Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 31
La Chiesa professa di essere unica depositaria e interprete della parola divina, e quindi infallibile nel profferire ciò che tutti devono credere: i Protestanti arrogano a ciascuno l’intendere come vuole le sacre carte, all’autorità comune sostituendo la capacità individuale. Questo radicale dissenso toglieva qualunque possibilità d’accordo, talchè al sinodo, non potendo mettersi conciliatore, nè decidere altrimenti da quel che avea fatto la Chiesa sin allora, restava soltanto da «far una lunga e coscienziosa recensione del sistema cattolico». E già a quel punto ciascuno avea preso partito; le opinioni religiose eransi interzate cogl’interessi politici; il mondo diviso in due campi, umanamente irreconciliabili.
I punti capitali della divergenza furono risoluti al bel principio, mettendo fine alle ambiguità, mediante le quali per un pezzo erasi cercato di rannodare i dissidenti. I libri dei due Testamenti furono dichiarati canonici, come le tradizioni concernenti la fede e la morale, conservate nella Chiesa. Il peccato originale fu riconosciuto, non con decreto dottrinale[348] ma condannando chi lo negasse; ed esprimendo che, nel dire nati in peccato tutti gli uomini, non comprendeasi la Vergine Madre, per rispettar le bolle che Sisto IV avea emanate in proposito dell’immacolata concezione di lei, controversa fra Scotisti e Tomisti. Sulla Grazia e la giustificazione restava assolutamente condannata la dottrina che Lutero pretendeva appoggiare a sant’Agostino, in sedici capitoli di decreto dottrinale riconoscendo la giustificazione per mezzo della Grazia preveniente e del libero consenso; condannando le false idee sulla predestinazione, e che la Grazia basti senza le opere. I sacramenti furono prefiniti a sette, giusta la dottrina di Pier Lombardo appoggiata alla tradizione; ed espressi canoni sopra ciascuno.
Giacomo Lainez generale dei Gesuiti, nel discorso più celebre di quest’assemblea, sostenne la potestà della giurisdizione essere data unicamente al pontefice, e da lui ogni altra derivare. E vinse; e restò consolidata quella supereminenza del papa, che erasi voluta crollare; egli solo interpretasse i canoni, imponesse le regole della fede e della vita. Già i vescovi, anzichè inuzzolirsi d’ingradire la propria a scapito dell’autorità pontifizia, vedeano necessario di salvarla all’ombra di quella; e i principi vedendo la propria esistenza messa a repentaglio dalle quistioni teologiche, provvedeano men tosto a sottigliare sui limiti del potere ecclesiastico, che ad appoggiarvisi.
Spetta alle storie particolari lo svolgere la rete complicatissima delle pretensioni, dei ritardi, delle domande, delle opposizioni; a noi bastando attestare che, se in alcune decisioni sembrò aver parte la politica, le più comparvero dettate da persuasione e coscienza.
La Riforma, a cui toglievano pretesto gli oracoli di quell’assemblea cui essa aveva continuamente appellato, rimase una manifesta rivolta; e dagli oppositori che si staccavano ed isolavano, la Chiesa non potea difendersi che col fortificarsi entro le barriere della fede antica. Fra’ Cattolici non occorrevano transazioni, nè quasi dibattimenti, restando solo a porre in chiaro l’intero sistema della fede cattolica: e in effetto vi si eliminò una serie di discrepanze, di modo che la teologia trovossi ridotta a scienza positiva, sgombra dalla dialettica; le decisioni tridentine, divenute credenza cattolica, parve superfluo ogni altro concilio; e come chi convalesce da pericolosa malattia, la Chiesa cattolica parve animarsi di vita nuova, e tutta si applicò a migliorare se stessa e la società. Dell’uniformità de’ riti si fece una condizione della cattolicità, mettendola sotto la vigilanza d’una sacra Congregazione.
