Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 35

Chapter 353,484 wordsPublic domain

Il proprio simbolo espresse Roma nella famosa bolla, detta in _Cœna Domini_ perchè doveasi leggere solennemente ogni giovedì santo; la quale ebbe l’ultima mano da Pio V, e suole citarsi come il massimo dell’arroganza papale. Tralasciando i punti di minor rilievo e spogliandola delle frasi conformi al tempo, essa, in ventiquattro paragrafi, scomunica gli eretici di qualsiano nome e chi li difende, o legge libri loro, o ne tiene, stampa, diffonde; chi appella dal papa al concilio, o dalle ordinanze del papa o de’ commissarj suoi a’ tribunali laici; i pirati e corsari nel Mediterraneo, e chi spoglia navi di Cristiani naufragate; chi impone nuovi o rincarisce gli antichi balzelli a’ suoi popoli; chi dà ai Turchi munizioni da guerra o consigli; chi fa leggi contro la libertà ecclesiastica, o turba i vescovi nell’esercizio di loro giurisdizione, mette la mano sopra le entrate della Chiesa, cita ecclesiastici al fôro laico, impone tasse al clero, occupa o inquieta il territorio della Chiesa, compresevi Sicilia, Corsica, Sardegna.

Dopo Lutero e Grozio[383] chi sarebbesi aspettato così elate pretendenze? ma le riazioni trascendon sempre, e nel diritto come nella buona guerra il miglior difendersi è l’attaccare. Se non che poco erano disposte a condiscendere le Potenze; i principi d’oltremonte ripudiarono quella bolla; altri l’accettarono, col proposito di modificarla nell’applicazione; Venezia la ricusò, per quanto il nunzio insistesse; l’Albuquerque governatore di Milano vi negò l’_exequatur_; a Lucca non si teneano obbligatorj i decreti dei funzionarj papali senza approvazione del magistrato; in Savoja si conferivano benefizj al papa riservati; a Genova erano proibite le assemblee presso i Gesuiti, pretestando vi si facessero brogli per le elezioni; l’Inquisizione vi fu sempre tenuta in freno, e dopo il 1669 sottoposta alla giunta di giurisdizione ecclesiastica; i vescovi di Toscana lasciavano ammollire nell’applicazione la tremenda bolla, ma i frati la zelavano a rigore; e guaj a parlare di tasse sui beni di ecclesiastici; negavano l’assoluzione, donde vennero tumulti ad Arezzo, a Massa marittima, a Montepulciano, a Cortona.

Il regno di Napoli se ne trovava viepiù compromesso per la sua feudale dipendenza; e il vicerè duca d’Alcala fece risoluta opposizione alla bolla, sino ad arrestare i libraj che la stampassero[384]; fu condannato alle galere uno che avea pubblicato l’opera del Baronio contro il privilegio, chiamato la monarchia siciliana, pel quale al re competevano le divise e i diritti di legato pontifizio. Di rimpatto i vescovi pretendeano giurisdizione sui testamenti, e di chi moriva intestato poter qualche tempo tenere i beni applicandone una parte a suffragio del defunto: alcuni scomunicavano chi mettesse ed esigesse imposizioni: la piazza di Nido a Napoli ricusava un dazio nuovo, perchè non approvato dal papa; nei casi misti, cioè sacrilegio, usura, concubinato, incesto, spergiuro, bestemmia, sortilegio, voleasi potesse procedere il fôro ecclesiastico o il secolare, secondo che all’uno o all’altro fosse prima recata la querela; fonte d’inestricabili alterazioni. Il papa dava rinfianco all’opposizione, e minacciava interdire la città; fu respinto dal confessionale, fu privato del viatico chi, ne’ consigli vicereali, aveva opinato in contrario; e i doveri di suddito erano posti in conflitto con quelli di cristiano, nè vedeasi via di comporre. Vi si aggiungevano le citazioni che faceansi alla corte di Roma, e i visitatori apostolici, che il papa mandava nel regno per esigere le decime, esaminare l’uso fatto de’ beni ecclesiastici e le alienazioni indebite. Onde aver denari per costruire San Pietro, Roma aveva instituito in varj luoghi, e nominatamente nel Napoletano, un tribunale, che durò fino al 1647, per esaminare se fossero adempiti i legati pii; se no, trarli a vantaggio d’essa fabbrica; il che attribuiva ai nunzj una giurisdizione molesta e facilmente abusata.

