Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 23
Sciagurata nominanza ne acquistò Marco Bragadin veneziano, che pretendeasi nato a Candia dal famoso Bragadino, segato dai Turchi. Gittata la tonaca per darsi tutto all’alchimia, e protetto da Giacomo Contarini nobiluomo, spacciava aver trovato il secreto filosofale, s’intitolava conte di Mammona, cioè genio dell’oro, e menava seco due cani col colletto d’oro, che doveano credersi due demonj a suo servizio. Molte tramutazioni di metallo effettuò egli al cospetto del pubblico per mezzo d’una polvere che vendeva carissima: in fondo però il suo secreto consisteva in un amalgama di mercurio e d’oro, e facendo svaporar quello, restava questo. Ben avvedeansi che il peso era diminuito, eppure se ne faceano le meraviglie; il doge comprò a gran valsente il suo secreto, con uno scritto che trovasi nel _Trattato chimico_ di Manget; Enrico IV gli scrisse per averlo a sè; altri principi lo domandavano, ed egli splendidamente vivea corteggiato da tutti. Vero è che non mancava chi ne ridesse, e una brigata di giovani veneziani mandò in giro una mascherata di alchimisti con tutti i loro arnesi, e un tra loro, figurando il Mammona, gridava: — A tre lire il soldo l’oro fino». L’elettore Guglielmo II di Baviera l’ebbe poi; ma quando ne sperava ricchezze, trovatosi illuso, lui fece impiccare alla forca d’oro destinata agli alchimisti, e i suoi cani uccidere a schioppettate.
Non appartengono alla nostra nazione nè Teofrasto Paracelso (1501-70), predicato come testa divina, e creduto autore di miracolose guarigioni e di trasformazioni soprannaturali; nè Cornelio Agrippa di Colonia, consigliere dell’imperatore, deputato dal cardinale Santa Croce ad assistere al consiglio di Pisa, fatto professore di teologia a Pavia, chiesto a gara astrologo da gran re, dal marchese di Monferrato, dal cancelliere Gattinara, e che diede lo stillato delle teorie e delle pratiche delle scienze occulte. Ma a questo entusiasta e scettico insieme possiamo raffrontare il milanese Girolamo Cardano da Gallarate, teosofista e insieme scienziato illustre, di variatissima erudizione e fecondo di pensamenti strani ma indipendenti, talvolta elevato come il genio, talaltra dissotto del senso comune, e come disse lo Scaligero, suo nemico acerrimo, in molte cose superiore ad ogni umana intelligenza, in altre inferiore ad un bambino. Lasciò le proprie memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore, e curiosa pittura d’uomo vivente nel mondo poeticamente disposto dalla dottrina cabalistica. Se tu gli credi, e’ poteva a sua voglia cadere in estasi; vedeva quel che gli piacesse; degli avvenimenti era premunito in sogno, e da certe macchie sull’unghie. Il piacere, secondo lui, non è che la cessazione del dolore, e il male giova, se non altro, perchè s’impara a schivarlo: anzi per lui era un bisogno il penare o far penare altrui; flagellava se stesso, e morsicavasi le labbra o si pizzicava. Giocatore e perciò dissestato, ricorre a bassezze; un suo figlio fu attossicato dalla moglie, che perciò venne strozzata; a un altro dovette far tagliare un orecchio per reprimerlo; e tutta la sua vita andò bersagliata da sciagure. Conoscevasi invido, lascivo, maledico, spensierato? ne riversava la colpa sulle stelle, ascendenti al suo natale[231]. Del resto credesi oggetto d’una predilezione speciale del cielo; sa più lingue senz’averle imparate; più volte Iddio gli parlò in sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo padre, il quale l’avea tenuto per trent’anni[232]; può in estasi trasportarsi da luogo a luogo a sua volontà, ode quel che si dice lui assente, e prevede l’avvenire. Appena ogni mill’anni nasce un medico par suo; nè rifina di vantare le sue cure e l’abilità nel disputare; infine, per avverare il pronostico fatto, lasciasi morir di fame.
