Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 33

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Un Gesuita nel 1569 sotto il nome di Maria associava i giovani studenti, e da Napoli a Roma, Genova, Perugia quella congregazione si diffuse tanto, che già nell’84 ogni città la possedeva, e Gregorio XIII l’arricchiva di indulgenze. Dalle scuole trapassarono siffatte unioni di spirito alle varie condizioni, artigiani e nobili, mercadanti e magistrati, tutti invocanti Maria in concordia di formole. A Roma s’istituì l’oratorio del Divino Amore, al quale appartenevano Contarini, Sadoleto, Ghiberti, Caraffa, che poi furono cardinali, e Gaetano da Tiene e il Lippomano. In Firenze Ippolito Galantino setajuolo, fin dall’adolescenza applicato ad amare e soccorrere i poveri, col sussidio del cardinale Alessandro Medici fondava la congregazione de’ Vanchetoni o della Dottrina cristiana, che dura fin oggi principalmente a vantaggio de’ lavoranti in seta. Ivi stesso, a persuasione di frate Alberto Leoni, fondavasi una pia casa de’ catecumeni. In Milano un prete Castellini da Castello formò la compagnia della Riforma cristiana, che in somma era quella del catechismo, e che poi prese il nome di _Servi de’ puttini_. Frate Buono da Cremona vi introdusse la devozione delle quarant’ore, il sonar l’agonia alle ventun’ore, e un asilo per le pentite a Santa Valeria. Potremmo aggiungere le congregazioni del Buon Gesù, della Madre di Dio, della Buona Morte, e d’altri nomi.

I frati aveano cessato la missione politica sostenuta nel medio evo, e al più per obbedienza andavano ambasciadori o pacieri; ma Ordini nuovi o antichi rigenerati tendeano a rintegrare il sentimento religioso, e ringiovanire il monachismo quando i Protestanti lo abolivano. Già prima san Francesco da Paola calabrese avea istituiti i Minimi, che in Ispagna furono detti _padri della Vittoria_ perchè alla loro intercessione s’attribuirono i trionfi sopra i Mori; e in Francia _Boni uomini_, perchè così era indicato il loro fondatore alla corte di Luigi XI. I Francescani ebbero le varie riforme dette degli Scalzi, de’ Minori conventuali, della stretta Osservanza, poi de’ Cappuccini. Questi impetrarono di venire esentati dalla licenza di poter possedere, che il concilio di Trento avea data anche agli Ordini mendicanti; e come i Gesuiti per la società colta, così essi erano fatti pel vulgo, tra cui si diffondeano a consigliare e predicare, fin triviali e buffi; ma dal deriderli di ciò e delle assurde prove del loro noviziato e delle minuziose osservanze si asterrà chi non dimentichi come mostraronsi eroi nelle pesti ricorrenti allora, e sempre furono spruzzati dal sangue de’ suppliziati. Ambrogio Stampa-Soncino milanese, genero di Anton da Leyva, abbandonò le dignità per vestirsi di quell’abito: udendo per le vie di Milano un che bestemmiava, prese a correggerlo, e percosso da questo con uno schiaffo, gli offrì l’altra guancia dicendo, — Batti, ma cessa di bestemmiare»; col quale atto corresse il violento: andò poi apostolo fra’ Barbareschi, convertendo e riscattando, ove morì il 1601. Alfonso III duca d’Este a trentott’anni depone il dominio, e si fa cappuccino a Merano del Tirolo, dove assiste appestati, converte eretici. Giuseppe da Leonessa, mandato missionario in Turchia, a Pera catechizza i galeotti, onde i Turchi lo appiccano per un piede, poi lo esigliano: roso da un orribile cancro, e dovendosi operarlo, non volle esser legato, dicendo, — Datemi il Crocifisso, e mi terrà immobile più di qualunque legame». Lorenzo da Brindisi, professato a Verona, a Padova si diede a migliorare i costumi dei giovani studenti; chiamato a Roma per procurare la conversione degli Ebrei, discuteva co’ rabbini senza iracondia nè personalità, invitandoli ad esaminare il testo biblico; poi tolse ad esortare i principi tedeschi contro Maometto III, e a capo dell’esercito cavalcò colla croce in mano nella battaglia dell’11 ottobre 1611, che volle attribuirsi a miracolo di esso; indi fu adoperato a stringere leghe e menare ambasciate nella guerra dei Trent’anni.

