Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 34

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E la carità trovò un magnanimo campione in Vincenzo di Paolo, popolano francese, il cui nome ricorda quanto essa ha di sacro, di spontaneo, di squisito. I suoi Preti della Missione, istituiti nel 1625, ben presto si diffusero nella Corsica, straziata da efferate vendette; e nell’Italia, ove il Piemonte, il Genovesato, la Romagna offrivano tanta materia al loro zelo. I pastori che guidano gli armenti per la campagna di Roma e nelle valli dell’Appennino, mesi e mesi restavano senza sacramenti nè predicazione, ignorando fin le cardinali verità della fede; e i Missionarj li raccoglievano la sera per ammaestrarli nelle stalle o a cielo aperto; e la festa li chiamavano attorno a qualche tabernacolo per rigenerarli coi santi riti[378].

Allora si pubblicarono libri di più regolata devozione, e legendarj di critica migliorata; e quelli di Pietro Natali vescovo d’Equilio, del milanese Bonino Mombrizio, di Luigi Lippomano vescovo di Verona furono sorpassati da Lorenzo Surio, poi dai Bollandisti.

La riforma doveva insinuarsi in tutta la vita, e fu grand’arte l’impossessarsi dell’educazione, come fecero i Barnabiti, i Somaschi, gli Scolopj, e maggiormente i Gesuiti. Del veder a questi affidata dappertutto la gioventù non sapeano darsi pace i letterati; e Giambattista Giraldi, il marzo 1569 scrivendo a Pier Vettori, riprovava Emanuele Filiberto che nell’Università di Torino aveva abolito la cattedra d’eloquenza e poesia, lasciando ne dessero lezione i Gesuiti, così infondendo (diceva egli) la barbarie più vergognosa.

Certo allora l’educazione e nelle pratiche e ne’ precetti prese un’insolita tinta religiosa; ed anche fuor de’ seminarj insinuavasi la venerazione per le cose sacre e l’incondizionata obbedienza ai papi; gli esercizj ignaziani abituavano al meditare, a frequentare i sacramenti, a voler pulite le chiese, decorosi i riti. Il lodato Sadoleto scrisse un buon trattato in latino sull’educazione; e ad istanza di san Carlo in volgare il cardinale Antoniano, ammirato improvvisatore (_Dell’educazione cristiana e politica_); cui s’accompagnarono poi i _Costumi dei giovani_ di Orazio Lombardelli senese.

Ma qui rampollava una questione che altre volte si ridestò; convien egli formare il gusto de’ giovani sopra i classici gentili? I Padri primitivi di consueto gli escludevano, attesa l’urgenza del pericolo quando il paganesimo non aveva ancora ceduto le armi alla verità, anzi nella società presentavasi colla potenza degl’interessi, dell’abitudine, della legalità. Nel medioevo decaddero quegli studj, ma se ne sopravvisse traccia fu ne’ conventi; e in questi ci vennero conservati tutti i classici che ci rimangono. Li vedemmo poi fin riprendere il passo sovra gli autori ecclesiastici; laonde alcuno per riazione pensava si dovessero sbandire almen dalle scuole, come ispiratori di sentimenti e di morale pagana. La Chiesa qui pure si mostrò tollerante, e più intesa a volgere in bene che a distruggere gli elementi dell’istruzione. A’ suoi seminaristi san Carlo pose in mano i classici, ma insieme suggeriva alcun che de’ santi Padri, cogli _Uffizj_ di Cicerone quelli di sant’Ambrogio, colla retorica di lui quella di Cipriano; di Virgilio si omettessero le dipinture scandalose; si adoprasse Orazio ma castigato.

