anche alle persone di questa? 8. il possesso delle cose temporali spettanti alla Chiesa è di diritto divino? 9. una repubblica come un principe libero può restar privata dello Stato per causa di scomunica? 10. il principe secolare ha legittima azione di riscuotere le decime, e legittima potestà d’ordinare ciò che giovi alla repubblica sopra i beni e le persone ecclesiastiche? 11. ha per se stesso autorità di giudicare gli ecclesiastici? 12. quanto si estende l’infallibilità del pontefice?
A tali quistioni rispondeva in somma, che la podestà del santo padre si limita alla pubblica utilità della Chiesa: il cristiano a quello non dover obbedienza assoluta, e prima esaminare se il comando è conveniente, legittimo obbligatorio; che se obbedisce alla cieca, pecca: quando il pontefice fulmina scomunica o interdetto per comandi ingiusti e nulli, non deve tenersene conto, essendo abuso di podestà: la scomunica è ingiusta e sacrilega quando fulminata contro la moltitudine: non può sussistere se non s’appoggia a peccato anticipatamente minacciato di scomunica: il concilio di Trento, fuoco di sant’Elmo apparso nelle maggiori burrasche della Chiesa, ingiunge estrema circospezione nell’infliggerla, ma erra quando vuole che chi vi persevera un anno, sia dato all’Inquisizione come sospetto d’eresia; e quando vieta al magistrato secolare d’impedire al vescovo di pubblicarla: le immunità ecclesiastiche non sono di diritto divino. La Chiesa greca, sempre povera, patì meno scandali che la latina; ed è patto tra il popolo e i ministri della Chiesa che questi somministrino la parola e i sacramenti, quello il pane corporale. I papi, non che la temporale, neppur sempre ebbero la sopreminenza spirituale, e se la usurparono favorendo principi usurpatori. Mentre le cose umane col tempo svigoriscono, nella monarchia ecclesiastica cresce l’autorità, non già la santità e la riverenza. I principi temporali non dipendono che da Dio: nè Cristo poteva trasmettere al suo vicario la potestà temporale ch’egli non esercitò. Il papa non ne ha veruna sui principi, non può punirli temporalmente, non annullarne le leggi, o spogliarli de’ dominj. A rincontro, gli ecclesiastici non han nulla di esente dalla potestà secolare, e il principe esercita sulle persone e i beni loro altrettanta autorità che sugli altri sudditi.
Del resto l’impugnar Roma non era prova d’eroismo in una repubblica sempre ricalcitrante alle pretensioni curiali; e frà Paolo sbraveggiando il papa umiliavasi a Filippo II, preconizzandogli ridurrebbe schiave Europa ed Africa, e muterebbe Parigi in un villaggio; sommessissimo si mostrava a’ nobiluomini del suo paese, e lusingando ad essi ed alle opinioni interessate, usurpavasi gli onori del coraggio. Come sentisse in fatto di libertà cel dicono certe costituzioni da esso ideate pel suo Ordine, ove non dubita ricorrere fino alla tortura; e l’insinuare alla repubblica provvedimenti tirannici. Che nella Quarentìa si giudicasse per consulti gli spiaceva, e al più li tollererebbe nelle cause civili; le criminali vorrebbe tutte assunte dal consiglio dei Dieci[406], il quale escludeva il dibattimento. Raccomanda di tenere ben depressi i nobili poveri, chè, come la vipera non è buona nel freddo, così i nobili nella bassezza. Suggeriva d’opprimere le colonie levantine; ai Greci, come a belve, limar i denti e gli artigli, umiliarli spesso, togliervi ogni occasione d’agguerrirsi, dar pane e bastonate, serbando l’umanità per altre occasioni; nelle provincie d’Italia industriarsi a spogliar le città dei loro privilegi, fare che gli abitanti impoveriscano, e i loro beni sieno comperati da’ Veneziani; quei che ne’ consigli municipali si mostrano animosi, perderli se non si può guadagnarli a qual sia prezzo; vi si trova qualche capoparte? sterminarlo sotto qualche pretesto, cansando la giustizia ordinaria; e il veleno tenendo come meno odioso e più profittevole che non il carnefice[407].
Altrove denunzia come «da pochi anni in qua escono quotidianamente a stuolo libri, che insegnano non esser da Dio altro governo che l’ecclesiastico; il secolare esser cosa profana e tirannia, e come una persecuzione contro i buoni da Dio permessa: che il popolo non è obbligato in coscienza obbedire le leggi secolari, nè pagar le gabelle e pubbliche gravezze: che, purchè l’uomo sappia far sì che non sia scoperto, tanto basta: che le imposizioni e contribuzioni pubbliche per la maggior parte sono inique ed ingiuste, ed i principi che le impongono scomunicati; insomma i principali magistrati sono rappresentati e posti in concetto dei sudditi per empj, scomunicati ed ingiusti: che sia necessario temerli per forza, ma in coscienza sia lecito fare ogni cosa per sottrarsi dalla loro soggezione». E conchiude suggerendo una rigorosa legge sopra le stampe.
