Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 24

Chapter 243,626 wordsPublic domain

L’esistenza però de’ notturni congressi non era così generalmente creduta che non trovasse contraddittori. Samuele De Cassini tolse a provare che il demonio non trasporta effettivamente queste donne, e solo in esse produce un’estasi, per la quale credono volare o trovarsi fra la moltitudine; ma Giovanni Dadone domenicano sostenne il volo talora avvenir realmente[242], e con lui sono frà Bartolomeo Spina maestro del sacro palazzo[243], frà Silvestro Mazzolino detto Priero, Paolo Grillandi legista fiorentino che dapprima le aveva negate[244], e fino Gianfrancesco Pico della Mirandola[245] in un libro, la cui occasione è così esposta da frà Leandro degli Alberti che lo vulgarizzò: — Essendosi scoperto l’anno passato qui quel tanto malvagio, scellerato e malefico giuoco _della donna_, dove è rinnegato, bestemmiato e beffato Iddio, e ancor conculcata con i piedi la croce santa, dolce refrigerio dei fedeli cristiani e sicuro stendardo, e dove ancor vi sono fatte altre biasimevoli opere contro della nostra santissima fede; il perchè essendo stato integramente investigato e ponderatamente conosciuto, e ancor proceduto giuridicamente dal savio e provvidente censore ed inquisitore degli eretici, furono da lui consegnati al giudice molti di questi maledetti uomini, i quali, secondo il comandamento delle leggi, fece porre sopra d’uno grandissimo monte di legne, e bruciarli in punizione delle loro scelleraggini ed anco in esempio degli altri. Or così di giorno in giorno procedendosi per estirpare e svellere questi cespugli di pungenti spine di mezzo delle buone e odorifere erbe de’ fedeli cristiani, cominciarono molti con ingiuriose parole a dire non esser giusta cosa che questi uomini fossero così crudelmente uccisi, conciossiachè non avevano fatto cosa, per la quale dovessino ricevere simile guiderdone; ma ciò che dicevano di detto giuoco, lo dicevano o per sciocchezza e mancamento di cervello, ovvero per paura degli aspri martirj. E non pareva verisimile che fossero fatti dagli uomini tanti vituperj all’ostia consacrata, nè alla croce di Cristo, e alla nostra santissima fede. E questo facilmente potevasi confermare, perchè molti di loro prima avendolo detto, di poi costantemente lo negavano. Per questi biasimevoli ragionamenti di giorno in giorno crescevano nel popolo simili mormorii: la qual cosa intendendo lo illustre principe signor Gianfrancesco, uomo certamente non manco cristiano che dotto e letterato, deliberò di voler intenderne molto integramente, e con sottili investigazioni conoscere così il fondamento come tutte le altre minime cose che erano formate sopra di esso, prima intervenendovi e ritrovandosi alle esaminazioni di quelli avanti dell’inquisitore, poi interrogandoli da sè a sè, parte per parte di detto scellerato giuoco, e degli abominevoli riti e profani costumi e scomunicati modi e maledette operazioni che ivi continuamente si fanno, e non solamente da uno di quelli, ma da gran numero; e ritrovandoli accordarsi nelle cose di maggior importanza, cioè sommersi in tanti sozzi vizj, siccome vero servo di Gesù Cristo, acciò che ciascuno si deva ben guardare dalle fraudi dell’antico nostro nemico, ed ancora per poterlo meglio in ogni luogo perseguitare, si pose a scrivere di questa rea, scellerata e perversa scuola del demonio...»

Gianfrancesco introduce la _Strega_ a dialogar con uno che non vi crede (_Apistio_), il quale fa le objezioni del buon senso a tutte le confessioni di lei, mentre il giudice (_Dicasto_) adopera le formole giuridiche per provare che non sono illusioni, e sostenere la verità delle deposizioni di lei intorno al trasporto delle persone, ai sozzi convivj, alle infande nozze, all’abuso del sacrosanto pane. E da altri processi egli raccolse d’un prete Benedetto, innamorato del diavolo in carne col nome d’Armellina, i cui piaceri esso preferiva a qualunque altro, e con essa discorreva fin per le piazze, sembrando mentecatto agli altri che non la vedeano; per amor di lei non battezzava i bambini, non consacrava le ostie, e all’elevazione le alzava capovolte, così eludendo i sacramenti. D’altri ancora egli sa, così presi d’un demonio in forma di donna, che voleano abbandonar piuttosto la vita; finchè quella gran fiamma ne era cacciata coll’altra fiamma destata d’una catasta di legna. E questi fatti sono comunissimi, tanto che confessano andare alla tregenda oltre due migliaja di persone.

