Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 25
Un tal padre Carlo (forse il Bescapé), sotto gli 8 dicembre 1583, descriveva al suo superiore il supplizio d’alcune fra queste: — In un vasto campo costrutto un rogo, ciascuna delle malefiche fu sopra una tavola dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta, a’ lati della quale fu appiccato il fuoco; e tanto fervea l’incendio, che in poco d’ora apparvero le membra consunte, le ossa incenerite. Dopo che il manigoldo l’ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò i suoi peccati, ed io le assolsi: altri sacerdoti le confortavano in morte, e le affidavano del divino perdono... Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio, e di quanto pronto animo abbiano incontrato il castigo. Confessate e comunicate, protestavano ricevere tutto dalla mano di Quel lassù, in pena de’ loro traviamenti; e con sicuri indizj di contrizione offrivangli il corpo e l’anima. Brulicava la pianura di una turba infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran voce, Gesù! e le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitare delle fiamme udivansi replicare quel santissimo nome; e pegno di salute aveano al collo il santo rosario... Questo volli io che la tua riverenza sapesse, perchè potesse ringraziare Iddio, e lodarlo per li preziosi manipoli da questa messe raccolti»[264].
Il padre Carrara, nella storia di Paolo IV, l. II, § 8, riferisce che in quel tempo i demonj fecero l’estremo di lor possa, come chi si sente alle strette. Fra gli altri nel 1558 invasero un luogo pio d’orfanelle in Roma, di modo che il papa istituì una congregazione di ragguardevoli prelati, alla cui testa il cardinale decano Bellay, e Giambattista Rossi generale de’ Carmelitani, perchè riconoscessero il fatto e cogli esorcismi riparassero la repentina perturbazione di quelle zitelle. Una maga africana abitante in Trastevere promise guarire un certo Cesare, sellajo pontifizio, che diventava acatalettico, e credeasi indemoniato; ma voleva averne la permissione dal papa, onde non incorrere le pene da esso minacciate contro le superstizioni. Il padre Ghislieri non solo negò tal licenza, ma fe carcerare la strega, e sebbene non si riuscisse a provarla rea, la esigliò, e il sellajo raccomandò agli esorcismi del padre Rossi. Questi lo trovò veramente indemoniato; e ordinò alla madre di lui facesse minute indagini per casa, massime nelle còltrici, e sotto i limitari delle porte, ove gli streghi sogliono riporre lor malefizj: e di fatto sotto un mattone si trovò un pentolino sudicio e polveroso, e in esso un battufolo di carte e cenci, un circoletto di capelli biondi come l’oro, con un nodo lento: due unghie di mulo, due penne di gallina piegate a triangolo; due aghi fitti in un cuore di cera; un ritaglio d’unghia umana, grani di cicerchia e d’altri legumi; e nel fondo tre carte piegate; in una delle quali una rozza effigie d’uomo, trafitto da due dardi incrociati a modo di _x_; nell’altra tredici nomi ignoti, probabilmente di demonj; nella terza era scritto: «Cesare, come qui sopra passerai, per dieci anni in gran pena sarai» e parole inintelligibili.
Subito il pentolino fu messo nell’acqua santa e riposto in luogo sicuro; e intanto Cesare si trovò liberato e tornò florido e tranquillo. Tutto ciò il padre Carrara, per attestar come il mondo fosse contaminato da diavolerie, e come vi rimediasse il santo rigore di Paolo IV.
Nel 1586 Daniele Malipiero senatore veneziano fu arrestato come negromante, e così i nobili Eustachio e Francesco Barozzi, e condannati all’abjura. Questo Francesco, di cui si hanno molti trattati matematici e filosofici, persistette al niego, finchè promessogli salva la vita e la roba, confessò aver praticato diavolerie con profanazione d’olj santi e d’altri sacramenti; costretto le intelligenze con circoli; fatto la statua di piombo conforme alle regole dell’Agrippa; saper fare venir persone dalle estremità del mondo; con una lamina fabbricata sotto l’ascendente di Venere, costringere alla benevolenza, e stare preparandone altre sotto l’influsso di diversi pianeti per conseguire oro, dignità, onorificenze; confidarsi di potere con sortilegi istruire in tutte le scienze il proprio figlio; avere scoperto il senso de’ geroglifici esistenti sulla piazza di Costantinopoli, secondo i quali al 1590 doveva estinguersi la casa Ottomana e la potenza de’ Turchi; trovandosi in Candia durante una lunghissima siccità, vi fece piovere, ma insieme versossi tal gragnuola, che devastò i campi ch’esso v’aveva. Perocchè egli era abbastanza ricco, ma pe’ vizj e il disordine spesso si trovava sprovvisto. Fu condannato a dare pochi denari di che far crocette d’argento, e a praticare alcuni atti di pietà «esortandoti anche a tener sempre acqua benedetta nella tua camera per difesa contra tanti spiriti infernali con li quali hai avuta famigliarità»[265].
