Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 30

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Fu allora che il Torrentino, nitido editore, si mutò dalla Toscana ne’ paesi del duca di Savoja, e stampò le storie di Giovanni Sleidan, probabilmente tradotte dal Domenichi; e i Giunti a Venezia, ove la maggior libertà fece prosperare la tipografia[340]. Antonio Bruciòli, durando ancora la repubblica fiorentina, aveva sparlato dei monaci: a che tante religioni e tanti abiti? tutti dovrebbero ridursi sotto una regola sola; e non impacciarsi d’affari mondani, dove non recano che guasto, come è avvenuto di frà Girolamo; altre volte morendo lasciavasi di che abbellire e fortificare la città, ora unicamente ai frati acciocchè trionfino e poltreggino, invece di lavorare come san Paolo; ed «era tanto costante e ostinato in questa cosa de’ preti e de’ frati, che, per molto che ne fosse avvertito, e ripreso da più suoi amici, mai non fu ordine ch’egli rimanere se ne volesse, dicendo _Chi dice il vero, non dice male_» (VARCHI). Stabilitisi i Medici, e svelenendosi egli anche contro di questi, fu imprigionato; uscitone, si salvò a Venezia con due fratelli stampatori, pei quali pubblicò la _Bibbia tradotta in lingua toscana_ (1538). Sebbene pretenda aver lavorato sul testo originale, pochissimo sapeva d’ebraico, e la sua Bibbia fu trovata riboccante d’eresie, come il prolisso commento che ne stese in sette tomi: non sembra però che egli disertasse la Chiesa cattolica[341].

Monsignor Pietro Carnesecchi, gentiluomo favorito dai Medici in patria, in Francia e a Roma, conobbe in Napoli Pietro Valdes, l’Ochino, il Vermiglio, il Caracciolo, poi in Viterbo il vescovo Vittore Lorenzo, il Vergerio, Lattanzio Rangone, Luigi Priuli, Apollonia Merenda, Baldassarre Altieri, Mino Celsi; ebbe dimestichezza con Vittoria Colonna, Margherita di Savoja, Renata di Francia, Lavinia della Rovere Orsini; con Melantone e con altri eretici trattò di presenza poi per lettere, e col credito e col denaro combattè l’autorità pontifizia, i frati, il purgatorio, le indulgenze, la confessione, la cresima, i digiuni; l’invocazione dei santi, i voti di castità; a salvarsi bastare la fede senza concorso delle opere; nell’eucaristia trovarsi veramente il corpo di Cristo, ma non transustanziato; potersi senza colpa leggere i libri ereticali e mangiar grasso in qualunque giorno. Paolo IV citatolo invano, lo fece scomunicato; ma perchè continuava senza dissimulare, Pio IV ottenne che Cosmo gliel consegnasse. Sì bene si difese, che fu rimandato; nè però tacque, sovvenne di denari Pier Leone Marioni e Piero Gelido da Sanminiato, ecclesiastico di molta dottrina, che scoperti di eresia poterono rifuggire a Ginevra. Cosmo non gli diminuiva la sua famigliarità; ma poi richiesto dal rigido Pio V, il consegnò all’Inquisizione, ove confesso e convinto, fu condannato al fuoco. Il papa sospese dieci giorni l’esecuzione se volesse intanto ricredersi; ma disputando egli in sinistro senso fin col frate che il confortava, venne decapitato ed arso[342] (1567).

Antonio Albizzi, che in Firenze istituì l’accademia degli Alterati e fu console della Fiorentina, servendo al cardinale d’Austria in Germania prese affetto alle dottrine nuove, e con un amico venne in Italia onde metter sesto agli affari suoi, per poi andare a liberamente professarle. Ma scoperti, l’amico fu côlto e dato al Sant’Uffizio; l’Albizzi fuggì (1626), e tornò ad Innspruck poi a Hempen in Svevia; e quando appunto il Sant’Uffizio gli iterava la citazione, morì. Intanto in Toscana crescevansi i famigliari del Sant’Uffizio, distinti con una croce rossa, esenti dalla potestà secolare ed autorati a portar l’armi. Il granduca temette che quest’abito non servisse di maschera ai molti che avversavano la sua dominazione; pure non potè frenare gl’inquisitori, che a Siena e a Pisa inesorabilmente perseguivano chiunque uscisse in proposizioni ambigue, nè tampoco perdonando a leggerezze di studenti.

