Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 28
Pier Paolo Vergerio di Capodistria, nominato vescovo di Madrusch ancora laico, il giorno stesso ricevette tutti gli ordini e l’unzione episcopale da suo fratello Giambattista vescovo di Pola. Spedito nunzio papale in Germania, si lusingò di convertire Lutero, ma parve invece se ne lasciasse pervertire. Reduce, e non compensato quanto sperava, ritirossi vescovo in patria, dove cominciò a introdurre novità, dalle chiese tor via certe immagini e le tavolette de’ miracoli, negare il patronato speciale de’ santi su certe malattie, ed altri partiti che seppero d’empietà ai timorati, e singolarmente al Muzio e a monsignor Della Casa suoi violenti detrattori. Il quale monsignore si mostrò in fatto zelantissimo, non tanto per la santa Sede, diceva egli stesso, quanto per servire all’illustrissimo sangue della casa Farnese; e al famoso Pierluigi, da Venezia ove stava nunzio pontificio nel 1544, scriveva[313]: — Avendo io fatto mettere prigione un Francesco Strozzi, eretico marcio, il quale si tiene traducesse in vulgare il _Pasquillo in estasi_, libro di pessima condizione e pestifero, essendosegli trovato addosso, quando fu preso, un epitafio mordacissimo e crudelissimo fatto da lui contro la persona di nostro Signore, ed avendo sua santità a Roma con l’oratore di questi signori fatto ogni istanza necessaria, ed io qui non mancato di tutte le diligenze possibili per poter mandare il detto Francesco a Roma, il quale è prete ed è stato frate dodici anni, non si è potuto avere, e finalmente il serenissimo mi ha dato precisa negativa, fondandosi sopra la conservazione della giurisdizione, e mostrando quanto ciascuno Stato deva sforzarsi di mantenerla».
Il Casa instruì il processo del Vergerio, e mentre il papa insisteva per averlo sott’occhio, egli esortava il cardinale Farnese ad impedirlo, perchè «in questo processo è una parte che contiene maldicenza, e spezialmente un particolare di quella calunnia che fu data al duca di Castro sopra il vescovo di Fano; per la quale particolarità, quand’io mandai a vostra signoria reverenda il detto processo, ne levai la parte della maldicenza, acciocchè nostro Signore non avesse a sentire questa calunnia, se forse non l’ha sentita fin qui»[314].
A questo modo s’ingannano i grandi! Intanto il Vergerio continuava con tale impudenza, che dal dotto Egnazio, presso cui ospitava, fu mandato via di casa: mostrava credere che suo fratello vescovo fosse stato avvelenato perchè apostato, poi d’essere in pericolo egli medesimo, tanto più dacchè venne inquisitore il suo compatrioto e nemico Annibale Grisoni. Presentatosi al concilio di Trento, per la cui convocazione egli si era tanto adoperato, non ne ottenne udienza, onde ricoverò in Valtellina, e il dispetto o il bisogno lo trasformò in caloroso novatore. A Poschiavo stampò il _Libro ai principi d’Italia_, ricco di particolarità storiche; trattò _delle superstizioni d’Italia e dell’ignoranza de’ sacerdoti_; girò la Germania, «invece di tesori mondani» portando molti scritti de’ novatori[315], e piacendo «per una certa sua eloquenza popolare e audacemente maledica» (PALLAVICINO); lanciava dardi infocati contro di Paolo III, dei prelati e del concilio, e principalmente di monsignor Della Casa, il quale poi vecchio e scaduto di speranze, ritirossi a Narvesa componendovi sonetti pieni di disinganno, e diceva di sè: _Puer peccavi, accusant senem._
Il Vergerio alla Riforma acquistò credito e proseliti coll’autorità di vescovo e lo zelo di apostolo; favorì assai tra i Grigioni gli arrolamenti per Francesco I; ma perduta l’alta sua posizione nel clero nostro, neppure acquistò la fiducia de’ Protestanti, perchè, libero pensatore, non aderiva a Lutero più che a Zuinglio, sicchè dovette andar a morire a Tubinga (1565), dove qualche zelante disperse le sue ceneri.