Ben peggio andavano le cose fuori d’Italia. In Francia, regnante Francesco I, centomila persone furono condannate per fatucchiere[266]; e da seicento accusate nel 1609 sotto Enrico IV. Dite altrettanto dell’Inghilterra e della Germania; e da Soldam, che recentemente trattò dei processi di stregheria[267], raccogliamo che a Nördlingen, cittaduola di seimila abitanti, dal 1590 al 94 furono arse trentacinque streghe. Tra i Riformati usavasi altrettanto, anzi più ferocemente che tra i Cattolici; e da penna straniera, quella di Martin Delrio, uscì la più seria dimostrazione e il più compito codice di siffatte credenze e procedure.
Così durò tutto il XVI e XVII secolo[268], e gran parte di quel che precedette il nostro. Ma le scienze progredendo portavano spiegazione a molti fenomeni, riputati fin allora miracoli; la medicina additò le naturali analogie di assai casi; la giurisprudenza persuadevasi non dover bastare alle condanne la confessione del reo; il fatto che più colpiva, cioè l’accordo delle varie deposizioni, si trovava ridursi alle sole generalità, delle quali tutti aveano inteso parlare, e dove, le interrogazioni dirigendosi in tal senso, spesso non restava che rispondere sì o no. Alcuni diedero intrepidamente di cozzo all’ubbia popolare, e principali fra questi i gesuiti Adamo Tanner e Federico Spee, le cui opere lasciarono ben poca novità a quella, più efficace perchè breve e vulgare, del Beccaria; se non che essi trattavano la quistione per via di testi e canoni, ad uso dei dotti, lasciando che la plebe covasse i proprj inganni.
Primo recò la querela davanti al pubblico il roveretano Girolamo Tartarotti[269] negando le tregende, e ribattendo specialmente il Delrio: eppure non solo accettò, ma sostenne la verità della magìa; col che concedendo l’immediata potenza del demonio, come potea ricusargli la potestà di trasferire anche le maliarde? Riducevasi dunque a conchiudere che, nei casi speciali, ripugnava al buon senso il credere a queste, e sovrattutto al loro numero. E non che questa fosse una concessione da lui fatta ai pregiudizj del suo secolo, allorchè Gian Rinaldo Carli e Scipione Maffei[270] estesero quella negativa ad ogni immediata arte diabolica, egli protestò che, tacciando d’illuse le streghe, non aveva inteso mettere dubbio sulla potenza del demonio; tanto la ragione umana ha bisogno di forza per sottrarsi alle opinioni nelle quali fu educata. E il padre Cóncina, nella vasta sua teologia pubblicata dopo il 1750, accettava i prodigi delle streghe e dei concumbenti come sentenza comune[271].
Sovra i beati e ridenti uomini del Cinquecento pendeva dunque da una parte il terrore delle potenze malefiche, dall’altra la spada di orribili quanto irreparabili processi, che dirigevansi pure contro gli eretici, e ne colpivano persino i figliuoli. Il Rategno sancisce che i figli d’eretici, quantunque buoni cattolici, sono privati del retaggio paterno; gli eredi, obbligati adempire la penitenza imposta al reo; possono privarsi degli uffizj e delle dignità i fautori, i figli, gli eredi degli eretici; uno si può dopo la morte dichiarare eretico, e confiscarne i beni; poichè il delitto d’eresia non s’estingue neppur colla morte. Dei beni confiscati il diocesano non tocca: se ne dà un terzo al Comune ove segue la condanna, l’altro agli uffiziali del Sant’Uffizio, il resto s’adopera ad incremento della fede ed estirpazione delle eresie.
