Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 22
Eppure non di rado uscivano prammatiche severissime contro il lusso, e potremmo addurre quella che il consiglio generale di Cremona emanò il 1547, e fece approvare dal senato di Milano e da Carlo V. Proibiva essa di portar collane, braccialetti o altro ornamento d’oro, salvo una medaglia al berretto di non più che dodici scudi d’oro, e anelli; sugli abiti nessun ricamo o intaglio di seta; alle cavalcature non fornimenti con oro o argento o ricami. Le donne maritate abbiano negli abiti oro o argento, nè ricami, trine, cordoncini; non più di tre vesti di seta, e una sola di cremisino; non perle o gioje, fuorchè due anelli d’oro con pietre alle dita, una collana d’oro di scudi venticinque non più, un’altra al ventaglio di scudi quindici al più; non guanti ricamati o zibellini, non berrette fuorchè la notte e in viaggio. Le fanciulle non mettano vesta di seta, nè gioje od oro, salvo un vezzo di coralli al collo del valore al più di scudi quattro; nè vadano a ballo che i tre ultimi giorni di carnevale. Ai banchetti, vietati assolutamente pavoni e fagiani, una sola o due sorta di selvaggina, non più di tre sorta di lessi domestici, escludendo la salsa reale, il biancomangiare, i pasticci, e i pesci e le ostriche o altre frutte di mare, nè più di due maniere di torta; ne’ pranzi di magro una sola qualità di pesce, escluse le ostriche. Le vivande si diano semplici, senza ornamento di pitture, intagli, banderuole ed altre frascherie trovate dagli scalchi. Ai battesimi non si doni cosa alcuna a compadri e comadri. Ai mortorj non si attacchino in chiesa insegne, scudi, pitture, nè si faccia banchetto.
Ciascuna città potrebbe mostrarne di consimili, più convenienti alla curiosità municipale che alla storica erudizione. Alla quale neppur so se sia duopo soggiungere che sempre erano delusi. In Venezia era vietato ai cittadini vestir altrimenti che nero. Ma che? aspettavano i giorni di carnevale per isfoggiar pompe e forestierie, e massime diamanti; attesochè le gioje non si vendevano dalle famiglie patrizie, ma trasmettevansi agli eredi accumulate. Colà sappiamo che le fanciulle non uscivano mai di casa, salvo che per andar alla messa e alla comunione a pasqua e a natale, ed anche allora velate; e contraevano nozze senza essere conosciute[220].
Dopo la calata di Carlo VIII si propagò l’uso delle _imprese_, che erano o figure o motti, e spesso figure e motti personali, a differenza degli stemmi; e che uno adottava per indicare lo stato o l’inclinazione propria; e si ricamavano o scolpivano sui mobili, sulle vesti, sulle arme. Di inventarne erano richiesti i letterati, e massime i secretarj; e dall’Ariosto fu trovata una pel duca di Ferrara, dal Molza pel cardinale De’ Medici, dal Santuario varie pei Colonna, dal Giovio pei Medici, pei Pescara, per gli Adorni. Esso Giovio in un _Dialogo_ trattò ampiamente delle imprese _militari e amorose_, del modo di farle e delle loro significazioni; sulla qual ingegnosa arguzia dettarono pure il Simeoni, il Buommattei, il Ferri, il Contile; e Scipione Bargagli n’era reputato l’Aristotele. Le mille accademie d’allora aveano ciascuna la loro impresa, e ciascun accademico una particolare.
