Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 27
Perocchè Roma era convenuta anch’essa sull’opportunità d’un concilio, non più nella speranza che ravvivasse i rami disseccati, ma che con nuovo succhio rinvigorisse il tronco indefettibile. Chi non ricorda le assemblee o legislative o costituenti, volute dai popoli e promesse dai principi nel 1848? Con altrettanta lealtà l’imperatore, il re di Francia, gli ecclesiastici, Lutero aveano chiesto il concilio: altri il tragiversavano col solito sotterfugio del chiedere troppo, pretendendo che il papa vi comparisse non capo ma membro, e che anche i novatori avessero voce deliberativa; lo che equivaleva a dare già per concesso lo scisma. Paolo III, che da senno il voleva, e che all’uopo spedì in Germania Ugo Rangone quantunque contrariato dalla lega Smalcaldica e da mille ostacoli[289], intimò il concilio (1545) a Trento, sul limite dell’Italia e della Germania. Inviando a presederlo come _angeli della pace_ Gianmaria Ciocchi Dal Monte e Marcello Cervini, italiani che divennero papi, e Reginaldo Polo inglese che ne fu ad un punto, dichiarava scopo del concilio l’estirpazione delle eresie, l’emenda dei costumi e della disciplina, e la concordia fra i principi cristiani.
Ma oltre avere i Protestanti ricusato intervenirvi, ogni passo era reso scabroso da puntigli dei re cattolici e dei prelati delle nazioni: e la prima adunanza (13 xbre), con venticinque vescovi, si logorò in dispute sui convenevoli, sul cerimoniale, sulle forme, sul modo di votare, perfin sul titolo del sinodo: perditempi che noi vedemmo rinnovarsi pur jeri, e non da frati e cardinali. Sospese le tornate in pericolo di peste, poi riassunte, quando Maurizio di Sassonia marciò sovra Trento per sorprendere l’imperatore, i padri sgomentati si dissiparono.
Non vi si doveano mettere in dibattimento quistioni parziali come a Costanza, bensì l’essenza stessa della Chiesa; e in tanto bollimento degli spiriti quanto non era pericoloso il raccorlo, difficile il tenerlo ne’ limiti! Nè il divisarne il procedimento appartiene al nostro racconto, bastando toccare quei sommi capi che valsero sull’avvenire.
Dopo settantacinque giorni di baruffe tra la fazione imperiale e la francese, Gianmaria Ciocchi Dal Monte per via di promesse e transazioni ottenne la tiara col nome di Giulio III (1550), e subito dalla lodatissima operosità cascò nell’infingardaggine, e abbandonando gli affari al cardinale Crescenzio, sciupava tempo e denari in una deliziosa vigna fuor di Roma, divenuta proverbiale. Di titoli e beni fece prodigalità ai parenti; diede Camerino in governo perpetuo a Balduino suo fratello, al costui figlio Giambattista il titolo di gonfaloniere della Chiesa, e Novara e Civita di Penna in signoria, e «maggior grandezza in Roma che se fosse stato duca o signore naturale e antiquato in qualsivoglia parte d’Italia» (SEGNI). Donn’Ersilia, moglie di Giambattista, lussureggiava di tal fasto, che la duchessa di Parma figlia dell’imperatore penava a ottenerne udienza. Ai nipoti per sorelle diè stati e titoli di signori, ed ornolli di cardinalati, di titoli di capitan generale, e li fece simili a veri signori, essi di cui jeri s’ignorava la stirpe. A un pitocchetto raccolto e che lo spassava giocolando con un bertuccione pose tal amore, che il fece adottare da suo fratello, lo colmò di benefizj, e per quanto zotico fosse, e i prelati vi repugnassero, lo ornò della porpora: ma il mal allevato riuscì alla peggio, e finì per le prigioni.