Già mentovammo Sisto da Siena ebreo, che di buon’ora guadagnato alla Chiesa e vestito francescano, predicò con molto grido e frutto, ma ne prese superbia e cadde in errori tali che fu condannato al fuoco dal Sant’Uffizio. Il Ghislieri, commiserando tanta gioventù e tanta scienza, si propose di convertirlo, e malgrado il puntiglio ch’e’ metteva nel non recedere dalla propria opinione, vi riuscì, ne ottenne la grazia da Giulio III, e messolo ne’ Domenicani, l’adoprò utilmente sì a predicare, sì a convertire ebrei, de’ quali un gran numero s’era raccolto a Cremona, e divulgava libri di loro fede. Sisto sceverò le opere utili, come il Talmud e altre, da quelle che non poteano recar giovamento di sorta, e le mandò alle fiamme; e nella sua _Biblioteca sacra_ trattò de’ libri sacri, de’ loro interpreti, e degli errori che ne derivarono. Di quarantanove anni morì il 1569 a Genova.

Paolo Giustiniani avea riformato i Camaldolesi colla nuova congregazione di Monte Corona detta degli Eremiti; come fuor d’Italia santa Teresa riformò le Carmelitane. Francesco di Sales fondò le Visitandine; Giuseppe Calasanzio le Scuole pie; Giovanni di Dio i Fate-bene-fratelli; Luigia di Marillac le Suore della carità, propagatesi ben presto in Italia. Frà Pietro spagnuolo, carmelitano scalzo, predicando a Napoli, raccoglie quattordicimila ducentottantacinque reali, coi quali compra il palazzo e i giardini del duca di Nocera, e li trasforma in chiesa e monastero della Madre di Dio; mentre le Teresiane scalze vi compravano per sedicimila ducati il palazzo del principe di Tarsia, e ne faceano il loro monastero di San Giuseppe. Il palazzo Caracciolo divenne ospedale de’ Frati della carità; il Seriprando, chiesa de’ Filippini la più sontuosa forse di Napoli; i Camaldolesi vi occuparono quella deliziosa altura, i Cappuccini la Concezione, i Domenicani la Sanità, i Paolotti la Stella.

Francesco Adorno genovese fu il primo rettore del collegio gesuitico di Milano, provinciale di Lombardia, e direttore spirituale di san Carlo. Nel 1581 diventò loro generale il padre Aquaviva, dell’insigne famiglia dei duchi d’Atri, e per trentaquattro anni zelò la gloria dell’Ordine suo, intorno al quale e alla religione stese molti scritti: a lui sono attribuiti i _Monita secreta_, libercolo assurdo, riconosciuto falso perfin in un libro ostilissimo, stampato poco poi sui Gesuiti moderni[371].

Da don Ferrante, terzo principe di Castiglione delle Stiviere, prode condottiero di Filippo II contro gl’inglesi e i Mori, nacque Luigi Gonzaga, che lasciate le grandezze per farsi gesuita, ne’ brevissimi anni di vita si rese modello della perfezione interiore, e insieme della carità, per la quale egli principe andava accattando per Roma di che soccorrere ai poveri infermi. Avea avuto direttore spirituale Girolamo Piatti, gesuita milanese di straordinaria virtù, che molti trasse alla vita monastica coll’_Ottimo stato di vita del religioso_.

La Compagnia fu illustrata pure dal polacco Stanislao Kostka, che moriva a Roma il 1568; e da Francesco Borgia duca di Candia, vicerè di Catalogna, grand’amico del poeta Garcilaso de la Vega, e che venuto a Roma, ne fuggì per paura che Giulio III il facesse cardinale. Il padre Pietro Venosta valtellinese, spedito da sant’Ignazio a ristabilire la religione in Sicilia, vi fu ammazzato nel 1564. A Napoli il padre Salmerone predicava per le piazze, e andava nelle pubbliche librerie cercando i cattivi libri da bruciare. Il padre Palmia convertì molti studenti a Padova, fra cui tre fratelli Gagliardi e Antonio Possevino, divenuti luminari della Chiesa. Achille Gagliardi, le cui opere spirituali vorrebbero mettersi a fianco all’_Imitazione di Cristo_, con zelo e abilità diresse la gioventù nei collegi di Torino, di Milano, di Venezia, di Brescia; e già più che sessagenario faceva sin tre prediche al giorno. Il padre Landini apostolò la Lunigiana, la Garfagnana, il Lucchese, Spoleto, Modena, Reggio, ove trovava molto luteranismo, «ammorbatine perfino de’ sacerdoti, e professarlo dove più e dove meno alla scoperta» (BARTOLI); rabbonacciò ire, principalmente a Careggio in Garfagnana; poi passò con egual frutto nella Capraja e nella Corsica. Bernardino Realino da Carpi, caro alle Corti per bei modi, ai dotti per scienza filologica e legale, lasciò gl’impieghi e gli onori per entrare gesuita, e colla dolcezza, la pazienza, la carità si attirò la pubblica venerazione.