Cesare Borgia tolse per impresa _Aut Cæsar aut nihil_. Lodovico il Moro, un’Italia in sembianza di regina, davanti a cui un Moro con una scopetta in mano; e all’ambasciator fiorentino che gli chiedeva a che servisse questa, rispose: — Per nettarla d’ogni bruttura»; al che il Fiorentino: — Bada che questo servo scopettando tira la polvere addosso a sè». Federico re di Napoli ebbe un libro bruciato col motto _Recedant vetera_, ad indicare l’oblio de’ torti ricevuti. Il cardinale Sforza, ad esprimere l’ingratitudine di Alessandro VI, che da lui fatto papa, avea poi depresso il duca suo fratello, adottò la luna che eclissa il sole col motto _Totum adimit quo ingrata refulget_. Alfonso di Ferrara, una bomba che scoppia _a tempo e luogo_. Vittoria Colonna, uno scoglio contro cui l’onde spumavano, e il motto _Conantia frangere franguntur_. L’Ariosto, una bugna di pecchie cui il villano uccide col fumo per cavarne i favi, e il motto _Pro bono malum_. Il Burchelati letterato trevisano, un granchio colla zampa aperta, e _Melius non tangere, clamo_. Il Bembo, un Pegaso in atto di levarsi a volo, e _Si te fata vocant_. Il Davanzati, un cerchio di botte, e _Strictius arctius_, alludendo al suo stile stringato. Il grancapitano Gonzalvo ebbe una leva a corde che tende una balestra, col motto _Ingenium superat vires_. Carlo Orsini un pallone sbalzato dal bracciale, col motto _Percussus elevor_. Francesco Gonzaga di Mantova, accusato d’aver lasciato sfuggire Carlo VIII a Fornovo, poi giustificatone, prese la divisa _Probasti me, domine, et cognovisti_. Alludendo ai proprj omonimi, Muzio Colonna adottò una mano che arde, e _Fortia facere et pati romanum est_; e Fabrizio, un vaso di monete d’oro, con _Samnitico non capitur auro_. Pel duca Cosmo succeduto ad Alessandro si scrisse _Uno avulso, non deficit alter_. Il magnifico Lorenzo aveva un lauro sempreverde, e _Ita et virtus_. Luigi Marliano medico milanese inventò per Carlo V le colonne d’Ercole coll’aquila in mezzo, e _Plus ultra_.
Delle magnificenze italiane presero gusto i Francesi, sì dal vederle qui, sì dalle donne che per matrimonio passarono a quella reggia. Eppure ancora il Castiglioni diceva che «i Francesi solamente conoscono la nobiltà dell’arme, e tutto il resto nulla estimano, di modo che non solamente non apprezzano le lettere, ma le aborriscono, e tutti i letterati tengono per vilissimi uomini, e pare dir gran villania a chi si sia quando lo chiamano clerco». Ma di là già venivano arguti osservatori e beffardi a esaminare i nostri costumi: Rabelais, che doveva alla corte romana affiggere il ridicolo; Montaigne, che col suo buon senso rilevava le stranezze di alcuni costumi italiani: il poeta Marot, che «in questo paese alberato, fertile di beni, beato di donne» imparava a parlar poco, far buona cera, non parlare di Dio, poltrire, e fermarsi un’ora sopra una parola[221]. E certamente moltissimo ci comunicarono i Francesi, dotati del genio della divulgazione, prodighi delle idee proprie quanto vaghi delle altrui, che danno e ricevono a piene mani senza far ragguaglio, che non arrossiscono d’esser obbligati, anzi sembrano credere che gli stranieri devano ringraziarli d’essersi lasciati beneficare.
L’amor de’ piaceri e delle comparse doveva crescere il desiderio dell’oro e dei doni, e la facilità del vendersi. Il cardinale d’Amboise ministro di Francia ricevea cinquantamila ducati di provvigione da varj principi e repubbliche d’Italia, di cui trentamila dalla sola Firenze. A Giovanni Micheli, ambasciador veneto alla Corte inglese, ricercava molti doni mistress Clarenzia cameriera della regina Maria «per bisogno e servizio di sua maestà, oltre un cocchio con i cavalli e tutti li apparecchi, presentato per la voglia che ne aveva la detta cameriera, alla quale la regina il donò: il quale cocchio fatto venire d’Italia, tenevo per mia comodità, avendolo usato tutta questa stagione, che non voglio per modestia dir quello che mi costasse; basta ch’era tale che non disonorava il grado d’ambasciatore»[222].
Tra questi godimenti dell’immaginazione, Italia consolavasi o stordivasi della servitù, o si divezzava dall’aborrirla; e come solennità e allegrie accoppiava alle miserie e ai patimenti, così a quel meriggio d’arti e di lettere accompagnava molti delirj, e le superstizioni che mai non abbondano quanto allo svanire del giusto sentimento religioso. Più delle altre funesta e universale fu la credenza a relazioni immediate fra l’uomo e gli esseri soprannaturali, e che la magia possa legare la potenza divina e la libertà umana, e romper l’ordine morale e fisico del creato con atti materiali senza intelletto nè amore.