Erano andamenti da togliere pretesti ai Riformati? anzi il costoro apostolato si diffondeva anche in Italia. Ci fu veduto come qui prima che altrove se ne svolgesse il seme, tra per senno di pensatori, tra per arguzia di letterati. La estesa reputazione de’ nostri dotti fece che i novatori forestieri ne bramassero l’adesione, e cercassero qui divulgare le loro scritture, mentre la vivacità degli ingegni nostrali inuzzoliva delle nuove predicazioni. Veramente nella libertà con cui qui si disapprovava la romana curia, svampavano quelle stizze che compresse invigoriscono, e la vicinanza facea che coi traviamenti delle persone non si confondesse la santità delle istituzioni. Gl’Italiani, la cui immaginazione non era inaridita dal raziocinio, mal poteano gradire un culto senza bellezza, senza vita, senz’amore, che riprovava le esteriorità, e sbandiva dal santuario le pompe tanto popolari, e quella liturgia or festante e trionfale, or tenera e melanconica, grave sempre e maestosa; quelle cerimonie derivate dalle idee più sublimi unite ai simboli più graziosi, dai sentimenti più puri manifestati colle forme più splendide e variate, e che nutrivano le arti, sì gran parte della gloria nazionale. Sentivano poi come il papato conservasse all’Italia l’importanza che sotto ogni altro conto smarriva, e vi traesse denaro, persone, affari; tutti i principi e le case magnatizie tenevano parenti nelle prelature e nel sacro collegio, i quali e godevano pingui benefizj, ed esercitavano influenza: molti contavano dei santi fra i loro antenati: i letterati chiamavansi riconoscenti ai papi e ai cardinali, che gli aveano per secretarj o clienti: insomma l’interesse che spingeva i forestieri, distoglieva i nostri dal volere la Riforma; oltrechè li vegliava più dappresso l’autorità ecclesiastica.
Lutero avrebbe avuto efficacia sopra le profonde convinzioni di Dante; non sopra i contemporanei dell’Ariosto che di tutto ride, e ride dei dogmi più che Lutero.
Ma se l’amore della novità non invase nè le plebi nè i principi, e se quelli che si occupano di regolare la propria fede son pochissimi a fronte di coloro che ne usano e ne vivono, erra chi crede la Riforma non abbia qui avuto ed estensione e conseguenze civili e politiche[290]. Alcuni nostri teneansi in corrispondenza coi dotti tedeschi; e i cardinali Bembo e Sadoleto scriveano all’erudito Melantone, il principale apostolo di Lutero. Gli studenti tedeschi che qui venivano a raffinarsi, o i nostri che s’addottoravano nelle Università tedesche, servivano di conduttori alle nuove dottrine. Francesco Calvi da Menaggio (_Minicio_), librajo a Pavia, andò a cercare dal Froben di Basilea le opere di Lutero, e le propalò in Lombardia[291]: a Venezia si ristamparono la spiegazione del Pater di Lutero anonima, i _Luoghi comuni_ di Melantone col titolo di _Principj della teologia d’Ippofilo da Terranegra_, poi il catechismo di Calvino, e il commentario di Bucer sui salmi col nome d’Arezio Felino, e le opere di Zuinglio sotto quello di Corisio Pogelio; pseudonimie che eludevano la superiore vigilanza.
Con apostolato diverso, la negazione era stata sparsa dai guerrieri, qui scesi a straziarci; fra i quali il fanatico Giorgio Frundsberg, inventore de’ lanzichenecchi (t. IX, p. 367), portava allato una soga d’oro colla quale vantavasi volere strozzare in Clemente VII l’ultimo dei papi. E poichè i partiti non sottigliano sulla moralità dei mezzi purchè giungano al fine, vi fu chi esultò dello strazio che que’ ribaldi recarono all’Italia e al papa; e un frate Egidio della Porta comasco, il quale con Zuinglio divisava i modi di diffondere la protesta evangelica di qua dall’Alpi, esclamava: — Dio ci vuol salvare; scrivete al Borbone che liberi questi popoli; tolga il denaro alle teste rase e lo faccia distribuire al popolo famabondo; poi ciascuno predichi senza paura la parola del Signore; la forza dell’Anticristo è prossima al fine»[292].
In quella corte di Ferrara, dove s’era veduta ogni bruttura, e dove il duca Alfonso fece dipingere dal Lotti la sua Laura Dianti in figura di Madonna col versetto _Fecit mihi magna qui potens est_, Renata di Francia figlia di Luigi XII era venuta moglie d’Ercole figlio di esso duca, che le regalò gioje per centomila zecchini. Aveva essa imbevute le dottrine di Calvino, e la troviamo lodata come _santissima anima_ dal Brucioli nella dedica della Bibbia, per gran religione dal Betussi nella giunta alle _Donne illustri_ del Boccaccio, e da Gianfrancesco Virginio bresciano nel dedicarle le sue _Lettere_, che al Fontanini (rigoroso giudice) parvero seminate di frasi eterodosse, e la _Parafrasi_ sulle epistole di san Paolo. Essa formò della Corte ferrarese un focolajo di pratiche anticattoliche; vi imbandiva grasso ne’ giorni di digiuno; vi ricoverò alcun tempo Calvino e Marot, traduttore francese dei salmi, e quanti per religione fossero spatriati; e istituì una piccola chiesa riformata.