Con lui stette in corrispondenza il militare Orazio Brunetti di Porcìa, le cui lettere (Venezia 1548) abbondano in senso protestante; in molti opuscoli italiani, nè pregevoli per scienza nè belli di forma, non mostra lealtà o convinzione, combattendo il cattolicismo collo svisarlo.
Simone Simonio lucchese, perchè dal niente non si fa niente, sosteneva che il Verbo era fatto, e vantava d’aver sillogismi che imbarazzerebbero san Paolo, e si dicea credesse nel cielo padre, nella terra madre, e nella forma, cioè nel senso e intelligenza del cielo. Buttatosi or con Calvino, or con Lutero, or cogli Unitarj, imprigionato a Ginevra, esulante per Germania e Polonia finchè visse, è dopo Melantone contato fra i restauratori della scienza dei Protestanti[316], mentre altri lo svillaneggiavano; nemici cui allude nel libro intitolato _Scope con le quali si scopano gli escrementi delle calunnie, delle bugie, degli errori_.
Alessandro Citolini di Serravalle nel Trevisano rifuggì a Strasburgo, poi in Inghilterra, ed è grandemente lodato da Sturm; ma la sua _Tipocosmia_, imitazione del _Camillo_, è una confusione inestricabile.
E molti potremmo indicare, che dalle ricerche scientifiche erano tratti nell’errore. Paolo Mattia Doria napoletano, autore della _Vita civile_, avea preparato l’_Idea d’una perfetta repubblica_, ma ne fu sospesa la stampa, e come lorda di immoralità e panteismo fu arsa. Il Panizzi, nell’edizione inglese dell’_Orlando innamorato_, ripubblicò un opuscolo del vescovo Vergerio (Basilea 1554), dov’è asserito che il Berni al burlesco poema intarsiasse dottrine anticattoliche, espunte dopo morto l’autore, e allega diciotto stanze, prologo al XX canto, donde l’editore conchiude che tali opinioni fossero comuni nella classe educata d’Italia, quanto oggi le liberali. Prova incerta, ma non nuova; chè già altri vollero noverare tra i Riformatori il Manzolli pel _Zodiacus vitæ_, astiosissimo contro il clero, l’Alamanni, il Trissino, altri ed altri, mal comparando chi riprova gli abusi con chi proclama la ragione individuale per unica interprete del codice sacro[317]. Fra essi è Vittoria Colonna, le cui poesie spirituali rivelano una profonda religione, qual doveva penetrare le anime virtuose, sofferenti dei mali della patria, che attribuivansi alla depravazione de’ costumi, e alla negligenza e peggio de’ prelati. Massime chi era contemplativo più che indagatore doveva restar commosso dai dubbj allora gettati nell’intelligenza della fede, onde furono confusi coi Riformati persone di gran pietà, che colla loro stessa austerità, col congregarsi a ragionar di Dio, coll’occuparsi delle indagini teologiche protestavano contro l’indifferenza dei più. E molti infatto della predicazione luterana non vedeano che il lato morale; una pietà forse inconsiderata, ma invaghita d’una purezza che deploravano perduta nella Chiesa; un compiangere le persecuzioni fatte all’Ochino o a Pietro Martire, mentre si tolleravano l’Aretino e il Franco; una profonda fiducia nei meriti di Gesù Cristo, senza accettare l’autorità e i sacramenti da lui istituiti.
Così di Marcantonio Flaminio, elegante latinista che ridusse i salmi in odi, messe all’Indice, si dà per segno di apostasia l’ardor suo per Cristo, le lettere _piene di pietà_, e il raccontare egli stesso come, essendo malato, per le preghiere del Caraffa risanò[318]. Lo storico Pallavicino, sebbene appunti il Flaminio di «covare nella mente tali dottrine, per non dover combattere le quali ricusò d’andare secretario del concilio di Trento», soggiunge che, in fine degli anni suoi, la salutevole conversazione del cardinal Polo il facesse ravvedere, e scrivere e morire cattolicamente.
