Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 32

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Nelle cose di religione (diceva l’ambasciador veneto) egli pensa di saperne più degli altri, e di non aver bisogno di consiglio; e dove prende una deliberazione per bene, si ferma; nè ragion di Stato, nè qualsivoglia cosa è per rimoverlo; lascerebbe piuttosto rovinare il mondo che mutarsi d’opinione; anzi un cardinale diceva che, dov’egli si affissava a queste opinioni, per sostenerle sarebbe stato uomo da assalire solo un esercito intiero che fosse contro di lui, sperando che, avendo buona intenzione, Dio lo dovesse ajutare[363].

Imponeva rigori di disciplina, quasi fossero i primordj del cristianesimo; divieto ai medici di visitare tre volte un infermo se non siasi confessato; chi profana la domenica, deva stare un giorno in piedi avanti alle porte della chiesa, colle mani legate al dosso; se ricade, sia fustigato per la città; alla terza volta, abbia la lingua forata e la galera. Espulse le meretrici, poi visto venirne di peggio, le raccolse in un solo quartiere; represse il lusso degli abiti; vietò d’andare alle osterie, salvo i forestieri, e di dare in feudo terre della Chiesa per qual si fosse titolo; andò scarso in dispense e indulgenze; proibì ai curati di scostarsi dalle parrocchie, ripristinò la regola nei conventi, restrinse la clausura delle monache; e secondato da vescovi zelanti migliorò grandemente la chiesa d’Italia, e pubblicò messale e breviario nuovo.

Poichè i Riformati, cresciuti in Francia e divenuti partito col nome di Ugonotti, rompevano a guerra civile, egli soccorse di truppe e denari la Lega che li guerreggiava; non per imposizione ma a preghiere ottenuti centomila ducati da Roma, altrettanti dagli ecclesiastici, e altrettanti dallo Stato, armò quattromila fanti e mille cavalli, da unire con altri mille fanti e duecento cavalli dati dal granduca; e scriveva al re Carlo IX: — Preghiamo il Dio degli eserciti a dare a vostra maestà vittoria compiuta su’ nemici, sperando che, se esso concede questo favore alla maestà vostra, ella se ne varrà gloriosamente per vendicare non solo le sue ingiurie, ma gl’interessi divini, e punire severamente gli orribili attentati, i sacrilegi abbominevoli commessi dagli Ugonotti, mostrandosi così giusto esecutore dei decreti di Dio».

Guidava quell’esercito italico il conte Sforza di Santa Fiora; e i ventisette vessilli, tolti da questo agli eretici, furono sospesi con gran pompa nella basilica Laterana il 1570. Al duca d’Alba che combatteva gli eretici in Fiandra, Pio V spedì il cappello benedetto; contro l’Inghilterra, calda avversaria della santa Sede per opera della regina Elisabetta, avea permesso adoperare tutti gli averi della Chiesa, non eccettuati calici e croci; ed egli medesimo proponeasi d’andar a dirigere la guerra. A tali concetti lo portavano il suo secolo e il suo posto. Egli vedeasi preceduto da ducentoventinove papi, che il voto popolare e lo Spirito Santo aveano fatti capi della cristianità, mentre novatori di jeri, senza missione o miracoli, voleano scindere l’unità gloriosa. Quei papi aveano salvato l’incivilimento col congiungere tutti i Cristiani contro l’islam: ora i Turchi sovrastavano con nuova minaccia, e intanto i regni cristiani si straziavano l’un l’altro. Pio V operava dunque come un generale in guerra, dove il rigore è indispensabile per assicurare la vittoria; poi fissava i pensieri nel riparare all’irruzione dei Turchi; e in un secolo tanto scommesso potè armare un esercito cristiano, e a Lepanto riportare l’ultima vittoria che la cristianità unita ottenesse sopra la mezzaluna.

Pretendeva sostenere nel pieno vigore la bolla _In cœna Domini_, negando ai principi il diritto d’imporre nuove gravezze ai sudditi; e poichè i tempi e i regnanti più nol soffrivano, serie contraddizioni incontrò: lo stesso Filippo II rifiutava questa bolla, pretendeva necessario l’_exequatur_ regio, ed ebbe a scrivergli non volesse porsi all’avventura di vedere quel che possa un re potente spinto all’estremo.