Pio IV chiamò a Roma Paolo Manuzio, affinchè cogli insuperabili suoi tipi pubblicasse i santi Padri. Le lezioni apocrife, le goffe antifone, i riti burlevoli, introdotti dall’ignoranza e dalla semplicità, domandavano emenda; ma dotti preoccupati della eleganza, cardinali cui facea stomaco san Paolo per l’impulito latino, poteano essere acconci a questo servigio? Gli inni che, per commissione di Leon X, introdusse Zaccaria Ferreri vicentino, vescovo della Guarda, quanto puri di stile tanto erano freddi nel sentimento; e meglio parve di quelli che per Urbano VIII rispettosamente corresse il Sarbiewski[349]. Pio V mandò un nuovo breviario obbligatorio per tutte le chiese che non ne avessero uno almen ducentenario: la quale riserva non tolse che le più adottassero il romano, cui tenne dietro il messale. Sisto V pubblicò una Bibbia, che unica avesse autorità, e v’attese egli medesimo col Nobili, l’Agello, il Morino, Lelio Landi, Angelo Rôcca, il cardinale Caraffa[350]: ma appena uscita vi si conobbero molti errori[351], onde fu ritirata, e un’altra ne diè fuori Clemente VIII.
Non pare che nel medioevo si formassero catechismi, che ad uso del popolo esponessero l’essenziale della religione. Il concilio di Trento ne ordinò uno, incaricandone san Carlo, che prese a collaboratori i domenicani Foscarari suddetto, Muzio Calino bresciano vescovo di Zara poi di Terni, Leonardo Marini genovese arcivescovo di Lanciano; e fu pubblicato italiano e latino[352], poi diviso per capitoli, infine a domande e risposte nell’edizione di Andrea Fabrizio, unendovi una tavola dei vangeli di ciascuna domenica, con una tessera di predica, e coi richiami all’opera stessa per isvolgerla; inoltre i doveri del parroco sopra i diversi punti della Dottrina, in modo che ad esso servisse come corso di teologia, di sermoni, di meditazioni. Questo _Catechismo romano_, ammirato per eleganza e lucido metodo, provava che la profonda e solida erudizione sacra non ha bisogno di invilupparsi in argomentari e formole da scuole, ma si accorda coll’esposizione chiara e precisa, e colla sublime semplicità del pensiero. I Gesuiti, in punto alla Grazia dissonanti dai Domenicani, gli scemarono credito, ed altri ne pubblicarono, fra cui primeggia quello del Bellarmino.
La Riforma erasi sempre invocata da’ Cattolici in nome dell’autorità, opponendosi all’individualità sia d’opinioni, sia di morale, quand’anche questo individuo fosse pontefice, soggetto anch’egli all’errore e alla debolezza, giacchè in lui si connettono l’autorità e l’uomo. Or la superbia di non volere dar ragione ai dissidenti non distolse dalla riforma morale, e il sentimento religioso fu sovrapposto alla classica idolatria nelle arti, nelle dispute, nelle lettere, nella vita. Nessuna sessione del concilio passò senza decreti di riforma onde restituir alla Chiesa anche la purezza delle opere; proibiti i matrimonj clandestini, o senza le tre pubblicazioni; la comunione sotto le due specie; l’ordinare senza benefizio; i questori e spacciatori d’indulgenze le quali non possono pubblicarsi che dai vescovi; siano gratuite la collazione degli ordini, le dispense, le dimissorie; obbligata la residenza, e perciò impedita la pluralità di benefizj curati; nessuno sia messo in questi prima dei venticinque anni, nè a dignità in chiesa cattedrale prima dei ventuno, e sempre con esame preliminare; i vescovi ogni anno visitino le chiese, dando cura a quanto vi occorre, e provvedendo vi si facciano i necessarj restauri; delle cattedrali e collegiate un terzo delle rendite si eroghi in giornaliere distribuzioni; con dignità e disinteresse si compia il sagrifizio dell’altare, senza canti che destino idee profane. I vescovi avessero ciascuno un seminario, e ne’ sinodi provinciali e diocesani estirpassero i resti delle superstizioni e delle indecenze: e chi ne guardi i decreti direbbe che que’ pii riformatori si fossero lusingati di tornare il mondo all’apostolica purità, neppur evitando gli eccessi che possono guastar le cause migliori.
Il cardinale Ghiberti, già datario, dalla stamperia posta nel suo vescovado di Verona fece riprodurre le opere dei santi Padri, rese quel clero un modello di ecclesiastica disciplina, talchè il concilio non fece quasi che ridurre a decreto ciò ch’egli aveva introdotto.