Si manifestò essa in forma scientifica e in forma vulgare, e l’una diede mano all’altra per riuscire a spaventosi effetti. Dal neoplatonismo, cioè da quell’impasto mezzo poetico e mezzo filosofico di dottrine indiane, egizie, greche, ebraiche, che la scuola d’Alessandria pretendeva sostituire ed opporre al cristianesimo, vennero inoculate alla società moderna le arti teosofistiche. Conservatesi traverso al medioevo, rinvalidate dal contatto coll’Asia nelle crociate, parve che il rinnovato studio degli antichi, che pur doveva invigorire il pensiero, trascinasse a credenze, ove da principj falsi deducevansi logicamente errori sciagurati. Alla ricerca dei tre maggiori beni del mondo, salute, oro, verità si dirigevano tali scienze.
Guardate gli scrittori più spregiudicati, e sarete chiari come si credesse generalmente all’astrologia, ai pronostici, ai sogni. Il Pomponazzi, che impugna l’immortalità dell’anima, sostiene (_De incantationibus_) gl’influssi dei pianeti, ai quali non a demonj è dovuta la facoltà di alcuni d’indovinar l’avvenire; e secondo il loro ascendente, l’uomo può scongiurar il tempo, convertire in bestie, far altre meraviglie[223]. Credettero all’astrologia il Campanella e il Fracastoro, Machiavelli e Lutero: Melantone la difendeva contro Pico della Mirandola, mostrando molti casi predetti da congiunzioni di pianeti. Carlo VIII acquistava fiducia alla sua spedizione col far correre una profezia promettitrice d’insigni vittorie. Del valente astrologo Galeotto Marzio di Montagnana è manoscritta nella biblioteca di Padova una _Chiromanzia_ del 1476: accusato d’eresia, fu obbligato a pubblica ammenda, bruciato un suo libro che aveva portato in Ungheria e Boemia; cascando poi da cavallo fuor d’Italia, s’uccise. Ebbero pur grido il veronese Lionardo Montagna autore d’un _Breviarium vaticinii_, Lodovico Lazarelli da San Severino, Luca Guaríco napoletano, che molte opere scrisse, e fece fortuna; ma predetto al Bentivoglio di Bologna che per le sue crudeltà sarebbe espulso, questi fece dargli cinque tratti di corda, de’ quali risentì tutta la vita, e imparò ad esser meno preciso e più cauto. Jacopo Zabarella padovano, il cui trattato di logica fu adottato nelle Università di Germania, era invasato dell’astrologia, fece moltissime predizioni, e anche della propria morte.
Più tardi il buon matematico Cavalieri nella _Ruota planetaria_ pretese rivelar ciò che fanno nelle loro sfere le stelle, e come in bene e in male influiscano; il Borelli dettò una difesa dell’astrologia per Cristina di Svezia; Marcantonio Zimara di Otranto, famoso medico, pubblicò _Antrum magico-medicum, in quo arcanorum magico-physicorum, sigillorum, signaturarum et imaginum medicarum, secundum Dei nomina et constellationes astrorum, cum signatura planetarum constitutarum, ut et curationum magneticarum, et characteristicarum ad omnes corporis humani affectus curandos, thesaurus locupletissimus, novus, reconditus etc._, con un trattato del conservar la bellezza, e uno del moto perpetuo senz’acqua nè peso.
