Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 26

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Egli dirigeva ad Adriano VI un commentario sulla corruzione della Chiesa e le guise di ripararvi. A dir suo, la depravazione s’insinuò dacchè la facoltà di sciogliere e legare fu adoprata più a vantaggio degli uomini che a gloria di Dio. Convien dunque limitarla, considerandola come uno de’ principali uffizj del pontefice, e quindi adoprarvi il consiglio d’uomini integri ed esperti; escludere le aspettative de’ benefizj, che fanno desiderar la morte, quand’anche non la procurino; evitare quell’avaro e ambizioso accumulamento di benefizj; reprimere l’ambizione dei monaci, che sotto la giurisdizione de’ loro conventi tengono infinite parrocchie, affidandole a qualche prete amovibile e mal provveduto. La turpe vendita di cose sacre, ammantata col titolo di composizioni, repugna ai canoni, ispira invidia a’ principi, e dà ansa agli eretici; sicchè dovrebbe restringersi l’uffizio del datario, che smunge il sangue dei poveri come dei ricchi. Nè le riserve di benefizj gli pajono oneste. Prima di conceder le grazie, si facciano da persone savie esaminare secondo la giustizia e l’equità; e così prima di promuovere a benefizj vacanti. A tutti poi gli uffizj si scelgano quei che più buoni, abili, fedeli, si diano uomini alle dignità e alle amministrazioni, non queste ad uomini: le concessioni, gl’indulti, i concordati con principi si rivedano esattamente, acciocchè questi non usino e abusino verso secolari e verso ecclesiastici. Indecoroso e imprudente fu il modo di maneggiar le indulgenze; sicchè voglionsi richiamare le commissioni date ai Minori Osservanti, per le quali riesce svilita l’autorità vescovile. Nessuna cura paja soverchia nell’amministrare la giustizia; un cardinale robusto e savio riveda le suppliche sporte al papa; scelgansi con somma diligenza gli auditori di Rota, man destra del pontefice, ed abbiano un soldo fisso, anzichè impinguar sulle sportule, le quali sono cresciute a segno, che le cariche vendute un tempo a cinquecento ducati l’anno, or si comperano a più di duemila; come quelle degli auditori di Camera pagansi trentamila ducati, mentre dianzi valutavansi quattromila. Via via determina gli uffizj della giustizia; se ne rivedano le giurisdizioni e gli statuti, che buoni dapprima, poi depravaronsi; abbia riforma il governo delle Legazioni, dove vorrebbe che i legati non rimanessero oltre due anni, come pure i governatori e prefetti e gli altri uffiziali; tutti lasciassero garanzia del loro operare, finchè subissero un sindacato; e a chi n’esce con lode, si attribuissero onori e comodi. I debiti onde Leone X gravò la sede col creare tanti nuovi uffizj che consumano l’anno centrentamila ducati delle rendite della Chiesa, si cercasse redimerli, e se ne esaminassero attentamente i titoli; non si surrogassero i vacanti, e gl’investiti medesimi si compensassero con altri benefizj. Si potrebbe pure alleggerire il debito col riservarsi una parte delle rendite di tutte le chiese ed un sussidio caritativo massime dai monasteri[280].

Una riforma conciliativa sarebbe ella stata ancora possibile?