Di lui teneva in camera l’effigie e seguiva le pedate Carlo Borromeo, vero restauratore del regime ecclesiastico e della direzione delle anime, e tipo di questi cattolici riformatori. Gli _Atti_ sono come la carta costituzionale della Chiesa, l’universalità di questa applicata al governo delle varie diocesi in que’ comizj che si chiamano concilj provinciali, venerabili per la promessa che lo Spirito Santo sarà ove due o tre si congreghino nel santo nome. E sei di questi concilj tenne san Carlo, donde gli _Atti della Chiesa milanese_, corpo ammirato di disciplina[353]. Instancabile a cercare della estesissima sua diocesi qualunque angolo più invio e remoto, oltre destinarvi visitatori generali e particolari, gran fatica egli sostenne, e consigli, comandi, esempj adoperò per rimettere l’uso quasi dimenticato de’ sacramenti, e la decenza nelle chiese, più ch’altro simili a taverne, senza campane o confessionali o pulpiti o arredi; introdurre devozioni e riti e un regolato cerimoniale; ripristinare l’adempimento de’ legati pii; istituire nuove parrocchie ove prima un solo prete attendeva a vastissimi territorj; circoscrivere meglio le pievi, con vicarj foranei in corrispondenza colla curia; i preti abituare al pulpito, su cui prima non salivano quasi che frati; misurare i diritti di stola bianca e nera; render regolari i registri di battesimi, matrimonj, morti; svellere le superstizioni, sincerare le leggende di santi e miracoli. Istituì le compagnie della dottrina cristiana[354], ove la festa s’insegnasse, oltre le verità della fede, anche il leggere e scrivere; e con espresso divieto ai membri di essa di cercar rendite o vantaggi temporali per questo titolo. Zelò l’osservanza delle feste; cercò purgare dalle profanità carnevalesche le domeniche di sessagesima, quinquagesima e quadragesima: sebbene però in quei giorni esponesse il Sacramento, e facesse processioni, «strepitavano quasi sulle porte della chiesa tamburi, trombe, carrozze di concorso, gridi e tumulti di tornei, correrie, giostre, mascherate ed altri simili spettacoli profani». Niuna donna, qual che ne sia lo stato, il grado, la condizione, entri o stia in chiesa, nè accompagni le processioni se non col velo non trasparente o zendado o tela o altro panno di tal modo che stiano coperti tutti i capelli. Niuno entri in chiesa con cani da caccia o sparvieri, nè con archibugi, balestre, arma d’asta o simili, nè le appoggi alle porte o ai muri di chiesa, nè le deponga ne’ cimiterj o negli atrj[355]. I principi vogliano escludere i ciarlatani, gli zingari, i giuochi, le smodate spese; vietino le taverne al possibile, e vi si possa dar mangiare e bere, ma non alloggiare.
Moltissimo s’incarica della dignità e del contegno dei preti nel vestire, nel radere la barba, nel conversare, nell’abitare. Alla tavola del vescovo si servano due piatti, tre al più, e non confortini o altri delicature di zuccaro. Vuol diligenza nel riconoscere le antiche reliquie e nell’accettarne di nuove o nuovi miracoli; pose ritegni ai troppi che andavano in pellegrinaggio o per devozione o per penitenza; bonissime norme ai predicatori tanto per le materie e la forma de’ discorsi, quanto pel modo di porgere; e al suo clero ripeteva quel della Scrittura, _Maledictus homo qui facit opus Dei negligenter_. I suffraganei suoi si facessero mandare una volta l’anno una predica da ciascun parroco, e se nol vedesser migliorare, vi spedissero un predicatore. I morti si sepelliscano in campagna, cinta di muro; si tenga cura delle biblioteche, ove le suntuosità de’ vecchi ha raccolto libri d’ogni genere, e principalmente de’ manoscritti. In generale voleva il clero oculato su’ costumi de’ fedeli, sino a tenere in ogni parrocchia un registro della condotta di ciascuno: avrebbe anzi voluto rintegrare le prische penitenze pubbliche, nel suo rituale raccogliendo quelle comminate in antico ai varj peccati, fra cui v’era che, chi consulta maghi, stia penitente per cinque anni; chi getta tempeste, anni sette in pane e acqua; chi canta fascinazioni, tre quaresime; chi fa legature o malìe, due anni; chi sortilegi, quaranta giorni; chi cerca i furti nell’astrolabio, due anni[356]. E fra le penitenze che poteansi imporre, enumera il vietar le vesti di seta e d’oro, i conviti e le caccie; il far limosine, o mettersi pellegrini o servi in ospedali, o visitare carcerati, o chiudersi alcun tempo in monasteri, o pregare in chiesa a braccia tese, o tenervisi bocconi, o flagellarsi, o cingersi il cilizio.