Contro il papa e contro Gesuiti e Cappuccini predicava pure frà Fulgenzio Manfredi minorita, il quale poi andato a Roma con salvocondotto, ottenne l’assoluzione e ricevimento cortesissimo: poi repente fu arrestato dal Sant’Uffizio, e per avergli trovato libri proibiti, scritture ereticali, e carteggi esprimenti intelligenze col re d’Inghilterra, fu appiccato ed arso in Roma. Secondava al Sarpi frà Fulgenzio Micanzio da Passirano presso Brescia, predicando con tale franchezza, che il francese medico Asselineau, caldo di quei maneggi e che spesso scriveva invece di frà Paolo, ebbe a dire: — Pare Dio abbia per l’Italia suscitato un altro Melantone o Lutero»[408]. Egli fece il quaresimale (1609) «con libertà, verità e gran concorso di nobiltà e popolo, a dispetto del nuncio e delle sue rimostranze», come scriveva Duplessis-Mornay; e frà Paolo gradiva che ne pigliassero disgusto i Gesuiti, de’ quali non è male che non dica in ogni occasione, nè lasciò via intentata perchè fossero esclusi prima, non riammessi poi dalla repubblica; procacciavasi sollecitamente i libri contrarj ad essi, e — Non c’è impresa maggiore (scriveva) che levare il credito ai Gesuiti. Vinti questi, Roma è presa; senza questi, la religione si riforma da sè»[409].
Esultavano i Protestanti alle scritture che, in occasione dell’interdetto, pubblicavansi contro Roma; Melchiorre Goldast, Gaspare Waser, Michele Lingeslemio, Piero Pappo ne esprimevano congratulazioni, faceanle tradurre e divulgare; lo Scaligero viepiù, il quale scriveva: — Il signor Carlo Harlay di Dolot m’ha detto di aver portato libri di Calvino a diversi signori di Venezia, dove già molti hanno la cognizione degli scritti nostri»; e divulgavasi la profezia di Lutero nell’esposizione del Salmo XI: — A Venezia riceverassi il vangelo: e i poveri e gli oppressi cristiani liberalmente si sostenteranno e nutriranno, sicchè la Chiesa si moltiplichi».
Del resto chi abbia vissuto appena questi ultimi anni, sa come le controversie con Roma o l’avversione ad un papa infondano ardire e lusinghino speranze di rompere colla Chiesa. E di siffatti non difettava Venezia, quali Ottavio Menino di San Vito, legale lodato e poeta latino, che molto scrisse in proposito dell’interdetto, ed eccitava il Casaubono a fare altrettanto; un Querini, autore dell’_Avviso pernicioso_; don Giovanni Marsilio, gesuita napoletano apostato, colà fuggito, ove continuava a celebrar messa benchè sospeso dal pontefice[410]; l’erudito Domenico Molino; un Malipiero, «uomo d’una pietà senza fuco e senza superstizioni, che era solito ogni sera accompagnare il Sarpi, a cui portava un amore e venerazione singolare, che era tra loro vicendevole»[411].
Faceano capo all’ambasciatore d’Inghilterra ed al famoso Bedell suo cappellano, il quale tradusse la Storia dell’Interdetto e quella dell’Inquisizione di frà Paolo; e la pratica continuò anche dopo che Venezia si fu rassettata col papa. Giovan Diodati, discendente da profughi lucchesi, dalla Chiesa di Ginevra deputato al sinodo di Dordrecht nel 1618, ed eletto, benchè straniero, a redigerne le deliberazioni, avea tradotto la Storia di frà Paolo; e a lui di queste intelligenze scriveva il Bedell, _Ecclesiæ venetæ reformationem speramus_, e lo esortava a recarsi colà, dove lo sospiravano l’ambasciator suo e frà Paolo.