La strega introdotta da Pico conviene d’aver mandato la gragnuola sui campi di suoi malevoli, uccisone il bestiame, succhiato il sangue di sotto le ugne de’ bambini, finchè morivano se essa medesima non vi desse rimedj, insegnatile dal demonio. L’incredulo insiste principalmente sul perchè dal demonio non domandasse denari; ed essa risponde averne anche avuti, ma che scomparvero, e l’attrattiva maggiore consistere sempre ne’ piaceri del senso. Il demonio permetterle tutti gli atti di cristiana, ma mentre assisteva ai divini uffizj dovesse sottovoce protestare come a menzogne, stralunare gli occhi, far atti di scherno, e la particola trarsi di bocca e conservare per profanarla poi alla tregenda.

Uno dei più persuasi in tal fatto è il padre Girolamo Menghi di Viadana, che empì l’opera sua di fatterelli curiosi[246]. Nel tempo che i signori Veneziani mossero guerra al duca di Ferrara, stando Alfonso d’Aragona duca di Calabria in Milano con molti illustrissimi signori, tennero lungo ragionamento intorno agli spiriti, ove diversamente fu da quei signori parlato e discorso, recitando ciascheduno le loro opinioni; il che avendo udito il predetto duca, rispose in questo modo: — È cosa verissima e non finzione umana quello che si parla di questi demonj»; e narrogli, che stando lui un giorno a Carrone città di Calabria, dopo le cure e spedizioni regie cercando qualche spasso e ricreazione, gli fu detto che ivi era una donna vessata di spiriti immondi. Il che intendendo esso, se la fece condurre, e cominciando il duca a parlare con essa, niente rispondeva nè movevasi, come se fosse senza spirito. Vedendo questo il principe, e ricordandosi d’una crocetta che con certe reliquie portava al collo, datagli da Giovanni da Capistrano, segretamente la legò al braccio della spiritata; la quale subito cominciò a gridare, e torcere la bocca e gli occhi. Allora quel signore le domandò il perchè, ed ella rispose, dovesse levarle dal braccio quella crocetta «perchè (diss’ella) ivi è del legno della croce consacrata, dell’_agnus_ benedetto, e una croce di cera del mio grandissimo nemico». Le quali cose levando il duca, di nuovo divenne come morta. La notte seguente andando quel principe a dormire, incominciò udire fortissimi strepiti e rumori nel palagio e nella propria camera, di maniera che fece chiamare alcuni servitori per sicurezza, coi quali stette fino al giorno senza punto dormire. Venuto il giorno, un’altra volta si fece menare davanti la donna, la quale sorridendo interrogò il duca s’egli avesse avuto spavento la notte passata: e riprendendola egli come spirito infernale nojoso ai mortali, e addimandandogli — Ove eri tu nascosto?» rispose lo spirito: — Io era nascosta nella sommità dello sparaviero che circonda il tuo letto; e se non fossero state sopra di te quelle cose sacre che porti al collo secretamente, con le mie mani io ti levavo di peso, e ti gettavo fuori del letto. Anzi ti dico di più, che tutto quello che jeri ragionasti e trattasti coll’ambasciatore de’ Veneziani, ti saprò narrare, perchè il tutto ho udito e saputo». Il duca per chiarirsi mandò fuori tutti quelli che ivi si ritrovavano, poi comandò allo spirito che dovesse narrargli quanto era passato tra l’ambasciatore e lui; il quale, come se fosse stato presente, per bocca della donna narrogli tutto il fatto di parola in parola; di maniera che empiè quel signore di tanta meraviglia, che d’indi in poi sempre credette che gli spiriti maligni andassero vagabondi tanto nell’aria, quanto nei corpi umani.