Roma nel concilio Tridentino confessò col fatto che Lutero in molti appunti avea ragione; e se ella immediatamente avesse corretta la disciplina, receduto dalle pretensioni meramente curiali, non trasformate in dogmatiche le quistioni giurisdizionali, ceduto in somma di voglia ciò che poi dovette per necessità, avrebbe almeno levato pretesto alle declamazioni più popolari. Tuttodì noi vediamo le temporalità togliersi alle chiese senza scisma; circa alcuni riti s’era già condisceso coi Greci e cogli Ussiti; nè sul conto delle indulgenze, dei dogmi essenziali e dei misteri non parea fin allora stesse interposto l’abisso. Potè dunque Adriano VI sperare ancora un ravvicinamento, e vi si accinse: ma la luce di quel pontefice rivelò la profondità dell’abisso. Entrando in Roma, non volle le burbanze e lo spendio che si soleva; un arco di trionfo fece sospendere dicendo, — Le son cose da Gentili, e non da Cristiani e religiosi»; come il nome, così serbò i costumi prischi; si menò dietro la dabbene fantesca, che il servisse al modo di prima; per pranzo non spendea meglio d’un ducato, che ogni sera dava di propria mano allo scalco, dicendogli, — Te’ per la spesa di domani»; richiesto di prendere dei servi, rispose voler prima sdebitare la Chiesa; e udendo che Leone X tenea cento palafrenieri, si fece la croce, e disse che quattro basterebbero[281]. Essendogli mostrato il Laocoonte, esclamò: — Idoli pagani», e torse gli occhi dalle classiche nudità. Avendo dato un benefizio di sessanta scudi a un suo nipote, che poi gliene chiese uno vacato di cento, gli rispose con un gran rabbuffo che quello bastava a mantenerlo; e quando, vinto da molti preghi, glielo concesse, volle prima rassegnasse l’altro. Si fece promettere dai cardinali che deporrebbero le armi, non darebber ricetto ne’ loro palazzi a sbanditi e birbi, lascerebbero che il bargello v’entrasse per esecuzione della giustizia.

«Se gli ecclesiastici aveano barba grande alla soldatesca o abito non lecito a preti, ei riprendevali, perchè era tanto scorsa la cosa che portavano i prelati la spada a cavallo e cappa corta e barba. Ed io scrittore vidi in Firenze un nostro fiorentino, ch’era arcivescovo di Pisa, d’anni ventiquattro in circa, fattogli avere da papa Leone da un altro arcivescovo di Pisa ch’era ancor vivo con dargli uffizj di Roma in compenso e altri benefizj, in fatti comperato a dirlo in brevi parole, vederlo andare per Firenze il giorno a spasso a cavallo con una cappa nera alla spagnuola che gli dava al ginocchio, e la spada allato, e il fornimento del cavallo o mula di velluto a onore di Dio e della santa Chiesa: e il cardinale Giulio de’ Medici sopportava tal cosa, e andava sempre alla chiesa col rocchetto scoperto senza mantello o cappello, con una barba a mezzo il petto, e assai staffieri colle spade attorno, e senza preti e cherici: e a questo era venuta la Chiesa, d’andar in maschera cardinali e prelati, a conviti, a nozze e ballare»[282].

La semplicità di Adriano, il suo dir la messa e l’uffizio tutti i giorni eccitarono le risa nel palazzo abituato con Giulio II e con Leone X. Da un pezzo non v’erano papi forestieri, e questo neppur sapeva la lingua italiana; di che s’arricciava il patriotismo de’ nostri. Egli, che oltr’Alpe era reputato protettore degl’ingegni, e che aveva rimossi gli ostacoli dalla fondazione del collegio trilingue a Lovanio[283], fu reputato un barbaro da cotesti umanisti che più non salariava, e che presero la fuga beffando e bestemmiando: tutti i Sesti (diceva un epigramma) han rovinato Roma[284]; il Negro querelavasi che tutte le persone da bene se ne partissero; il Berni avventava un capitolo violento contro di lui e dei _quaranta poltroni_ cardinali che l’aveano eletto; e Pasquino il dipinse in figura d’un pedagogo, che ai cardinali applicava la disciplina come a scolaretti. Molti interessi offendeva, perocchè, volendo togliere le vendite simoniache, pregiudicava quelli che le avevano legalmente prese in appalto: gravi nimicizie si suscitò coll’abolire le sopravvivenze delle dignità ecclesiastiche: privo d’appoggi di famiglia come straniero, di nuovi non se ne creò, perchè innanzi di conferir benefizj ponderava a lungo, e così lasciava scoperti i posti: diffidando dei più come corrotti, era costretto porre il capo in grembo ai pochi cui credeva, e che lo tradivano; onde fu inteso esclamare: — Quale sciagura che v’abbia tempi, in cui il miglior uomo è costretto soccombere». In fatti egli pio e zelante fu reputato un flagello non minor della peste che allora correva; la morte sua fu pubblica esultanza, e alla porta del suo medico si sospesero corone civiche _ob urbem servatam_.