Perchè mancasse stimolo alla declamata avidità dei prelati, era stabilito che delle ricchezze da loro lasciate non redassero i parenti, ma la Chiesa romana; onde il papa mandava collettori per tutto il mondo, ed ecco derivarne controversie e dispute inestricabili cogli eredi e colle chiese stesse, turbarsi i possessi, e viepiù sotto papi rigorosi come Pio V. Dall’ispezione sull’adempimento dei legati pii, i vescovi traevano ragione di vedere i testamenti, e scoprire così i segreti di famiglia, e fisicare sulle frodi supposte. La proibizione del concubinato portava a ricorrere alla forza per sciogliere temporarie unioni, e le curie voleano all’uopo valersi di birri e carceri proprie; i principi non tolleravano questa diminuzione della loro autorità, e giudizj non solo, ma armi indipendenti dall’unità che si andava introducendo. Adunque una concatenazione di litigi, che neppur oggi perdettero senso e importanza; perocchè in fondo erano le quistioni costituzionali d’allora; la libertà, questo Proteo irrefrenabile, compariva sotto le cappe pretesche, come ora in abito di avvocato e di senatore; e non è strano se di siffatte importanze s’empie la storia interna della Chiesa di questo secolo e del seguente[385]. Stefano Durazzo arcivescovo di Genova, martire della peste del 1556, interminabili dispute sostenne col doge sul posto che gli competesse nel presbitero, e sul titolo d’_eminenza_ che allora cominciavasi dare ai cardinali: non soddisfatto, negò coronare il doge, e la lotta si prolungò anche assai tempo dopo che l’arcivescovo ebbe rinunziato. Carlo Borromeo cozzò assai coi governatori di Milano che alle riforme opponevano i diritti regj, come il senato opponeva i privilegi della Chiesa milanese. Peggio ancora suo cugino Federico, che due volte per ciò viaggiava a Roma, e che minacciò di censure chi trafficasse con Svizzeri e Grigioni eretici, e scomunicò il governatore perchè, col proibire le risaje nelle vicinanze della città, arrogavasi giurisdizione sui possessi ecclesiastici[386].

Della politica romana che la supremazia papale professava più alteramente quant’era più minacciata, e pretendeva insegnar doveri ai re e diritti ai popoli, è rappresentante il gesuita Roberto Bellarmino da Montepulciano (1542-1621). A ventidue anni egli saliva già i più celebri pulpiti: da san Francesco Borgia spedito all’Università di Lovanio perchè si opponesse all’eresia serpeggiante, vi fu consacrato sacerdote da quel Giansenio che doveva poi divenire antesignano di famosissimo partito: combattè Bajo che deviava in un punto alla Grazia, e continuò a predicare e istruire finchè per salute si restituì a Roma. Quivi servì da teologo, e produsse le insigni _Dispute delle controversie della fede_. In queste espone prima l’eresia, poi la dottrina della Chiesa e i sentimenti de’ teologi, rinfiammandoli non con argomentazioni, ma con testi della Scrittura, dei Padri, de’ concilj e colla pratica; infine confuta gli avversi. Modello d’ordine, di precisione, di chiarezza, scevro dalle aridità scolastiche e dal formalismo di scuola, se erra talvolta sul conto degli scrittori ecclesiastici non ancora passati al vaglio d’una critica severa, non di rado arditamente ripudia scritti apocrifi: non inveisce contro gli avversarj, ma li ribatte con chiara e precisa brevità, appoggiato all’autorità dei teologi: e Mosheim, uno dei più accanniti campioni dell’eresia, pretende che «il candore e la buona fede di lui lo esposero a rimbrotti de’ teologi cattolici, perchè ebbe cura di raccogliere le prove e le objezioni degli avversarj e per lo più esporle fedelmente in tutta la loro forza». Ad attestarne il merito, basterebbe la quantità di quelli che lo confutarono[387]; anzi si eressero cattedre a posta per ciò. Anche il suo catechismo non v’è lingua in cui non fosse tradotto.