Paolo Grillando inquisì una donna che, mentre era riportata a casa dal diavolo amante, udì sonar l’_ave_ della mattina, ond’esso fuggì lasciandola nuda sul terreno, ove fu scoperta. Un marito spiò sua moglie tanto, che s’accôrse dell’ungersi e dello scomparire, e a forza di bastonate obbligatala a confessare, volle menasse lui pure alla tregenda, ove sedutosi a mensa, tutto trovava insipido, onde chiese del sale, inusato ai loro banchetti. Quando dopo lunga istanza gli fu portato, sclamò: — Lodato Dio che finalmente il sale è venuto»; e bastò quell’esclamazione perchè tutto andasse in dileguo, ed egli rimase colà ignaro del luogo, finchè la mattina da pastori sopravvenuti seppe trovarsi in quel di Benevento, a cento miglia dalla patria sua. Dove tornato, fece processar la moglie e condannare[247].

Altri fatti egualmente certi aveva in pronto Bartolomeo Spina predetto. Una fanciulla, che dimorava colla madre a Bergamo, fu una notte trovata a Venezia nel letto di un suo parente; chiesta del come, vergognosa raccontò aver visto sua madre ungersi, e trasformata uscir dalla finestra; ed ella volle far prova dell’unto stesso, e seguì la madre, cui vide tender insidie al fanciullo parente; di che ella spaventata invocò il nome di Gesù, e tosto ogni cosa sparve: l’inquisitore ne stese processo, e la madre alla tortura confessò ogni cosa. Antonio Leone di Valtellina, carbonajo dimorante a Ferrara, narrava d’un marito che parimente vide la moglie ungersi, ed uscir dalla finestra, ed egli imitatala, trovolla in una cantina: essa, come il vide, fece un segno pel quale tutto sparì, ed egli rimasto colà, fu côlto per ladro, se non che si sgravò narrando il fatto, pel quale la moglie fu mandata al supplizio[248].

Basta il buonsenso più triviale a spiegar questi fatti: ma non tutti così chiari sono quelli che adducono gli apologisti; l’insistenza dei quali mostra che v’avea contraddittori. Nel 1518 il senato veneto, disapprovando le esorbitanze degl’inquisitori nella Valcamonica, rinomatissima per tale fastidio, revocò a sè i processi e statuì che in tali materie i rettori delle città si unissero agli ecclesiastici. Combatterono l’opinione vulgare il francescano Alfonso Spina[249], il cavaliere Ambrogio Vignato giureconsulto lodigiano[250], Gianfrancesco Ponzinibio giurista piacentino, negando possa il demonio generare come incubo o come succubo, e i voli delle streghe e le tregende essere illusione[251]. Andrea Alciato[252] scrive: — Appena ornato delle insegne dottorali, mi si offrì la prima causa in cui rispondere del diritto. Era venuto un inquisitore nelle valli subalpine, per inquisire le streghe: già più di cento n’avea bruciate, e quasi ogni dì nuovi olocausti a Vulcano ne offeriva, delle quali non poche coll’elleboro piuttosto che col fuoco meritavano essere purgate; finchè i paesani colle armi si opposero a quella violenza, e recarono la cosa al giudizio del vescovo. Egli, spediti a me gli atti, chiese il mio parere»; e fu diretto a sottrarre queste sciagurate ai supplizj; dichiarò di sole donnicciuole siffatta credenza, e chiedeva perchè non potrebbe il demonio aver preso le sembianze di esse donne? e come mai scomparisse tutta la tregenda all’invocare Gesù?

Pietro Borboni arcivescovo di Pisa consultò i dotti di quell’Università intorno a certe monache ossesse, se il fatto fosse naturale o soprannaturale; Celso Cesalpino, famoso naturalista, rispondendovi espone a lungo i portenti attribuiti alla magia, senza mostrare impugnarli; di poi argomentando con Aristotele, asserisce esistere intelligenze medie fra Dio e l’uomo, ma non poter queste comunicare con noi[253]. Forza era conchiudere non poter essere reali gli esaminati invasamenti: ma egli, per riguardi al tempo, non dichiara se non che non sono naturali, e volersi applicarvi i mezzi della Chiesa.

