Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 29

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Sisto IV, deplorabile pontefice, sin dal primo momento che re Ferdinando la introdusse, ne mostrò tal disgusto, che d’ambe le parti si arrestarono gli ambasciatori, e il Cattolico richiamò i suoi sudditi. Sisto da poi cedette, e confermolla nel 1478; ma udendo lamenti sulla durezza de’ primi inquisitori, dichiarò surrettizia quella bolla, ammonì essi inquisitori, e determinò non procedessero che d’accordo coi vescovi, nè si estendesse il Sant’Uffizio alle altre provincie; poi destinò un giudice d’appello papale, a cui potessero gravarsi i maltrattati; molte sentenze cassò e addolcì; e per quanto i Cattolici e Carlo V procurassero eludere quest’intervenzione della santa Sede, è memoria di condannati a cui quei giudici fecero restituire o i beni o l’onore civile, almeno i figli cercarono salvarne dall’infamia e dalla confisca, e spesso imposero agli inquisitori d’assolverli in segreto, per sottrarli alle pene legali e alla pubblica ignominia. In tali arti perseverarono Giulio II e Leone X, e quali dispensarono dal portare il sanbenito, cioè il sacco di penitente, a quali tolsero d’in sulla tomba i segni di riprovazione: Leone scomunicò l’inquisitore di Toledo nel 1519, ad onta di Carlo V; ed essendo condannato il Vives come sospetto di luteranismo, Paolo III lo disse innocente, e lo pose vescovo delle Canarie: il famoso latinista Marcantonio Mureto, chiesto in patria al rogo come eretico, fu accolto in Roma ad insegnare all’ombra papale: Leone proferì reo di morte chi falso testimoniasse davanti al Sant’Uffizio, e voleva riformare radicalmente l’Inquisizione di Spagna, legandola ai vescovi; ma Carlo V ne lo stornò col solito spauracchio di Lutero[327].

Fin dal suo tempo il Segni accorgevasi che l’Inquisizione spagnuola «fu istituita per tôrre ai ricchi gli averi e ai potenti la stima. Piantossi dunque sull’onnipotenza del re, e fa tutto a profitto della potestà regia, a scapito della spirituale. Nella prima sua idea e nel suo scopo è un’istituzione politica: è interesse del papa mettervi ostacoli, come fa tutte le volte che può: ma l’interesse del re è di mantenerla in continuo progresso». E che sia vero, il re di Spagna nominava il grande inquisitore, approvava gli assessori, fra cui due dovevano essere del consiglio supremo di Castiglia; il tribunale dipendeva dal re, così padrone della vita e della roba de’ sudditi, e che della cassa dell’Inquisizione faceva un fondo di riserva proprio, a segno che più volte agl’inquisitori non restava tampoco abbastanza per le spese; i grandi e il clero n’erano colpiti egualmente, senza privilegio o eccezione; laonde, mentre esprimeva lo sforzo nazionale contro i Maomettani e gli Ebrei, era pure un artifizio regio per assoggettarsi la Chiesa e la nobiltà.

Ogni autorità minacciata suol esacerbare i rigori, e colla necessità della difesa giustificare la persecuzione: e quel tribunale fu esteso come una legge marziale contro l’irrompere di eresie, che dove prevalsero, cagionarono ben maggior effusione di sangue, che non tutti i roghi del Sant’Uffizio.

Prevalse poi le idee di tolleranza, vengono obbrobriati coloro che propongono spiegazione, non giustificazione alle vecchie persecuzioni, mentre pajono eroi coloro che declamano senza lealtà contro istituzioni di cui più non si ha a temere, o echeggiano senza critica coloro che a carico della religione posero e quei rigori e quegli _atti di fede_[328].

Fatto è che allora, in nome della religione della misericordia, si rinnovavano gli orrori dell’imperio romano, e al gentilesimo delle voluttà e dell’ingegno credeasi riparare con quello dell’oppressione e de’ supplizj, togliendosi e la sicurezza del vivere e la franchezza del pensare[329]. Paolo IV dando all’Inquisizione un’insolita vigoria, non la volle più dipendente da ciascun vescovo, ma dalla congregazione del Sant’Uffizio, autorizzata a giudicare delle eresie di qua e di là dall’Alpi; laonde pose in ogni città «valenti e zelanti inquisitori, servendosi anche di secolari zelanti e dotti, per ajuto della fede, come verbigrazia dell’Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo, del Muzio in Milano. Questa risoluzione di servirsi di secolari fu presa perchè non solo moltissimi vescovi, vicarj, frati e preti, ma ancora molti dell’istessa Inquisizione erano eretici»[330]. Singolare confessione!