Nè gli eretici lasciavano quiete, o mostravano tolleranza. Un inglese entrato in San Pietro di Roma, mentre il sacerdote stava per elevar l’ostia, l’assalì per istrappargliela di mano, e sparse per terra il calice; onde assalito dal popolo, fu battuto, poi consegnato all’Inquisizione; e confesso d’essere venuto con altri in Italia per commettere simili atti, fu condannato al fuoco, che subì «con tanta fermezza che ha dato da ragionare assai»[388]. Un altro pubblicò un «Avviso piacevole dato alla bella Italia da un giovane nobile francese», sozzo di bestemmie contro il papa e il papato, e che ebbe confutazione dal Bellarmino.

La Riforma, mentre seminava l’Europa di sanguinose eppur feconde ruine, turbò gli animi con opinioni variabili quanto le teste: dubbj nell’intelletto e scrupoli nella coscienza nascevano dall’essere rotto l’equilibrio fra il sentimento dei diritti e quello dei doveri. Scassinata l’autorità divina, fu forza cercare nuovi fondamenti alle obbligazioni dei privati e delle nazioni: ma i liberali protestanti non giungevano che alla negazione, resistendo al potere in nome del diritto non del dovere, o zelando un patriotismo inesperto, che vede le piaghe, non la difficoltà del rimedio, e incita alla disobbedienza.

Essi tacciavano i Cattolici di legittimare la resistenza agli arbitrj; di voler anche che la Chiesa partecipasse al potere che essi concentravano tutto ne’ principi; di supporre qualcosa di superiore e anteriore ai patti sociali, là dove essi ponevano nelle leggi l’unica fonte dell’obbligazione; d’insegnare con san Tommaso che l’obbedienza ai re è subordinata all’obbedienza dovuta alla giustizia.

I teologi nostri sostenevano che la prerogativa del pontefice sovrasta alla politica, perchè di diritto divino: se rispondeasi dover essere divino anche il diritto dei principi, altrimente qual ne sarebbe il fondamento? essi non esitavano a rispondere, — Il popolo», sancendo così la sovranità di questo. Secondo il Bellarmino, la podestà civile deriva da Dio; e prescindendo dalle forme particolari di monarchia, aristocrazia o democrazia, fondasi sulla natura umana; e non essendo connessa ad alcun uomo in particolare, appartiene all’intera società; questa non può esercitarla da se medesima, onde è tenuta trasferirla in alcuno od alcuni, e dal consenso della moltitudine dipende il costituirsi un re o consoli o altri magistrati, col diritto di cambiarli[389]. Nell’opera _De summo pontifice capite totius militantis Ecclesiæ_, la supremazia papale vuole indipendente da qualsiasi giudizio; anima della società, di cui non è che corpo la potestà temporale[390]. Però negli affari civili il papa non deve maneggiarsi, salvo ne’ paesi suoi vassalli; anzi è lecito resistergli se turbi lo Stato, e impedire che sia obbedito. Deporre i re non può ad arbitrio, qual che ne sia la cagione, eccetto i suoi vassalli; ben può mutarne il regno ad altri ove lo esiga la salute delle anime[391]. Alla monarchia pura antepone il Bellarmino la temperata dall’aristocrazia; e se pur dice che il papa può dell’ingiustizia far giustizia, convien ricordarsi che Hobbes attribuiva lo stesso diritto ai re[392]. La sua opera spiacque grandemente a Napoli e a Parigi; ma neppure gradì a Roma, anzi Sisto V la pose all’Indice, ma contro il voto della Congregazione, sicchè ben tosto ne fu depennata.