Saputo che d’eretici formicolava Mantova, vi spedì Camillo Campeggi, teologo del concilio, il quale carcerò e processò molti, e otto condannò a pubblica abjura in San Domenico. I costoro parenti cercarono levar rumore per impedire l’atto, ma non poterono: onde insidiarono la vita dell’inquisitore, e ferirono due frati la notte di Natale. Il duca Guglielmo, ch’erasi professato ligio all’inquisitore sino a fargli da sbirro se occorresse, mandò severo bando contro que’ procaci, ma insieme chiese al papa rimovesse il Campeggi (1568). Il papa non v’assentì, imputò anzi que’ disordini alla tepidezza del duca, e spedì colà san Carlo col cardinale Commendone, per cui opera fu infervorata l’Inquisizione, e procedure gravissime e pubbliche abjure si compirono, non senza que’ supplizj che la libera America oggi ancora infligge ai Negri, e che l’alto concetto della santità della Chiesa ci spinge a deplorare. Anche quelli che di là eransi sparsi pel resto d’Italia perseguitò alacremente, finchè tutti gli ebbe in mano.

Tanta severità non diminuiva nel santo papa la mite semplicità. Con un compagno di fanciullezza avea piantato per trastullo una vigna, dicendo, — Del vino di questa nessun ne berrà». Or ecco comparirgli l’invecchiato compagno con un barlotto, e offrirglielo rammemorandogli quel detto, e — Allora vostra santità non era ancora infallibile». Viaggiando da Milano a Soncino, s’imbattè in un servitorello, che, compassionandone la stanchezza, gli fece deporre sul suo somiere la bisaccia, e gliela recò fin alla destinazione: Pio se ne sovvenne, e mandatolo a cercare, gli conferì un uffizio in palazzo.

Sentendosi morire, Pio visitò le sette chiese, baciò la scala santa _per congedarsi da quei sacri luoghi_; e la sincerità della sua devozione fece che, malgrado l’austerità, il popolo l’amasse vivo, morto lo venerasse: Bacone meravigliavasi che la Chiesa non noverasse fra i santi questo grand’uomo; e di fatti egli fu l’ultimo papa canonizzato.

Per la solita altalena gli fu dato successore Ugo Buoncompagni bolognese (1572), che volle chiamarsi Gregorio XIII, arrendevole e clemente fin a scapito della giustizia. Le inclinazioni sue mondane dovè reprimere a fronte dell’opinione morale, tanto che a fatica potè favorire un proprio figliuolo, niente i nipoti; esatto del resto ai doveri di capo dei fedeli, ad elevar alla mitra i migliori, a diffondere l’istruzione. Secondo i decreti tridentini, mandò visitatori apostolici che chiedeano i conti delle chiese, de’ luoghi pii, delle fraternite; nel che trascendendo, eccitavano scontentezze. Spendendo quanto Leon X per riparare alle rotte cagionate da questo, fondò e dotò ben ventitre collegi, e all’apertura di quello di tutte le nazioni si pronunziarono discorsi in venticinque favelle; rifondò il Germanico, palestra di futuri atleti; uno pei Greci, che vi erano allevati al modo e col linguaggio e il rito patrio; uno Ungarico, uno Illirico a Loreto, uno pei Maroniti, uno per gl’Inglesi; rifabbricò il collegio Romano, istituì quel de’ neofiti, poi ne seminò Germania e Francia, e fin tre nel Giappone; erogò due milioni di scudi in sussidiare studenti, e un milione per monacare o maritare zitelle bisognose[364]. A suggerimento di lui, il cardinale Ferdinando Medici aprì stamperia di lingue orientali, spedì in Etiopia, ad Alessandria, in Antiochia eruditi viaggiatori, massime Giambattista e Girolamo Vecchietti fiorentini, che ne recarono codici.

Pio IV avea destinato una congregazione di cardinali a correggere il decreto di Graziano, nel quale si trovavano misti il falso col vero[365], canoni confusi o mutili, erronea cronologia. Compito il lavoro sotto Gregorio XIII, uscì in magnifica edizione il _Corpo del diritto canonico_, migliorato assai, se non affatto scevro d’errori e di false decretali. Il primo _Bollario_ comparve nel 1586, ove Laerzio Cherubini collocò cronologicamente le costituzioni pontifizie da Leone I a Sisto V; Angelo Maria suo figlio lo aumentò, poi Angelo Lantusca e Paolo di Roma: collezioni superate dal _Bullarium Magnum_ del 1727 che va da Leon Magno fino a Benedetto XIII, e dalla collezione di Carlo Coquelines fatta a Roma dal 1789 al 48, a cui Andrea Barberi nel 1835 aggiunse le costituzioni fino a Pio VIII.