La libertà del Trissino (t. IX, p. 316) prova quanto fossero tollerate le declamazioni contro di abusi, che si confessavano anche quando non si pensava a correggerli. I nostri godeano udirle ripetere dai Protestanti, e di poter esclamare, — Anch’io l’avea detto e prima di loro»: chi vagheggiasse fama di franco pensatore assentiva alla disapprovazione delle cose antiche, a quegli epigrammi, o raziocinj poco migliori d’epigrammi, che vengono facilissimi a chi è mal informato della soggetta materia.
Come oggi il liberalismo politico professa di volere la libertà, nel mentre i conservatori pretendono combatterlo in nome anch’essi della libertà, così era allora del religioso: sparlavasi della Corte romana, senza per questo volerla disfare; chi gridava ad una riforma del clero, chi al depuramento del culto; alcuni o a voce o per iscritto emettevano errori di cui aveva colpa l’intelletto non la volontà, più scusabili quando i dogmi non erano stati nè così ben definiti, nè così popolarmente espressi come dopo il concilio di Trento. E molti potevano lealmente credere che la critica non farebbe che appurar la Chiesa e consolidare il dogma; non essendosi ancora veduto succedersi dottrine tutte cangianti, tutte discutibili in modo, che gli spiriti non si inebbrierebbero più che del dubbio. E in generale si sapeva, o almeno si sentiva che riformare non è distruggere; che le riforme opportune e durevoli denno venir dall’amore non dalla collera, dall’autorità che dirige, non dalla violenza che scompiglia.
Ma già appariva la moltiforme natura della Riforma; in Germania assodatrice del principato, in Francia faziosa, in Inghilterra dispotica e persecutrice, in Iscozia fanaticamente esagerata, regia nella Scandinavia, repubblicana in Isvizzera, deleterica in Polonia. A noi proveniva o da Germania o da Ginevra: i pensatori propendevano piuttosto a Zuinglio che a Lutero, perchè quegli avea scritto in latino, e più serio e più logico. Ma presto anche di qua dell’Alpi si comunicarono i litigi che di là si dibattevano intorno alla presenza reale; e Lutero, interrogatone dai novatori del Veneto, anatemizzava Zuinglio ed Ecolampadio «dottori contagiosi, falsi profeti».
Eppure i dissensi non doveano qui limitarsi; e i nostri, non solo contribuirono a distendere altrove la Riforma, ma ne dedussero più rigorose conseguenze. Lutero aveva mantenuto molti dogmi, e la gerarchia, e il canone dell’autorità, rendendola però servile al potere temporale che solo, rinnegata la scomunica, potea mantenere colla spada quell’unità di fede che appunto erasi spezzata; onde non fece che diroccare l’ecclesiastica disciplina, a segno che più volte si sperò una riconciliazione. Calvino dall’inerte uffizialità del luteranismo avventossi alla critica, negando addirittura la Chiesa nel senso mistico, e facendola sparire in faccia all’individuo, sicchè restava interposto un abisso: eppure nelle vertigini della ragione egli non si spinse fino all’estremo. Furono Italiani che senza ritegno compirono la doppia dissoluzione della disciplina e della gerarchia, unendovi quella delle fondamentali verità; e in nome dell’irrefrenata autorità della ragione intaccarono l’idea stessa, l’ontologia cristiana. Non gente di stola e di tonaca, ma giureconsulti e medici, ammessa unicamente la Bibbia, e in questa non trovando espresso il dogma della Trinità, lo impugnarono, come gli antichi Ariani, negando la divinità di Cristo, la consustanzialità del Verbo, ed altre che diceano introduzioni de’ sofisti greci.
Forse ne dubitavano l’Ochino ed altri Riformati, e probabilmente l’Accademia di Vicenza; ma risoluti antitrinitarj si dichiararono i figli del medico Matteo Gentile, che per seguire la Riforma era spatriato. Alberico professò giurisprudenza a Oxford sinchè morì del 1611. Scipione insegnò ad Eidelberga e altrove, latinizzò i due primi canti della _Gerusalemme liberata_ appena usciti. Giovanni Valentino di Cosenza professò a Ginevra, in Francia, in Polonia; esigliato dalla Svizzera, perchè ruppe il bando, fu decapitato a Berna. Gianpaolo Alciato milanese, che morì a Danzica, da Austerlitz scrisse due lettere (1564-65) a Gregorio Paoli, in sostegno della dottrina unitaria, per le quali dal Beza era detto «uom delirante e vertiginoso», da Calvino «ingegno non solo stolido e pazzo, ma affatto frenetico sin alla rabbia»[319]. Aggiungi l’abate Leonardo, Nicolò Paruta, Giulio da Treviso, Francesco da Rovigo, Giacomo da Chiari, Francesco Negri, Dario Socino.