Per verità il peggior momento a riformare è quando sia impossibile il differirlo. Ora, solo col tempo si poteva riparare ai guasti recati dal tempo: ma intanto la Riforma procedeva colla violenza di chi distrugge; nei popoli s’introduceva l’abitudine dei riti nuovi, e lo sprezzo dei dogmi vecchi; i preti ammogliati v’erano avvinti col doppio legame dell’interesse e degli affetti; e i figliuoli s’educavano nel nuovo credo.

Qualunque volta una grave eresia le lacerò il grembo, la Chiesa erasi adunata in concilio attorno al successore di san Pietro, onde profferire secondo il sentir suo e dello Spirito Santo. Questo rimedio, efficacissimo allorchè non era messa in quistione l’autorità della Chiesa, fu proposto al cominciamento del male, e primi i Protestanti dalle scomuniche del pontefice appellarono al concilio, e i Cattolici confidavano potere in siffatta adunanza opporre il sentimento universale e antico alle opinioni particolari e nuove. Clemente VII (1523), succeduto pontefice, mandò fuori lettere, ove coi treni consueti deplorando le jatture della cristianità, ne accagionava la discordia dei principi e lo sformamento dell’ordine ecclesiastico; dovere la correzione cominciarsi dalla casa di Dio; egli emenderebbe se stesso, i cardinali facessero altrettanto; visiterebbe in persona tutti i principi onde concordar una pace, fatta la quale, celebrerà un concilio per restituirla anche alla Chiesa. E persuaso che la suprema importanza consistesse nell’opporsi al Turco e sopire l’incendio germanico, rassegnavasi a qualunque transazione coi novatori: stile delle autorità minacciate, che si riservano di eluderle quando siansi rimesse in assetto. «Sua santità (scriveva il Muscetola) ha fatto esaminare da varj teologi nostri le confessioni stese da’ Luterani; e n’ebbe in risposta che molte delle cose ivi contenute erano del tutto conformi alla fede cattolica; altri poi capaci d’un’interpretazione non contraria alla fede se i Luterani volessero prestarsi a un accomodamento, il quale per altri rispetti ancora non sarebbe impossibile»[285].

Carlo V, che la Riforma guardava principalmente dall’aspetto politico, come imperatore potea desiderare l’umiliamento di questi papi che aveano tenuto al freno i suoi precessori, e che con Giovanni XII aveano proclamato il distacco dell’Italia dall’Impero, e con Giulio II la cacciata degli stranieri. Ma d’altro lato prendea dispetto che un frate cacciasse i suoi sillogismi traverso alle smisurate ambizioni di lui; e che i principi dell’impero profittassero delle innovazioni religiose per emanciparsi non meno dall’imperatore che dal pontefice; diversione disastrosa quando i Turchi sovrastavano. Stette dunque cattolico anche per calcolo, e con Leone X conchiuse un accordo pieno d’interessi mondani: ma quando uscì vincitore dell’emulo Francesco a Pavia, non sentendo più bisogno nè di Lutero come spauracchio dei papi, nè de’ papi come contrappeso alla potenza francese, mutò linguaggio; tacciò il papa di voler solo tergiversare; un poco ancora che tardasse, egli stesso adunerebbe il concilio.

Ma un concilio generale, che al modo di quel di Basilea potrebbe dichiararsi superiore al pontefice stesso, maggior ombra dava a Clemente VII, nato illegittimamente e poco legittimamente eletto; sicchè abbindolò soprattieni e objezioni, dicendolo inutile e pericoloso: inutile, perchè l’eresia di Lutero essendo condannata dagli editti imperiali, bastava far questi eseguire; pericoloso, perchè parrebbe si revocassero in dubbio le antiche decisioni della Chiesa, e radunamento di tante teste torbide potrebbe al papa o all’imperatore strappare concessioni, di cui si pentissero poi. Se l’imperatore lo credeva opportuno, l’intimasse pure a nome del pontefice, patto però che gli eretici promettessero obbedirvi, e i punti a discutere si ponessero prima in iscritto, onde non perder tempo. Uberto Gámbara nunzio pontificio spiegò più chiaro che i Luterani domandassero il concilio, e promettessero sottoporvisi; dovesse unicamente occuparsi della guerra col Turco e dell’estinguere l’eresia, non già del riformare la Chiesa; si tenesse in Italia; vi avessero suffragio quei soli a cui spettava per gli antichi canoni.