Se la paura che si volgesse la critica dalle cose sacre alle politiche faceva rigorosi i governi principeschi, anche l’aristocratica Lucca se n’inquietava. Già fin dal 1525 proibiva i libri di Lutero e di Luterani, e chi n’avesse dovea consegnarli; ma molti proseliti già vi erano, e il cardinale Bartolomeo Guidiccioni da Roma nel 1542 scriveva al governo di quella sua patria: — Qui è nuova per diverse vie quanto siano multiplicati i pestiferi errori di quella condannata setta luterana in la nostra città; li quali, ancorchè paressero sopiti, si vede che hanno dormito per svegliarsi più gagliardi... Fino ad ora si è potuto pensare che il male fusse in qualche pedante e donne; ma intendendosi le conventicole qual si fanno in Santo Agostino, e le dottrine quali s’insegnano e stampano, e non vedendo fare alcuna provvisione da quelli che governano, o spirituale o temporale, nè ricercare che altri la facci, non si puol credere altro se non che tutto proceda con volontà e consenso di chi regge. Onde di nuovo prego le S. V. che ci faccino tal provvigione, che rendi presto tanto buon odore, quanto fetore ha sparso e sparge il male; e chi cacciasse con autorità della sede apostolica quelli frati, autori e nutritori già tanto tempo di quelli pestiferi errori, e desse quel loco a chi facesse frutto bono, e castigasse qualcuno di quella setta, saria forse salutifero rimedio...

«Intanto pareria che le S. V. col loro braccio ordinassero che il vicario del vescovo facesse incontinente prendere quel Celio (_il Curione_) che sta in casa di messer Nicolò Arnolfini, il quale dicono aver tradotto in vulgare alcune opere di Martino, per dare quel bel cibo fino alle semplici donne de la nostra città, e che ha fatto stampar quei precetti a sua fantasia: oltrechè e da Venegia e da Ferrara se ne intende di lui pessimo odore. Così è da far diligenzia in quei frati di Sant’Agostino, massime di ritener quel vicario, il quale s’intende per certo che ha comunicati più volte molti de’ nostri cittadini con darli dottrina che quello debbon fare in memoria solo della passione di Cristo, non già perchè credino che nell’ostia vi sia il suo santissimo corpo. E custoditi con diligenzia, li potranno mandare a Roma, o vero avvisare come li tengono ad instanzia di S. B.; acciocchè ogni uomo cognosca che le S. V. vogliono cominciare a far qualche dimostrazione, ed essere, come sono stati i nostri avoli, buoni e cattolici cristiani e obbedienti figli della santa Sede apostolica...

«Questa mattina, da poi la partita dell’ambasciatore, in la congregazione fatta dalli reverendissimi deputati sopra queste eresie e errori luterani, dinanzi N. S. sono state lette otto conclusioni luterane e non cattoliche di don Costantino priore di Fregionara, le quali sono tanto dispiaciute a N. S. e alli reverendissimi deputati, che mi hanno commesso che io scrivi a V. S. che lo faccino incarcerare con darne avviso, o che lo mandino con quello altro frate di Sant’Agostino. E così le ricerco che vogliano fare e con diligenzia, perchè sarà grande purgazione del mal nome della nostra città, e mostreranno che tali errori li dispiaciono, e faranno cosa grata a Dio».