Il marito, sollecitato dal padre Pelletario, per alcun tempo tenne essa ed i suoi chiusi nel castello di Consandolo; ma e quivi e ad Argenta essi diffusero le loro dottrine, sicchè il duca riferiva al re di Francia i traviamenti della moglie, narrando come dovette interporre prelati e ambasciatori perchè lasciasse far la pasqua alle proprie figlie; onde esorta il re a vincere un’ostinazione, la quale non potrà che recare disgustosissimi frutti[293]. In fatto, non venendone a capo, la rimandò in Francia.
Colla Renata vivea Francesco Porto cretese, insegnatore di greco nelle nostre città, poi ricoverato nel Friuli, in fine a Ginevra, dove Teodoro Beza ne compose l’epitafio. Emanuele Tremelli ferrarese, dal giudaismo convertito per cura del poeta Flaminio e del cardinal Polo, ben presto in patria e a Lucca sorbì le opinioni protestanti, e piuttosto che rinunziarvi, passò con Pietro Martire Vermiglio a Strasburgo, poi in Inghilterra; insegnò ebraico a Eidelberga, a Metz, a Sedan ove morì, lasciando varie opere e la versione latina della Bibbia siriaca e quella del Testamento Vecchio sul testo ebraico.
Frà Bernardino Ochino da Siena godeva tal rinomanza d’eccellente predicatore, che Carlo V diceva: — Farebbe piangere i sassi»; e il Bembo: — E’ fa girar tutte le teste; uomini, donne, tutti ne van pazzi; qual eloquenza, quale efficacia!» Dedito a quelle eccessive austerità, che non di rado inducono soverchia fiducia in se stesso, dai libri di Lutero imparò a cercare nella sacra scrittura ciò che alla sua passione piacesse, e fin dal 1542 Gaetano Tiene gli fece interdire la predicazione in Roma[294]. Presto gli fu ripermessa, ma forse perchè il papa non gli concedette la porpora cominciò a insultarlo, poi temendolo fuggì a Ginevra, e pubblicò molte opere, fra cui _Cento apologhi contro gli abusi della sinagoga papale, de’ suoi preti, frati, ecc._
Filosofo e dialettico non vulgare, insegnava egli che non è possibile giungere al vero colla ragione, ma è necessaria l’autorità divina; e poichè la sacra scrittura non basta se un lume infallibile non ajuti a interpretarla, e avendo ripudiata l’autorità della Chiesa, fu costretto rifuggire nel misticismo e nell’immediata ispirazione[295]. Sarebbesi rassegnato a credere a Calvino, egli che non avea consentito a credere alla Chiesa universale? Fu dunque maledetto e perseguitato a Ginevra; da Zurigo pure sbandito di settantasei anni con quattro figliuoli nel cuor dell’inverno; nè raccolto a Basilea ed a Mülhausen, s’ascose in Moravia, dove perduto due figli e una ragazza dalla peste, morì nel 1564.
Fu de’ più bei trionfi della Chiesa nel medioevo l’aver sostenuto l’indissolubilità del matrimonio a fronte delle regie lubricità. Ma già Lutero, per favorire il landgravio d’Assia, aveva approvato la bigamia: ora l’Ochino nel XX de’ suoi _Trenta dialoghi_ sostenne che un marito il quale abbia moglie sterile, malescia, insopportabile, deve prima implorar da Dio la continenza; e se tal dono, chiesto con fede, non possa ottenere, può senza peccato seguire l’istinto, che conoscerà certamente provenir da Dio, e prendere una seconda moglie senza sciogliersi dalla prima[296].