Fra i tanti libelli usciti contro di lui, uno narrava come, straziato dai rimorsi, fossesi condotto alla sacra casa di Loreto a confessare sue colpe; ma uditene alcune, il penitenziere lo cacciò come irreparabilmente dannato, sicchè cadde per terra, e fra orribili scontorcimenti perì. Ciò stampavasi mentr’egli viveva in umiltà laboriosa; ammirato per disinteresse e umiltà, in tutta Europa volava il suo nome; un Tedesco venne apposta a Roma, con un notaro attese presso la casa dove il Bellarmino abitava finchè questo uscisse, fece rogar atto d’averlo veduto, e di ciò glorioso tornò in patria; il papa lo creava cardinale _quia ei non habet parem Ecclesia Dei quoad doctrinam_; e morendo santamente, professava non solo la fede cattolica, ma quanto alla Grazia pensare come i Gesuiti.

Volemmo badarci sul Bellarmino perchè in lui si personifica ciò che di più avanzato si rinfaccia alla santa Sede, e perchè quelle dottrine ebbero grande efficienza sulle sorti delle nazioni. Anche l’altro gesuita Santarelli insegnava potere il papa infliggere ai re pene temporali, e per giuste cagioni assolvere i sudditi dalla fedeltà. Invano i suoi confratelli ritirarono tosto quell’opera; il parlamento di Parigi e la Sorbona, cui era stata denunziata, la condannarono ed arsero, obbligando i Gesuiti a far adesione a tale condanna, e dichiarare l’indipendenza dei re[393].

Son queste le opinioni, per le quali i Gesuiti furono dichiarati nemici ai re, fautori del tirannicidio, insomma precursori dell’odierno liberalismo; il quale poi alla sua volta dovea sentenziarli dispotici, oppressori del pensiero e della libertà: e allora e adesso senza esame o senza lealtà. Nè dobbiamo tacere come Clemente VIII, in un’istruzione sull’Indice, raccomanda «si abolisca ciò che sente di paganesimo, e che dietro alle sentenze, ai costumi, agli esempj gentileschi, favorisce la polizia tirannica, e ne induce una ragion di Stato avversa alla cristiana legge». Ecco da qual lato stesse il liberalismo.

Eppure corre opinione che la Riforma introducesse la libertà, e che la Chiesa nostra la bandisse. Vero è bene che questa, ridotta impotente alle più elevate attribuzioni sociali, e ristretta ognor più alla vita individuale e al bisogno di conservarsi, si alleò coi re, a scapito del carattere popolare che l’avea controdistinta nel medioevo; e la tirannide uffiziale, introdotta dai principi protestanti, si estese pure ai cattolici, perchè il clero la pensò opportuno freno al popolo; i principi, minacciati dalla libertà del pensiero, fecero sinonimi eretico e ribelle, e insieme li perseguitarono; a vicenda i fautori della Riforma, vedendo la Chiesa cattolica porsi dal lato della resistenza, la denunziavano come sostegno dell’assolutismo, ottenendo quella confusione di cose umane e divine, che il secol nostro si compiace di rinnovare, e che tanto pregiudica alla vera libertà.

La franchigia di commercio, per cui Armeni, Turchi, Ebrei, v’erano egualmente i ben venuti, favoriva a Venezia l’indifferenza; l’autore del _Discorso aristocratico sopra il governo dei signori Veneziani_ assicura che, venendo a morte un Luterano o Calvinista, permetteano fosse sepolto in chiesa, e i parroci non se ne faceano scrupolo: aggiunge però: — Non ho mai conosciuto alcun Veneziano seguace di Calvino o di Lutero od altri, bensì d’Epicuro e del Cremonini, già lettore nella prima cattedra di filosofia nello studio di Padova, il quale assicura che l’anima nostra provenga dalla potenza del seme, come le altre dell’animal bruto, e per conseguenza sia mortale. Seguaci di questa scelleratezza sono i migliori di questa città, ed in particolare molti che hanno mano nel governo».