Traviata così l’opinione del vulgo e dei dotti, farà più dispiacere che meraviglia il vedere membri rispettabilissimi della Chiesa trascinati dalla corrente. Nel 1494 papa Alessandro VI, avendo udito _in provincia Lombardiæ diversas utriusque sexus personas incantationibus et diabolicis superstitionibus operam dare, suisque veneficiis et variis observationibus multa nefanda scelera procurare, homines et jumenta ac campos destruere, et diversos errores inducere_, commette agl’inquisitori di perseguitarli. Pure egli avea vietato s’intrigassero di sortilegi, malìe, fatucchierìe, se non v’intervenissero abuso di sacramenti o atti contro la fede. Nel 1521 Leone X, all’occasione de’ molti sortilegi scopertisi in Valcamonica, parlava agl’inquisitori della Venezia d’una genìa perniciosissima che rinunzia al battesimo, e dà il corpo e l’anima a Satana, e per compiacergli uccide fanciulli, ed esercita altri malefizj[254]. Nel 1523 Adriano VI al Sant’Uffizio di Como scriveva essersi trovato persone d’ambo i sessi, che prendono signore il diavolo, e con incantagioni, carmi, sacrilegj ed altre nefande superstizioni guastano i frutti della terra e commettono altri eccessi e delitti[255]. Più tardi Gregorio XV si scagliava contro quei che fanno malefizj, donde, se non morte, seguono malattie, divorzj, impotenza di generare, altri danni ad animali, biade, frutti, ecc., e vuole che siano immurati.

Ben centotre bolle di pontefici servivano di norma agl’inquisitori, e fra tutte famosa la lunghissima _Cœli et terræ creator Deus_ del 1585, con cui Sisto V[256] condannò la geomanzia, idromanzia, aeromanzia, piromanzia, oneiromanzia, chiromanzia, necromanzia; il gettar sorti con dadi o chicchi di frumento o fave; il far patto colla morte o coll’inferno per trovare tesori, consumar delitti, compiere stregherie, ed al demonio ardere profumi e candele; come pur quelli che negli ossessi e nelle linfatiche e fanatiche donne interrogano il demonio sul futuro; le donne che entro ampolle serbano il diavolo, ed untesi con acqua od olio la palma o le unghie, lo adorano: quindi proibisce tutti i libri d’astrologia, il far l’ascendente, descrivere pentagoni, e le altre superstizioni allora in credito. San Carlo nel suo primo concilio provinciale ordinava che maghi, malefici, incantatori, e chiunque fa patto tacito o espresso col diavolo sia punito severamente dal vescovo, ed escluso dalla società dei fedeli[257]. Nel 1588 Agostino Valerio, vescovo di Verona e cardinale, pubblicava una pastorale compiangendo come «si trovino alcuni, sebbene di vile e bassa condizione, che hanno fatto patto coll’inferno, cioè col demonio infernale, attendendo a superstizioni, incanti, stregherie e simili abominazioni».

I rimedj della Chiesa avrebbero dovuto consistere in preghiere e ammonizioni, al più nell’esorcizzare; del che il vescovo Filippo Visconti impartì molte regole per ovviare gl’inconvenienti: — A pochissimi se ne conceda licenza; e questi s’informino prima dal medico se l’infermità provenga da mala disposizione del corpo, o da umori malinconici, o da molestia del demonio, o da capriccio: e trovando il caso d’esorcizzare, lo faccia nella chiesa parrocchiale con cotta e stola; se son donne, vi assistano sempre due loro parenti o altre persone buone, nè l’esorcista le tocchi, se non al più colla mano sul capo: non dia medicine, non interroghi il diavolo di materie curiose e superstiziose».

Ma già vedemmo come, allo scemar della fede, si fosse radicata l’Inquisizione, e come ne’ processi si fossero assottigliati i legulej, e introdotta la procedura secreta, riprovata dal diritto canonico, e colla quale non è onest’uomo che non possa andar condannato. L’uomo, e più la donna, abbandonati al terrore della solitudine e alla pertinacia di processanti incalliti allo spettacolo del dolore e ponenti gloria e talvolta guadagno nel convincerli, come se ne poteano sottrarre? Non pochi dunque, nella persuasione di dovere a ogni modo morire, e che, se anche campassero, rimarrebbero in un obbrobrio peggior della morte, confessavano _spontaneamente_, e ne restava convalidata l’opinione.