Alquanto più tardi, il padre Possevino proferiva a Lucca un discorso, dove mostrava come trarne profitto anche per la morale[379], purchè come antidoto vi si accoppiassero le opere di Pantenio, di Giustino martire, di Eusebio, principalmente di sant’Agostino, i quali diedero cristiana interpretazione alla civiltà gentilesca; vorrebbe che i professori avessero alla mano i santi Padri, e se ne ajutassero per cercare la verità anche ne’ profani, e chiarissero qual divario corre fra la luce pura di Dio, e la imperfetta e nubilosa che i Pagani trovavano ne’ loro cuori, e che faceali parlare da fanciulli balbuzienti, anzichè da uomini ragionevoli; nè si dimenticasse che quanto dissero i Pagani della virtù non è che un’ombra a petto della cristiana; a Cicerone riuscivano enigmi quei che la religion nostra mette in evidenza; gli elogi da lui profusi a se stesso o ad altri, non potrebbero accettarsi come tali da cuori cristiani, i quali devono fondare le loro speranze sulle ricompense eterne, e metter le loro corone ai piedi di Cristo, cui appartiene tutta la gloria e la lode. Quel proposito di Marco Tullio che non si dee vendicarsi se non quando provocati, porge nuovo contrasto fra la perfezione cristiana e la difettiva morale gentilesca, e nel confutarla potrà innestarsi la verità sui giovani germogli. Si mostri che quell’abbondanza ciceroniana non conviene a tutti nè sempre. I trattati della _Divinazione_ e del _Destino_ non s’addicono alla prima gioventù; ma agli _Uffizj_ perchè non s’aggiungerebbe qualche estratto di quelli di sant’Ambrogio, o pezzi di Lattanzio per supplire a ciò che Cicerone non conobbe, o emendarlo ove errò? Così si faccia buon uso d’entrambi, desumendo da Tullio lo stile, dai Padri la dottrina e pietà vera. Non si trarrebbe mirabili frutti d’eleganza e proprietà e pietà dal trattato di Cicerone sull’_Amicizia_ se vi si accostassero i precetti di carità che trovansi nel Catechismo romano e in un’epistola di san Paolo ai Corinti? Unendo ai _Commentarj_ di Cesare gli esempj del libro di Giosuè o dei Re, si opporranno i sani intendimenti della storia, e lo studio dei castighi di Dio contro i Pagani. Santi e istruttivi riusciranno i paralleli fra gli eroi di Roma e di Grecia e i guerrieri cristiani, quali Carlo Magno, san Luigi di Francia, santo Stefano d’Ungheria, aggiungendovi quelli che ai dì nostri posero freno alla barbarie orientale, come Vasco de Gama e l’Albuquerque, tanto più che se ne hanno le imprese in buon latino dai padri Emilio, Giovio e Maffei.

Così il Possevino: e chi ripudierebbe tali concetti?

Fra i libri proibiti era giusto comparisse il Decamerone, contro del quale già un pezzo declamavano le anime oneste e i confessori; e fra mille altri, Bonifazio Vannozzi diceva che «questi trattati amorosi, questi discorsi tanto lascivi hanno aperto di gran finestre all’idolatrie ed all’eresie, ed a pessimi costumi, ed a corrottissime e licenziosissime usanze tra di noi cattolici. Chi potesse contare quante traviate ha fatto il Decamerone del Boccaccio, rimarrebbe stupito»[380].

Rincrescendo però di privare gli studiosi d’un libro che si reputava modello del bene scrivere, fu preso il compenso di emendarlo. Il maestro del Sacro Palazzo segnò i passi da levare o correggere; e una deputazione di Fiorentini, in cui principale Vincenzo Borghini, adattò quel libro, che così comparve nel 1573 con approvazione di Gregorio XIII. Gli zelanti non ne rimasero soddisfatti, e ad una nuova emendazione attese Leonardo Salviati; e non è a dire quanto ridere e declamare ne facessero gli umanisti, mettendo questa operazione a parallelo colle brache onde Paolo IV velò gl’ignudi del Giudizio di Michelangelo.

Aveva il concilio Tridentino ordinato non si ponessero immagini nelle chiese se non approvate dal vescovo; sicchè nulla vi fosse di falso, di profano, di disonesto, di contrario alla verità delle Scritture e delle tradizioni, di vulgari superstizioni. Le immagini convengano alla dignità e santità del prototipo, sicchè la loro vista ecciti pietà, non turpi pensieri. San Carlo ripeteva queste prescrizioni, abolendo inoltre la pia ma abusata costumanza di rappresentare la passione di Cristo o atti de’ santi; nè i visi di questi siano ritratti di persone vive.