Nè tale sollecitudine era senza motivo; perocchè Pietro Martire Vermiglio, dirigendo ai fratelli lucchesi l’apologia della propria fuga, si congratulava che colà i credenti aumentassero. Forse ne esageravano il numero sì Roma per aver ragione di piantarvi l’Inquisizione, sì il signor di Firenze per pretesto di mettere le mani su quell’ambita repubblica, la quale pensò ovviare i pericoli con esorbitanti rigori (1545). Il Consiglio generale «dubitando che siano alcuni temerarj, li quali, con tutto che non abbino alcuna intelligenza delle scritture sacre nè di sacri canoni, ardischino di metter bocca nelle cose pertinenti alla religione cristiana, e di essa ragionar così alla libera come se fossero gran teologi, et in tali ragionamenti dir qualche parola, o udita da altri simili a loro, o suggerita dalla loro diabolica persuasione, la qual declina e tiene della eresia, e leggere anche libretti senza nome d’autore, che contengono cose eretiche e scandalose; donde potrebbe facilmente succedere, che non solo essi s’avvilupassero in qualche errore, ma vi avviluppassero anche dentro delli altri», multa siffatti ragionari, ed ai recidivi sin la galera; assolto chi denunzia altri; i libri d’eretici si consegnino, pena la confisca; non si conservi corrispondenza con eretici, e nominatamente coll’Ochino o con Pietro Martire; tre cittadini siano eletti annualmente per sovrintendere a tali colpe. Nel 1548 rivedeasi la legge mitigando le pene, ma estendendole a qualunque libro di religione non sottoscritto dal vicario del vescovo; ognuno sia obbligato confessarsi e comunicarsi; in quaresima non si macelli, nè si spacci carne se non di capretto, vitello o castrato; niuno tenga a servizio persone uscite di convento; a tutto mettendo comminatorie, e provocando a spioneggi. Nel 1558 si proibiva ogni colloquio o corrispondenza colle persone dichiarate eretiche, o contumaci alle chiamate del Sant’Uffizio.

A tali editti probabilmente la Signoria fu obbligata per dare soddisfazione ai vicini: certo il papa la querelò di cotesto intromettersi di materie ecclesiastiche; ma la Inquisizione romana non fu mai stabilita nella piccola repubblica, che si serbò monda di sangue. Bensì nel 1555, forse perchè si temesse veder ridotte ad effetto quelle che fin allora non erano state che minaccie, molti se n’andarono, tra cui Filippo Rustici che a Ginevra tradusse la Bibbia, Giacomo Spiafame vescovo di Nevers, Pietro Perna, che pose tipografia a Basilea moltiplicando edizioni principalmente di Riformatori, e avendo a correttore Mino Celsi senese, il quale esaminò _Quatenus progredi liceat in hæreticis coercendis_; il già detto medico Simon Simoni: anche intere famiglie sciamarono, come i Liena, gli Jova, i Trenta, i Balbani i Calandrini, i Minutoli, i Buonivisi, i Burlamacchi, i Diodati, gli Sbarra, i Saladini, i Cenami, che poi diedero alla Svizzera utili cittadini, e alla repubblica letteraria personaggi illustri[343].

Nel 1561 si raddoppiò d’oculatezza al confine sopra i libri proibiti, dando autorità di aprire i plichi e le valigie provenienti d’oltremonte. Quando Pio IV temette che i molti Lucchesi che viaggiavano in Isvizzera e in Francia non ne contraessero l’infezione, il senato proibì di dimorare in quelle contrade; coloro che abitano a Lione devano tutti insieme comunicarsi il giorno di pasqua; chi alloggi alcun forestiere, e il veda far atti o discorsi meno cattolici, lo denunzii: ai dichiarati eretici dello Stato si proibisce di fermarsi in Italia, Spagna, Francia, Fiandra, Brabante, «luoghi ne’ quali la nazione nostra suole conversare, abitare e negoziare assai»; e se vi siano trovati, «chiunque gli ammazzerà guadagni per ciascuno di loro, de’ denari del Comune, scudi trecento d’oro; se bandito rimanga libero; se no, possa rimettere un altro bandito». Questo decreto attirò al Comune le lodi di Pio e di san Carlo: ma che non abbia spinto nessuno all’assassinio, ce ne dà speranza l’udire l’anno stesso lamenti che molti eretici restassero in questa città, tenessero corrispondenza coi profughi, e ricevessero opere protestanti[344].

CAPITOLO CXLVI.

Rimbalzo Cattolico. Concilio Tridentino. Riforma morale.