Fin dal 1520 Burcardo Scenck gentiluomo tedesco scriveva a Spalatino, cappellano dell’elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a Venezia, e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che il senato penò a permettere vi si pubblicasse la scomunica contro l’eresiarca, e solo dopo uscito il popolo di chiesa[394]; Lutero stesso felicitavasi che tanti di colà avessero accolto la parola di Dio[395], e tenea corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler che caldamente vi s’adoperava; come di là erano dirette esortazioni a Melantone affinchè non tentennasse nella fede, nè tradisse l’aspettazione degl’Italiani[396]. Molto oprò a propagarvi la Riforma Baldo Lupatino, per cui consiglio Matteo Flach di Albona in Istria (_Flaccius Illiricus_) suo compatriota e parente, fuggì in Germania, e fu principal penna nelle famose Centurie Magdeburgensi[397]. Baldassarre Altieri d’Aquila, stabilito a Venezia e agente di molti principi tedeschi, ebbe comodità di diffondervi libri e idee; e tanto crebbero, che nel 1538 Melantone esortava il senato a permettere vi s’istituisse una chiesa[398].

Sappiamo che il Bruciòli pubblicò a Venezia la sua Bibbia vulgare; le opinioni di sant’Agostino sulla Grazia e il libero arbitrio vi furono stampate il 1545 da Agostino Fregoso Sostegno; ivi predicava l’Ochino; a Padova fece lunga dimora Pietro Martire Vermiglio; a Treviso si formò un’accolta di novatori; e in una a Venezia il 1546 tennero conferenze circa quaranta persone che spingeansi ben oltre i confini dei Protestanti; Giorgio Rorario da Pordenone credesi autore delle note marginali alla Bibbia tedesca di Lutero[399]. Jacopo Brocardo veneziano seguì Calvino, e pretese confermare colla santa Scrittura le visioni che dicea d’avere: nel 1565 ritiratosi nel Friuli, scrisse di fisica, ma fu scoperto e arrestato dai Dieci: rilasciato, andò vagando a Eidelberga, in Inghilterra, in Olanda, in Francia, dove il sinodo nazionale della Roccella proibì la sua _Interpretazione sopra la Genesi_: in Olanda ritrattò i suoi libri mistici e profetici, pure ne fu sbandito e campò miseramente fin dopo il 1594. Da Candia, dominio di Venezia, era Cirillo Lucar, che in Italia e in Germania avuta cognizione della Riforma, dissimulò, finchè a gradi a gradi divenuto patriarca d’Alessandria, poi di Costantinopoli, cominciò ad insinuare le novità: se n’avvidero i vescovi e preti, e lo fecero relegare a Rodi; ma col sostegno dell’Inghilterra e dell’Olanda fu ristabilito, e pubblicò un catechismo calvinico, col quale eccitò turbolenze, che la Porta sopì col farlo strangolare; diversi sinodi anatemizzarono lui e le sue dottrine.

Venezia fin dal 1248 (tom. VI, pag. 354) stabilì si punissero quelli che un concilio di prelati sentenziasse d’empietà; quarantun anno prima che, ad istanza di Nicola IV, introducesse la santa Inquisizione, alla quale tenne poi sempre la briglia, volendo ai processi assistessero tre nobili, le ammende si avocassero all’erario, i beni de’ rei andassero agli eredi, non al fisco, nè potesse giudicare Ebrei e Greci, ai quali fu sempre lasciato libero culto. Essendo denunziato un libro favorevole alle opinioni di Giovanni Huss, lo arsero, e l’autore mandarono attorno colla mitera in capo, indi sei mesi di prigione, e nulla più. Del resto Venezia vi suppliva co’ Savj sopra l’eresia e cogli Esecutori sopra la bestemmia, destinati ad approvare le stampe, vigilare sopra gli eretici, castigare chi celebrasse messa non ordinato, punire chi bestemmiasse o violasse cose sacre.

Anche qui si crebbero i rigori dopo che ne apparvero le conseguenze. Al 29 novembre 1548 il doge Francesco Donato scrive: — Avemo inteso con grandissimo dispiacere nostro che in questa città di Bergamo si ritrovano alcuni eretici, i quali non solo non vivono cattolicamente, ma pubblicamente disputano e cercano di persuadere agli altri le opinioni luterane, cosa che non volemo comportare per modo alcuno»; ed essendosi il papa lagnato che il capitano e il podestà di Vicenza lasciassero predicare l’errore, la Signoria emanò ordini severi e cominciò supplizj. Guido Zanetti fu consegnato all’Inquisizione romana; Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco Rovigo condotti a Venezia e strozzati; così Antonio Ricetto vicentino, Francesco Spìnola prete milanese, frà Baldo Lupetino suddetto; i restanti approfittarono del terribile avviso per fuggire, tra cui Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna, donde a Leonardo Tiene suo concittadino scrisse, eccitandolo ad abbracciare una volta la Riforma, con tutta la città.