Ma i teatri sono compatibili colla religione? Molti asserivano di no: e quelli d’allora vi davan troppo ragione, massime le commedie a soggetto. Una banda di cotesti recitava libertinamente a Milano; san Carlo li colpì d’una decretale, e il governatore inerendovi li sbandi; ma essi ricorsero al santo, mostrandogli come ne resterebbero ridotti in ultima miseria; ed esso accolseli con carità, e permise continuassero gli spettacoli, patto però che sottoponessero l’orditura a persone da lui destinate. Simile precauzione fu pigliata altrove.

Vedemmo come Filippo Neri introducesse gli oratorj, che prima erano laudi cantate in chiesa sopra musica di Giovanni Animuccia, maestro in San Pietro; poi crebbero fino a compiute rappresentazioni di fatti morali e sacri. Quando però la musica più non era che studio di superate difficoltà, continue fughe, e imitazioni e combinazioni disparate, e poneva gloria in imitazioni di suoni, prolazioni, emiolie, nodi, enigmi, la voce umana non valutando che come un altro stromento, poteva più convenire alla santità di riti che elevino l’anima al Creatore? In composizioni di quattro, cinque, sei, sette e fin otto parti, le parole si intralciavano, nè più offrivano senso; i compositori si permetteano di intercalarne di italiane e perfino di oscene; gli organisti cercavano l’effetto da arie conosciute, e intere messe furono composte sovra motivi profani. Leon X aveva chiamato da Firenze Alessandro Mellini, per avvezzare i suoi cappellani a conservare la tonica nel canto de’ salmi e la misura sillabica negli inni. I riformatori e cattolici e protestanti ne esclamavano dunque: il concilio di Trento se ne mostrò scandolezzato, come _piarum aurium offensio_. Paolo IV fece esaminare se dovesse tollerarsi la musica in chiesa; e la commissione a ciò eletta stabilì non si canterebbero messe e mottetti in cui si trovasse quella confusione di parole, nè sopra arie profane, e s’ammetterebbero solo testi adottati dalla Chiesa: ma i maestri assicuravano non si potrebbe in un canto figurato far intendere chiaramente e costantemente le parole, in grazia delle fughe e delle imitazioni, carattere della musica sacra.

— E perchè non si potrebbe?» disse Pier Luigi Palestrina (1529-94). Allievo dei Fiamminghi, che allora tenevano il campo in quest’arte, ed escluso dalla cappella per essersi ammogliato, viveva nella solitudine e nel bisogno, approfondendosi nell’arte sua fino ad elevarsi a composizioni libere e originali. Conosciuto, e posto maestro di cappella a San Giovanni Laterano, puntò i _Treni_ di Geremia, il _Magnificat_, gl’_Improperj_, non sagrificando la parola all’armonia. Invitato a comporre una messa che servisse di sperimento, vi si pose come uomo che deve salvar da morte la sua arte: sul suo manoscritto si trovò, _Signore, illumina me_; e dopo due poco felici tentativi, gli riuscì la famosa _missa papalis_ a sei voci reali nel genere antico italiano, con melodia semplice, rispettando l’espressione rituale, e adattandola alla varia significazione de’ cantici e delle preghiere: onde la paragonava alle celesti che l’Apostolo prediletto udì nelle estasi sue.