I processanti medesimi erano superstiziosi quanto i processati; teneano per norma di far entrare la strega nella stanza per indietro, onde veder lei prima d’essere da lei veduti; badare ch’essa non li tocchi, «e portare del sale esorcizzato, della palma ed erbe benedette, come ruta ed altre simili»[258]. Un altro insegna che, se il paziente non regge all’odor del solfo, dà indizio di essere indemoniato; poi lo facevano denudare e purgare, chè mai non avesse sul corpo o dentro alcun malefizio che impedisse di rivelare la verità.

Non vi fu codice che non stampasse pene contro le stregherie; e per dirne un solo, lo statuto di Mantova dei Gonzaghi, che durò quanto la loro dominazione, cioè fin al 1708, impone che i malefici, incantatori, fatucchieri, e chiunque fa incantagione, o dà pozioni per sottoporre il cuore altrui, e trarre all’amore o ad altro fine pernicioso, in modo che uomo o donna sia rimasta malefiziata, e condotta all’insania o a malattia e morte, sieno bruciati. Se nessun effetto ne seguì, vadano alla frusta e al taglio della lingua, ed espulsi dal territorio. Chi ha l’abitudine di tali cose in secreto o in pubblico, sia arso. Possa chiunque denunziarli, e si creda a chi con un testimonio di buona fama giuri d’aver visto, o con quattro testimonj giuri che tal è la pubblica voce. Si eccettua chi faccia tali incantagini all’intento di guarire.

Che poi i processi dall’Inquisizione orditi fossero reputati regolatissimi e legali, n’è prova l’averne stampato i codici, anzichè tenerli arcani[259]; e del resto qual necessità di nasconderli, poichè procedevano non altrimenti che tutti i tribunali, tutti i giudizj?

Eliseo Masini[260], parlando di maghi, streghe e incantatori, contro cui deve procedere il Sant’Uffizio, dice: — Perchè simili sorta di persone abbondano in molti luoghi d’Italia e anche fuori, tanto più conviene essere diligente; e perciò s’ha da sapere, che a questo capo si riducono tutti quelli che hanno fatto patto, o implicitamente o esplicitamente, o per sè o per altri col demonio;

«quelli che tengono costretti (com’essi pretendono) demonj in anelli, specchi, medaglie, ampolle o in altre cose;

«quelli che se gli sono dati in anima ed in corpo, apostatando dalla santa fede cattolica, e che hanno giurato d’esser suoi, o glien’hanno fatto scritto, anco col proprio sangue;

«quelli che vanno al ballo, o (come si suol dire) in striozzo;

«quelli che malefiziano creature ragionevoli, o irragionevoli, sagrificandole al demonio;

«quelli che l’adorano o esplicitamente o implicitamente, offerendogli sale, pane, allume o altre cose;

«quelli che l’invocano, domandandogli grazie, inginocchiandosi, accendendo candele o altri lumi, chiamandolo angelo santo, angelo bianco, angelo negro, per la tua santità, e parole simili;

«quelli che gli domandano cose ch’egli non può fare, come sforzare la volontà umana, o saper cose future dipendenti dal nostro libero arbitrio;

«quelli che in questi atti diabolici si servono di cose sacre, come sacramenti, o forma e materia loro, e cose sacramentali e benedette, e di parole della divina scrittura;

«quelli che mettono sopra altari, dove s’ha da celebrare, fave, carta vergine, calamita o altre cose, acciocchè sopra essi si celebri empiamente la santa messa;

«quelli che scrivono o dicono orazioni non approvate, anzi riprovate dalla santa Chiesa, per farsi amare d’amor disonesto, come sono l’orazione di san Daniele, di santa Maria e di sant’Elena; o che portano addosso caratteri, circoli, triangoli, ecc., per essere sicuri dall’armi de’ nemici, e per non confessare il vero ne’ tormenti; o che tengono scritture di negromanzia, e fanno incanti, ed esercitano astrologia giudiziaria nelle azioni pendenti dalla libera volontà;

«quelli che fanno (come si dice) martelli, e mettono al fuoco pignattini per dar passione e per impedire l’atto matrimoniale;

«quelli che gittano le fave, si misurano il braccio con spanne, fanno andare attorno i sedazzi, levano la pedica, guardano o si fanno guardare sulle mani per sapere cose future o passate, ed altri simili sortilegi».