Tiberio Rossiliano Sesto, astrologo calabrese, avea sostenuto potersi, per mezzo dell’astrologia, prevedere il diluvio universale; e fu confutato nel 1516 da Gerolamo Armellini faentino, famoso inquisitore di quei tempi[224]. Sul qual proposito frà Giuliano Ughi nella cronica di Firenze scriveva: — A quel tempo si conobbe falsa una lunga opinione, la quale quasi da tutti gli astrologi era tenuta per vera; e questa fu, che per alcune congiunzioni di pianeti dovesse nell’anno 1524, di febbrajo e di marzo, venire in Italia e vicini paesi tanta quantità di pioggie, che dovesse distruggere e rovinare tutti o gran parte degli edificj e case propinque a’ fiumi o in luogo basso poste. Lo messono in scritto e nei pubblici pronostici: e furono tali che, per fare sollecita provvisione, le case loro fornirono di vittuaria per più tempo; alcuni altri di barchette e legnami; altri imbottarono il vino nei palchi, o vero in su i monti: ed era in tutte le parti d’Italia quasi un comune timore[225]. Ma Dio, che la notizia delle future cose ha a sè riservata, mostrò l’umano vedere esser di poca certezza; imperò ch’io non mi ricordo mai un febbrajo ed un marzo il più bel tempo, nè manco piovve, e fu un anno abbondantissimo d’ogni bene, e di buona sanità. Ben è vero che in molti seguenti anni, per sei o sette anni, seguitarono pioggie più che il consueto; onde dal 1525 in là, seguitò tre anni assai carestia e peste. E pensavasi che la divina Bontà misericordiosamente avesse le pioggie, che nel 1524 dovevano naturalmente con nocumento del mondo venire, in più anni scompartite, non senza qualche nocumento. E così nell’anno 1524 fu molto dileggiata e schernita l’astrologia da quelli che non pensavano che Dio fusse ai cieli superiore: ma quelli che credevano che Dio fusse moderatore de’ celesti corsi, pensarono esser vera l’astrologia; sicchè secondo il corso de’ cieli, tal diluvio dovesse venire, ma che la misericordia di Dio l’avesse impedito».
Singolare contesto di pregiudizio e buon senso! Eppure quando lo Stöffer di Tubinga pronosticò che, per la congiunzione dei tre pianeti superiori, il mondo andrebbe a diluvio nel 1554, tutta Europa fu in pensiero di prepararsi uno schermo, e Carlo V ne stava in grand’apprensione, per quanto Agostino Nifo il rassicurasse. Altri parziali spaventi eccitarono i dotti compilatori degli almanacchi[226], or una peste minacciando, or la venuta dei Turchi, ora il mal anno; e poichè indicavano non pure la stagione, ma i dì precisi in cui conveniva fare il salasso, molti morivano piuttosto che farsi trar sangue contro tale indicazione.
Tutte le vite son piene di strologamenti. Al Bembo erasi predetto sarebbe amato e accarezzato più dagli estranj che da’ suoi, e su quest’aspettazione egli regolava le proprie determinazioni. Una notte sua madre sognò che Giusto Goro, lor avversario in un processo, lo feriva nella destra mano; e di fatto costui, per istrappargli un libello che andava a presentar al tribunale, gli diè una coltellata, sicchè poco mancò gli tagliasse via l’indice della dritta. Una suor Franceschina monaca di Zara gli avea vaticinato non sarebbe mai papa.
Due mercanti milanesi, mentre passavano per le foreste di Torino andando in Francia, incontrarono un uomo che ordinò loro di tornare in patria a presentare una lettera a Lodovico Sforza; e soggiunse lui essere Galeazzo Sforza, nipote defunto di questo. Obbedirono: ma come impostori furono incarcerati e posti al tormento; persistendo però essi all’affermativa, dopo lungo discutere del senato si aperse la lettera, e fu letto: — O Lodovico, guardati, perchè Veneziani e Francesi stanno per allearsi a’ tuoi danni, e annichilare la tua stirpe. Ma se mi darai tremila scudi, vedrò di conciliare gli spiriti, sicchè i destini siano sviati». Il duca non credette, e ne seguì quel che sapete.
Anche un secretario di Lodovico Alidosi signor di Imola incontrò il fantasma del padre di questo, che gli ordinò di dirgli al domani si trovasse in quel luogo stesso, e gli rivelerebbe cose di supremo rilievo. Lodovico mandò in sua vece altri; a cui affacciatosi lo spettro, si lagnò della disobbedienza, e gli commise di annunziare a Lodovico che, dopo ventidue anni, il tal giorno perderebbe la città. E così fu appuntino, per quanto l’Alidosi se ne fosse tenuto in guardia[227].