Matteo Gribaldi detto Moffa, legista chierese, che professava a Padova collo stipendio fin di mille fiorini, e vi acquistò tal fama che la sala non bastava agli ascoltatori, ne fuggì perchè sospettato d’eresia in grazia di un libro stampato a Basilea nel 1550, ove descriveva la morte di Francesco Spiera, accompagnata, dicevano i Protestanti, da orribile disperazione per avere disertato dalle loro opinioni. Calvino temendolo infetto dell’eresia unitaria, per la quale egli allora faceva processare Serveto, nol volle ricevere. Bruciato poi questo, l’invitò a una conferenza, ed esso vi si condusse; e perchè l’intollerante eresiarca negò stendergli la mano, e voleva costringerlo a una professione di fede, egli credette più sicuro passare a Tubinga, indi a Berna; ma quivi pure perseguito come antitrinitario da Calvino, benchè si ritrattasse, dovè partirne, nè sembra vero che prima di morire (1564) tornasse cattolico[320].
Suo discepolo era Giulio Pacio cavaliere vicentino, fuggito ad altri compatrioti in Ginevra, v’ebbe una cattedra di legge; ed era disputato dalle Università di Francia e di Germania per opere di diritto e di filosofia, ora affatto dimenticate. A Montpellier ebbe scolaro il famoso Peiresc, il quale faticò per tornarlo cattolico, ottenendogli qualche cattedra ben provveduta, e dopo molti anni abjurò in fatto; a Padova insegnò diritto civile, poi finì a Valenza.
Lelio Socino (-1562), discendente da illustri giureconsulti, da Siena passato in Isvizzera e in Germania, si amicò i principali Riformati e Melantone; disgustato dell’intolleranza di Calvino[321], andò in Polonia, professando apertamente le credenze antitrinitarie, alle quali convertì Francesco Lismanin di Corfù, priore de’ Francescani e confessore della regina Bona Sforza. Accolto a gara dai signori polacchi e dal re Sigismondo, morì a Zurigo (-1604). Fausto Socino, nipote e allievo di lui, bello scrittore, facile parlatore, gentile di modi, occupato dodici anni presso la corte di Firenze, quando i suoi parenti furono perseguitati si mutò a Basilea, studiando teologia; e pubblicò opere anonime. Per una disputa con Francesco Pucci, avendo dovuto partirsene, fu chiamato in Transilvania e Polonia, ed ereditati gli scritti dello zio, ne trasse fuori un nuovo simbolo che differiva in punti essenziali dagli Unitarj polacchi. Secondo lui, bene aveano meritato Lutero e Calvino, ma non abbastanza, giacchè era mestieri sbrattar la fede da ogni dogma che trascenda la ragione. La Bibbia è d’origine divina, e voglionsi prendere in senso letterale i passi che si riferiscono a Cristo; il quale a Dio, unico d’essenza come di persone, è inferiore soltanto nella maestà e potenza, ch’esso acquistò colla morte, coll’obbedienza e colla risurrezione. L’uomo fu mortale prima della caduta; altrimenti Cristo abolendo il peccato, l’avrebbe sottratto alla morte; nè si trasmette colpa originale. L’uomo è libero nel proprio arbitrio; l’onniscienza divina non abbraccia le azioni umane; e la dottrina del predestino sovverte ogni fede. Alla giustificazione sono necessarie le opere buone: Cristo non soddisfece pei peccati degli uomini, poichè Dio gli avea perdonati anche prima di lui: il battesimo d’acqua è meramente atto allusivo all’iniziazione.