Sollecitato da Pio V perchè la Signoria applicasse rigorosamente l’Inquisizione, l’ambasciatore veneto Pietro Tiepolo scrive avergli risposto si farebbe, «ma troverebbe che in quel dominio si vive più religiosamente e cattolicamente che forse in qualsivoglia altra parte; e non sapeva dove più si frequentassero le chiese e i divini ufficj che in quella città. Di che rimase alquanto sopra di sè, forse per l’informazione avuta del contrario». E altra volta: — Venne a trovarmi l’inquisitore di Brescia, e mi disse che il papa l’aveva lungamente esaminato sopra le cose di quella città, e che egli, che conosceva che con sua santità non era bisogno di sperone ma di freno, avea fatto ogni sorta di buon officio, scusando e raddolcendo quelle cose che erano venute alle orecchie della sua santità, affermando che da quei clarissimi rettori gli erano prontamente prestati tutti quegli ajuti e favori che sapea desiderare. Mi soggiunse aver detto a sua santità d’avere sentito che non era ben disposto verso quel serenissimo dominio; ma come devoto della sua santità volea dirle che non sapea Stato che facesse più di quello per la santa Sede; che sebbene in una moltitudine grande si trovasse qualcuno che non avesse mente del tutto netta, non bisognava fare mal concetto di tutta una repubblica così degna e così buona come quella».

Altrove narra come rassicurasse il santo padre che la Signoria veneta stava attentissima contro gli eretici, non solo per zelo religioso, ma per la concordia e unione de’ cittadini, che ne sarebbe turbata; e che «le cose erano in buono stato, e forse migliori che in altra parte della cristianità, non ostante che quel dominio avesse per più di trecento miglia continui confini colla Germania, e per questo rispetto convenisse aver molto commercio con Tedeschi». Aggiunge che il consiglio dei Dieci vi bada attento, «ma che noi usiamo più effetti che dimostrazioni, non fuochi e fiamme, ma far morire segretamente chi merita..., che quelle dimostrazioni palesi, più grandi, severe e terribili, portavano maggior danno che utile; che in Francia e ne’ paesi di Fiandra si erano fatte ammazzare le decine di migliaja di persone, non solo senza frutto, ma con vedere ogni giorno moltiplicar la gente nell’opinione dei morti; che il consiglio dei Dieci aveva ultimamente fatto legge, che chiunque fosse bandito da qualsiasi città per conto di religione, s’intendesse bandito da tutto il dominio, cosa che forse non si avrebbe pututo fare per gli ordinarj termini di giustizia»[400].

È vero che Venezia si tenne sempre sulle guardie nel trattare coi pontefici, nè si lasciava impacciare da ecclesiastiche immunità[401], anzi professandosi «prima veneziani che cristiani», spingevasi l’ombrosità fino a temere che i preti colla virtù acquistassero influenza sulla plebe. «La ragion di Stato non vuole che i suoi sacerdoti siano esemplari, perchè sarebbero troppo riveriti ed amati dalla plebe»; è scritto nel _Discorso aristocratico sopra il governo de’ signori Veneziani_[402]. Un Gesuita raccoglieva i gondolieri ogni festa per istruirli nelle cattoliche verità; ma la Signoria riflesse che i gondolieri praticano con persone d’ogni grado, e quindi possono servire allo spionaggio, e proibì quella congregazione, e cacciò il Gesuita. Un altro declamava contro il carnevale, asserendo che quel denaro si spenderebbe meglio in ajutare il papa nella guerra contro i Turchi, minacciosi alla repubblica; e la Signoria lo sbandì.