Allora si estesero le procedure del Sant’Uffizio, il quale doveva inquisire gli eretici o sospetti d’eresia, i fautori loro, i maghi, malefici e incantatori, i bestemmiatori, quelli che si oppongono al Sant’Uffizio ed a’ suoi uffiziali. Sospetto d’eresia è chi lascia sfuggirsi proposizioni che offendono gli ascoltanti o fanno atti eretici, come abusare de’ sacramenti, battezzare cose inanimate, quali sarebbero calamita, cartavergine, fave, candele; percuotono immagini sacre, tengono, scrivono o leggono libri proibiti; si allontanano dal vivere cattolico col non confessarsi, mangiar cibi vietati, e simili.

Le procedure sue, che tanto ci destano orrore, non erano che le consuete; e basti in prova l’essere pubblicamente stampati i suoi codici, secondo i quali, al reo è dato un procuratore, persona intelligente e di buon zelo, col quale egli possa comunicare e che ne faccia le difese; di tutti gli atti e le deposizioni si tenga protocollo; «i vicarj saranno avvertiti di non permettere che i notari diano copia degli atti del Sant’Uffizio, per qualsivoglia causa, salvo al reo, e solamente quando pende il processo; senza il nome de’ testimonj, e senza quelle particolarità per le quali il reo potesse venir in cognizione della persona testificante»[331].

I principi, accortisi che al religioso teneano dietro cambiamenti politici, fecero causa comune con quella Roma di cui aveano avuto gelosia, e per tutto fu invigorita l’Inquisizione, repudiando la connivenza tanto consueta in Italia; con privilegi e indulti si allettavano fraternite d’uomini e donne a servire di famigli al Sant’Uffizio, che non solo investigava l’eretica pravità, ma la negligenza delle pratiche religiose, fiutava le cucine al venerdì, sofisticava qualche parola sfuggita ai professori, insomma avviava alla polizia odierna; superiore a questa solo in quanto supponeva andarne di mezzo, non l’interesse momentaneo d’un principe, ma la salute delle anime. La tolleranza, virtù eminentemente civile, che nell’uomo di credenza diversa non ci lascia considerare se non il fratello e il concittadino e a Dio riserva il giudizio della coscienza, chi conoscevala in quell’età? Lutero invocava le spade regie contro i dissidenti, mentr’esso li perseguitava colle imprecazioni; e tutti potemmo vedere a Dresda la mannaja che i Luterani adopravano contro gli avversarj, dov’è scritto: _Hüt dich Calvinist_: Calvino facea bruciare Serveto: Enrico VIII ed Elisabetta scriveano col sangue de’ Cattolici tiranniche leggi, come Maria e Filippo II con quello degli Eretici: Ferdinando d’Austria colle stragi d’Ungheresi e Boemi dissidenti vendicava stragi precedenti di costoro: insomma inviperiva una lotta dove chi non uccidesse, sarebbe ucciso.

Fu allora che l’Accademia di Modena andò dissipata come dicemmo, e molti membri di essa fuggirono; molti Ferraresi, tra’ quali Olimpia Morata ch’era stata educata da Giovanni Sinapio, protestante precettore delle figliuole della duchessa, e sposò Andrea Grundler protestante, studente all’Università di Ferrara. Scrisse ella dialoghi latini e poesie greche; e rifuggita ad Eidelberga professò lingua greca, e morì di soli ventinove anni. Di là scriveva: _Ferrariæ crudeliter in Christianos animadverti intellexi, nex summis nec infimis parci: alios pelli, alios vinciri, alios fuga sibi consulere[332]._

I Riformati, che ci conservarono il nome de’ loro martiri, descrivono la fierezza de’ supplizj subiti dal Fannio di Faenza in Ferrara, da Domenico Cabianca bassanese, da frà Giovanni Mollio professore di Bologna, da Pomponio Algieri di Nola, da Francesco Gamba di Como, da Goffredo Varaglia cappuccino piemontese, da Luigi Pasquale di Cuneo. Il Poggiali estrasse da vecchia cronaca il nome di molti inquisiti piacentini[333].