Socino fu dunque il vero grande eresiarca, poichè non accettò limiti nel proclamare i diritti della ragione: se Lutero e gli altri avevano secolarizzato la religione, egli secolarizzò Dio, e togliendo il soprasensibile, fu il padre del razionalismo, che è l’eresia dei tempi nostri.
Gravi contraddizioni gli suscitarono queste dottrine, e perseguitato e povero dovette vivere della generosità de’ suoi adepti; i quali crebbero tanto, che le differentissime sêtte di Unitarj si ridussero a quest’una, detta de’ Sociniani. Ma i suoi avversarj eccitarono contro di esso il popolo di Varsavia, che lo strascinò per le vie; a gran fatica salvato, ritirossi in un oscuro villaggio, e alla sua morte gli fu posto quest’epitafio:
_Tota licet Babylon destruxit tecta Lutherus,_ _Calvinus muros, sed fundamenta Socinus_[322].
Giorgio Biandrata saluzzese (-1585), dottore nell’Università di Montpellier poi di Pavia, scrisse intorno all’ostetricia e alle malattie muliebri il meglio che fin allora si fosse fatto, e senza conoscere nè il commento del Berengario nè le opere del Pareo. Chiesto a curare Giovanni Zapoly vaivoda della Transilvania, lo portò al grado di prendere moglie Isabella, figlia di Bona Sforza regina di Polonia, alla quale e al bambino, nato poco prima della morte del padre, prestò utilissimi servigi. Non è da annoverare fra i perseguitati di Vicenza[323], perocchè nel 1552 lo troviamo reduce in quiete a Mestre; di là pare fuggisse a Ginevra, dove udì Calvino, ma datosi agli Antitrinitarj, fu dal Vermiglio chiamato a Zurigo, poi capo d’una chiesa istituita da Olesnieski signor di Pinczowia; e quando Sigismondo Augusto di Polonia aperse questo regno agli eretici, Giorgio si trasferì a Cracovia, assistette a due concilj, collaborò alla traduzione polacca della Bibbia sotto la protezione di Nicola Radzivil, e sostenne calorose dispute[324], tenuto come colonna dagli Antitrinitarj, e da quel re fatto archiatro e consigliere intimo. Pure non si staccava affatto dai Cattolici, tornò talvolta alla Corte polacca, che l’adoprò in importanti nunziature: onde Fausto Socino lo mise in sospetto al vaivoda, poi inveì contro di esso, e sparse fosse ucciso dal nipote Bernardino.
In Polonia predicò pure Francesco Stancari mantovano (-1574), che insegnando ebraico in un’accademia eretta a Spilimbergo da Bernardino Partenio, manifestò idee eterodosse, onde dovette fuggire, e da Basilea diresse ai magistrati veneti un trattato _della Riformagione_. Il concilio di Ginevra preseduto da Calvino lo scomunicò, perchè professava che Gesù Cristo fu mediatore presso l’eterno Padre come uomo non come Dio; e dappertutto venne contrariato per dottrine esorbitanti. A Cracovia seppe dissimularle; ma quando il vescovo insospettito il fece arrestare, i signori ne ottennero la liberazione; ond’egli incoraggiato propose si abbattessero le immagini e tutto l’antico culto, e diede un codice in cinquanta regole per le nuove chiese. Nell’opera _contro i ministri di Ginevra e di Zurigo_ (Cracovia 1562) scrive che «il solo Pietro Lombardo val meglio che cento Luteri, ducento Melantoni, trecento Bullinger, quattrocento Pietro Martiri e cinquecento Calvini; dei quali tutti, se si pestassero in un mortajo non si strizzerebbe un’oncia di vera teologia».