Carlo mostrò aderirvi: ma Francesco I pretese che il concilio fosse libero di trattar quanto e come volesse. Intanto Clemente VII disgustava anche i Cattolici; per le ambizioni di sua casa esigeva decime dal clero, e le appaltava; e avendole il clero di Ferrara ricusate, egli pose all’interdetto la città. Altrettanto fecero, due anni dopo, i preti di Parma, esclamando contro i rigori esorbitanti; quand’ecco arrivare Vincenzo Canina canonico d’Imola commissario papale, e tutto in collera esporre cedoloni minacciosi: ma i preti stanno al niego, anzi insorgono, il popolo li seconda, e il canonico è ammazzato a strazio. Fatti simili si riprodussero altrove. I Riformati poi ebbero di che ridere al vedere, sotto il nome imperiale, saccheggiata Roma, e provocato uno scisma.

Di Paolo III succedutogli (1534) severamente giudicammo il nepotismo e la versatile politica; ma come pontefice comprese che lo spirito cattolico, assonnato nella tranquillità, pel contrasto raddrizzava gl’ingegni e i costumi; e secondandoli con sincerità, si cinse di ottimi cardinali, Caraffa, Contarini, Sadoleto, Polo, Ghiberti, Fregoso, tutti che avevano cominciato per fatiche particolari la ristaurazione della Chiesa. Incaricati della riforma, essi col modenese Tommaso Badia maestro del sacro palazzo, virilmente levarono rimproveri contro i papi che «spesso avevano scelto non consiglieri, ma servidori, non per apprendere il dover loro, ma per farsi dichiarare permesso ogni desiderio»[286]; denudarono gli abusi della curia; e poichè alcuno gli appuntava di eccedente vivacità, — E che? (disse il Contarini) dobbiam darci pena de’ vizj di tre o quattro papi, e non anzi correggere ciò che è guasto, e a noi medesimi procacciare fama migliore? Arduo sarebbe lo scagionare tutte le azioni dei pontefici; è tirannide, è idolatria il sostenere ch’essi non abbiano altra regola se non la volontà loro per istabilire o abolire il diritto positivo».

Paolo III riformò la camera apostolica, la sacra rota, la cancelleria, la penitenzieria: e i Protestanti, che volevano la morte non l’emendazione di Roma, ne menarono vampo quasi ella si confessasse in colpa.

Ma oltrechè negli abusi profondamente radicati può temersi che colla zizzania si svelga anche il buon frumento, gl’interessi personali impedivano i buoni e pronti effetti. Il clero superiore s’era invecchiato fra abitudini aliene dalla religiosa austerità: il basso (lasciam via le eccezioni) si conformava a quegli esempj, nè l’educazione lo aveva addestrato ad armeggiare nella lotta decisiva. Negli Ordini monastici alcuni per gli ozj opulenti destavano scandalo; altri le beffe per la povertà degenerata in sudicieria, per la semplicità ridotta a grossolanità, per lo stesso zelo ingenuo, dissonante da tempi di dubbio e di controversia. Venne dunque a grand’uopo l’istituzione di un Ordine vigoroso di gioventù, addottrinato e pulito come il secolo.

Ignazio di Lojola, gentiluomo di Guipuscoa in Ispagna, paggio alla Corte di Fernando e Isabella, poi uffiziale, distinto per valore non meno che per belle forme, nel respingere dalla patria gli stranieri è ferito (1521): stando a letto prende a leggere alcune vite di santi, e commosso da quelle austere virtù, vota la sua castità a Maria coi riti cavallereschi ond’altri dedicavasi a una donna, e strappatosi alla famiglia, mendicando s’avvia pedestre a Gerusalemme. A stento indotto a surrogare al sacco un ferrajuolo e cappello e scarpe, naviga da Barcellona a Gaeta, fra i ributti serbati a un pezzente, a uno straniero, e in tempo di peste. Baciati i piedi di Adriano VI, arriva a Venezia, sozzo, macilento, rejetto, donde in Terrasanta. Nel pellegrinaggio risolve di fondare una nuova cavalleria, che combatta, non giganti e castellani e mostri, ma eretici, maomettani, idolatri; e con sei amici entrati nel suo disegno fa voto di mettersi all’obbedienza del papa per le missioni. Tornando in Italia, e agitando le ampie tese de’ patrj cappelli, predicano penitenza in quell’italiano spagnolesco, in cui i nostri erano troppo avvezzi a udire minaccie e improperj.