Il commercio dei libri sorveglia; non si tengano bibbie vulgari, nè opere di controversia cogli eretici, senza licenza; non si lascino andar i fedeli ne’ paesi ereticali, nemmeno a titolo di mercatura o d’imparare la lingua; si favorisca in ogni modo il Sant’Uffizio. Gli Oblati di Sant’Ambrogio, preti con voto di speciale obbedienza all’arcivescovo, istituì perchè accudissero alle parrocchie più faticose e povere, e dessero esercizj e missioni. I frati Umiliati, arricchiti colle manifatture della lana (tom. VI, pag. 315), possedeano nel Milanese novantaquattro case, capaci di mantenere cento frati ciascuna, e non ne conteneano due; onde quelle rendite di venticinquemila zecchini, godute da pochissimi, erano fomite d’orribile depravazione. Carlo volle ridurli a disciplina, ma un d’essi gli sparò una fucilata; di che il papa prese ragione per abolire l’Ordine, e delle rendite di esso dotare collegi e seminarj, massime di Gesuiti.
Traversando la val Camonica, ove alcun tempo non si pagavano le decime, Carlo non dà la benedizione, e que’ popolani ne restano sgomenti; nella valle retica della Mesolcina fa processare severamente eretici e maliardi[357]: illusioni che al par di certe esorbitanti pretese di giurisdizione, come d’avere forza armata a sua disposizione, di far eseguire le sentenze del suo fôro anche contro laici i quali non vivessero da buoni cristiani, vorremo perdonare ai tempi, piuttosto proclamando come profondesse ogni aver suo coi poveri, e a sovvenire di corporale e spirituale assistenza gl’infermi d’una terribile peste allora scoppiata, e che, prevalendo l’idea della carità a quella de’ patimenti, oggi ancora in tutta Lombardia è intitolata peste di san Carlo.
Suo prediletto Giovan Francesco Bonomo, patrizio cremonese, vescovo di Vercelli, dove sostituì l’uffizio romano all’eusebiano, fabbricò il seminario affidandolo ai Barnabiti, istituì un monte di pietà colla propria sostanza[358]; tra gli Svizzeri e i Grigioni a tutela della fede pericolò anche la vita, e introdusse Gesuiti a Friburgo, Cappuccini ad Altorf, poi andò nunzio apostolico all’imperatore, indi nelle Fiandre, sempre zelando la causa cattolica. Ed essendo avvenuta la defezione del vescovo di Colonia, fu il primo nunzio ordinario a Utrecht, nunziatura che durò fin ai giorni nostri. San Carlo lasciò a lui i manoscritti delle sue prediche, e n’abbiamo a stampa due poemi, uno in lode di quel santo, uno per la vittoria di Lepanto, e altri versi e molte orazioni e lettere e sinodi.
