Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 21

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Educato il suo gentiluomo, lo colloca a fianco al principe, e qui l’interesse diviene più largo, l’autore più franco nel deplorare quelli abbandonati alla licenza e all’adulazione, mentre vorrebbe si presentasse loro la verità sotto il velo del piacere. Vero è che i consigli ch’e’ porge al principe riduconsi a generalità inconcludenti, o al più dicevoli a piccoli signori, e col patto che sieno buoni. «Non si può forse dare maggior laude nè più conveniente ad un principe, che chiamarlo buon governatore. Però, se a me toccasse instituirlo, vorrei che egli avesse cura non solamente di governar le cose già dette, ma le molto minori, ed intendesse tutte le particolarità appartenenti a’ suoi popoli quanto fosse possibile, nè mai credesse tanto, nè tanto si confidasse d’alcun suo ministro, che a quel solo rimettesse totalmente la briglia e lo arbitrio di tutto ’l governo; perchè non è alcuno che sia attissimo a tutte le cose, e molto maggior danno procede dalla credulità de’ signori che dall’incredulità, la quale non solamente talora non nuoce, ma spesso sommamente giova: pur in questo è necessario il buon giudizio del principe, per conoscere chi merita essere creduto e chi no. Vorrei che avesse cura d’intendere le azioni, ed esser censore de’ suoi ministri; di levare ed abbreviare le liti tra i sudditi; di far fare pace tra essi, e legargli insieme con parentadi; di fare che la città fosse tutta unita e concorde in amicizia come una casa privata, popolosa, non povera, quieta, piena di buoni artefici; di favorire i mercatanti ed ajutarli ancora con denari; d’essere liberale ed onorevole nelle ospitalità verso i forestieri e verso i religiosi; di temperare tutte le superfluità; perchè spesso per gli errori che si fanno in queste cose, benchè pajano piccoli, le città vanno in ruina. Però è ragionevole che il principe ponga meta ai troppo suntuosi edificj dei privati, ai convivj, alle doti eccessive delle donne, al lusso, alle pompe nelle gioje e nei vestimenti, che non è altro che un argomento della lor pazzìa; chè, oltre che spesso, per quell’ambizione ed invidia che si portano l’una all’altra, dissipano le facoltà e la sostanza dei mariti, talora per una giojetta o qualche altra frascheria vendono la pudicizia loro a chi la vuol comperare» (lib. IV).

L’opera del Castiglioni divenne la più diffusa in Europa. L’avea preceduto Agostino Nifo[205], il quale, riducendo l’arte del cortigiano a disannojar i grandi con facezie e novelle, ne apre loro le fonti, a scapito della carità e del pudore. In tal senso vanno la _Donna di Corte_ di Lodovico Domenichi; gli _Uffizj dell’uomo di Corte_ di Pelegro Grimaldi e Giambattista Giraldi; del Muzio il _Gentiluomo_, ove sostiene la libertà essere personale, e perciò maggiore nel letterato che nel guerriero, e le _Cinque cognizioni necessarie a giovin signore che entra alla Corte_, le quali sono, ricordarsi d’esser uomo, cristiano, nobile, giovane, signore; ed altre operette di questo andare, i cui precetti tendevano a togliere più sempre quell’impronta individuale, così propria delle creazioni moderne, che primeggia in Dante, mentre scompare nell’Ariosto e nel Tasso, e che spiccava ancora negli uomini del principio del secolo; e il togliere la quale fu il còmpito della seconda metà di esso, per consegnare l’uomo mutilo e schiomato alle vergogne del seicento.

L’Italia ne’ suoi bei giorni avea speso ad erigere quelle cattedrali, di cui altrove è una per regno, e qui in ciascuna città; quei canali, che portavano la fertilità sui campi e il commercio. Adesso più non era il popolo che pensasse alle glorie e ai comodi proprj, ma duchi e signori che volevano ostentare magnificenza per abbagliare e stordire, e dar a credere ai vicini che i loro popoli fossero beati perchè aveano feste e magnificenza di Corti. Chi, scorrendo le storie di quel tempo per meglio che per mera curiosità, non è preso da un senso singolare al vedere tanta pompa accanto a tante sofferenze, tanta allegria fra sì cocenti infelicità? Il gusto dei godimenti materiali, tanto pregiudicevole alla libertà, quanto opportuno a quei che la vogliono rapire, aveva invaso i mortali; i prodotti tributati dai nuovi paesi erano accolti colla spasmodica ingordigia d’un recente acquisto; la ridesta erudizione porgeva soggetti a briose mascherate e a composizioni teatrali; il medioevo proseguiva i suoi tornei; sicchè mescolavansi misteri di santi, comparse di numi, arcadiche semplicità. Nel Berlingaccio a Roma ogni cardinale mandava maschere in carri trionfali e a cavallo, con suoni e ragazzi che cantavano, e buffoni che lanciavano arguzie lascive, e commedianti ed altri, vestiti non di lino e lana, ma di seta di broccato d’oro e d’argento, spendendo ducati a josa[206]. Nozze, battesimi, ingressi di principi o di papi spesseggiavano occasioni di tripudj sontuosi.