Come gli altri Ordini nuovi, essi vigilavano sui costumi, e fra il resto abbiamo una memoria che i Gesuiti di Parma sporgeano a Pierluigi Farnese contro la immoralità propagantesi «in disonore di Dio, in dannazione delle anime, e molte volte in perdizione di molti corpi e facultadi». Lamentano dunque il poco timor di Dio, manifestato nelle chiese, dove si conversa e negozia e passeggia; usuali le bestemmie, e il lavorare ne’ dì festivi; le bettole infestate da carte e dadi, donde sciupamento di denari e frequenti risse; molti concubinarj anche ecclesiastici, e adulteri pubblici: i ragazzi fanno alle sassate per le strade; altri furfantoni gagliardi oziano per città e sui sagrati, giocando, strepitando, bestemmiando; numerose e sfacciate le meretrici. Domandano pure si temperi il rigore delle pene statutarie, che usurpano denari e tempo ai poveri; si assistano meglio i prigionieri e giustiziati; si prevengano i contratti usurarj[372].

E in ogni Ordine ci si presentano numerosi operaj della vigna di Cristo, che, nella educatrice vigilanza delle contese, nelle maschie gioje della persecuzione, nella dignità del pericolo permanente, divennero santi. Ma al clero secolare specialmente facea mestieri di riforma. Gaetano Tiene nobile veneto, buona e placida creatura, nel pregare piangeva, e desiderava «riformare il mondo, ma senza che il mondo s’accorgesse di lui». Come l’angelo all’aquila, s’accordò coll’impetuoso Gian Pietro Caraffa vescovo di Chieti, che fu poi Paolo IV, e che, visto come l’abbandonarsi al cuor suo non gli avesse che cresciuto inquietudini, cercò la pace in seno di Dio; e sul monte Pincio, or così ridente e popoloso, allora deserto, nel 1524 istituirono i cherici regolari Teatini, preti con voti monastici, ma senza regole strette affine di liberamente attendere alla predicazione, ai sacramenti, ai malati, ai prigionieri e giustiziati, rendere al culto il lustro antico, indurre frequenza ai sacramenti, predicare senza superstizioni, convertire eretici; professando la povertà eppur senza mendicare, aspettando la limosina dalla mano che veste i gigli de’ campi. Nel sacco di Roma spoglio e torturato, Gaetano ne partì co’ suoi senz’altro che il breviario, e a Venezia furono raccolti in San Nicola di Tolentino. Gran luce ne fu ben tosto Andrea Avellino, il quale nel far l’avvocato avendo commessa una bugia, se ne pentì a segno, che lasciò il mondo. Incaricato di metter riparo agli scandali delle monache di Sant’Arcangelo in Napoli, s’inimicò un giovinastro, che lo fece pugnalare; guarito dalle ferite, si rese teatino, e questa religione andò a fondare a Milano, a Piacenza, a Parma. Vecchissimo, nel cominciare la messa cascò d’apoplessia. Il suo scolaro Lorenzo Scupoli di Otranto fu autore del _Combattimento spirituale_ (1608), che Francesco di Sales tenea sempre a lato.

A Milano sperperata dalle guerre, Anton Maria Zaccaria da Cremona, Bartolomeo Ferrari e Giacomo Morigia patrizj milanesi 1533 istituirono i Barnabiti, per far missioni, dirigere collegi, sussidiare i vescovi, con voto di non brigare cariche nella loro congregazione, nè fuori di essa accettarne se non con dispensa del pontefice. Agostino Tornielli novarese ricusò molti vescovadi per attendere alla devozione claustrale, nella quale compose gli _Annali sacri e profani dalla creazione fino alla redenzione_, primo buon tentativo a chiarire le difficoltà de’ sacri libri, e serve d’introduzione agli _Annali_ del Baronio.