Ogni causa ha tristi apostoli, che credono servirla col mostrare come abbia molti nemici, e in quella generalità di nomi che esclude la critica e la discolpa avvolgono le persone meno meritevoli di sospetto. Così allora avvenne, e nella inflessibilità del suo zelo Paolo IV fe gittare prigioni il cardinale Morone ed Egidio Foscarari vescovo di Modena, reputatissimi prelati, e i vescovi Tommaso Sanfelice della Cava, Luigi Priuli di Brescia, imputati di nutrire opinioni ereticali, o mal difendere le ortodosse. Anche don Gabriele Fiamma veneto, canonico lateranese e vescovo di Chioggia, autore di poesie spirituali, predicando a Napoli il 1562, fu accusato d’eresie[334]. E per verità, se la Riforma, filosoficamente considerata, era un lanciarsi dello spirito verso la libertà, un voler pensare e giudicare secondo la testa propria intorno a fatti e idee che fin allora si erano ricevuti dall’autorità, ne scendea drittamente che divenissero sospetti tutti i pensatori, tutti, anche gli zelanti.

Questo frà Michele Ghislieri alessandrino si segnalò nell’alta Italia per zelo inquisitorio; e l’opposizione che trovò dappertutto ci rivela non tanto il precipitare delle opinioni in senso protestante, quanto l’indispettirsi della violenza. Avuto spia che a Poschiavo, paese italiano appartenente ai Grigioni, si stampassero libri ereticali destinati all’Italia, e che alcune balle erano state spedite ad un negoziante di Como, frà Michele le sequestrò. Il capitolo comasco, spalleggiato dal governatore, voleva fossero restituite; e non riuscendo, il popolo ne levò tal rumore che frà Michele dovette ritirarsi. Anche a Morbegno in Valtellina eresse processo di eresia contro Tommaso Pianta vescovo di Coira, senza citarlo nè nominare i testimonj; sicchè i Grigioni gli fecero vietare di procedere contro chicchefosse senza previa loro licenza: e perchè egli, obbedito alla prima, rinnovò poi le processure, il popolo a pena si tenne che non gli mettesse le mani alla vita.

Ebbe poi ordine d’inquisire Vettore Soranzo vescovo di Bergamo, il quale in conseguenza fu sospeso, ma dopo due anni rintegrato. Maggiori indizj trapelavano contro Giorgio Medolago: ma la costui potenza avrebbe impedito l’inquisitore se a questo non fosse venuto in sussidio Giovan Girolamo Albani. Mercè del quale il Medolago fu preso: ma la Signoria veneta lo fece levare a forza delle carceri del Sant’Uffizio e trasportarlo nelle sue, nelle quali morì. L’opposizione allora obbligò il Ghislieri a partire di Bergamo, del che si dava colpa a Niccolò da Ponte che poi fu doge, e che perciò venne in odore di luterano. Quell’Albani, valentissimo giureconsulto, godea di alto favore presso la Signoria; ma quando due suoi figliuoli nella chiesa di Santa Maria Maggiore uccisero il conte Brembati, egli, come loro complice, fu per dieci anni relegato in Dalmazia. Il Ghislieri però, divenuto papa Pio V, conferì ai figliuoli il titolo di gentiluomini romani, e al padre il governo della marca d’Ancona, poi il cappello cardinalizio, che, non senza eventualità di salir papa, portò degnamente fino ai novantasette anni.

Il decreto del 1558, per cui tutti i frati che fossero fuori venivano obbligati a tornare ai loro conventi e ricevere il castigo meritato, indusse molti a fuggire in Olanda e a Ginevra: e se credessimo a Gregorio Leti[335], più di ducento buttaronsi eretici.

In generale l’Inquisizione, severissima a chi si ostinasse, ai confessi e ricredenti mostrava carità: alquanti furono arsi in Roma e mazzerati a Venezia: molti obbligati a ritrattarsi d’errori, in cui erano incorsi prima di saperli condannati. Ma il popolo ne prese tal disamore a Paolo IV, che appena morto abbattè la sua statua, erettagli poco prima dal troppo labile favore di quella plebe, e ficcò il fuoco al palazzo dell’Inquisizione. Pontefice difficile a giudicare fra atti così disformi; ma certamente coll’alienarsi dall’imperatore per istudio dell’italica indipendenza, tolse che questo il coadjuvasse ad estirpare l’eresia che allora prese consistenza.