In quel centro di studj e di gioventù ch’era Bologna, seminò le novità nel senso zuingliano Giovanni Mollio di Montalcino minorita; e dalla corrispondenza de’ corifei forestieri appare che in molti germogliarono, anzi un gentiluomo esibivasi pronto a levare seimila soldati se si recasse guerra al papa[297]. Al Mollio teneva bordone Pietro Martire Vermiglio fiorentino, predicatore dottissimo, il quale potè stabilire una chiesa a Napoli, una a Lucca, una a Pisa[298], finchè fuggì a Strasburgo, e vi ebbe moglie e la cattedra lasciate dal famoso Capitone, e vien contato fra i loro ministri meglio versati nelle sacre scritture. Seco erano vissuti Paolo Lazise veronese, che a Strasburgo professò greco ed ebraico; Alessandro Citolini da Céneda, autore d’un’_Arte di ricordare_, nella quale riduce sotto certe categorie tutte le cose escogitabili[299]; Celso Martinengo bresciano; Girolamo Zanchi bergamasco, professore di teologia a Strasburgo, dove non essendovi chiesa italiana, i nostri si radunavano nella casa di lui.
Di Firenze fuggirono Gianleone Nardi, che molto scrisse a difesa delle eresie, e Michelangelo frate predicatore, che apostolò a Soglio ne’ Grigioni, e stampò un’_Apologia, nella quale si tratta della vera e falsa Chiesa, dell’essere e qualità della messa, della vera presenza di Cristo nel sacramento della Cena, del papato e primato di san Pietro, de’ concilj e autorità loro ecc._ Fuori professarono pure e Alfonso Corrado mantovano, autore d’un commento sull’Apocalisse, violentissimo contro i pontefici, e Guglielmo Grattarola medico bergamasco, e parecchi Napoletani[300]. Girolamo Massari vicentino, a Strasburgo insegnò medicina, e descrisse un processo dell’Inquisizione[301]. Scipione Gentile da San Ginesio nella marca d’Ancona, autore di molte opere legali e di annotazioni sopra il Tasso, morì professore di leggi in Franconia il 1616.
Celio Secondo Curione valente grammatico da Chieri, studiando giurisprudenza a Torino, prese contezza delle innovazioni, e invogliatosene fuggì per la Germania con Giovanni Cornelio e Francesco Guarini. Scoperto in val d’Aosta, dopo due mesi di fortezza fu collocato in un monastero ad esservi istruito nella fede: ma egli a reliquie di santi sostituì una Bibbia, poi sottrattosi, girò molte città d’Italia; a Milano ebbe moglie e cattedra; sinchè udito che di ventitre fratelli e sorelle suoi una sola era rimasta, ripatriò. Quivi udendo un domenicano in pulpito confutar Lutero, gli gridò, — Tu menti!» e cacciò a mano le opere di questo. Scontò l’ardire in carcere a Torino; ma, benchè incatenato, riuscì a sottrarsene tanto miracolosamente, che fu creduto opera di magia[302]. Per la qual evasione «non feci voto (dic’egli) di visitare Compostella o Gerusalemme, che sono idolatrie; nè di castità, perchè Dio solo può darla, ma mi consacrai tutto a Gesù Cristo, unico liberator nostro». Presto ebbe una cattedra a Pavia, e sebbene trapelasse come sentiva, mai per tre anni non si potè arrestarlo, perchè gli studenti vegliavano a sua tutela. Insistendo però il papa acciocchè il senato milanese svellesse quella gramigna, egli si raccolse a Venezia, indi a Ferrara, ove la duchessa gli diè lettere per le quali conseguì a Lucca una cattedra. Ma domandandolo caldamente il papa, la republichetta il consigliò di mutar aria; sicchè entrato negli Svizzeri, fu maestro a Losanna, poi a Basilea, donde più non si scostò, per larghe offerte che ricevesse. Una volta ardì tornare a Lucca per prendervi la moglie e i figli; il bargello si presentò per coglierlo, ma egli con un coltello da tavola alla mano si salvò. Molte opere di libertà protestante lasciò, fra cui è una rarità il suo Pasquino in estasi (_Pasquilli extatici de rebus partim superis, partim inter homines in christiana religione passim hodie controversis cum Marphorio colloquium_). Anche suo figlio Celio Orazio, professore di medicina a Pisa, latinizzò alcuni sermoni dell’Ochino; e in quel senso pendettero pure Agostino e l’Angelico, fratelli di quello.