Domenico Sauli, letterato, filosofo, storico, politico eppur negoziante, da Genova si mutò a Milano, dove nacque Alessandro, che entrato barnabita, fu inviato a Pavia, dov’egli fu de’ primi e meglio meriti nel riformare l’insegnamento filosofico e teologico. Iniziati gli allievi nel greco, al qual uopo compilò una grammatica, mettevali alla _Logica_ d’Aristotele, il libro più opportuno, a sentir mio, per restaurare ciò che dalle rivoluzioni è più guastato, il buon senso. Uno scolaro Alessandro Salvi leggeva il testo, uno volgevalo in latino; il maestro snodava i principi, evitando l’impaccio dei chiosatori. Alla metafisica univa lo studio della geometria. Ai teologi proponeva la _Somma_ del maggior filosofo del medioevo, la quale egli aveva talmente digerita che in Pavia si diceva, — Se si perdesse la Somma di san Tommaso, donn’Alessandro potrebbe dettarla per intero». Sull’insegnamento del diritto, sgombero anch’esso dai chiosatori, si consultò con Marcantonio Cucchi, il quale ivi insegnava i canoni; e il ricambiò con pareri per le lodate sue _Istituzioni_; e, come dice il Gerdil, aperse la mente degli studiosi disponendoli a raccogliere tutte le forze razionali nella contemplazione di un solo oggetto, principalmente coll’avvezzarli alle matematiche[373]. Collaborò con san Carlo nel riformare la diocesi milanese; poi fu apostolo della Corsica, dove con provvidente assiduità introdusse i sinodi diocesani, e morì nel 1592 vescovo di Pavia.

Filippo Neri fiorentino (1519-95), all’erudizione congiungendo quell’umiltà che di rado le si concilia, cercava il disprezzo con tant’arte, con quanta altri l’ammirazione. Padre spirituale de’ più gran santi, quali gli operosi Carlo Borromeo e Francesco di Sales, e il contemplativo Felice da Cantalíce; amico de’ maggiori studiosi, quali il Tarugi insigne predicatore poi cardinale, Silvio Antoniano poeta che scriveva i brevi papali, il medico Michele Mercati, Filippo adagiavasi fra i cenciosi mendicanti sotto ai portici di San Pietro, come ai banchi de’ cambisti o ai tribunali o nei palazzi, colla soavità inalterabile e colle arguzie fiorentinesche insinuando la carità, persuadendo la giustizia, campando la vacillante virtù; indulgente nelle cose accessorie, quanto irremovibile nelle essenziali, al confessionario dirigeva con mirabile perspicacia le coscienze; facendosi un deserto della popolosa Roma, nottetempo visitava le sette chiese, poi ritiravasi nel cimitero di San Calisto e nelle catacombe di San Sebastiano. Con dilettazione venerabonda si va ancora a sedere sopra un amenissimo poggetto del Gianicolo, donde si domina tutta Roma, e ch’egli avea ridotto ad anfiteatro, ove all’ombra di begli alberi facea recitare ai giovinetti commediole volgenti alla pietà; vera ribenedizione dell’arte e del teatro[374].

Col Baronio, ch’egli eccitò al gigantesco lavoro degli _Annali_, e con altre persone di merito, nel 1564 istituì la comunità de’ Preti dell’Oratorio, dove accoglieva la gioventù a devozioni piacevoli, a studj liberali, a una pietà affabile come la sua. Gli Oratoriani possono quando vogliano tornare nel mondo, non avendo altre regole che i canoni, altri voti che il battesimo e il sacerdozio, altri legami che quelli della carità.

San Filippo con Persiano Rosa aprì l’ospizio di Santa Trinità per quei che pellegrinavano alle soglie degli Apostoli; e quattrocenquarantaquattromila cinquecento pellegrini, venticinquemila donne vi furono ospitate per tre giorni in quel giubileo del 1600, pel quale vuolsi concorressero tre milioni di devoti a Roma, e dove principi e cardinali faceano le stazioni indistinti dal vulgo; e si moltiplicarono le conversioni. Tommaso Bozio da Gubbio, gran conoscitore di lingue e di storia, da san Filippo fu persuaso a privarsi della cosa che più tenea cara, i suoi libri, e destinato per umiltà a insegnare la grammatichetta: vestitosi oratoriano, scrisse opere di grand’erudizione, e principalmente la confutazione della politica del Machiavelli[375]; e quei che venivano a riverirlo stupivano che un sì piccol uomo sapesse tanto.