È solito de’ tempi di setta attribuire ad uno i vizj più opposti a’ suoi meriti. Si prese dunque sospetto che costoro fossero eretici mascherati; il vulgo soggiunse avessero un demonio famigliare, che gli avvertiva quando convenisse mutar paese; fu divulgato che fossero stati arsi dall’Inquisizione. Ma il nunzio pontificio e Gian Pietro Caraffa, sant’uomo, ne compresero la virtù, della quale davano prova assistendo agl’incurabili; Paolo III, trovatili dotti e pii, gli ammise al sacerdozio, preparati con rigorosi esercizj; quando poi gli presentarono il disegno d’un Ordine, diretto ad assodare la fede, propagarla colle prediche, cogli esercizj spirituali, coll’assistere a prigionieri e malati, l’approvò, chiamandoli _Cherici della Compagnia di Gesù_, come testè dicevasi della compagnia del conte Lando o di frà Moriale. Ignazio, militarmente designatone generale, ben tosto la sua milizia diffonde per tutta la cristianità; ed egli la governa senza uscire dal collegio di Roma, fuorchè due volte per ordine del papa: una onde rimettere in pace gli abitanti di Tivoli coi loro vicini di Sant’Angelo; una per riconciliare il duca Ascanio Sforza con Giovanna d’Aragona sua moglie. Francesco Strada, suo discepolo, cento e più giovani guadagna a Dio in Brescia; e a Ghedi, ove si solea prendere in burletta i predicatori, egli col lasciar via i fioretti oratorj, e col venir alle strette, ottiene copiosissimi frutti. A disciplinare la difficile Corsica faticarono i padri Silvestro Landino di Lunigiana ed Emanuele di Montemayor. In Sicilia il vicerè di Vega gli ajutò a porre la prima casa di novizj: il padre Domenecchi gl’introdusse a Messina, poi a Palermo, ove presto ottennero l’Università. Il doge di Venezia ne chiese due ad Ignazio, fra i quali il Laynez che fu poi generale, e che ivi predicò ai tanti eretici chiamativi dal commercio: alloggiava nello spedale di San Giovanni e Paolo, ma tanti doni vi affluivano, ch’egli protestò dal pulpito non riceverebbe più nulla. Poi il priore Lippomani provvide d’una casa i Gesuiti, che n’ebbero pure a Padova, a Belluno, a Verona. Degl’italiani ascritti pei primi a quella società ricorderemo Paolo Achille, Benedetto Palmia, oltre Paolo da Camerino e Antonio Criminale, che apersero l’India alla fede[287].

Quando Ignazio morì (1556), contavansi più di mille Gesuiti in dodici provincie: Portogallo, Italia, Sicilia, Germania alta e bassa, Francia, Aragona, Castiglia, Andalusia, Indie, Etiopia, Brasile.