Delegato da Gregorio XIII a visitare la diocesi di Como, vi stampava delle prescrizioni[359], dove insieme con evangeliche maniere ed elevati intenti appajono esagerazioni che viepiù risaltano dopo cessata la prevalenza ecclesiastica. I vescovi non abbiano cortine e tappeti a fiori, non lauta mensa, non elegante suppellettile, non vasellame d’argento, col quale potrebbero mantenere dei poveri; lor precipuo uffizio è la predicazione, nè possono mancarvi senza potente motivo. Nel triduo avanti Pasqua il vescovo sieda in confessionale per ascoltare chi si presenti; ogni due anni compia la visita diocesana, non ricevendo a tavola che tre piatti, oltre cacio e frutta: dia facile udienza a tutti, anzi v’incoraggi i poveri; veda e spedisca da sè quanto può. Ogni maestro faccia in man di lui professione di fede: le feste si vogliano osservate coll’astenersi da opere servili e dagli stravizzi. Vieta l’usar figure e anelli magici a curar uomini od animali, le stregherie, le fasciature, il trattar feriti e mali colla recita di certe preci e formole. Il raccoglier felci e loro semi in dati giorni e ore; i maghi e indovini siano puniti dal vescovo, come pure le maliarde che affascinano o uccidono fanciulli, inducono sterilità e gragnuola. Ogni anno si rinnovi l’intimata della scomunica a chi non denunzia fra quindici giorni qualunque eretico o sospetto di opinioni dissenzienti dalle cattoliche; si pubblichi la costituzione di Pio V contro chi offendesse le fortune o le persone del Sant’Uffizio; e ogni settimana il vescovo si affiati coll’inquisitore e con alcuni teologi e avvocati sovra il processare gli eretici. Chi bestemmia Dio o la beata Vergine sia punito in venticinque zecchini, il doppio se ricada, e cento alla terza volta, oltre il bando e l’infamia. Non gli ha? alla prima stia colle mani legate al tergo, genuflesso tutt’un giorno di festa al limitare della chiesa; se ricade, sia per le strade battuto a verghe; alla terza, foratagli la lingua con un acuto, indi condannato in perpetuo al remo. Crescono le pene se il reo è cherico; altre a chi bestemmia i santi; e si pubblichino indulgenze ai denunziatori e ai giudici. I parroci visitino ogni settimana le case per conoscere i bisogni spirituali e temporali, e raccolgano i viglietti della comunione pasquale.
La prebenda de’ parroci si migliori col prelevare dai benefizj inutilmente goduti da cardinali o prelati. Freno all’avarizia de’ curiali; via i borsellini che soleano appendersi ai confessionali; via i sepolcri elevati in chiesa; non si nieghi sepoltura per mancanza di denaro, nè si varii secondo le fortune il suon delle campane o la grandezza della croce. Se le donne in chiesa lascino dal denso velo apparire pur un capello, sia colpa riservata al vescovo. Questo ponga ben mente che nessuna fanciulla venga monacata per forza o per seduzione; i confessori di monache non ne accettino regalo o cibo; esse non tengano nella cella nessun arnese da scrivere, e in caso di necessità lo chiedano alla badessa; v’abbia carceri e ceppi e catene ne’ monasteri per quelle che violano la disciplina.
Istruzioni di tenore somigliante si diedero dappertutto. La Corte e la città di Roma presero aspetto ecclesiastico e spirito di regola, e il cardinale Tosco non fu eletto papa perchè lasciavasi sfuggire certi lombardismi. La residenza fu ingiunta rigorosamente ai vescovi, come a tutti i benefiziati; cessò l’abuso d’attribuire badie, collegiate, vescovadi a secolari e fin a militari, che dicevano _la mia chiesa, i miei frati_, come avrebbero detto _i miei famigli, i miei cavalli_. Un gentiluomo tedesco, udendo sempre declamare contro i costumi di Roma, era voluto venire accertarsene co’ proprj occhi, e ad un principe scriveva nel 1566 come avesse invece trovato gli abitanti dediti alle pratiche pie, rigorosi osservatori della quaresima, frequenti alla comunione e alla visita delle chiese; la settimana santa poi dormire per terra, e veglie, e digiuni, e tutti _gli artifizj della penitenza_ adoprati per raggiungere i beni dell’anima. E segue descrivendo quelle commoventi solennità ponteficali del giovedì santo; e le scomuniche lette a gran voce al popolo che le ascolta in venerabondo silenzio, e il bombo de’ cannoni che vi tien dietro, gli davano sembianza del terribile giorno finale. Lunghe file di penitenti disciplinandosi giungeano a San Pietro, ove ad essi mostravansi la lancia di Longino e il volto santo, fra singhiozzi, gridi, preghiere.