Gregorio XIII immortalò il suo pontificato colla riforma del calendario. È noto (vedi Appendice II) come Giulio Cesare lo correggesse, fissando l’equinozio di primavera al 25 marzo, e l’anno di trecensessantacinque giorni e sei ore, cioè undici minuti e dodici secondi più del vero; talchè ogni centonove anni l’equinozio s’anticipa d’un giorno. La Chiesa, che dovette occuparsene a motivo che la pasqua cade nel plenilunio succedente all’equinozio di primavera, al concilio Niceno del 325 trovò questo che rispondeva al 23 marzo, ma non si seppe indovinarne la ragione.

Nel 1257 la precessione era di undici giorni; e già d’allora si parlò d’una riforma, spesso tentata, non mai riuscita; in tutti i concilj, e più nel Tridentino se ne discorse; e al fine Gregorio XIII, convocati a Roma i personaggi meglio versati in tali materie, e singolarmente il perugino Ignazio Danti domenicano e il gesuita Clavio di Bamberga, fece librare le varie proposizioni; ma la formola vera fu rinvenuta da Luigi Lilio medico calabrese, e compita da suo fratello Antonio. Il papa nel 1577 ne mandò copia a tutti i principi, le repubbliche, le accademie cattoliche; e avutane l’approvazione, nel 1582 pubblicò il nuovo calendario, sopprimendo dieci giorni fra il 5 e il 15 ottobre. L’anno vi è fissato di trecensessantacinque giorni, cinque ore, quarantanove minuti e dodici secondi; e che ogni quattro anni secolari, uno solo sia bisestile; correzione tanto prossima al vero (365^g 5^o 48^m 55^s), che solo dopo 4238 anni i minuti residui formeranno un giorno.

Per verità allora si sarebbe potuto, invece del ciclo di quattrocento anni, adottarne uno di trecencinquantacinque, che invece dell’errore di ventisette secondi l’avrebbe dato soltanto di un decimo di secondo sull’effettiva durata dell’anno: sarebbesi potuto concordare il cominciamento dell’anno col solstizio, e di ciascun mese coll’entrata del sole ne’ varj segni dello zodiaco, e assegnare trentun giorno a quelli fra l’equinozio di primavera e l’autunnale, trenta agli altri, e scemo il dicembre.

Più che questi difetti, spiaceva ai Protestanti che il papa comandasse, fosse anche in fatto di calendario; è un attentato alla libertà dei principi; è un invadere l’indipendenza de’ popoli; ne va dell’onore e della dignità dell’impero germanico; compromette le libertà gallicane; è un’ordita de’ Gesuiti; è un primo passo, che chi sa dove menerà! Com’è stile dell’opposizione parlamentare, se non altro voleasi mettervi qualche restrizione; e i Grigioni proponevano di levare cinque giorni invece di dieci; il giusto mezzo! Di fatto furono lenti i principi ad accettarlo; solo nel 1699 vi s’acconciarono i Protestanti di Germania, nel 1700 l’Olanda, la Danimarca, la Svizzera, nel 1752 l’Inghilterra, nel seguente la Svezia, e non ancora i Russi nè i Greci, che perciò trovansi in ritardo di tredici giorni[366].

Poco poi, nella congregazione _De propaganda fide_, dovuta a Gregorio XV e a suo nipote Lodovico Lodovisi, tredici cardinali, tre prelati, un secretario furono destinati a diffondere la religione e dirigere i missionarj; che con portentosa attività dall’Alpi alle Ande, dal Tibet alla Scandinavia, dall’Irlanda alla Cina si spargono a convertire Protestanti, Maomettani, Buddisti, Nestoriani, Idolatri. Mentre la civiltà non portava ai selvaggi che l’acquavite per ubriacar sè, e le armi per uccider altri, i prodigi dell’apostolato, coll’eroismo più disinteressato e coi miracoli più insigni, si rinnovavano specialmente nelle missioni delle due Indie, sicchè da tante perdite in Europa i papi erano consolati ricevendo ambasciadori dall’Abissinia, dal Giappone, dalla Persia, dagli antichi regni d’Oriente e dai nuovi dell’America, dove s’istituivano vescovadi e conventi, scuole e spedali. Urbano VIII nel seminario Apostolico preparò un vivajo di missionarj e un rifugio pei prelati che la Riforma spogliava: il cardinale Antonio Barberino vi istituì dodici posti per Georgiani, Persi, Nestoriani, Giacobiti, Melchiti, Copti, sette per Etiopi, sei per Indiani o Armeni.