Questa connivenza de’ Milanesi indica che fra loro non mancassero fautori ai Riformati. Milanese era frà Giulio da San Terenzio, che imprigionato a Venezia, potè fuggire oltremonti, e stampò opere ereticali col nome di Girolamo Savonese[303]. Di un processo contro sospetti luterani nel 1535 fa memoria il pizzicagnolo Burigozzo, narrando che gl’imputati, fra cui un prete, furono in duomo riconciliati dall’inquisitore e dall’arcivescovo dopo lettone la condanna, obbligandoli per alcune domeniche a stare alla porta maggiore vestiti di sacco, e con una disciplina battersi dal principio della messa fin all’elevazione[304]. Nel 1556 Paolo IV lagnavasi col vescovo di Modena si fossero a Milano scoperte conventicole di persone ragguardevoli d’ambo i sessi, professanti gli errori di frà Battista di Crema[305]. Da Milano era pur fuggito tra gli Svizzeri e i Grigioni quell’Ortensio Landi (pag. 253), le cui opere furono dal concilio di Trento messe fra le condannate in primo grado.
Il cardinale Sadoleto, persuaso che colla mansuetudine si potrebbero ancora ricondurre gli erranti, pure dolevasi che il papa non s’accorgesse della defezione degli spiriti e dell’indisposizione loro contro l’autorità ecclesiastica[306]; e il cardinale Caraffa dichiarava a Paolo III che l’eresia luterana aveva infetto l’Italia, e sedotto non solo persone di Stato, ma molti del clero[307]. Più ancora esprimono le baldanzose speranze d’alcuni apostati.
Troppo vicina di Ferrara era Modena «città piacevolissima d’aere, d’acqua e di belle donne, ed ornata di bellissima gioventù, datasi tutta agli studj delle muse»[308]. Della famiglia de’ Grillenzoni, Giovanni era stato scolaro devotissimo del Pomponazzi, del quale raccolse le lezioni: neppur omettendo gli scherzi di che talvolta le condiva. Tornato in patria, imparò il greco da Marcantonio di Cretone, pel quale fece istituirvi una cattedra; e in casa teneva una specie d’accademia, ove ogni giorno davasi una lezione di latino, una di greco, s’interpretavano autori, e massime Plinio, potendo ognuno recar in mezzo il proprio parere. Vi s’aggiungeano banchetti letterarj, dati per turno da ciascun accademico, con frugalità delicata; e ogni volta si proponeva qualche esercizio d’ingegno, qualche epigramma o sonetto o madrigale; vivande non doveansi domandare se non nella lingua prefissa dal capo del convito, non ripeter le formole già usate da un altro, citare tutti i proverbj relativi a un animale o a una pianta, o a un tal santo o a una tal famiglia, ovvero recitare una novella.
Essendosi nel 1537 divulgato non so qual libro delle nuove opinioni, quell’accademia tolse a difenderlo, onde venne in sospetto; poi nel 1540 capitatovi l’erudito siciliano Paolo Ricci, che faceasi chiamare Lisia Fileno, banditore di dogmi riprovati, con baldanza se ne discuteva nelle piazze, nelle botteghe, da dotti e indotti, e fin dalle donne, allegando testi e dottori che mai non aveano veduti. Preso e menato a Ferrara, costui si ritrattò; ma gli effetti durarono, ed apparivano specialmente nel cuculiare che faceasi i predicatori, e sinistrarne i detti, tanto che più d’uno fu costretto scendere dal pergamo, e il cardinal Morone colà vescovo scriveva: — L’altro jeri un ministro dell’ordine ingenuamente mi disse che li suoi predicatori non voleano più venire in questa città, per la persecuzione che gli fanno questi dell’accademia, essendo per tutto divulgato questa città esser luterana»[309]. Il cardinale Sadoleto a nome del papa ne mosse querele con Lodovico Castelvetro, che n’era il migliore ornamento, e fu mandato un formulario di fede che i sospetti sottoscrivessero, come fecero alcuni, e fra gli altri il vescovo Egidio Foscarari, i cardinali Sadoleto, Cortese, Morone ed esso Castelvetro[310], e poco poi avendovi due Francescani predicato errori, furono puniti.