Il nunzio Ubaldini nel novembre 1608 avvisava il cardinal Borghese come fossero partiti per Venezia due predicanti ginevrini, sicuri di liete accoglienze da alcuni nobili, poi aveano ricevuto ordine di tornar indietro. Fu per tal occasione che il Diodati pubblicò la sua traduzione italiana della Bibbia e scriveva: — Non sono senza speranza di farne entrare e volare degli esemplari in Venezia, dove la superstizione ha già ricevuto gran breccia, per dove è entrata la libertà, cui Dio santificherà per la sua verità quando ne sia il tempo». E pochi mesi dopo: — A Venezia ne ho già spedito qualche numero di esemplari, e spero ben tosto maggior commissione. Per avviso dell’ambasciator d’Inghilterra in Venezia, io fo attualmente stampare il Nuovo Testamento a parte in piccola gentilissima forma, perchè serva agli avventurosi principj che Dio vi ha fatti apparire. E può essere che questo sarà il meno, di servirli con la penna solamente; poichè bisognerà intraprendere altra cosa più forte ed espressa, e i progetti sono tutti formati, i quali il tempo è vicino molto a dar fuori, siccome io spero in nostro Signore».
Al Duplessis-Mornay, detto il papa de’ calvinisti francesi, e autore del _Mistero d’iniquità_, esso Diodati porgeva contezza come già da due anni stesse in pratica di riformar Venezia; da lettere di colà venir assicurato che il paese è rinnovato; liberissimi discorsi tenervisi, massime da frà Paolo, da frà Fulgenzio, dal Bedell, in modo che si crederebbe essere a Ginevra; il mal umore contro il papa non acchetarsi; e tre quarti de’ nobili aver già raggiunta la verità. De Liquez, compagno del Diodati soggiungeva: — Frà Paolo mi assicura che nel popolo conosce più di dodici o quindicimila persone, le quali alla prima occasione si volterebbero contro la Chiesa romana. Son quelli che da padre in figlio ereditarono la vera cognizione di Dio, o resti degli antichi Valdesi. Nella nobiltà moltissimi hanno conosciuto la novità, ma non amano esser nominati finchè non venga il destro di chiarirsi. E una prova si è che frà Paolo, quantunque scomunicato, ebbe ordine dal senato di continuare a celebrar messa». Aggiunge che avendo i preti esatto, prima di assolverli, che i loro penitenti promettessero obbedire al papa nel caso d’un nuovo interdetto, il Governo gli ha arrestati, _et mis en lieu où depuis ne s’en est ouï nouvelles; tellement que, depuis l’accord, ils ont plus fait mourir de prêtres et autres ecclésiastiques, qu’ils n’avoient fait en cent ans auparavant_. Anzi Link, emissario dell’Elettor palatino, del quale si legge la relazione negli _Archivj storici_ del professore Lebret, parla di oltre mille persone aspiranti alla Riforma, fra cui trecento distinti patrizj; avrebbero dunque trecento voti nel gran consiglio, che di rado eccedeva i seicento; e se si aggiungano quelli su cui poteano aver influenza, facilmente potevano conseguire la maggiorità, e quindi l’effetto dei loro desiderj.
Eppure, non che risoluzione, neppur mai proposta ne fu fatta. E come? In Venezia tutto era cattolico, l’origine, il patrono, le feste nazionali, le belle arti; ivi sfoggiatissime le solennità; ivi antica l’inquisizione contro l’eresia; ivi sulla religione innestata la politica, per la crociata perenne contro gl’Infedeli; ivi aggregati quasi tutti alle confraternite, dove anche il plebeo trovavasi non solo pari, ma superiore al nobiluomo e al senatore. Dove lo spirito pubblico era così identificato al cattolicismo, un governo eminentemente conservatore poteva mai pensare alla rivoluzione più radicale? Moltissimi atti noi scorremmo a proposito dell’interdetto, e in tutti gran franchezza ci apparve, ma soggezione cristiana e desiderio di ricomporsi; e chi ha occhio dica se è culto che perisce quello che fabbricava allora tante splendide chiese.
Il Diodati stesso nel 1608 venuto a Venezia, trovò assai meno che non si fosse ripromesso, nè però deponeva le speranze; quei due frati adoprarsi a tutt’uomo, ma ancor troppo radicata esservi la riverenza[412] pei monaci. Alfine egli confessa avere «a fondo scoperto il sentimento di frà Paolo, e ch’e’ non crede sia necessaria una precisa professione, giacchè Dio vede il cuore e la buona inclinazione». Anche l’apostato De Dominis a Giacomo I d’Inghilterra scriveva che il Sarpi «non udiva volentieri le soverchie depressioni della Chiesa romana, sebbene aborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero».