Francesco Guicciardini, mentre governava Brescia per Leone X, scrisse a Firenze qualmente, in una pianura colà vicina, si vedeano di giorno venir a parlamento un gran re da una parte e un altro dall’altra con sei o otto signori, e stati così un pezzo, sparivano; poi venivano in battaglia due grandi eserciti per un’ora; e ciò accadde più volte a qualche intervallo; e alcun curioso che si volle appressare per vedere cosa fosse, dalla paura e dal terrore cascò malato, e stette in fin di morte[228]. Benvenuto Cellini vede diavoli, come li vedeva Lutero. Machiavelli consuma uno de’ capitoli sulle Deche intorno ai segni celesti che precorrono le rivoluzioni degl’imperj, assegnando alle stelle le cause che egli aveva sì a fondo meditate nella nequizia degli uomini e col desolante pensiero del continuo peggiorare della stirpe umana.
In quel sensualismo tra cui smarrivasi la legge morale, l’oro diveniva suprema potenza; e come Spagnuoli e Portoghesi lo cercavano nelle viscere di migliaja d’Americani scannati, i re nello smungere i popoli con nuovi arzigogoli di finanze o intrepidi furti, i letterati mendicando, i soldati rapendo, i preti mercatando le cose sacre, gli eretici invadendo i beni della Chiesa, così gli alchimisti persistevano a rintracciarlo in fondo ai crogiuoli, struggendosi ai fornelli ed ai lambicchi, o andando imparare la _grand’arte_ fra gli Orientali, o a strapparla alla natura ne’ monti magnetici della Scandinavia.
Bernardo Trevisano, nato il 1406 da famiglia di conti, a quattordici anni già si occupava nell’alchimia, e ispiratosi da Geber e Rases, spese da tremila scudi in esperienze; poi si volse a quegli altri gran maestri Archelao e Rupescissa, e in quindici anni di prove «tanto in ciurmadori, che per me onde conoscerli, spesi circa seimila scudi». Cominciava a scoraggiarsi quando un suo paesano insegnogli a far la pietra con sal marino: ma in un anno e mezzo tentatala quindici volte invano, adottò un altro metodo, qual era di sciogliere separatamente in acquaforte, argento e mercurio; e lasciatele un anno, mescolò le soluzioni e le concentrò su ceneri calde in modo da ridurle a due terzi; questo residuo pose al sole in una storta, poi lasciavalo cristallizzare durante cinque anni; ma non ne seguì l’effetto atteso. Bernardo, giunto a quarantasei anni, si mise per altra via, insegnatagli da mastro Goffredo cistercese: comprarono duemila ova di gallina, le fecero sodare, e levato il guscio, lo calcinarono al fuoco; separarono i torli dall’albume, e li fecero fermentare a parte entro concio di cavallo; poi li distillarono trenta volte, finchè n’ebbero un’acqua bianca ed una rossa; si rifecero più volte da capo, variarono, ma senza frutto; onde Bernardo abbandonò anche questa via, dopo seguitala otto anni. Nè però disilluso, lavorò con un gran teologo e protonotaro, che pretendeva cavar la pietra filosofale dalla coperosa; calcinavasi per tre mesi, poi metteasi in aceto distillato otto volte; il misto passavasi al lambicco quindici volte il giorno per un anno. Qual meraviglia se la fatica e l’ansietà gli diedero una febbre che durò quattordici mesi, e fu per torgli la vita?
Guarito appena, ode da un cherico del suo paese che maestro Enrico, confessor dell’imperatore, sapea preparare la pietra filosofale. Detto fatto, eccolo in viaggio per la Germania, e con difficili mezzi introdottosi presso di quello, n’ebbe dieci marchi d’argento e il processo che era siffatto. Mesci mercurio, argento, olio d’ulivo, solfo; fondi a fuoco moderato; cuoci a bagnomaria, rimenando continuo. Dopo due mesi, si secchi in una storta di vetro coperta d’argilla, e il prodotto si tenga per tre settimane sulle ceneri calde; vi si unisca piombo, si fonda al crogiuolo, e il prodotto si sottometta alla raffinazione. Quei dieci marchi doveano allora trovarsi cresciuti d’un terzo: ma ohimè! al fine di tanto lavoro non erano più che quattro.