I papi entrarono nella speranza d’acquistare il mondo slavo, quando perdeano il germanico. La Russia era per anco straniera all’Europa, e un viaggio in essa equiparavasi alla scoperta d’un paese nuovo. I granprincipi si lusingavano di farsi accettare nella società europea per mezzo dei papi, fin da quando al vescovo di Modena spedivano pregando inviasse missionarj a diffondere colà il vangelo: e Innocenzo IV ne spediva di fatto nel 1247, dando anche il titolo di re a Daniele Galitsky[367]. Ma quella nazione aderì allo scisma greco: poi quando cadde Costantinopoli, i granprincipi elevarono la pretensione di sottentrare ai Cesari, fomentata dai molti Greci che in Moscovia cercarono ricovero; e Geremia, patriarca esiliato di Costantinopoli, nell’istituire il patriarcato russo diceva: — L’antica Roma è caduta nell’eresia; la nuova sta in mano degli infedeli; vera Roma è Mosca».

Tommaso Paleologo, fratello dell’ultimo imperatore, da Corfù ove regnava era fuggito a Roma portandovi il teschio di sant’Andrea, e donandolo al pontefice, dal quale ebbe cortesie e onorificenze. Sua sorella Sofia principalmente si attirò stima e ammirazione per la bellezza non meno che per le virtù; e il cardinale Bessarione, convertitala alla fede romana, sperò per mezzo di lei acquistare alla Chiesa nostra la Russia, e per tal via estirpare lo scisma. Ivan III aveva allora redenta la Moscovia dalla servitù de’ Tatari: e un Giovanni Franzin monetiere italiano, che viveva a quella corte fingendosi di religione greca, si fece mediatore tra Paolo II e Ivan, il quale accolse le proposte nozze, per cui ereditava ragioni sull’impero d’Oriente: ma ricevuta ch’ebbe la sposa, non che venire alla nostra fede, ne staccò anche Sofia.

Ventott’anni più tardi Alessandro VI ripigliò pratiche onde Ivan s’armasse contro i Turchi. Un capitano Paolo genovese offrì d’aprir nuova via alle Indie traverso la Russia, e Leon X profittò dell’occasione per ispacciare lettere a Basilio IV, esortandolo ad unire le due Chiese, dal che sperava non solo il recupero delle genti slave, ma un contrasto all’invasione musulmana. Confortato da buone risposte, recate da quel capitano, il papa spedì un vescovo a Basilio: e dopo molt’anni, pontificando Clemente VII, giunse a Roma un’ambasciata da Mosca, condotta da esso capitano Paolo; ammirò le pompe sacerdotali, ma ritornò disconchiusa. Carlo V imperatore indusse Giulio III a rannodare trattative con Ivan IV, che desiderava il titolo di re, e al quale il papa lo prometteva se tornasse all’unità cattolica, per fare di concerto guerra a Turchi e Tatari. S’avviarono dunque corrispondenze fra il Vaticano e il Kremlin, ma i principi d’Europa repugnavano dall’accomunare il titolo di maestà a cotesto capo di orde. Pio IV gli scrisse di nuovo perchè deputasse prelati al concilio di Trento; ma monsignor Giovanni Giraldo, portatore dello spaccio, fu attraversato prima dalle gelosie del re di Polonia, poi dalla renuenza dello czar. Questo, allorchè si trovò umiliato da Stefano Batori nuovo re di Polonia, interpose la mediazione della corte di Roma, la quale però avea cessato di confidare in lui, e gli spedì non un prelato, ma il gesuita Possevino, che ce ne lasciò una delle relazioni più interessanti.