Scrisse maestrevolmente sui giuochi delle carte e dei dadi; bizzarri elogi sulla podagra e di Nerone; pubblicò centotrentun’opere, ne lasciò centundici manoscritte, e ne’ dieci volumi in foglio[233] a stampa m’ha l’aria di un giornalista ch’è obbligato ad empiere le pagine, e più tira in lungo meglio è pagato, meno riflette più lavora. Chi volesse ridurre ad unità filosofica quel suo balzellare, troverebbe ch’egli dichiarava la natura essere il complesso degli enti e delle cose. In essa tre principj eterni e necessarj, lo spazio, la materia, l’intelligenza del mondo, cui funzione è il movimento. Lo spazio eterno, immobile, non è mai senza corpi; cioè, come poi disse Cartesio, non si dà vuoto in natura. La materia è pure eterna, ma mutasi di forma in forma mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può concepirsi veruna porzione di materia senza forma. Ogni forma è essenzialmente una ed immateriale, laonde tutti i corpi sono provveduti d’anima; tant’è vero, che sono suscettibili di movimento. Le anime particolari sono funzioni dell’anima del mondo; nella quale stanno rinchiuse tutte le forme degli esseri, come i numeri nella decade; e somiglia alla luce del sole, una ed eguale nell’essenza, infinita nella diversità d’immagini.
Non potea dunque sottrarsi al panteismo se non col sospendere le conseguenze, o col variare egli stesso quanto all’unità dell’intelligenza. L’uomo, organo di quest’intelligenza universale, ha però un carattere distinto, la coscienza. Questa il mena a distinguere dal corpo l’anima, di cui mostra l’immortalità mediante gli argomenti de’ predecessori; ma crede questo dogma abbia prodotto gran mali, come le guerre di religione. La fisica sua fonda sulla simpatia generale fra i corpi celesti e le parti del corpo umano.
Di tutte le scienze occulte favella con intima persuasione, altamente riprovando quei professori inesperti, «per cui vizio resta infamata» una scienza, nella quale la certezza non è minore che nella nautica e nella medicina. Per vendicarla da tali ingiurie, e mostrare «come sieno manifesti i decreti delle stelle in noi», esso non procede che per raziocinio e sperimento, e riduce quella dottrina ad aforismi, distinti in sette sezioni, donde s’intende come ogni paese, ogni colore, ogni numero avesse il suo astro soprantendente. La magia naturale insegna otto cose: prima i caratteri dei pianeti, e a far anelli e sigilli; secondo, il significato del volo degli uccelli; terzo, le voci loro e d’altri animali; poi le virtù dell’erbe, la pietra filosofale, la conoscenza del passato, del presente, del futuro per tre viste; la settima parte mostra gli sperimenti proprj sì del fare, sì del conoscere; l’ottava, la virtù d’allungare molti secoli la vita.
Chi reggerebbe ad accompagnarmi nell’indicazione de’ varj canoni di queste dottrine? Il Cardano, che le conosceva tutte a fondo, non ne fa mistero: anzi insegna a comporre sigilli per far dormire o amare, rendersi invisibili, non istancarsi, aver fortuna; e ciò combinando quattro cose, la natura della facoltà, della materia, della stella, dell’uomo che fa: al qual uopo egli divisa la natura delle varie gemme e degli astri che vi corrispondono. Fra i talismani il più potente era il sigillo di Salomone. Una candela di sego umano, avvicinata a un tesoro, crepita fin a spegnersi; e la ragione è che il sego è formato di sangue, il sangue è sede dell’anima e degli spiriti, i quali entrambi concupiscono oro e argento finchè l’uom vive, e perciò anche dopo morte ne rimane turbato il sangue. Vuoi i presagi da dedursi da tutte le arti e dai casi naturali? vuoi la chiromanzia? o quel che significhino le macchie sulle unghie? e come interpretare i sogni, ed ottenere responsi? chiediglielo, e te n’insegnerà con sicurezza.