Il Castelvetro avea tradotto i _Luoghi comuni_ di Melantone, che impressi in Venezia, furono bruciati dal carnefice. Essendosi poi inviluppato nel turpe arruffio che dicemmo con Annibal Caro (pag. 162), fu imputato d’eresia, e affidatane l’indagine a Pellegrino Erri, prelato modenese che avea tradotto i salmi dall’ebraico, e che procedette con zelo rigoroso. Il Castelvetro fu citato a Roma con Filippo Valentino, e suo fratello Paolo prevosto della cattedrale, e lo stampatore Antonio Gadaldino: il prevosto fece pubblica ritrattazione; il Gadaldino, che avea divulgato libri ereticali, fu sostenuto; Filippo fuggì, e con lui il Castelvetro, che si ritirò a Chiavenna. Condannato in contumacia con Gianmaria suo fratello, chiedeva perdono dal concilio di Trento, ma il papa pretendeva si presentasse al Sant’Ufficio di Roma, che aveva iniziata la procedura; onde vagò coi soliti guaj degli esuli, finchè a Chiavenna ebbe dai Salis onorata sepoltura, con un’iscrizione ove ancora si legge: _Dum patriam ob improborum hominum sævitiam fugit, post decennalem peregrinationem tandem hic, in libero solo liber moriens, libere quiescit._
Nel 1825, nel basso Modenese, in una casa già dei Castelvetro, si trovarono murati da sessanta libri ereticali di prime edizioni, e furono acquistati dalla biblioteca Estense: i molti manoscritti che gli accompagnavano, lasciaronsi sciaguratamente disperdere.
Chiavenna, come la Valtellina, era allora suddita dei Grigioni, i quali avendo adottato le dottrine zuingliane, nei loro paesi davano pace a chi fuorusciva per religione. La Pregalia e l’Engadina, valli retiche confinanti coll’Italia, aveano avuto predicazione e chiese da frati apostati nostri.
A Chiavenna pure visse e morì Agostino Mainardi agostiniano, che scrisse l’_Anatomia della messa e la soddisfazione di Cristo_. Francesco Negri da Bassano agostiniano, legatosi con Zuinglio, lo accompagna alla conferenza di Marburgo, alla dieta d’Augusta caldeggia la libertà di coscienza, si asside a Chiavenna come maestro e pastore, finisce cogli Antitrinitarj: nella sua _Tragedia del Libero Arbitrio_, la Grazia giustificante tronca la testa al re Libero Arbitrio, e il papa è riconosciuto per Anticristo[311]. A Chiavenna stessa fe lunga dimora come pastore Girolamo Zanchi, canonico di Alzano bergamasco, che convertito da Pietro Martire, a Ginevra stampò sei volumi d’opere teologiche, onde salì in tal conto, che Sturmio diceva basterebbe egli solo a tener testa a tutti i padri tridentini. Dolce e conciliante, procurava ravvicinare i dissenzienti, ma le sue concessioni spiacevano ai Luterani. Vedovo d’una figlia di Celio Orione, sposò Livia Lumaca, ricca chiavennesca, e n’ebbe molti figliuoli: professò ad Eidelberga, finchè il successore dell’elettore Federico III suo patrono escluse quei che deviavano dal luteranismo, onde lo Zanchi andò a finire nel Palatinato.
In Trento episcopava Bernardo di Clees nel 1535 quando le idee luterane vi presero piede, non tanto per convinzione, quanto per odio de’ valligiani contro i signori. Il vescovo tentò calmare i capi, e non riuscendo si ritirò a Riva, mentre gli abitanti della val Sugana e della val di Non tentavano prender Trento per forza; ma prevalsero le milizie del principe vescovo, il quale tornato ne fece appiccare e decapitar molti e mutilare e tenere in carcere. Di là era Jacopo Acconzio, giureconsulto rifuggito a Zurigo, poi a Strasburgo, e che alla _divina_ Elisabetta d’Inghilterra, da cui ebbe ripetuti segni di stima, dedicò i famosi suoi _Stratagemmi di Satana in fatto di religione_ (Basilea 1565), tradotti in molte lingue, dove tende a ridurre a pochissimi i dogmi essenziali del cristianesimo, affine d’indurre a vicendevole tolleranza le sêtte. Ma la tolleranza era ignota fin di nome, e tutte le parti lo disapprovavano, quasi menasse all’indifferenza[312].
Compagno eragli stato Francesco Betti romano, segretario del marchese di Pescara, che fuggito a Zurigo poi a Strasburgo, pubblicò una _Lettera all’illustrissimo marchese di Pescara_, nella quale dà conto della cagione che lo mosse a partirsi dal suo servigio e uscire d’Italia; specie di disfida ai Cattolici. Vi rispose il Muzio colla solita beffarda iracondia (pag. 362); molti si accinsero di richiamarlo all’ovile; ma egli continuò in varie città, e nel 1587, già vecchissimo, stampò a Basilea la traduzione di Galeno.