Bastò perchè fosse vinta la causa a quest’arte come alle altre; e mentre la Riforma non sapeva che distruggere e abolire, anche in ciò la Chiesa ravvivava e santificava[381]. Preso un motivo, il Palestrina lo svolge con tutto l’artifizio del contrappunto fugato, rimovendo qualunque accompagnamento strumentale. Precisione, chiarezza, severo rispetto dell’armonia, grazia, verità d’espressione unita a gusto delicato, nobile semplicità nella modulazione, il fanno ammirare; e mentre nei Fiamminghi tutto era ritmo e matematica, egli possedeva lo spirito, l’unzione; cantava invece d’argomentare; alle forme materiali dava serenità e vita, quasi volesse effettuare quel concetto di san Bernardo che la musica _sit suavis at non sit levis, sic mulceat aures ut moveat corda, tristitiam levet, iram mitiget, sensum literae non evacuet sed faecundet_[382]. Non raggiunse la pienezza dell’arte, sicchè possiam paragonarlo al Perugino: e sebbene tuttora povero di melodia, sì possedeva il sentimento puro dell’armonia e della tonalità, che altri non seppe con pari felicità ed eleganza far cantare quattro, sei, fin otto parti distinte. I madrigali suoi sono ancora l’inarrivabile emulazione de’ contrappuntisti; ma chi assistette un venerdì santo alla cappella Sistina, dica se non possa esprimere più al vero l’intimo senso della Scrittura, e la significazione sua simbolica. Handel e poc’altri ne pareggiarono la maestà di stile; nessuno la potenza, il profondo e semplice accento, la mistica tenerezza, l’incantevole soavità delle armonie, per rivelare i dolori della madre d’un Dio o le ambasce dell’Incarnato, o trasportarci in un mondo invisibile ad ascoltare le sinfonie di cui gli angeli circondano il padiglione dell’Eterno.

Mentre dunque, al principio del secolo tutto era paganeggiato ne’ costumi, nelle arti, ne’ governi, nella chiesa, al fine di esso non si operava quasi che per interessi religiosi; in nome del cristianesimo si scriveva, si combatteva, si uccideva, si educava, si nutriva; potenze ecclesiastiche robustissime entrano ne’ consigli dei re a dirigerne i modi e gli atti; i papi, spogliati di mezzo mondo, se ne rifanno coll’acquisto delle due Indie, e mettono soggezione ai re ed ai pensatori con un pugno di cherici, paventati dovunque vi sia rivolta contro l’autorità di Pietro.

Se la Riforma non ebbe divelto il vizio e la corruttela, non mutato la struttura delle Università e dei corpi religiosi cui l’alta istruzione veniva affidata, se anche gli Ordini nuovi s’intepidirono o corruppero, ecco la carità che aveva balsami per ogni piaga, e impediva che la corruzione toccasse all’estremo. Anime stanche dal fortuneggiare del mondo, cercavano ricovero in grembo a Dio: le Suore della carità lanciandosi in mezzo alle miserie, le Carmelitane sepellendosi anticipatamente, parevano invase da una passione cristiana; il clero spandeasi dappertutto; cercando l’ignoranza da istruire, il vizio da correggere, la virtù da sostenere, la povertà da pascere, esposto al quotidiano martirio del disprezzo e della calunnia; e il rinvigorito spirito cristiano combatteva l’effervescenza della carne e la voluttà sensuale.

CAPITOLO CXLVII.

Quistioni giurisdizionali. Diritto cattolico. Il Sarpi e il Pallavicino.

Fra tanta divergenza d’accidenti e di dogmi, unico proposito conforme della Riforma si fu l’abolire la centralità papale, opponendo le nazionalità alla cattolicità, il giudizio personale all’unità della fede, subordinar la potestà ecclesiastica alla civile, cioè la coscienza al decreto, il diritto al fatto, la libertà alla permissione; il fôro interno all’esteriore. La cristianità non fu più una contro un nemico comune, gl’infedeli; ma si trovò scissa in due campi ostili, da cui e in cui si avvicendavano le persecuzioni. La Riforma diede importanza agli studj; le lingue antiche si trovarono necessarie per le controversie religiose, ma nel vortice di queste la bella letteratura naufragò; il sospetto fece reprimere la coltura in paesi dove avea preso tanto incremento, come fra noi; l’antichità non considerossi più in connessione coll’intera storia del mondo; e sul greco e sul romano si concentrò l’attenzione di cui parvero men degni i mezzi tempi, che pur erano la fanciullezza e la gioventù delle società moderne; e il ripudiarne ogni provenienza spense l’originalità. L’immaginazione, che addormentatasi fra i popoli classici col restringersi a imitare e compilare, era stata poi ridesta dalla fede, dovette cedere alla ragione positiva, la quale acclamò il pensiero come forza sterminatrice o conservatrice, e travolse in dispute, che più non furono risolte. Separato il mondo della scienza da quello della fede, provveduto piuttosto a opprimere l’opinione falsa che a diffondere la vera, ne seguirono reazioni violente, la tirannide del pensiero nella proclamata sua emancipazione, e la necessità di nuove rivoluzioni.