Nato a Mantova nel 1534 di nobili poveri, era entrato educatore in casa del cardinale Ercole Gonzaga, presso cui conobbe quanto di meglio fioriva in Italia; e reciprocamente stimato, e costituito abate di Fossano, vedeva aprirsi avanti uno splendido avvenire, al quale preferì lo zelo da Gesuita. E fu de’ più operosi in quell’operosissima società; adoprato in missioni scabrosissime, fondò collegi in Piemonte, in Savoja, in Francia; fu dal papa spedito in Ungheria, in Polonia, in Isvezia, nel che, oltre i servigi resi, giovò col far conoscere i paesi settentrionali. Nel cuore della vernata nel 1582 giunto a Mosca con cinquanta fra interpreti e dottori, lungamente ebbe a lottare colle astuzie e colle brutalità di Ivan IV, che al fasto degl’imperatori bisantini accoppiava la fierezza d’un barbaro: potè rimetterlo in pace col re di Polonia, e menare a Roma una deputazione di lui per trattare dell’unione. Ma il Possevino, la cui relazione è contata anche dai Russi come capitale documento sul loro paese, s’avvide non potere nulla sperarsi fra tanta ignorante docilità del vulgo, tanta presunzione de’ bojari e del czar. E così avvenne[368].

Tanto erasi ravvivata la santa attività dei pontefici! Poi Sisto V, sebbene più gran principe che gran pontefice, fin settantadue bolle pubblicò, tutto zelo per l’interezza della fede e del costume; fulminò gli adulteri, le meretrici, l’astrologia giudiziaria; sull’usura e sui contratti di società diede le norme che regolano ancora i canonisti, prefisse a settanta il numero de’ cardinali, e li voleva irreprovevoli.

Grandi uomini illustrarono allora la porpora e la mitra; ed oltre i già menzionati (p. 443), fra gli italiani menzioneremo il Rusticucci, uomo perspicace quanto retto; il Salviati, vivo tuttora nella lode de’ Bolognesi; il Sartorio, severissimo e degno di star capo dell’Inquisizione; Gabriele Paleotto bolognese, versatissimo nelle leggi e ne’ canoni, sicchè a Trento era consultato continuamente; in concistoro si oppose alla tassa che voleasi levare per ajutare i Cattolici nelle guerre civili in Francia; poi destinato arcivescovo a Bologna, adoprò la vita in istituirvi seminarj, congregazioni, confraternite, raccolse uomini sapienti, quali l’Aldrovandi, il Sigonio, il Pendusio[369]. Il cardinale Lorenzo Campeggi, arcivescovo della stessa chiesa, fu adoperato in affari difficilissimi, e massime in quello del divorzio di Enrico VIII, e nella dieta di Augusta. Altrettanto fu di suo nipote cardinale Tommaso, che nell’opera _De auctoritate ss. conciliorum_ mostra la necessaria dipendenza di questi dal papa, salvo i casi dati. Clemente Dolera genovese, vescovo di Foligno, combattè gli errori correnti, e lasciò un _Compendium institutionum theologicarum_, molto reputato. Tolomeo Gallio di Como aperse alla sua patria inesausti tesori di beneficenza, fra i quali un collegio, dove i fanciulli della diocesi dovessero educarsi, non in grammatiche solo e retoriche, ma nelle arti e ne’ mestieri; scuole tecniche, quali il nostro secolo le proclama. Fabio Chigi, legato pontifizio per la pace di Westfalia, poi papa, teneva sempre una bara sotto al letto e un teschio sulla mensa non imbandita che di radici. Il beato Paolo d’Arezzo teatino, vescovo di Piacenza che trovò sviatissima, poi di Napoli e cardinale, cooperò con san Carlo. Di Annibale da Capua arcivescovo di Napoli servono ancora di modello le visite diocesane. Giampietro Maffei bergamasco scrisse storie latine di sapore liviano. Tra gli auditori di Rota si nominano tuttora il cardinal Mantica friulano, le cui opere fecero testo nella scuola e nel tribunale; l’Arrigone, men dato ai libri che agli affari, tra cui conservossi intemerato. Serafino Olivieri, le cui decisioni «portano tanto vantaggio sopra l’altre di tutti i comuni fôri, come egli lo godeva sopra gli altri auditori del proprio suo tribunale», dice il cardinale Bentivoglio. Il quale aggiunge che «benchè l’Arrigone (milanese nato a Roma) non eguagliasse Mantica nello strepito esteriore della stampa, non gli cedeva però nella qualità più essenziale della dottrina, e lo superava d’assai nell’abilità dei maneggi».