Allora preti in cotta e berrettino si rividero in pulpito, ove dianzi non montavano che tonache e cappucci: e se le esuberanti austerità, le interminabili salmodie, le prostrazioni ripetute convenivano in secoli rigidi, a sensi bisognosi di scosse violente, allora nella ricca varietà de’ sacrifizj si avvisò piuttosto al raccoglimento dell’animo, alla mortificazione del cuore, all’educazione dell’intelletto, ad acquistar dominio sopra la carne mediante il vigore dello spirito.

Fra le guerre di quel secolo era cresciuta deh quanto! la miseria; e il chiudersi di tanti conventi tolse a un’infinità d’uomini non meno il pane spirituale che quello del corpo; ben avea dunque ove esercitarsi la carità cattolica. Girolamo Miani, patrizio veneto, difesa contro i Tedeschi la fortezza di Castelnuovo di Piave dai collegati di Cambrai, e cadutovi prigioniero, tornò sopra se stesso come Ignazio infermo: chè il letto e la prigione sono tremende e fruttifere occasioni a rimeditare il passato e proporre per l’avvenire. Votatosi alla beata Vergine di Treviso e miracolosamente liberato, raduna gli orfani per le isole venete rimasti da quelle guerre e dalla fame del 1528, ove si mangiavano sin gli animali più schifi; e deposta la toga senatoria e vestito da povero, pertutto fonda ospizj a ricovero ed istruzione di quelli e ad emenda delle traviate: assiste in Venezia gl’Incurabili, a cui faticarono pure sant’Ignazio, san Gaetano, il Saverio: fa istituire o sistemare gli ospedali di Verona, Padova, Brescia, Bergamo: poi con amici nel 1531 fonda a Somasca altri cherici regolari, diretti ad istruire nelle lettere, ne’ mestieri, nella virtù. Sul Bergamasco lasciavansi in piedi le biade per mancanza di braccia; ed egli raccoglie falci, e mena attorno mietitori, che invece delle villotte, cantano orazioni.

De’ primi a seguirlo fu Primo Conti milanese, valentissimo letterato, che stabilì andare a riparo dell’eresia in Germania. Lusingandosi di convertire Erasmo, che pareagli propendere a quegli errori, gli scrisse firmandosi _Primus comes mediolanensis_. Quel dotto olandese lo credette qualche gran principe, e gli si fece incontro tutt’in cerimonia; poi vistolo arrivare in umile arnese, senza tampoco uno staffiere, rise dell’inganno, ma protestò veder ben più volentieri sì gran letterato che non qualsifosse barbassoro. Il Conti non trasse gran pro dal tepido Erasmo, ma giovò ad altri. Rimpatriato, e a Como e a Milano lasciavasi a lui la scelta de’ professori di belle lettere; i conventi faceano gara per averlo lettore di teologia e di lingue orientali; fu adoprato a preparare materie pel concilio di Trento, ove assistè poi come teologo del cardinale Visconti vescovo di Ventimiglia; il dotto vescovo di Como Gianantonio Volpi conosciutolo colà, se ne valse nella propria diocesi, e singolarmente a combattere gli eretici in Valtellina[376].

Ai Somaschi per qualche tempo unita, fu poi distinta la congregazione della Dottrina Cristiana, istituita nel da Cesare de Bussi, milanese nato in Francia, e rivolta a catechizzare i poveri.

Camillo de Lellis da Bacchiano negli Abruzzi, biscazzato ogni aver suo, è ridotto a far da manuale in una fabbrica de’ Cappuccini: ivi tocco nel cuore da Dio, si veste frate: tormentato da un ulcere alla gamba, sente quanto mal giovi agl’infermi la prezzolata assistenza, e nel 1586 fonda i Crociferi che li servano come servirebbero a Cristo stesso.

Dopo la peste del 1528 una società a Cremona fondò un ritiro per orfani d’ambo i sessi, che lavorassero seta, bambage, lana; la compagnia di San Vincenzo vi aprì un conservatorio per vedove o mal maritate, uno per le convertite; una casa di soccorso per le pericolanti; un ricovero pei poveri, al quale il medico Giorgio Fundulo aggiunse un legato onde esimere i mezzajuoli dalle esecuzioni per debiti in causa d’affitto; nel 62 l’ospedale di Sant’Alessio per gl’incurabili, nel 64 uno pei poveri vergognosi. E in quella città il Campi ricorda una Margherita Spineta, terziaria carmelitana, che per trentacinque anni si tenne rinchiusa in una cameretta presso Sant’Antonio: accenna pure l’affollatissimo concorso al giubileo del 1575, venendovi tutti i diocesani in processione vestiti di sacco, e la gara di alloggiarli nelle case: la notte principalmente vedeansi queste lunghe schiere d’uomini e donne andar coi lumi accesi e scalzi anche di stretto verno, flagellandosi e cantando salmi e litanie.