Del famigerato Giangiacomo Medici, marchese di Marignano, era fratello Giannangelo, valente giureconsulto milanese, che successe pontefice col nome di Pio IV (1559). Disapprovava la severità del predecessore, eppure i tre nipoti di quello mandò a processo e a morte, non eccettuando il porporato. Il supplizio d’un cardinale diacono era tal novità che il mondo fu pieno; tutti cercarono conoscerne il processo, nessuno lo vide intero, nemmanco l’imputato o il suo difensore; e vi si volle scorgere una vendetta della Spagna contro codesti suoi avversarj ch’eransi vantati capaci di torle il reame di Napoli. Pio IV espresse allo storico Pallavicino che peggio d’ogni cosa eragli rincresciuta quella condanna, ma averle dovuto lasciare corso per lezione dei futuri nipoti: dappoi Pio V, rivedutane la causa, li dichiarò condannati iniquamente, fece tagliare la testa ad Alessandro Pallentieri, orditore del processo, e questo fu bruciato, così togliendo alla posterità di giudicarne in supremo appello[345].

Pio IV cavalcando ascoltava chiunque gli parlasse, agli ambasciatori dava udienza in Belvedere senza cerimonie; benchè aderente per origine all’Austria, non prese parte alla guerra; procurò a Roma anni quieti ed abbondanti; ridusse a fortezza la città Leonina, dov’è il Vaticano: a questo aggiunse molti abbellimenti, fra cui la sala regia, ove da Giuseppe Salviati fece storiare le geste de’ papi con epigrafi dettate da apposita commissione; ed una di queste ritrae il convegno di Federico Barbarossa con Alessandro III a Venezia, e l’umiliarsegli a’ piedi[346].

Neppur Pio IV si astenne dal favorire i nipoti, e diede l’arcivescovado di Milano, e ben tosto la porpora a un giovinetto di appena ventitre anni (1560) e non ancora sacerdote, e su quello accumulò benefizj e cariche; egli legato _a latere_ di Bologna e Ravenna, poi d’Italia tutta; egli abate e commendatore di almen dodici chiese in varj Stati, arciprete di Santa Maria Maggiore, penitenziere supremo della santa Chiesa, protettore del regno di Portogallo, dei Cantoni svizzeri cattolici, della bassa Germania, degli Ordini francescano e umiliato, dei canonici regolari di Santa Croce a Coimbra, e de’ cavalieri di Malta e del Cristo; sicchè unendovi il contado d’Arona sul lago Maggiore, e il principato d’Oria nel Napoletano, fruiva dell’entrata di almeno novantamila zecchini; e aveva cognata una duchessa d’Urbino, maritate le sorelle una nei Gonzaga principi di Molfetta, una nel principe di Venosa, una nel principe Colonna vicerè di Sicilia. Scialava dunque principescamente, quando la morte che colse il fratello Federico in mezzo al fasto e alle speranze, lo concentrò ne’ gravi pensieri della tomba, e d’allora il nome di Carlo Borromeo indicò uno dei prelati che meglio onorarono la Chiesa e più efficacemente faticarono nel riformarla. Rinunziando a quel cumulo di cariche, onde mortificare col suo esempio la splendida dissolutezza dei principi secolari ed ecclesiastici di Roma congedò ottanta persone di corteggio, non ritenendo secolari presso di sè che nei bassi uffizj; da novanta restrinse a ventimila zecchini il suo spendio domestico; non più sfarzo e spassi, ma ai clamorosi convegni consueti nel suo palazzo sostituì un’accademia settimanale di lettere e morale, detta le Notti Vaticane: eccitò il papa a fabbricare Santa Maria degli Angeli e la superba Certosa di Roma; molte chiese procurò s’edificassero per tutta Italia, e l’Università di Bologna.

Invece di soggiornare a Roma, come troppi vescovi soleano, o alle Corti o nelle nunziature, egli volle al più presto venire alla sua sede di Milano, che da quarant’anni costituiva una commenda per cadetti di casa d’Este. Qual meraviglia se la disciplina vi si era sfasciata, e pietà e costumatezza scomparse dai preti? I quali, non che curare le anime altrui, la propria negligevano a segno, che si credeano dispensati dal confessarsi perchè confessavano; secolareschi nel vestire, nelle abitudini, nelle compagnie, trafficavano, e delle chiese e delle sacristie si valevano come portifranchi per sottrarre le merci e il contrabbando alle imposte e alle perquisizioni; quand’anche non ne facevano ritrovi per conviti e balli. Le solennità e le domeniche porgeano occasione soltanto a bagordi, a feste indecenti e persino feroci; i monaci dati all’ozio in convento, agl’intrighi fuori; le monache, in onta alla clausura, uscivano a far visite e ne riceveano, e l’abilità non manifestavano che in confortini e manicaretti.