Secolo singolare il Cinquecento, misto di tanta grandezza con tanta miseria, tanto splendore con tanti errori, tanta civiltà con tanta fierezza; secolo che tutto cominciò, nulla finì; e che di particolari attrattive riesce per noi, atteso che, come oggi, ogni cosa vi era in moto, e possiamo trovarvi esempj, consolazioni, speranze. Mescolato tuttora l’antico col nuovo, non godevansi più i vantaggi dell’uno, nè ancora quei dell’altro; del passato tenevasi un’energia selvaggia che, qualora dal carattere passi nelle idee, fa guadagnare in forza e dimensione quanto si scapita in delicatezza e misura: ma erasi perduto la fede e la docilità; verso il futuro spingeasi coll’intelligenza, ma non n’avea la pulitezza e la regolarità.
Colombo scrive ad Isabella: — Il mondo conosciuto è troppo piccolo», e altrettanto pare s’intimi da ogni parte anche pel morale; nè in verun altro periodo erasi ampliata cotanto la sfera delle idee relative al mondo esteriore, o l’uomo avea sentito sì vivo bisogno d’interrogare la natura; in verun altro fu messa in giro tanta copia e varietà d’idee nuove. Come in Grecia Platone, Aristotele, Fidia, così in Italia Ficino, Michelangelo, Falloppio concorrono a scoprire la natura dell’uomo sotto il triplice aspetto intellettuale, artistico, materiale: quasi a un tempo fioriscono sette artisti a cui non sorsero i pari, Leonardo, Michelangelo, Rafaello, frà Bartolomeo, Correggio, Tiziano, Andrea del Sarto: sedettero contemporanei principi grandissimi, quali Carlo V, Leone X, Francesco I, Enrico VIII, Andrea Gritti, Andrea Doria, Solimano II: non c’è strada che lo spirito umano non batta da gigante; indagine dell’antichità e smania del nuovo; lanci del genio e longanimità dell’erudito; poesia e calcolo; e ogni facoltà umana trovasi rappresentata da insigni personaggi.
Intanto, splendidezza d’abiti, di Corti, di apparati; dall’Occidente e dall’Oriente nuove ognidì squisitezze vengono a lusingare i sensi; oggi Brescia ode proclamare per le vie, a suon di tromba, che il suo Tartaglia scoperse un nuovo teorema matematico; domani non si parla che del nuovo canto dell’_Orlando_, letto jeri dall’Ariosto nel palazzo di Ferrara; un giorno allocuzioni, sonetti, scampanìo, luminarie annunziano che s’è dissotterrato il Laocoonte, o che Michelangelo aperse la cappella Sistina, o Gian Bologna espose la Sabina.
Il dominante spirito aristocratico cerca nelle scoperte quello che può dar gloria alla nobiltà, anzichè quello che migliori ed arricchisca le plebi. Una politica egoista che dell’astuzia si fa merito più che della forza, un’inettitudine irrequieta, un viluppo di maneggi, fanno e contrasto e lega con una malvagità or ipocrita ora sfrontata, e cogli abusi della forza, che, dalla grande migrazione in poi, non aveva mai così inverecondamente proclamato la sua morale onnipotenza, quanto nelle guerre pel Milanese e per la Toscana, nel sacco di Roma, negli assedj di Firenze e di Siena. L’acquisto di cognizioni e di libertà era ancora a servizio delle passioni; innestate l’ispirazione colle reminiscenze, il genio colla pedanteria, il paganesimo colle esaltazioni devote, la santimonia coll’empietà, l’azione colla meditazione, la moralità col machiavellismo.
Del medioevo durano ancora gl’incidenti, in bizzarro contrasto coi nuovi costumi. Tutte le fasi delle repubbliche sussistono accanto a tutte quelle del principato, esse decadendo, questo assodandosi; le secrete tranellerie de’ gabinetti trovansi a fronte con impeti di generosità cavalleresca; i condottieri rompono ancora le ordinanze delle fanterie stanziali, e pretendono opporre le armadure di un tempo alle bocche di fuoco; principi eroi sono uccisi a Ravenna perchè fecero voto all’amante di non coprirsi; o ne’ tornei s’avventurano re moderni, mentre la tragedia regolare chiama a piangere sulle simulate sventure degli antichi.