Carlo V, che odiava i Protestanti dacchè in Germania l’aveano costretto a concessioni repugnanti al suo orgoglio, s’accorse come le loro dottrine serpeggiassero in Napoli, e con un severissimo editto del 1536, valevole per tutti i suoi regni, v’interdisse ogni commercio e corrispondenza con persone infette o sospette d’eresia, pena la morte e la confisca. Colà avea predicato e fatto proseliti l’Ochino: poi Giovanni Valdes, gentiluomo spagnuolo, dall’imperatore lasciato segretario al vicerè Pier di Toledo, disputò della Giustificazione; sebbene scarso di dottrina, coll’enfasi cattivava gli animi; e gl’inquisitori attestano che fin tremila proseliti si trasse dietro. Fra questi Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, figlio d’una Caraffa, parente di Paolo IV, marito d’una duchessa di Nocera, gentiluomo dalla chiave d’oro di Carlo V, le dottrine di Pietro Valdes e di Pietro Martire propagò, poi abbandonando la famiglia, e una splendida fortuna, andò nel 1551 a fondare a Ginevra un concistoro italiano, e chiesa distinta con un formulario proprio. Primo ministro ne fu Massimiliano Martinengo conte bresciano, poi Lattanzio Rangoni profugo di Siena. Invano i parenti procurarono richiamarlo; suo padre, pregatolo ad un colloquio in Venezia, non potè espugnarne la fermezza; trattolo un’altra volta a Vico, il padre, i figliuoli, la moglie ch’esso teneramente amava, il supplicarono rimanesse in patria e nella fede comune, ma egli s’ostinò al niego. Proposto a Calvino, a Pietro Martire, al Zanchi se potesse far divorzio, decisero di sì, ond’egli sposò una dama di Rouen, visse onorato fin al 1586, e Calvino gli dedicò la seconda edizione de’ suoi commenti sull’epistola ai Corintj.

Antonio Caracciolo, figlio del principe di Melfi maresciallo di Francia, lasciò la corte di Francesco I per farsi certosino: ma anche nel chiostro recò l’inquietudine, intrigò in Corte, e fatto vescovo, nè potendo da Sisto V ottenere il cappello rosso, si diede coi Riformati, dapprima continuando a dirsi vescovo e ministro del santo Vangelo: scrisse poesie francesi e italiane; e polemiche religiose, finchè morì nel 1569. Lorenzo Romano di Sicilia, già agostiniano, disseminati occultamente gli errori di Zuinglio qui, poi rifuggito in Germania, tornò a casa nel 1549 insegnando la logica di Melantone, sponendo le epistole di san Paolo nel nuovo senso, e pubblicò anche un’opera intitolata _Beneficio di Cristo_. Citato all’Inquisizione fuggì, poi venne volontario a costituirsi, si disdisse e ottenne perdono, facendo molte penitenze e pubblica abjura nelle cattedrali di Napoli e Caserta, e confessando d’avere assai proseliti, fra cui molte dame titolate.

Il vicerè Toledo, cui Carlo V nessuna cosa aveva raccomandata più che d’impedire la diffusione dell’eresia, bruciò una gran catasta di libri che la propalavano, e vietò l’introdurre qualunque trattato di materie teologiche non approvato dalla santa Sede, e le accademie che, sotto coperta di letteratura o di filosofia, facilmente invadevano il campo teologico. Poi, spintovi dall’imperatore che vedeva in Germania gli scompigli causati dalla Riforma, cercò introdurre nel regno l’Inquisizione spagnuola, la quale, operando indipendente dai vescovi e da ogn’altra autorità, nè dando contezza de’ testimonj, apriva agevolezza alle vendette e alle false deposizioni, e aggiungeva alle pene anche la confisca. Pertanto i Napoletani vi si oppongono, e non valendo le parole, le piazze insorgono (1547) gridando arme, strappano i cedoloni, surrogano ai vecchi eletti del popolo altri più creduti; i nobili si mescolano co’ plebei aizzandoli e chiamandoli fratelli. Il Toledo citò Tommaso Anello sorrentino plebeo, e il nobile Cesare Mormile, capi del tumulto; ma tal folla gli accompagnò, ch’egli dovette dissimulare, e lasciar che fossero portati in trionfo alle varie piazze onde rassicurare e attutire il popolo; intanto egli, dando buone parole e promettendo che, vivo lui, mai non s’introdurrebbe tal tirannia, chiamava truppe.