Attorniatosi di valent’uomini, de’ quali mai non si mostrò geloso, Carlo si accinse a riformare la sua arcidiocesi: e armato di qualità penetranti e sovrane, di autorità sensibile, direi della verga di penitenza per convertire e costringere allo spirito interno i Cattolici paganizzati, autorevole per parenti e congiunti in tutta Italia, per amici alla Corte di Roma, per illustre nascita e la signorile magnanimità fra i nobili, fra gli ecclesiastici per la dignità, fra il popolo per le ricchezze e per l’uso che ne facea, fra i pii per la bontà e le macerazioni; vigoroso di corpo a sostenere viaggi ed astinenze, e d’animo a reggere le opposizioni dei governatori, le persecuzioni de’ viziosi, l’indifferenza dei beneficati, con que’ decreti che costano poco a farsi ma molto a far eseguire, disciplinò la sua Chiesa nelle materie più importanti, come nelle minime di sacristia. Diceva l’uffizio a testa scoperta; leggeva la Scrittura a ginocchio; poco parlava, pochissimo leggeva e neppure le novità, dicendo che un vescovo non potrebbe meditare la legge di Dio se badasse a vanità curiose; teneva frequentissime conferenze col suo clero; instancabile nell’impedire che dalla vicina Svizzera l’eresia si dilatasse in Italia, perlustrolla come legato pontifizio, vi rincalorì la parte cattolica, e fondò a Milano un collegio Elvetico, semenzajo d’apostoli e parroci a que’ paesi (V. pag. 352).

Principale impegno egli pose nel trarre a compimento il concilio ecumenico. Indicato primamente a Mantova nel 1537, poi a Vicenza, in fine fu aperto a Trento il 13 dicembre 1545: dopo la settima sessione del 3 marzo del 47, se ne decretò la traslazione a Bologna: nel dicembre 1550, Giulio III lo restituì a Trento, ove nel 51 e 52 si tenne fin alla decimasesta sessione, sciogliendolo poi all’appressarsi della guerra. Pio IV ne ordinò la riunione nel 29 novembre 1560; ma si cominciarono le tornate sol nel 18 gennajo del 62, per finirle il 3 dicembre dell’anno successivo. La bolla di conferma uscì il 26 gennajo 1564.

I concilj, da quel di Nicea fino al Tridentino, anche nella storia mondana furono le assemblee più segnalate per la dignità dei personaggi raccolti, per la grandezza delle quistioni che vi si agitarono, per l’elevazione delle idee, superiori a restrizioni di paese, di razza, di tempo, fondate su principj irremovibili, e ispirate da una generosità non d’astrazioni, ma effettiva nè mai smentita. Se fonte viva della vera civiltà è la fede divina, importa conservarla nella sua purezza; i popoli di tutto il mondo congiungere in unità di credenze e di riti, e mondare l’interno di questa società col correggere i costumi e principalmente quelli del clero; fuori difenderla dai nemici comuni, effondere fiumi di verità e di vita sopra quanto v’ha di nobile, di bello, di generoso nella natura umana. So che gli spiriti negativi disputano su questi meriti: noi parliamo ai serj e leali.

Al Tridentino, maestosa assemblea de’ Cattolici più consumati negli affari, nelle lettere, nella santità, viene apposto d’essere stato menato a senno degl’Italiani; ma questa parola, come avviene delle denominazioni di partito, significa chiunque caldeggiasse le prerogative romane. In realtà la discussione dogmatica fu diretta dai gesuiti Lainez e Salmeron spagnuoli, e con loro Le Jay ginevrino, rappresentante del cardinale Turchsess vescovo d’Augusta; uno dei tre presidi n’era il cardinal Polo inglese; Andrea de Vega, Volfango Remio, Genziano Hervet, luminari di quell’adunanza, non erano italiani. Vero è che i vescovi forestieri ogni tratto scarrucolando, era d’uopo mandarne di italiani, più poveri e men pretensivi, e valersi de’ Gesuiti, che allora furono più che mai, come alcun li chiamò, i giannizzeri della santa Sede.