E responsi da lui impetravano insigni personaggi, tra cui Edoardo VI d’Inghilterra; il primate di Scozia affidò le sue malattie a’ costui strologamenti; san Carlo il propose maestro nell’Università di Bologna. Cento geniture egli formò d’illustri personaggi, dall’oroscopo di loro nascita deducendo le cause delle loro qualità. Alle stelle convien avere riguardo nella medicazione; infallibile esaudimento ottengono le preghiere a Maria, fatte il primo aprile alle otto del mattino; che più? spinse l’audacia fin a tirare l’oroscopo di Cristo. Insegna a chi soffre d’insonnia d’ungersi col grasso d’orso; a chi vuol far tacere i cani del vicinato, tenere in mano l’occhio d’un cane nero. A volta a volta si ride della chiromanzia, della stregoneria, dell’alchimia, della magia, dell’astrologia; eppure le esercita per compassione: i fantasmi reputa illusioni di fantasia scompigliata; eppure è pieno d’apparizioni e di spiriti, crede gl’incubi generare bambini, e deporre il vero le streghe nei processi. Eppure egli ha luogo durevole nella storia delle scienze per osservazioni sottili ed argute, e per più scoperte, fra cui la _formola cardanica_ e la possibilità d’educare i sordimuti.
Giambattista Della Porta napoletano (1540-1615) istituì in propria casa un’accademia _de’ Secreti_, ove non ammetteasi se non chi avesse trovato qualche rimedio o qualche macchina nuova. Nella _Magia naturale_ espone tutti i sogni, le forme sostanziali delle intelligenze, emanazione della divinità; darsi uno spirito mondiale, che genera anche le anime nostre, e ci rende capaci della magia, al modo che per esso gli astri influiscono sul corpo umano. Non è maraviglia se gliene vennero accuse presso l’Inquisizione, per le quali chiamato a Roma si scagionò, e fu dimesso, con ordine che in avvenire non s’impacciasse di far predizioni, avvegnachè il volgo ignorante non sappia distinguere se siano effetto di accorgimento o di sovrumana potenza. Pure egli svelava le arti onde altri producevano effetti, creduti soprannaturali; mostrò che l’unguento delle streghe fosse una mescolanza d’aconito e belladonna, i quali per efficacia naturale esaltano le fantasie; a suo figlio consigliava: — Non opporre resistenza ai potenti nè alla plebe; quand’anche avessi ragione. Invitato a un banchetto, tien d’occhio a chi ti mesce il vino. Quando parli con un malvagio o un disonesto, guarda alle sue mani più che alla sua faccia».
Insomma le scienze occulte formavano la parte astrusa delle umane cognizioni. Considerando la natura come una successione di prodigi, alla magia chiedevasi la spiegazione d’ogni fenomeno; un fanciullo malato, una donna consunta, il subito arricchirsi; i temporali, e vie meglio le combustioni spontanee, le illusioni ottiche, le esaltazioni nervose; che più? il male più ordinario, il mal d’amore e della gelosia, parevano effetti oltra naturali; e per chiarirli si ricorreva a patti che conchiudesse l’uomo col diavolo, dandogli carte segnate col proprio sangue, e scritte col sacrosanto calice.
Come i dotti toglievano dal vulgo il fondamento degli errori, così questo dal voto dei dotti v’era semprepiù ribadito, e ne nasceva una orrida congerie di pubblica forsennatezza. Nella Bibbia ricorrono fatti di demoniaci; gli esorcismi, se talvolta erano semplici cure igieniche, o rimedj all’inferma fantasia, doveano però convalidare l’opinione della diretta efficacia de’ demonj sugli uomini, e persuadevano che il contatto e la presenza delle cose sacre raddoppii i sofferimenti degli ossessi, la cui intelligenza scintilla a volte a volte di luce più viva, danno risposte meravigliose, parlano latino, ebraico, vedono le cose lontane e le future.