Francesco Pucci fiorentino, stando a Lione per commercio e frequentando i letterati contrasse le opinioni protestanti, e lasciati i traffici, si pose alla teologia in Oxford, dove fu dottorato il 1574. Nel trattato _De fide in Deum quæ et qualis_, combattè i Calvinisti che prevaleano su quell’Università; onde perseguitato, ricoverò a Basilea, e legato d’amicizia e di credenze con Fausto Socino, pubblicò una tesi che tutto il genere umano fin dall’utero materno è efficacemente partecipe dei benefizj di Cristo e della beata immortalità. Per essa dovette andarsene anche da Basilea; nè maggior tolleranza trovò a Londra, ove anzi fu messo prigione; nè in Olanda, ove con molti disputò. A Cracovia due alchimisti inglesi lo persuasero che poteano, mediante il commercio con certi spiriti, scoprir cose ignote al resto degli uomini; ed egli vi credette, e cercò persuaderne altri. Disingannatone, si ravvide anche de’ suoi errori, in man del vescovo di Piacenza nunzio a Praga si ritrattò, e ordinato prete, servì come secretario al cardinale Pompeo d’Aragona[325].
Da qui siete chiari come la Riforma straziasse se stessa; e qualvolta il senno individuale sottentri al comune, è egli possibile trovar un punto d’accordo, cui si pieghi l’orgoglio della libera interpretazione? Intolleranti come quelli da cui s’erano staccati, e senza avere come questi l’appoggio dell’autorità divina, ognuno presumeva con eguali titoli essere al possesso della verità, sicchè condannava il dissenziente; i sinodi scomunicavano l’un l’altro; l’un predicante cacciava l’altro; il Bullinger, pastore supremo a Zurigo, querelevasi altamente dei tanti Italiani rifuggiti in quella città; Comander li chiamava accattabrighe, insofferenti d’istruzione altrui, della propria opinione tenacissimi[326].
Risentiva dunque tutta la società le scosse della Riforma, la quale era giunta alle estreme sue conseguenze, cioè fino a rinnegare Cristo, e surrogare al deismo epicureo il deismo razionale; onde i Cattolici aveano bene di che sgomentarsi, e voler riparare con una riforma cattolica. Di questa fu zelantissimo Paolo IV, succeduto (1555) al brevissimo papato del sant’uomo Marcello II. Avea istituito i Teatini, detti così dal vescovado cui egli rinunziò per entrarvi; e avendo a Trento costantemente propugnato la parte più rigorosa, nè mai usato condiscendenza a verun cardinale, si meravigliò al vedersi eletto. Se appuntammo il suo sparnazzarsi in una politica secolaresca, lodiamolo d’aver piantato la politica pratica fondata sui diplomi, e che perciò fu poi detta diplomatica: poichè il cardinale Vitellozzo Vitelli avendone raccolto un gran numero, principalmente concernenti la famiglia Caraffa, chiarì di quant’uso potessero essere, incoraggiò le grandi famiglie a fare altrettanto, e il papa secondò le ricerche. Questo gloriavasi di non aver trapassato un giorno senza fare un ordine per emendazione della Chiesa; onde ben gli si appropriò una medaglia, portante Cristo che caccia dal tempio i profanatori.
La dominazione spirituale ben s’impianta sopra il volontario consenso degli intelletti; e quando ricorre deliberatamente alla forza materiale, palesa un indebolimento già sentito. Nessuno negherà nè che la Chiesa abbia diritto di eliminare e punire chi la contamina, nè che nell’applicazione siasi ecceduto: ma la storia contemporanea non ci spiega abbastanza questi trascorsi, comuni a tutte le nazioni? L’inquisizione come tribunale, ignota ai primi secoli quando pena era la scomunica, cioè l’escludere dalla comunione delle preghiere e de’ sacramenti, fu introdotta in Linguadoca come spediente politico per assodare nella Francia quella nazionalità che altre genti vagheggiano a qualsiasi costo: negli altri paesi, in mancanza d’eretici, vegliava sui costumi e sulla disciplina, puniva le bestemmie anche dette per ira o malvezzo, la bigamia, le superstizioni, lo sparlar del clero. In Ispagna diretta pure in senso della nazionalità, cioè a svellere ogni residuo della dominazione straniera, trascese, come avviene delle nazionali vendette; e quando essa perseguitava i Musulmani, migliaja di famiglie arrivarono a Genova e in altri porti d’Italia in tale sfinimento, che molti soccombettero alla fame e al freddo, costretti sin a vendere i figli per pagare il naulo; e diffusero qui il morbo marano.