L’importanza che la Chiesa attribuisce a ciascun uomo pei meriti suoi proprj, non per la nascita, dovea condurre al votar per testa, anzichè per nazione; ma ne derivava la prepollenza degli Italiani, giacchè agli ottantatre prelati di tutti insieme gli altri paesi stavano a fronte centottantasette dei nostri. Oltre san Carlo, che non riceveva alcun breve papale se non iscoprendosi il capo, primeggiava tra questi il cardinal Morone, figlio del famoso grancancelliere di Milano, in alta fama di sapere e d’abilità negli affari, che ad istanza di sant’Ignazio promosse la fondazione del collegio Germanico, e perchè il papa mancava di denari, indusse a obbligarvisi i cardinali, e vi diede ordini che poi servirono al concilio di Trento per norma nel regolare i seminarj. Malgrado di ciò, malgrado che avesse adoprato ogni poter suo nel reprimere l’eresia in Germania ed escluderla da Modena, fu sospettato di novatore e fautor de’ novatori, onde Paolo IV lo carcerò in Castel sant’Angelo: ma il nuovo pontefice non solo lo trasse giustificato, ma lo destinò a presedere al concilio.

Fra gli altri cardinali distingueremo il Foscarari bolognese, che a Modena fondò un monte di Pietà e profondea l’aver suo ai poveri in modo, che non si sapeva dove tanto pigliasse; l’eruditissimo Seriprando di Troja, già secretario al celebre cardinale Egidio da Viterbo; il Bertani, autore d’un commento a san Tommaso e d’un trattato sulla podestà del papa; il veneziano Gianfrancesco Comendone[347], di limpida dicitura e abilissimo a trarsi dagli affari più difficili e meno attesi; nunzio in Inghilterra, poi in Polonia, donde ottenne fosse cacciato l’Ochino, poi alla dieta di Augusta per impedire vi si decidesse sopra materie ecclesiastiche; i suoi viaggi sono leggiadramente descritti da Annibal Caro, al quale fu amicissimo, come a Paolo Manuzio, a Basilio Zanchi, a Guglielmo Sirleto, ai migliori d’allora. Per un Antonio Ciurelio di Bari, vescovo a Budua in Dalmazia, che esilarava con profezie e buffonate, severa scienza mostrava il calabrese Guglielmo Sirleto, biblioteca ambulante, che parlava francese, latino, greco, ebraico, non fu eletto papa per tema che gli studj nol distraessero troppo, e sepoltosi nella biblioteca Vaticana, colà pose affatto l’animo in ajutar tutte le opere altrui, benchè di sue niuna pubblicasse, provvedeva testi e argomenti ai campioni del sinodo; eppure non isdegnava raccogliere attorno a sè i bambini che capitavano in piazza Navona co’ fasci della legna per istruirli nel catechismo. In Agostino Valier vescovo di Verona non sapeasi qual più ammirare, la rara erudizione o la coscienza intemerata; scrisse cenventotto opere, ma pochissime ne pubblicò, fra cui una _Rethorica ecclesiastica_ spesso ristampata, e una storia di Venezia; e impugnò la barbarie scolastica e il timor delle comete. Daniele Barbaro d’ordine pubblico scrisse la storia veneta, fece poesie filosofiche lodatissime col titolo di _Predica dei sogni_, fondò in Padova l’orto botanico e l’accademia degli Infiammati, tradusse e commentò Vitruvio, diede bellissimo ragguaglio della sua ambasciata a Edoardo VI d’Inghilterra. Ivi pure Gianantonio Volpi e Antonio Minturno, letterati di prima schiera; Onorato Fascitello vescovo d’Isola, autore di lettere e poesie lodate; Marcantonio Flaminio e il vescovo Vida, Catullo e Virgilio redivivi; Isidoro Clario, Taddeo Cucchi di Chiari, che emendò la versione della Bibbia vulgata a confronto del testo ebraico e greco, senza trascurare l’esegesi dei Protestanti. Sfoggiavano nelle prediche i più insigni oratori, Alessio Stradella di Fivizzano, Francesco Visdomini ferrarese, Bartolomeo Baffi da Lucignano, Cornello Musso vescovo di Bitonto (t. IX, p. 289), intorno alla cui eloquenza Bernardino Tomitano medico e retore di Padova compose un ragionamento, e gli fece coniare una medaglia con un cigno, e l’iscrizione _Divinum sibi canit et orbi_.