Più ch’altri ne deteriorò l’Italia, cessando di essere la metropoli del mondo; sicchè più non v’affluivano le ricchezze e cognizioni, sfogo all’attività, stimolo agli ingegni colle speranze prelatizie. A tanti scritti liberissimi fu imposto silenzio o punizione; e per ovviare gli abusi, impacciata la vera scienza. Il papato, nell’aspetto temporale, fu ancora ambizione di famiglie illustri, e spesso più che il sommo sacerdote vi apparve il principe nazionale, intento a restituire lo splendore alla tiara cogl’intrighi e coll’abile schermirsi in situazioni scabrosissime.

Quando Roma ebbe tratti a sè tutti gli elementi della vita morale e intellettuale, e rifattasi vigorosa col chiarire il dogma ed emendare la pratica, represse ne’ meridionali la propensione alla Riforma, in aspetto di conquistatrice s’accinse a ricondurre alla sua autorità i divaganti, e ripigliò l’offensiva, posando come assolute le sue verità, e negando che fuor di queste si dia salute; avrebbe anche voluto togliere ogni diversità interna di chiese nazionali, di riti distinti, credendo prova di forza l’esigere l’unità assoluta. Dissipate le false Decretali, l’autorità pontifizia si trovò più solida perchè più misurata, e il diritto ecclesiastico venne rigenerato. Come le reliquie d’un esercito scompigliato si rannodano attorno allo statomaggiore, così i Cattolici sentirono la necessità di restringersi al papa; e principalmente i Gesuiti, animati dall’alito del ringiovanito cattolicismo, si diedero a sostenere il solo pastore, attorno a cui dovea farsi un solo ovile; e un nuovo grandioso campo s’aperse alla letteratura teologica e storica nel sostenere la verità e le ragioni di Roma.

Come l’autorità civile proibisce la vendita dei veleni, o provvede ai cani idrofobi, alle esalazioni deleteriche, così l’ecclesiastica si credette in dovere di proibire le cattive stampe. Da qui gl’indici di libri proibiti, de’ quali i primi si fecero a Lovanio e a Parigi: poi Paolo IV, in una costituzione nel 1564, oltre quelli specialmente indicati, proibiva in generale tutti i libri di magia o altre superstizioni e i lascivi ed osceni, eccettuando i classici antichi per riguardo all’eleganza; i libri d’eresiarchi, non quelli di eretici; nè le traduzioni di scrittori sacri fatte da questi, purchè nulla contengano di erroneo. Per la Bibbia vulgare ci vorrà la permissione, e così per le controversie con eretici. Pio V regolò questa materia mediante la Congregazione dell’Indice, alla quale diede norme definitive Benedetto XIV nel 1753, badando men tosto alle opere d’eretici che di cattolici. Quando un di questi sia deferito al tribunale dell’Indice, verrà preso in serio esame dal secretario con due consultori, e se lo trovino condannabile, se ne farà una ragionata informazione, che verrà discussa da sei consultori sotto al maestro del sacro Palazzo; e proferita la condanna o la correzione, sarà sottoposta al papa. Trattasi d’autore illustre e di fama integra? si proibirà _finchè sia corretto_; se ne comunicheranno all’autore i motivi e le correzioni da farsi; e solo s’e’ ricusi verrà pubblicato il decreto, o se l’opera sia divulgata. Se è d’autore cattolico di bel nome, e la cui opera emendata possa giovare al pubblico, è necessario se ne sentano le difese. A censori poi si assumano persone di pietà e dottrina riconosciuta, la cui integrità non lasci luogo a odio o favore, e credansi destinati non a condannar l’opera, ma ad esaminarla equamente; pesar le opinioni senza affetto di nazione, di famiglia, di scuola, d’istituto, di parte; ricordandosi che molte opinioni pajono indubitabili ad una scuola, a un istituto, a un paese, eppure senza detrimento della fede sono rejette da altri cattolici. Sovrattutto s’abbia a mente che d’un autore non può giudicarsi se non leggendo intera l’opera, comparando i differenti passi, e badando al fine di esso; non proferendo sopra una o due proposizioni staccate; giacchè quel che in un luogo egli dice oscuramente e per transenna, spiega chiaro e abbondantemente altrove.