Strigatisi dai ceppi del medioevo, ma senza aver assunto ancora quelli che impongono le convenienze, abbandonavansi agli istinti od alle ispirazioni della fantasia o della coscienza; ribaldi o virtuosi ma francamente, senza insuperbire nè vergognare. Quindi nella vita tradizioni di lealtà insieme con un epicureismo non dissimulato; scetticismo micidiale, e fanatismo sterminatore; l’entusiasmo e l’ironia; l’assiderante regolarità del Trissino, e il geniale sbizzarrire dell’Ariosto; il ghigno sguajato dell’Aretino, e il belare dei Petrarchisti; la silvestre semplicità de’ Bucolici, e l’insaziabile accattare di Paolo Giovio; la bizzarria spensante di Benvenuto e l’austerità di Michelangelo, forse unico artista in cui appaja la lotta dello spirito colla materia; il sarcasmo del Pomponazzi e la convinzione del Savonarola, le orgie di Lucrezia Borgia e i roghi di Pio IV, Machiavelli e Filippo Neri, Leone X e Adriano VI, Carlo V e Francesco I: stampasi il _Corpus juris_, mentre ogni dritto è calpestato: la serenità della scuola di Rafaello fa contrasto al ceffo del Borbone e del Frundsperg. Di qui l’immensa difficoltà di giudicare della moralità delle azioni e della grandezza dei personaggi, dipintici da passione e da spirito di parte, convulsi fra idee così disparate, fra pregiudizj inumani e servili, fra l’insuperabile efficacia degli esempj e quel che chiamasi senso comune.
Aggiungiamo la desolazione che entra negli spiriti allorchè un gran dubbio gettato nella società rimette in problema tutto quello su cui essa riposava.
CAPITOLO CXLV.
La Riforma religiosa procede. Opposizione papale. Riformati italiani. Inquisizione[272].
Tanto sovvertimento di costumi e d’opinioni crescea forza ai Protestanti, i quali con ispaventosa celerità propagaronsi dai Pirenei all’Islanda, dall’Alpi alla Finlandia, occupando le menti pensatrici, allettando le frivole, trasformando nazioni intere. Vi sono errori antichi, i quali, col resistere alla prova del tempo, mostrano essere compatibili col bene; vi sono verità nuove che, balzando su calle insolito la società, le riescono micidiali: laonde ogni rivoluzione, e per ciò che demolisce e per ciò che erige, cagiona perturbamenti e guerre.
Al disordine, che dagl’intelletti trasfondevasi nelle volontà, da queste nella politica, avrebbe dovuto rimediare la Chiesa; ma da principio i suoi capi parvero non accorgersi dell’intensità del male, e con frecce di legno e lance di piombo repulsavano un attacco decisivo. Fra i campioni da lei scelti, Silvestro Mazzolini da Priero presso Mondovì[273], maestro del sacro palazzo, raffinì tra le mani per modo che parve spediente comandargli di cessare; pur costituendolo vescovo, e giudice di Lutero. Girolamo Muzio (pag. 165) ne’ viaggi avendo osservato i costumi de’ Protestanti, non gli parvero quali da’ lodatori erano vantati, e la loro dottrina confusione ed abusione; e accintosi a combattere la comunione del calice a’ laici, il matrimonio de’ preti, e le altre novità, sostenne che non era necessario adunare un concilio, dissuase Lucrezia Pia de’ Rangoni dall’abbracciar gli errori diffusi tra i Modenesi. L’Inquisizione romana aveagli dato incarico di far bruciare tutte le copie del Talmud nel ducato d’Urbino, e d’informarla di quanto scoprisse di men religioso, principalmente a Milano. Quivi udendo predicare Celso Martinengo, lo chiamò ad esame, e lo incarcerava se non fosse fuggito a Ginevra, dove fu assunto pastore de’ Protestanti in Ginevra, e l’effigie del Muzio chiassosamente bruciata. Del Vergerio, vescovo di Capodistria, era stato amico d’infanzia; ma non che lasciarsene sedurre, non lasciò strada intentata per ritrarlo al vero, e frustrati i consigli amichevoli, scrisse contro di lui al popolo di Capodistria, e più dopo che apostatò. Nei _tre testimonj fedeli_ esaminando le dottrine de’ santi Basilio, Cipriano, Ireneo, convince di falsità Erasmo ed altri: Pio V gli affida la riforma dell’ordine di san Lazzaro, e di rispondere all’Apologia Anglicana e alle Centurie Magdeburghesi: a sostegno del concilio di Trento scrisse principalmente il _Bullingero riprovato_; l’_Eretico infuriato_ contro Matteo Giudice professore di Jena; la _Cattolica disciplina de’ principi_ contro il Brenzio. L’_Antidoto cristiano_, la _Selva odorifera_, la _Risposta a Proteo_, il _Coro pontificale_, le _Mentite Ochiniane_, le _Malizie Bettine_, la _Beata Vergine incoronata_ sono i bizzarri titoli d’opere sue, buttate giù con violenza e scarsa critica, svelenendosi colle persone, anzichè teologicamente incalzar l’errore; modo di farsi leggere dal vulgo, non di vantaggiare la causa del vero.