Del quale Sarpi, oltre le Storie, abbiamo e fatti e lettere, che della fede sua fan molto dubitare. Avendo Nicola Vignerio stampato una dissertazione contro il Baronio, Filippo Canaye ambasciatore di Francia in Venezia e amico di frà Paolo scriveva al signore di Commartin, da quell’opera tenersi offesa la Signoria veneta perchè vedeasi noverata fra quelli che si smembrarono dalla Chiesa. Eppure a quell’opera del Vignerio e all’esposizione sua dell’Apocalisse, ove riscontra l’anticristo nel papa, diede applausi e forse ajuti frà Paolo. E da questo crederonsi esibiti i materiali al libello inglese di Edvino Sandis, sullo stato della religione in Occidente, ove riduce a superstizione e inezia la pietà dei Cattolici, e massime degli Italiani[413].
Quando il Priuli ambasciator veneto tornava di Francia, Francesco Biondi suo segretario imballò moltissimi libri ereticali; il qual Biondi poi passò col De Dominis in Inghilterra, e apostatò. Successe ambasciatore in Francia quell’Antonio Foscarini, che finì decapitato per isbaglio, e ch’era molto legato cogli Ugonotti. Poi diè luogo al cavaliere Giustiniani, che frà Paolo indica come _papista_, soggiungendo che perciò «conviene servirsi di quello di Torino per far qualche cosa di bene per la religione»[414].
Era costui Gregorio Barbarigo, tutta cosa di frà Paolo, che lo giudicava «una delle più tranquille anime che abbia non solo Venezia ma forse l’Italia»; ma presto fu spedito in Inghilterra, ove morì, surrogandogli il Gussoni, col quale frà Paolo avvertiva il Groslot di non comunicare «le cose di evangelio, se non in quanto fossero congiunte con quelle di Stato e di governo». Coll’eguale bilancia pesa egli i differenti ambasciatori.
Quelli che si lusingavano di veder Venezia protestante, ebbero per buon segno il suo legare intelligenze coi sollevati dei Paesi Bassi e riceverne un ambasciatore[415], così dando credito agl’insorgenti: ma era un provvedimento politico. Confidavano che Enrico IV, per la nimicizia con Casa d’Austria, vi favorirebbe le novità; ma inaspettatamente egli trasmise alla Signoria veneta una lettera del Diodati, il quale al Durand, pastore in Parigi, esponeva per filo e per segno quant’erasi tramato in Venezia; nominava come consenzienti i principali; che fra poco le fatiche sue e di frà Fulgenzio conseguirebbero l’intento; e se il papa si ostinasse, Venezia la romperebbe definitivamente colla Chiesa cattolica, di che già il doge e alquanti senatori erano in desiderio[416]. Questa diretta denunzia costringe il Governo a provvedere; i papalini prevalgono; il Sarpi se ne scoraggia, e geme, ed — È incredibile quanto grande sia stato il male fatto con questa lettera. Se sarà guerra in Italia, va bene per la religione, e questo Roma teme; l’Inquisizione cesserà, e Evangelio avrà corso»[417]; e si duole che «le occasioni sono smarrite, dirò morte e sepolte, e solo Dio può eccitarle, al quale se piacerà così, ho materia accumulata e formata secondo le occasioni»[418]. Nelle lettere di quel torno compiange che il papa proceda lenemente, sicchè i politici s’accomodano alla pace, tanto più che i Turchi minacciavano; e — Non vedo altro rimedio per conservare e nutrire quel poco che resta, se non venendo molti agenti dei principi riformati e massime de’ Grisoni, perchè questi farebbero l’esercizio in italiano[419]. Spagna non si può vincere se non levato il pretesto di religione; nè questo si leverà se non introducendo Riformati in Italia. E se il re di Francia sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui. La repubblica negozia lega coi Grisoni; per questa strada si potrebbe far qualche cosa, se dimandassero esercizj di religione in Venezia»[420]. Del suo scoraggiarsi lo rimbrottava Mornay, soggiungendogli che, di tal passo, morrà prima di veder compiuta la sua opera[421].
Fatto è dunque che il litigio col papa poteva incancrenirsi; ne esultavano i Protestanti, e il Casaubono invitava Giuseppe Scaligero e Scipione Gentili a rallegrarsi che, in mezzo a Venezia, fosse sorto un sì magnanimo oppugnatore dei sofisti per manifestare i paralogismi con che illudono il mondo[422]: ma il famoso Sully, benchè ugonotto, compiangeva che si svertasse l’autorità del pontefice fra i Veneziani, i quali se avessero dato segno d’apostatare, subito avrebbero avuto in soccorso Turchi, Greci, Evangelici, Protestanti d’ogni paese, di che si risusciterebbe un incendio, quale al tempo di Leone X e Clemente VII. Laonde egli si concertava coi cardinali di Giojosa e di Perrona per impedire che tali semi si sviluppassero in Italia, e per riconciliare Venezia col papa[423].