Un accidente da nulla dà occasione di far sangue; gli Spagnuoli assalgono i tumultuanti; questi rispondono colle barricate e colla campana a martello; la via Toledo e la Catalana inorridiscono di carnificina; alcuni nobili, non più rei degli altri ma per esempio, sono mandati sommariamente al supplizio, e il Toledo, credendo aver atterrito, passeggia fieramente la città. Nessuno gli fece atto di rispetto; la plebe, a fatica rattenuta dal farlo a brani, formò regolarmente un’_unione_, considerando per traditore della patria chi non v’entrasse, e prese le armi, guidata dal Mormile e dai Caracciolo; si deputò all’imperatore Ferrante Sanseverino principe di Salerno, con Placido Sangro, per chiarirlo come non fosse ribellione contro lui quell’insorgere contro un rigore illegale, giacchè fra i capitoli del Regno era che non si porrebbe l’Inquisizione spagnuola. Stettesi dunque lungo tempo in aspetto di guerra, nè mancava chi suggerisse o di darsi al papa che all’antica ragione di sovranità univa ora l’odio particolare contro gli Ispani, o di chiamare Pietro Strozzi e i Francesi che allora campeggiavano a Siena. Ma i più perseveravano nelle forme di soggezione, gridando Impero e Spagna: i baroni erano stati domandati in castello dal vicerè a titolo di obbedienza feudale: le buone famiglie si ritirarono, sicchè la feccia prevalendo e i fuorusciti, tutto andava a disordine l’infelicissimo paese, e bisognava blandire alla ciurma coll’esagerazione delle parole e la villania del vestire e del trattare; intanto che i soldati spagnuoli coglievano ogni occasione e pretesto di saccheggiare, e da una parte e dall’altra cercavansi sussidii e munivansi fortezze.

A suggerimento pure del papa e di san Carlo fu deputato all’imperatore il famoso giureconsulto Paolo d’Arezzo con calde suppliche, nelle quali si dà questa strana ragione che, essendo colà troppo comuni i giuramenti falsi, niuno si terrebbe sicuro della vita e dell’avere. L’imperatore a fatica volle concedere udienza ai deputati, e ordinò si deponessero le armi in mano del vicerè; e la città scoraggiata obbedì, implorò misericordia; pure ottenendo che i casi d’eresia fossero giudicati dagli ecclesiastici ordinarj. Trentasei eccettuati dall’amnistia già erano fuggiti; il Mormile con altri ricoverò in Francia, ben visto e provveduto; l’imperatore dichiarò _fedelissima_ la città, e le impose centomila scudi d’ammenda. Il nuovo papa Giulio III vietò per bolla si facessero confische per casi d’eresie, cassando anche le fatte sin allora[336]: e i colpevoli erano diretti a Roma, dove fatta abjura e le penitenze imposte, erano rimandati a casa.

A Carlo V era succeduto nel regno di Spagna e ne’ dominj dell’Asia, dell’America e dell’Italia Filippo II, il cui nome rappresenta proverbialmente la opposizione contro l’eresia, e in conseguenza per taluni una generosa come che inesorabile perseveranza, per altri il tipo della tirannide, della fierezza, dell’ipocrisia. L’Inquisizione, da suo padre in testamento raccomandatagli, fece esercitare coll’inflessibilità di chi crede compiere un dovere. Allora si estesero quelle arsioni di eretici, teatralmente solennizzate, talmente credevansi giuste: e perchè i suoi sudditi non fossero trattati disugualmente, voleva anche a Milano fare l’infausto dono del Sant’Uffizio al modo spagnuolo; ma la città deputò alti personaggi al re, al concilio, al papa che si adombrava di questo tribunale da lui indipendente; e si ottenne di non aggiunger questo ai tanti mali della Lombardia.