Feliciano Scosta da Capitone servita adoprò assai contro gli Ugonotti; poi ad istanza di san Carlo e per autorità di san Pio V promosso arcivescovo d’Avignone, salvò questa città dalle dottrine e dalle armi dei Protestanti (1511-77). Lungo sarebbe ripetere quelli che nelle nunziature furono spediti a sfidare o dissipare le procelle di quel tempo. Tale corredo i pontefici s’erano messo attorno, invece dei poeti e dei soldati d’un secolo prima.

Il cardinale Carlo Caraffa, nunzio apostolico in Germania, scrisse la _Germania sacra restaurata_, ove divisa i progressi della Riforma ne’ paesi tedeschi, e le agitazioni che ne seguirono fino alla guerra dei Trent’anni. Giovenale Ancina di Fossano, amico a Roma de’ gran santi e de’ gran dotti, si sottrasse alle dignità per rendersi oratoriano; e cansato più volte l’episcopato, al fine fu costretto accettare il povero e pericoloso di Saluzzo, ove potè mostrare zelo e dottrina, finchè il veleno gli accorciò la vita. La chiesa di Gubbio fu riformata da Federico Fregoso genovese, dottissimo in greco ed ebraico, e fautore di quanti vi si applicavano; ravvolto nelle vicende della famiglia e della patria sua, e nelle guerre contro i Barbareschi, adoprato in gravissimi negozj, caro ai migliori d’allora, desiderato dai Protestanti che il finsero aderente alle loro opinioni[370]. Luigi Lippomano vescovo di Padova, reduce di Germania nel 1553, stampò _Confirmazione e stabilimento di tutti li dogmi catolici con la subversione di tutti i fondamenti, motivi e ragioni delli moderni Eretici_; raccolse con critica inusata fin allora le vite dei santi fino ai tempi di Bernardo, conservando così molti preziosi racconti di greci e latini. Lodovico Beccadelli, insigne letterato, amico de’ valenti, e massime del Bembo, del Contarini, del Polo, dei quali scrisse la vita, segretario al concilio di Trento, amministratore di diversi vescovadi, poi vescovo egli stesso di Ragusi, morì in odore di santità prevosto di Prato. Carlo Bescapè barnabita milanese, usato da san Carlo in molti maneggi, poi vescovo di Novara ove fondò il seminario, scrisse molte opere di diritto ecclesiastico e storia.

Quanto il sentimento religioso si fosse ravvivato, lo indicano i tanti miracoli allora proclamati, e le frequenti apparizioni, alla cui storia abbisogna il prolegomeno della fede. La beata Vergine appare a Caravaggio, ai Monti in Roma, a Narni, a Todi, a San Severino, nella val San Bernardo nel Savonese; sul monte Pitone a Brescia ordina a un pastore di fabbricarvi una chiesa. L’effigie di Subiaco suda: davanti al santo Crocifisso di Como si spezzano le catene opposte alla processione. Una Madonna piange a Treviglio (tom. IX, pag. 382); una parla in San Silvestro; una in Sant’Eugenio di Concorezzo dà segni miracolosi; una è prodigiosamente scoperta a Portovenere. Nel 1539 a Castiglione delle Stiviere in casa Bonetti spaccandosi un grosso noce, se ne staccò una grossa scheggia, sulla quale trovossi finamente intagliata un’immagine della Vergine col Bambino: la vista recuperata dalla padrona di casa fece prestarle venerazione, e collocatala ne’ Cappuccini, si illustrò per grazie concedute. Un soldato a Lucca nel 1588, perdendo al giuoco, avventa bestemmiando i dadi a una Madonna, ma in quell’atto gli si rompe il braccio; pel qual miracolo i doni fioccarono, e dugencinquanta processioni in mezz’anno vi accorsero, dalle cui oblazioni si fabbricò la Madonna de’ miracoli. Nel 1503, assediando gli Spagnuoli Oria in Terra d’Otranto, san Barsanofio patrono di quella città apparve in forma di vecchio con abito pontificale, e ordinò ai nemici non molestassero più quella terra, lo che fecero, accettando a dedizione i Francesi.