Io non accetto a piene braccia queste lodi, perchè, come costui vede tutto santo, così altri tutto scellerato, secondo l’affetto individuale. I carteggi dei residenti veneti di quel tempo annunziano continui rigori contro simoniaci, adulteri ed altri peccatori; ma da Roma scriveano il 25 settembre 1568: — In una terra della Marca, chiamata Amandola, i fuorusciti, con quali si dice che si sono accompagnati molti sfratati, entrati dentro, hanno usate gran crudeltà abbruciando le chiese, e buttando a terra, e rompendo le immagini, con gran dispregio di tutte le cose sacre; onde si dice che sua santità ha animo di fare qualche grande provvisione per quella terra, e per un’altra ancora vicina chiamata San Genese, poichè intende che in esse vi sono molti eretici. Ma non è città della Chiesa che abbia nome di averne più di Faenza: onde sua santità ha avuto a dire, che chiaritasi un poco meglio, la vuole al tutto distruggere con levar via tutti gli abitatori, provvedendo poi per lei di una nuova colonia; e in questi giorni sono stati condotti qua molti di quella città per conto dell’officio dell’Inquisizione».
Questi sfratati sono i fuggiaschi dai conventi: ma nel carteggio stesso è pur narrato degli Amadeisti, francescani molto depravati che il papa soppresse, surrogandovi i Minori Osservanti; e in molti luoghi, massime nel Bresciano, a Iseo, Erbusco, Quinzano, si opposero armati, rincacciando dai loro conventi gli Osservanti[360].
Il nepotismo non cessò, ma trasformossi, usando i papi mettersi a fianco un nipote cardinale e un laico, che acquistavano gradi e ricchezze ma non dominio, al modo d’un ministro de’ paesi costituzionali. Benedetto, figlio del cardinale Accolti, si credette che a Ginevra attingesse e odio contro i papi e idee repubblicane; conforme alle quali ordì a Roma una congiura con giovani principali per trucidare Pio IV, dopo il quale dicevano verrebbe quel papa angelico, di cui più volte avea discorso il medioevo; pretendevano essere in comunicazione coi celesti, e si prepararono al misfatto colla confessione e l’eucaristia; fallito il colpo e scoperti, sempre ridenti sostennero la morte, esacerbata quanto allora si sapeva, asserendo esservi consolati dagli angeli.
Michele Ghislieri alessandrino da Bosco, di religione rigorosa e d’integerrima vita, non andava mai che pedestre; come priore de’ Domenicani redense molti conventi dai debiti; inquisitore a Bergamo e a Como, affrontò ingiurie e minaccie[361]; il papa l’avea creduto opportuno a reggere la diocesi di Mondovì, sperperata dalle guerre; fatto cardinale, non mutò tenore, nè quando venne assunto pontefice col nome di Pio V (1566).
La sua scelta spiaceva a non pochi, sì perchè creatura dei Caraffa, sì pel noto suo rigore; ma egli disse: — Faremo in modo che ai Romani rincresca più la nostra morte che la nostra elezione». Nella festa inaugurale solea gettarsi denaro alla popolaglia; indiscreta prodigalità, in cui vece Pio V fece distribuire quella somma a’ veramente poveri e vergognosi. I mille zecchini che sciupavansi in far cortesia agli ambasciadori, spedì ai conventi più bisognosi; e dettogli che molti gliene faceano accusa, rispose: — Non me la farà Iddio». Regalò i cardinali, ma li pregò di consiglio e cooperazione nel restaurare la Chiesa, riconoscendo che il disastro di questa era venuto dai cattivi esempj del clero. Dicendo — Chi vuol governare altrui, cominci dal governare se stesso», restrinse le spese, mantenendosi da monaco; nè provava bene che nello stretto adempimento de’ proprj doveri, e nella fervorosa meditazione e adorazione, da cui si levava in lacrime. Solo per calde istanze conferì la sacra porpora a un suo pronipote, frate di gran virtù; un altro ch’era caduto ne’ pirati, riscattò a lieve prezzo, e fattolo comparire a Roma in arnese da schiavo, gli regalò un cavallo e cento scudi. Prodigò invece ai poveri, massime in un’epidemia allora gettatasi.
Siffatto genere di perfezione suol recare gran confidenza nella propria volontà, e pertinacia a domare l’altrui. Inaccessibile a passioni umane, qualora v’entrasse il concetto del dovere più non guardava a chi che fosse; onde i cardinali erano obbligati rammentargli ch’e’ non aveva a fare con angeli[362].