Quanto ai dogmi, nessun Cattolico poteva impugnare l’autorità inappellabile del concilio: ma v’aveva articoli che toccavano la società secolare; quali sarebbero i privilegi del fôro ecclesiastico, l’esclusione de’ giudici secolari dalle cause di curia; il divieto ai principi di tollerare il duello, di far editti su materie e persone di chiesa, di esigere gabelle e decime, di voler mettere l’_exequatur_ alle bolle pontifizie; e la scomunica minacciata a chi facesse altrimenti, od usurpasse beni e ragioni ecclesiastiche. Anche contro i laici violatori dei precetti divini si comminarono pene; riservato ai vescovi l’approvare i maestri, l’espellere le concubine, l’ispezione sui luoghi pii, i monti, gli spedali; obbligati i parrocchiani a supplire alle prebende inadeguate dei pievani. Da tali decreti parvero lesi molti interessi, ed intaccata quella sovranità indipendente, a cui i principi aspiravano; i quali pertanto reluttarono contro il sinodo. Venezia era stata la prima a dar l’esempio d’adottarlo senza restrizioni; indi Cosmo di Toscana, poi la Polonia e il Portogallo; ma altri potentati fecero riserve per le consuetudini o le leggi de’ loro Stati; la superiorità dei concilj al papa, pretesa in quelli di Costanza e Basilea, fu ritenuta da’ Tedeschi; i Francesi ne fecero il cardine delle libertà gallicane, negando l’infallibilità del papa diviso dal consesso della Chiesa: e ne vennero dissensi che turbarono il seno della Chiesa cattolica; principi che aveano declamato contro gli abusi, non sapeano acconciarsi ai rimedj, e contro le decisioni tridentine accampavano le ragioni del principato.

Che l’autorità deva governare le opere, non già possedere i popoli, di modo che rimangano indipendenti i due poteri nell’ordine della propria competenza, l’avea mal compreso il medioevo, e peggio l’evo moderno: anzi l’atto effettivo della Riforma era consentito nel sovrapporre il temporale allo spirituale, e i papi si rassegnarono a molte concessioni onde salvare la Chiesa. Perocchè di primo achitto i principi s’accorsero qual partito potessero trarre dalla Riforma concentrando in sè i poteri e incamerando i beni; anche quei che restarono cattolici, se ne valsero per isbigottire i papi, e ridurli alle loro voglie colla minaccia di abbandonare la messa per la cena e pel sermone; e alla monarchia cattolica del medioevo parve volessero sostituire la monarchia politica. Le controversie teologiche si risolsero dunque in dispute sull’autorità regia; frangere le barriere opposte dall’immunità e cincischiare la giurisdizione ecclesiastica, divenne l’intento comune; quasi uno Stato, per trovarsi davvero indipendente, non dovesse lasciar veruna ingerenza ad altri, nè autorità che non fosse concentrata nel governo. I Protestanti lo avevano conseguito di colpo coll’aperta ribellione; i Cattolici s’ingegnarono con mezzi termini di accordare la coscienza coll’ambita onnipotenza: a tal uopo fomentavano le ambizioni particolari, e con titolo d’indipendenza tendevano ad isolare i sacerdoti dei loro Stati dagli altri, impedire le comunicazioni dirette col capo spirituale, formando speciali chiese, necessariamente docili al potere che loro permetteva d’esistere; e così passo passo ottennero le attribuzioni ecclesiastiche, che i Protestanti avevano carpite.

Di rimpatto la Chiesa, sentendosi robusta e rinovellata nella precisa espressione del dogma, parve si lusingasse di far rivivere i tempi della sua prevalenza, e anche per questa parte correggere il paganizzamento della società. Adunque ridestò le pretensioni che in un’età organica aveano accampate Gregorio VII e Innocenzo III, e si asserì di nuovo il predominio illimitato della Chiesa sopra lo Stato, il papa essere superiore a qualunque giudizio, e decadere il re che esca dal grembo cattolico.