Quel bisogno essenziale alla natura umana d’ampliare il mondo visibile mediante la fantasia, bisogno maggiore in tempi o fra persone dove l’istruzione non dilata la vista sulla storia e sull’universo, avea creato e qui trasferito dall’Oriente quelle fate benevole, e che appiacevolivano i racconti e le fantasie, anzichè sgomentassero, come la Melusina, la Morgana, che il sabbato convertivansi in serpi, gli altri giorni godevano della loro bellezza e d’una vita che partecipava all’immortale: anche il genio famigliare e i folletti spesso mostravansi amorevoli e serviziati. Un padrone superbo comandò a un villano di trasportare a casa una quercia grossissima, o guaj a lui: l’impresa eccedeva le forze del misero, che se ne desolava, quando un folletto gli si esibì, e presa in collo la pianta come un fuscello, la collocò attraverso la porta del padrone, indurendola talmente, che nè accetta nè fuoco valsero a intaccarla, sicchè fu forza aprire un’altra porta: ciò fu appunto nel 1532. L’inquisitore Menghi sa d’un folletto famigliare ad un garzone sedicenne mantovano, che inseparabilmente l’accompagnava or da servo, or da facchino, or da mastro di casa. E nel 1579 un altro in Bologna era innamorato d’una fantesca; e se mai i padroni la sgridassero, di moltissimi guasti disturbava la casa: e chi vuole, guardi lo strano esorcismo con cui i padroni se ne liberarono. L’anno appresso nella città medesima si rinnovò la scena con una fanciulla trilustre: e il folletto faceva le più bizzarre burle; or rompere i vassoj del bucato, or lasciare tombolar dalle scale grosse pietre, or di piccole lanciarne a romper i vetri, e nel pozzo gettare secchi di legno o di rame, e gatti. Un predicatore raccontò ad esso Menghi che, mentre dispensava la parola divina in una città del Veneto, gli si presentò uno stregone, accusandosi di tenere due spiriti in un anello, coi quali esso il farebbe parlare; ma come egli esortollo a buttar via l’anello, ecco gli spiriti a piangere e pregare ch’esso predicatore li ricevesse a proprio servizio, promettendo farlo il maggior oratore del mondo: egli con gravi scongiuri gli indusse a confessare che questa era un’orditura per mettersegli accanto, farlo cadere in qualche eresia, ed acquistarlo all’inferno.
Più tardi fu stampato il _Palagio degli incanti_, coll’approvazione dell’inquisitore, che li commenda «come dilettevoli per vaga et varia lettione et non meno ferma che recondita dottrina»; e sono a leggervi innumerevoli storielle di demonj, di incubi e succubi, sulla fede d’autori accreditatissimi. Il più piacevole è d’un giovane, contemporaneo di Ruggero re di Sicilia, che nuotando una sera in mare, prese pei capelli una figura che gli veniva dietro, credendola uno dei suoi compagni: ma alla riva trovatala una bellissima fanciulla, l’ebbe seco, e ne generò un figlio, e vivea lieto di essa, se non che mai non parlava. Avvertito da un compagno ch’egli erasi menato a casa un fantasma, colla spada minacciò uccidere il bambino se essa non parlava: onde rotto il silenzio, ella gli disse che perdeva un’eccellente moglie con questa violenza, e subito sparve. Il fanciullo dopo alquanti anni trastullavasi in riva al mare, quand’essa lo prese ed affogò.
Se non fossersi rinnovate ai dì nostri la raddomanzia e qualcosa di peggio, non accennerei di don Antonio Lavoriero arciprete di Barbarano, che con la virtù di Dio faceasi obbedienti i diavoli. Costui narrò allo Strozzi Cicogna, che un frate Egidio, ad istanza del duca di Ferrara, aveva scoperto un tesoro, ma nol si potè mai cavare perchè gli spiriti rompeano le funi e spegneano i lumi: il frate fece da don Antonio ascondere una moneta, promettendo trovarla; e presi quattro rametti d’oliva benedetta e incisane la scorza, vi scrisse entro «Emanuel Sabaot Adonai, e un altro nome che non si può rammentare», poi recitò il _miserere_, e quando fu all’_incerta et occulta manifestasti mihi_, don Antonio si sentì tratto verso la porta del giardino, e giunto ov’era sepolta la moneta, le bacchette voltarono la punta in giù, come fossero tirate. Lo stesso don Antonio gli narrò che in Noventa sul Vicentino a una fanciulla mandavasi un fazzoletto del malato, ed essa il faceva venir grande grande, poi piccolo piccolo; che se tornasse alla primitiva dimensione, era segno di guarire; se no, di morte: egli le mandò il suo fazzoletto, fingendo fosse d’un’inferma; nè la fanciulla se n’accorse, perchè egli era esorcista, ma visibilmente lo fece ingrandire e impicciolire, poi tornar di misura. Ed altre belle ne raccontò quel don Antonio allo Strozzi[234].