Il Trevisano desolato giurò d’abbandonare quelle fantasie; i parenti esultavano della risoluzione sua; ma dopo due mesi rideccolo al lambicco. Persuaso però che gli occorressero i consigli di gran sapienti, andò a interrogarli in Ispagna, in Inghilterra, in Iscozia, in Germania, in Olanda, in Francia; e viepiù in Egitto, in Palestina, in Persia, sede di quelle dottrine; a lungo si badò nella Grecia meridionale, visitava principalmente i conventi, coi monaci più rinomati travagliando alla grand’opera. Così arrivò ai settantadue anni, avendo dissipato il ricavo del venduto patrimonio, e giunse a Rodi senza denari, ma colla fiducia nella polvere cercata tutta la vita. Deh perchè una fede altrettanto viva non hanno i cercatori di ben più utili spedienti?
A Rodi tenea stanza un religioso, rinomato in tutto Levante come possessore del gran secreto; ma d’avvicinarlo il conte perdea la lusinga, se un mercante veneziano, conoscente di sua famiglia, non gli avesse prestato ottomila fiorini, e raccomandatolo a quel savio. Tre anni costui lo tenne in studj e speranze onde preparare il magistero per mezzo d’oro e argento amalgamati a mercurio; e alfine gli aperse i secreti della scienza ermetica. Perocchè gli indicò che tutto era frode, lo persuase a cessare dalle illusioni, nel codice della verità mostrandogli questo assioma, — Natura si fa giuoco di Natura, e Natura contiene la Natura». Qui sta il gran secreto, significando in linguaggio comune che per far oro ci vuol oro; e tutta l’alchimia non giunse mai a ottenerne di più di quello che adoperò.
Perdere a settantasett’anni l’illusione di tutta la vita, è pur penoso. Ma il conte Trevisano volle almeno giovare agli innumerabili adepti della scienza ermetica, occupando i sette anni che ancor sopravvisse a scrivere diversi trattati su quella scienza, il più celebre de’ quali è intitolato _Il libro della filosofia naturale de’ metalli_; e ognuno può leggerlo, e certo pochissimi il leggeranno nel tomo II della _Bibliothèque des philosophes chimiques_. Opera inutile anch’essa, giacchè, invece di confessar chiaro i suoi inganni a scanso degli altrui, si rinvolse in modo che molti cercarono in esso la scienza ermetica, molti perseverarono a crederlo maestro della grand’opera. Altrimenti pare a noi, sia per quell’assioma fondamentale, intorno a cui si raggira sempre, sia per questo passo del libro suddetto: — Ondechè io conchiudo, e credetemi; lasciate le sofisticazioni e chiunque vi crede; fuggite le loro sublimazioni, congiunzioni, separazioni, congelazioni, preparazioni, disgiunzioni, connessioni ed altre decezioni; e taciano quelli che offrono qualsiasi altra tintura diversa dalla nostra, non vera nè di alcun profitto; e taciano quei che van dicendo e sermonando altro solfo che il nostro, il quale è latente nella magnesia, e che vogliono trarre altro argento vivo che dal servitore rosso, od altra acqua che la nostra, la quale è permanente, e non si congiunge che alla propria natura, e non bagna altra cosa se non l’unità della propria natura; e non vi è altro aceto che il nostro, nè altro regolo che il nostro, nè colori altri che i nostri, nè altra sublimazione che la nostra, nè altra soluzione che la nostra, nè altra che la nostra putrefazione»[229].
La lezione per verità non sembra abbastanza evidente: d’altra parte sarebbe stata inutile, giacchè qual avvi evidenza alla quale ceda la passione? E certamente allora si continuò in tali ricerche, formandosi una scienza tutta distinta, il cui canone fondamentale era che ogni metallo si compone di solfo e mercurio; per mercurio però intendendo il principio metallico, variante secondo i diversi corpi; e per solfo il principio combustibile[230]. Eppure nella ricerca del grande incognito e dell’immortalità in terra, questa scienza scontrava per via il gas acido carbonico, il fosforo, l’antimonio, l’arsenico, quella chimica insomma che oggi aspira ad essere la scienza delle scienze.