Erasmo, che fra i dotti d’allora rappresenta il cattivo moderato, avea dato spinta e spirito alla Riforma colle lepidezze e cogli epigrammi, sebbene poi ricusasse farsene campione per amor di pace, onde era blandito dai prelati: ma Alberto Pio signore di Carpi, delle lettere e delle arti e di Aldo Manuzio protettore, benchè attivamente involto negli affari, scrisse contro di lui e di Lutero, con qualche eleganza, ma scarsa forza.
Non di tali difese era tempo, e meglio operarono Girolamo Amedei, servita senese spedito in Germania; il padre Silvestri domenicano, che fece un’_Apologia della convenienza degli istituti cattolici colla evangelica libertà_; Ambrogio Fiandino da Napoli, agostiniano, che già avea confutato il Pomponazzi, _senem delirium, hominem maledicum, patriæ vituperium_, e dettò contro Lutero tre opere, che non furono stampate; Cristoforo Marcello veneziano, vescovo di Corfù, e famoso per dottrina non meno che per disgrazie (t. IX, p. 371); e principalmente Ambrogio Caterino domenicano, che nel secolo era stato Lancellotto Politi senese, uomo di molta dottrina ma litigiosa[274], per la quale s’abbaruffò anche co’ teologanti cattolici, e massime col cardinale Gaetano, ch’egli imputava d’interpretazioni nuove e opinioni singolari.
Girolamo Aleandro della Motta trevisana, lodatissimo da Aldo e da Erasmo per conoscenza del greco e dell’ebraico, da Alessandro VI dato segretario al duca Valentino, poi spedito per affari in Ungheria, da Leone X tenuto al fianco in alti impieghi, chiesto da Luigi XII professore all’Università di Parigi, quando fu deputato in Germania contro i Luterani parve esorbitare di zelo. Invece parve condiscendervi troppo il veneziano Gaspare Contarini, ne’ più difficili momenti mandato nunzio di Paolo III in Germania per indurre i Protestanti a riconoscere almeno i principj fondamentali, cioè il primato della santa Sede, i sacramenti ed altri punti appoggiati alla Scrittura e all’uso costante della Chiesa. Eruditissimo di filosofia, matematica, politica, avea scritto contro Pomponazzi e Lutero sopra la giustificazione per mezzo della fede, e due libri dei doveri del vescovo con semplice gravità e con minori triche scolastiche che non solessero i teologi[275].
Spesso lo zelo dava ombra; e Andrea Bauria ferrarese agostiniano, vigorosissimo predicatore contro i vizj, fu messo in sospetto a Leone X, il quale fece sospendere la stampa del suo _Defensorium apostolicæ potestatis contra Martinum Lutherum_, comparso poi dopo la morte di esso. Frà Girolamo Negri di Fossano, che con abbondevole frutto missionava nelle subalpine valli di Luserna e d’Angrogna, fu impinto d’eresie, e sospeso dal predicare, finchè si provò innocente, e scrisse una delle migliori difese della messa contro Lutero (Torino 1554).