Questi _fatti_, accertati non meno di altri su cui si fondano anch’oggi altre teoriche, meriterebbro soltanto il riso se fossero rimasti nel campo della speculazione: ma la natura umana ha una terribile inclinazione a tradurre le credenze in fatti. E così avvenne delle streghe, uno dei tanti errori che la civiltà moderna ereditò dall’antica (Cap. XXXIV in fin.). Nel medioevo la pascolarono leggende, nelle quali si confondeano il misticismo e l’empietà, il tremendo e il buffo; però fu repulsato dai legislatori, fin da’ rozzissimi Longobardi; e se comminavasi qualche pena, consisteva nel sottoporre le maliarde alla prova dell’acqua fredda, mandando assolte quelle che non restassero a galla; il che forse era un artifizio per salvarle tutte. Quanto alla Chiesa, adducevasi un canone di papa Damaso, or repudiato per falso, dove sono attribuiti a mera illusione i traslocamenti delle streghe; sicchè alcuni teologi dichiaravano peccato mortale ed eresia il credere ai notturni congressi[235].
Tanto è falso che nel bujo del medioevo imperversasse una credenza, la quale non dirò nacque, ma si estese col rinascimento degli studj, e viepiù nel secolo d’oro[236] dopo mescolatasi colla fungaja delle scienze occulte; e fu un altro sintomo della riviviscenza del paganesimo. Già il famoso giureconsulto Bartolo consigliava al vescovo di Novara di far morire a lento fuoco una, imputata di aver adorato il diavolo, e con sortilegi mandato a morte de’ fanciulli[237]. Sul fine del quattrocento, secondo Antonio Galateo, credevasi che alcune malefiche ungendosi si tramutino in animali, e vaghino o piuttosto volino in lontani paesi, menino carole per paludi, s’accoppiino a demonj, entrino ed escano a porte chiuse, uccidano animali[238]. E di fatto si divulgò l’opinione che le streghe, masche, buonerobe, o con che altro nome si chiamassero, _andassero in corso_, si congregassero in certi luoghi, come al monte Tonale in Lombardia, al Barco di Ferrara, allo spianato della Mirandola, al monte Paterno di Bologna, al noce di Benevento..., e sotto la presidenza di Erodiade, di Diana si dessero a balli e a sozzi amori, trasformandosi in lupi, gatti e altre bestie. Empietà e lascivia formano il fondo di quelle congreghe; splendidi banchetti il sabbato; frati vi ballavano, tutt’in onta della Chiesa; e vi si vilipendeva ciò ch’essa ha di più venerando, le croci, le reliquie, il sacrosanto pane.
Eravi qualche vecchia di bruttezza insigne con alcun marchio particolare? avea risposto con imprecazioni ad insulti fattile? bastava per sospettarla strega. Moltissime processate aveano confessato, — Abbiam veduto il diavolo, siamo andate a cavalcione della scopa alla tregenda, vi conoscemmo il tale e la tale»: come dubitare della loro veridicità? Se l’uomo può impetrare dal diavolo le colpevoli gioje che non osa chiedere a Dio, se v’è modo di patteggiare con una potenza sovrumana, perchè sol pochi v’avrebbero ricorso? Si venne dunque nella credenza che moltissimi fossero, e massime donne, e formassero tra sè una specie di società secreta, con capi e adunanze, e piaceri carnali, e voluttà di vendette.
Frà Bernardo Rategno comasco, zelante inquisitore, ci lasciò un libro _De strigiis_[239], dove si scandalizza di chi le metta in dubitare. Le masche (così egli) fanno congrega principalmente la notte del venerdì, rinnegano in presenza del Diavolo la santa fede, il battesimo, la beata Vergine, conculcano la croce, prestano fedeltà al diavolo toccandogli la mano col dosso della loro sinistra, e dandogli alcuna cosa in segno di ligezza. Qualvolta poi tornano al giuoco della _buona compagnia_, fanno riverenza al diavolo, che assiste in forma umana. Nè vi vanno già per illusione, ma corporalmente e sveglie e in sentimento, a piedi se la posta è vicina, se no sulle spalle al diavolo; il quale talvolta le abbandonò a mezzo del cammino, onde si trovarono fuorviate: tutte cose che constano dalle loro _spontanee_ confessioni agl’Inquisitori per tutta Italia. Anzi, a chiuder del tutto le labbra agli avversarj, adduce esempj di se stesso, che istruendo processi in Valtellina, ebbe deposizione da uomini d’intera fede, i quali veramente le aveano vedute. Niuno poi era in Como che non sapesse che, un cinquant’anni prima, in Mendrisio Lorenzo da Concorezzo podestà e Giovanni da Fossato indussero una strega a menarli al giuoco; essa gli esaudì, e videro le congregate; ma il diavolo, accortosi di loro, li fece battere in malo modo[240]. Riducono poi la cosa ad evidenza e l’esserne bruciati tanti, e l’avere i papi stessi consentito.