Nel Napoletano esacerbati i rigori e i sospetti, delle persone che aveano frequentato le conversazioni di Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga, molte furono citate al vicario dell’arcivescovo; e Giovan Francesco d’Alois di Caserta e Giovan Bernardino di Gargàno d’Aversa decapitati ed arsi, e confiscati i loro beni, malgrado il privilegio di Giulio III. Ciò empì la città di sgomento; molti migrarono; le piazze inviarono al vicerè duca d’Alcala onde sincerarsi se stesse il disegno di piantarvi l’Inquisizione spagnuola, ed egli assicurava di no. Nè però ricusavano l’Inquisizione consueta, esercitata dai vescovi; e nel _Seggio di Capuana_ è detto[337]: — Si faccia deputati, con ordine che devano andare a ringraziare monsignor arcivescovo illustrissimo delle tante dimostrazioni fatte contro gli Eretici e gli Ebrei, e supplicarla che voglia esser servito di far intendere a sua beatitudine la comune soddisfazione che tiene tutta la città, che queste sorte di persone sieno del tutto castigate ed estirpate per mano del nostro Ordinario, come si conviene; come sempre avemo supplicato, giusta la norma de li canoni e senza interposizione di corte secolare, ma _santamente_ procedano nelle cose di religione tantum». Però anche que’ paesi vedremo allagarsi di sangue per cagione religiosa.

I principi trovarono l’Inquisizione spediente a reprimere i germi repubblicani, e sotto il granduca Cosmo si fece a Firenze un atto-di-fede: la processione degli Eretici condannati a far ammenda era preceduta dal gonfalone, colla croce in campo nero tra la spada e il ramo d’ulivo, e colla scritta _Exurge, Domine, judica causam tuam_; ventidue soggetti seguivano Bartolomeo Panciatichi, già ambasciatore ducale alla corte di Francia, vestiti con cappe e sanbeniti dipinti a croci; e condotti alla metropolitana, vi ottennero l’assoluzione, mentre sulla piazza bruciavansi i loro libri. In San Simone subivano la stessa cerimonia privatamente alcune donne, sospette di novità.

Pure esso granduca non accettò il decreto di Paolo IV sui libri proibiti, se pure non fossero avversi alla religione, o trattassero di magia od astrologia giudiziaria; de’ quali il 3 marzo 1559 fu bruciata una catasta avanti a San Giovanni e Santa Croce. Lodovico Domenichi, per aver tradotto e stampato con falsa data la _Nicomediana_(?) di Calvino, fu condannato abjurare col libro appeso al collo, e a dieci anni di carcere; ma ne ottenne remissione per istanze di monsignor Giovio. Frà Luca Baglione perugino nell’_Arte di predicare_ (1562), tra molti atti proprj racconta che, inveendo in una, non dice quale città, contro gli eretici, un di costoro gli tirò un’archibugiata, da cui però Iddio preservollo; e un’altra volta assalito da più di quindici siffatti in istrada, potè difendersene colla sola parola di Dio[338].

Presa Siena, i soliti zelanti subillarono Cosmo contro i Socini, eresiarchi di colà; ed egli sulle prime non vi badò, poi li tolse a perseguitare: furono presi alquanti Tedeschi che vi stavano a studio, oltre alcune maliarde, cinque delle quali bruciate nel 1569. Maestro Antonio della Paglia di Veroli che latinizzò il suo nome in Aonio Paleario, scrittore coltissimo d’un poema sull’_immortalità dell’anima_, che Vossio chiama divino e immortale, attinte a Siena le idee de’ Socini e dell’Ochino, le diffuse a Colle e a San Geminiano; scrisse il _Trattato del beneficio della morte di Cristo_, dove sostiene la giustificazione per mezzo della fede, che fu confutato da Ambrogio Caterino; e l’_Actio in pontifices romanos et eorum asseclas_, quando trattavasi di raccorre il concilio di Trento; e lettere a Lutero e Calvino[339]. Perseguitato, indirizzò a’ senatori di Siena una pomposa diceria latina, e, — Non siamo più a’ tempi dove un vero cristiano possa morire a suo letto. Ma ci accusino pure, ci imprigionino, ci torturino, ci strozzino, ci diano alle belve, tutto sopporteremo, purchè ne derivi il trionfo della verità». Allora passò a Lucca e v’ebbe impiego, poi dal senato di Milano fu invitato professore, indi rifuggì a Bologna, infine vi fu consegnato alla romana Inquisizione, che dopo tre anni di carcere il condannò ad essere strozzato ed arso, di settant’anni.