Ma una vigorosa ed assoluta confutazione non apparve allora; nè tampoco fu tra noi chi facesse quel che Erasmo tedesco tentò e lo spagnuolo Melchior Cano compì, di ristabilire le vere nozioni sulla teologia e le prove di cui essa si vale: dissertavasi sovra punti particolari, non si toccava al fondamentale qual è l’autorità della Chiesa; si discuteva davanti al tribunale inferiore della ragione individuale; si filavano sillogismi de’ quali era impugnata la maggiore; non erasi scoperto il lato debole della Riforma, nè incalzati gli avversarj entro barriere saldamente posate col mostrare che il dogma fondamentale di essi, l’individuale interpretazione, distrugge l’essenza della società spirituale, distruggendo la fede. Togli alla verità il carattere obbligatorio, essa rimane indistinta da qualsivoglia errore, e il protestante non può condannare l’ebreo, il deista, l’ateo, giacchè nol potrebbe che coll’opporre alla ragione di questi l’autorità.
Tutto poi esponeasi con tecnico gergo, argomentazioni opponendo ad argomentazioni; i teologi sprezzando i letterati come gente da frasi, ed essendo sprezzati da questi come pedestri scolastici. Il sant’uomo Gregorio Cortese da Modena benedettino, riformatore del famoso monastero di Lerins, vescovo d’Urbino, poi cardinale, contro Ulrico Velenio dimostrando che san Pietro fu veramente a Roma, deplora la scurrile polemica allora usitata[276], ed alla quale egli porgeva sì diverso esempio.
Si scusi quanto si vuole Leone X, ma dicano i leali credenti se fosse un papato opportuno a richiamare all’ovile gli erranti quando le divinità dell’Olimpo erano evocate ad esilarare il Vaticano. Gli successe (1522) Adriano VI, il quale, convinto per argomenti scolastici delle verità rivelate, non poteva supporre buona fede ne’ Protestanti, al tempo stesso che deplorava fossero stati spinti all’eccesso col serrar loro le porte in faccia. D’altra parte, venuto da contrade forestiere, restò colpito dagli abusi della Corte romana, e sgomentò coll’annunzio di volerli svellere di colpo; mentre col confessarli e promettere di ripararvi porse soggetto di trionfo ai nemici. Alla dieta di Norimberga dal nunzio Cheregato fece dichiarare ai principi tedeschi «conoscere il papa che l’eresia luterana era supplizio di Dio per le colpe spezialmente de’ sacerdoti e dei prelati, e che però il flagello avea cominciato dal tempio, volendo prima curare il capo che le altre membra del corpo infermo; che in quella sedia già per alcuni anni eransi viste abominazioni, turpi usi nello spirituale, eccessi nei comandamenti, il tutto insomma pervertito»[277]. Sta nella biblioteca Vallicelliana a Roma il discorso che Bernardino Carvajal, cardinale ostiense, gli recitò all’entrata in Roma, esponendogli sette ricordi, che sono: 1. eliminare le arti antiche, che sono simonia, ignoranza, tirannide e gli altri peccati; aderire a buoni consiglieri; reprimere la libertà de’ governatori; 2. riformare la Chiesa sicchè più non paja una congrega di peccatori; 3. i cardinali e gli altri ecclesiastici amare d’amor reale, esaltando i buoni, e provvedendo ai bisognosi perchè non s’avviliscano; 4. amministri la giustizia senza divario; 5. sostenti i fedeli, massimamente nobili, e i monasteri nelle loro necessità; 6. faccia guerra ai Turchi; 7. compia la basilica di San Pietro[278].
Gli scrittori d’allora gareggiano nell’esaltare sopra quanti predicatori viveano frate Egidio da Viterbo; il cardinale Sadoleto lo vanta per facilità di parlar toscano, profondi studj di teologia e filosofia, talchè sa nelle prediche piegar le menti, serenare le turbate, accendere le languide all’amor della virtù, della giustizia, della temperanza, alla venerazione di Dio e all’osservanza della religione; e senza divario di giovani o vecchi, d’uomini o donne, di primati o vulgari tutti scotea con forza di ragionamento, fiume d’elettissime parole, d’eccellenti sentenze[279]. Non v’era solennità cui non fosse invitato, sicchè Giulio II riservò a sè il destinarlo: e sebbene il pochissimo ch’e’ ci lasciò non giustifichi tanti encomj, tutti sono d’accordo nell’esaltarne la virtù e l’integrità, per le quali Leon X, che gli scriveva colla famigliarità d’amico, lo ornò della porpora.