Contro siffatti delinquenti vediamo alcuni canoni della procedura, desunti dalla _Lucerna Inquisitoris_ del Rategno. Pochi indizj bastano a presumere un eretico; un lieve segno, anche il sospetto e la fama. Non è mestieri che i costituti de’ testimonj concordino; se diranno sapere quell’infamia per udita, non sono tenuti a provarlo; non infirma i testimonj l’essere scomunicati e criminosi. Chi vuol camminar di piede sicuro, fa così; se alcuno è diffamato o sospetto di eresia, si citi e si esamini; confessa? _bene quidem_; se no, pongasi in carcere; gli avvocati non prestino ajuto o consiglio agli eretici; possono ben processarsi senza strepito di avvocati. È tolto l’appellarsi; la confessione purga ogni vizio del processo; l’inquisitore non è obbligato mostrare il processo all’autorità secolare, che deve solo eseguirne i cenni; non è viziato il processo sebbene non si pubblichi il nome de’ testimonj, nè se ne dia copia al reo.

— Come scoprire le streghe?» domanda il Rategno stesso; e risponde: — O per conghiettura, o per confessione delle compagne che tra loro si conoscono al giuoco, benchè il diavolo può in tregenda averne assunto le forme. Si conoscono anche se facciano spregi al santissimo sacramento, torcano il volto dalla croce, minaccino ad alcuno che male gli accadrà, che si troverà malcontento, e in fatti così avvenga». Mattia Berlica narra d’un bifolco che, per conoscere le streghe, metteva in un sacco tanti fili aggruppati quante erano donne nel suo villaggio, e dette certe parole, bastonava ben bene il sacco, poscia andava di casa in casa, e se alcuna donna scoprisse ammaccata, la denunziava per rea, e messa alla tortura dovea confessare.

Due leggieri indizj bastano per sottoporre uno alla tortura, segue il Rategno; non fa pur mestieri che per questo convengano l’inquisitore ed il vescovo o il suo vicario. È in arbitrio del giudice lo stimare gl’indizj per torturare: sia più facile nelle colpe più segrete. Si tenti prima se v’ha alcuna più agevole via di scoprire il vero; poi si tormentino primi quelli da cui sia maggiormente a sperare la verità, le femmine più deboli, il figlio prima del padre, e al cospetto di questo. L’occhio del giudice dà arbitrio e misura al tormento. Non vi sia sottoposto chi è dissotto de’ quattordici anni, quand’anche non si possa estorcergli la verità colla sferza o collo staffile; nè i vecchi oltre settant’anni; nè le donne che sieno veramente riconosciute incinte.

«Quante volte può torturarsi il reo per le confessioni revocate? — Due o tre», risponde il Pegna[261]. E il Rategno soggiunge: — Ma se il reo negasse da poi quel che confessò ne’ tormenti? Rispondo: il reo è tenuto a perseverare in quella confessione, se no si ripeta il martoro fino alla terza volta.

Cessiamo; chè già il lettore sa di troppo per intendere che cosa significassero i processi, i quali per eresie e stregherie si moltiplicavano allora, quanto oggi quelli di Stato[262]. Nella Mesolcina, valle italiana appartenente ai Grigioni, abbondavano le streghe, che faceano malìe, affascinavano fanciulli, inducevano temporali, e adunavansi ai sabbati, ove dal diavolo erano sollecitate a calpestare la croce. San Carlo, legato pontifizio in que’ paesi, mandò a farne processo; e si trovò il male ancor peggiore dell’aspettazione: centrenta streghe abjurarono, altre furono arse, fra cui Domenico Quattrino prevosto di Rovereto, che da undici testimonj era stato visto alle tregende menar un ballo coi paramenti da messa, e recando in mano il santo crisma[263].