Per verità quest’argomento era perentorio, stantechè l’Inquisizione gravò sopra i siffatti con legali carnificine, delle quali ingloriavansi gli autori, come gli eroi di sanguinose battaglie. Massime nella Germania la proclività al misticismo avea diffuso il timore delle streghe; onde Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla, dietro la quale si moltiplicarono e processi e supplizj. Ma anche in Italia quest’errore era comune, e nella diocesi di Como Bartolomeo Spina asserisce che oltre mille in un anno se ne processavano, e più di cento bruciavansi.
Dinanzi a tanto numero di processi e di vittime, l’uomo è preso da un terribile sgomento della propria ragione, interrogandosi se tutto fu menzogna o delirio? tutto invenzione di tribunali, sitibondi di sangue?
Che l’uomo si creda pel male maggior potenza che realmente non ha, casi giornalieri ce lo attestano; che i delitti si moltiplichino col punirli, è un fatto troppo chiarito a chi studia le malattie dell’intelletto e le passioni; e che a forza di sentir dire che una cosa si fa, alcuno persuadasi di farla. Poteano operare sull’immaginazione delle streghe i suffumigi e le unzioni, che, secondo il Porta e il Cardano, si faceano con solano sonnifero, giusquiamo, oppio, belladonna, datura stramonio, mandragora, laudano. Alcuni fenomeni ricevono ora spiegazione dalle inalazioni dell’etere e del magnetismo animale, arcano che gl’insulsi devono beffare, gli astuti usufruttare, ma gli scienziati verificare e studiare. Fin a qual punto un uomo può operar sul corpo o lo spirito d’altr’uomo per sola forza dell’immaginazione, spinta sin al punto ove va la fede, non è ben chiarito: nè quanto possa l’effetto delle passioni, e massime della paura, causa preponderante delle malattie nervose. L’ipocondria fa considerar le immaginarie sofferenze come un prodotto della volontà dell’altra o frutto di lor ira o vendetta. L’insensibilità di certe parti o di tutto il corpo è spiegata or che si distinguono due ordini di nervi, uno che presiede alle sensazioni dolorose, gli altri a condurre al cervello le impressioni di contatto; e ciò toglie la vulgare teoria della simulazione: e in generale soppresse le entità demoniache, la maga vien considerata come dipendenza dello studio delle facoltà dell’anima. Tralascio casi stranissimi in medicina, affezioni nervose ed isterismi che, come un tempo si curavano coi pellegrinaggi, allora si dichiaravano malattie demoniache[241]. Vedeasi una propagare le sue convulsioni a un collegio, a un convento, attribuivasi a fatucchieria quel che ora sappiamo esser istinto di imitazione.
Chi serbava intero il senno proponeva talvolta rimedj efficaci, ma non prudenti. Se un vampiro venisse a suggere il sangue, l’autorità faceva bruciare il cadavere, e il male cessava, per fede di Montaigne. Ad una signora mantovana che credevasi ammaliata, il medico Marcello Donato dispose che tra gli escrementi si facessero comparire chiodi, piume, aghi; ella credendo averli cacciati di corpo, sanò: sì, ma dunque il fatto era vero; ma la donna avea visto quegli oggetti, nè potea più dubitarne, e la persuasione sua trasfondeva in tutti i suoi conoscenti, e questi ai loro. I fatti dunque sussistevano; erano fuor del naturale; le cause venivano esibite dalla scienza e dalle opinioni del tempo; dalla giurisprudenza di allora le procedure.