Veronica Franco, che a Venezia teneva convegni rinomati con musica, versi, amori, e stampò lettere e rime[377], contrita aprì per le sue pari il ricovero di Santa Maria del Soccorso; Francesca Longa a Napoli, il famoso ospedale degli incurabili; Mariola Negra di Genova, un reclusorio per le femmine disperse, un altro per le pentite, e intendeva porne uno per ciascun sestiere della città. E Genova, oltre Caterina Fieschi e altri beati, ricorda Battista Interiano che all’Acquasola pose un conservatorio di zitelle che si educassero a lavori femminili; Vittoria Fornari, che vedovata a venticinque anni, votò a Maria i suoi sei figliuoli, e fatta povera per amor di quella, fondò le Annunziate, che sol tre volte l’anno riceveano al parlatorio i più stretti parenti; la venerabile Battista Vernazza, autrice di trattati e poesie spirituali; Agostino Adorno, che con Francesco Caracciolo istituì i Cherici regolari minori, e la devozione dell’Adorazione perpetua al Sacramento. Nè dimenticheremo quei diciotto di casa Giustiniani, che côlti dai Turchi, sostennero il martirio piuttosto che aderire al corano.

In quella città si estesero le confraternite fin a ventuna, dette casaccie per le grandi case ove si radunavano, e che si corruppero poi in gare di lusso e di esercizj atletici. Tre sorelle Gonzaga, nipoti di san Luigi, fondarono a Castiglione delle Stiviere le Vergini di Gesù, nobili, senza clausura, e dedite all’istruzione, per la quale furono risparmiate fin da Giuseppe II e da Napoleone.

Le primarie famiglie fiorentine crebbero lor nobiltà con qualche santo. Maddalena de’ Pazzi e de’ Buondelmonti, sin da fanciulla dilettandosi alla gioja dell’obbedienza, divenne miracolo della perfezione spirituale e della contemplazione delle cose eterne, accoppiate a intensa carità del prossimo. Lorenza Strozzi di Capalle, vestitasi domenicana, molto fu in relazione coll’Ochino e col Vermiglio, la loro apostasia pianse a calde lacrime, e tutta infervorata d’amor divino, compose inni per ciascuna solennità dell’anno, cantati lungamente e tradotti anche in francese e messi in musica. Caterina de’ Ricci, sottrattasi alle lusinghe preparatele dalla domestica lautezza, sacrò a Dio una vita tutta d’amore e di dolori, provata dalle contraddizioni e dalla calunnia, poi dalle lodi e dall’ammirazione: e come la beata Michelina a Giotto, santa Umiltà a Bufalmacco, santa Caterina da Siena al Vanni e al Pacchiarotto, così la Ricci divenne soggetto di pitture al Parenti e al Tosini in Prato.

Suor Angela Merigi di Desenzano, terziaria di san Francesco, a ventisei anni palesò averle Dio ordinato una nuova società, e trovate settantatre compagne di primarie case bresciane, nel 1515 le pose in protezione di sant’Orsola. Non regole austere, non contemplazione, ma presa a modello Marta la sollecita, rimanevano in grembo alle famiglie, intente a scoprire gl’infelici per soccorrerli, visitare spedali e malati, educar bambine. Le fondatrici s’accorsero d’operare una rivoluzione, e dicevano: — Bisogna innovare il mondo corrotto per mezzo della gioventù; le fanciulle riformeranno le famiglie, le famiglie le provincie, e le provincie il mondo». Quest’istituzione di carità e beneficenza esalava tale fragranza di santità, che san Carlo accolse ben quattrocento suore nella sua diocesi: poi diffuse in Europa non solo, ma oltre l’Atlantico, coi miracoli della carità faceano stupire i selvaggi del Canadà, ove predicavano il vangelo del pari che nelle capitali della Francia e dell’Inghilterra: e pur testè faceano invidiare dagli Inglesi i soccorsi ch’elle prestavano ai guerreggianti nella Crimea.