Le loro costituzioni portano i tre voti soliti: ma alla povertà si obbliga il privato, mentre i collegi e i noviziati ponno possedere onesta agiatezza. Legavansi ai voti solo a trent’anni, e dopo che lungo e scabroso noviziato avesse prevenuto le incaute professioni e i tardivi pentimenti. Non che isolarsi, vivono in mezzo alla società, pur senza mescolarvisi; non hanno chiostri ma collegi ben fabbricati; abito ecclesiastico, non monacale, e che possono mutare con quello del paese ove dimorano; vita tutta diretta ad azioni reali, efficienti, avendo per ogni condizione un posto, per ogni capacità una destinazione. Ciascuna provincia aveva un luogotenente e gradazione d’impieghi, dipendenti dal generale, che, a differenza degli altri Ordini, era perpetuo, sedeva nella capitale del mondo cristiano, e conoscendo ciascuno per le relazioni trasmessegli dai capi, sorvegliava l’amministrazione de’ beni, disponeva dei talenti e delle volontà. Acciocchè l’ubbidienza fosse più intera, non cercavano dignità, anzi da principio asteneansi da qualunque impiego permanente. La Riforma avea tolto a pretesto l’ignoranza e la corruttela del clero? ed essi mostransi studiosi e d’una costumatezza che i maggiori avversarj non poterono se non dire ipocrisia. Si sono paganizzati i costumi e la disciplina? essi li emendano cogli spedienti migliori, cioè l’esempio e l’educazione. L’alto insegnamento è negletto? essi se ne impadroniscono. Vedono ottenere lode la poesia latina? essi formano a quella gli scolari. Piaciono le rappresentazioni? ed essi ne danno di sacre. È tacciata la venalità e l’ingordigia del clero? ed essi insegnano gratuitamente, gratuitamente si prestano alla cura delle anime, istituiscono scuole pei poveri, esercitano la predicazione, e ne colgono mirabili frutti, sin a portare all’entusiasmo della devozione. Non stitichezza nel confessare, non vulgarità nel predicare, non eccessiva disciplina che maceri un corpo destinato a servigio del prossimo; non istancar i giovani, nè prolungarne l’applicazione più che due ore, e ricrearli in villeggiature ed esercizj ginnastici. Liberi pensanti e scopritori di nuove verità, porgeansi officiosi, affabili, l’un l’altro coadjuvanti, staccati da ogni personale interesse a segno, che vennero imputati d’affievolire gli affetti domestici.

I letterati d’allora sono una voce sola a magnificarne le scuole; e per tutto erano cerchi a maestri, a predicatori, e massime a confessori. Al tempo che contro del papa s’elevano l’esame e la resistenza, essi professano obbedire incondizionatamente ad ogni suo accenno; e propugnarne l’autorità, non la temporale già crollante, ma quella che poneva Roma a capo dell’incivilimento; combattere i Protestanti con ogni modo, eccetto la violenza; avendo anzi impetrato il privilegio d’assolvere gli eretici dalle pene temporali. Mentre poi i re ed i mercanti mandavano nel Nuovo mondo a uccidere e conquistare, essi vi corsero a convertire le Indie, il Giappone, la Cina, le Americhe. Non v’è forte pensatore che i meriti de’ Gesuiti non confessasse; non v’è ciarliero da caffè che non ne esagerasse le colpe, sicuro d’esser creduto, come l’accertava due secoli fa il maggiore scettico[288], e come ne diè prova fin il secolo della tolleranza, ricusandola solo a costoro e a chi osasse non bestemmiarli. E per vero una società che proponeasi per canoni il sentimento e l’esempio dell’unità, il rassegnare la propria alla volontà superiore, la propria ragione al decreto altrui, urtava talmente cogli istinti rigogliosi e coll’irruente fiducia dell’uomo in se stesso, che non è meraviglia se fu segno d’inestinguibile odio, e se ogni lampo di libertà portò un fulmine sul loro capo. La podestà secolare poi armavasi allora per reprimere lo spirito di rivolta, e Casa d’Austria, costituitasi guardiana dell’ordine, spingeasi alle riazioni; onde i novatori nell’avversione a questa confusero i Gesuiti, che ne pareano o incitatori o stromenti. Ma la storia vive d’indipendenza e libertà; se esecra i persecutori forti, peggio ancora i persecutori pusilli; e pronta a lodare le virtù perchè non disposta a dissimulare i vizj, non può contentarsi di beffe e leggerezze nel giudicare quest’associazione, fusa e robusta come l’acciajo, in mezzo alle moltitudini che perdevano ogni altra coesione fuorchè quella de’ governi; questa milizia che mette brividi di paura perfin nel suo sepolcro, e che allora, baldanzosa di gioventù e di sagrifizj, offrivasi ai pontefici per la giornata campale.