Han rinomanza i carnevali di Roma, de’ quali il corso e i moccoletti durano tuttora. Più chiassosi erano un tempo, e singolarmente abbiamo ricordi di quello del 1545, detto di Agone e di Testaccio. Dal Campidoglio si diressero a piazza Navona molti trombetti a cavallo vestiti di rosso, poi i ministri della giustizia, da 7000 artieri, tutti in compagnie e divise con trombe e tamburi e bandiere, trammezzati da soldati e carri. Dei quali il primo diceasi massimo, ed apparteneva al rione di Transtevere; l’altro al rione di Ripa, portando la Fortuna; il terzo al rione di Sant’Angelo, figurante Costantinopoli, e così de’ varj rioni, con varie significazioni, fra cui un cervo inseguito, Abila e Calpe, il Mongibello, Prometeo sul Caucaso, Turchi, Italiani, Tedeschi in zuffa, un Concilio che condannava gli eretici; i connestabili dei tredici rioni, i gentiluomini di Sutri e Tivoli, e cori all’antica, e musici, infine il carro del papa, colla statua in abito pontificale, e virtù simboliche e attorno le cariche, e staffieri e paggi, poi il gonfaloniere di Roma, ornato di gioje perfin gli sproni, e da ultimo i conservatori della città e il senatore del Campidoglio. Nei palazzi lungo il giro tutto era folla e parati; sulla piazza Navona schieraronsi come un battaglione, poi ripresero la marcia; e la festa costò 100,000 scudi, oltre i vestimenti.

La festa di Testaccio fu a modo simile, eccetto i carri. Le alture che circondano il prato eran piene di gente, e palchi e carri e attorno fanterie e cavalli. Vi si rinnovò la pompa suddetta, poi la caccia dove furono uccisi tredici tori, e lanciate sei carrozze, ciascuna con pallio rosso e un porco vivo. Qui gran livree di varj cardinali, con divise variatissime e a gara ricche; si corsero pallii, anche d’asini e di bufale, e bagordi e tumulti, poi alla sera commedia. E il narratore[207] avverte che il primo giorno di quaresima fu la stazione a Santa Sabina, la quale fu tanto solenne, che molti vennero in disputa chi fosse più bello, il carnevale o la quaresima di Roma.

Alle feste di Roma doveano contribuire gli Ebrei, la cui università pagava 1130 fiorini d’oro pel carnevale, inoltre mandar alcuni deputati al magistrato della città, implorando che il popolo romano ne continuasse la protezione, e offrendo un mazzo di fiori con una cedola da 20 scudi per addobbare i palchi d’essi magistrati.

Lo slanciar polvere, farina, razzi cagionava molti disordini, finchè Sisto V, che alzò forche e torture in cospetto di tali divertimenti, represse gli eccessi, e introdusse di scagliare confetti.

Firenze, come già Atene, vi accoppiava squisitezza d’arti; e veramente lungo tempo si mantenne paradiso degli artisti, i quali formavano quasi un mondo distinto, tutto vivacità e studio e gare ed anche invidie, siccome manifestano sovrattutto gli scritti del Cellini e del Vasari. Già a lungo ne divisammo; e non finirono colla libertà, anzi di nuovo tutte le arti si congiunsero per celebrare le nozze di Cosmo de’ Medici con Eleonora di Toledo. La prima sera, fra splendidissimo apparato, Apollo celebrò gli sposi, e le muse risposero una canzone in otto parti; seguì una dopo l’altra ciascuna città di Toscana personificata, e cinta di ninfe e di fiumi, cantando una strofa agli sposi. La seconda sera, fu rappresentata una commedia di cinque atti in prosa, con prologo e intermezzi in verso cantati, dove figuravano l’aurora e le varie ore del giorno, finchè la notte riconduceva il sonno; ma un coro di satiri e baccanti collo strepito, le danze, il riso, eccitava l’ilarità. Giambattista Gelli avea composto la musica del primo giorno, Giambattista Strozzi del secondo, Sebastiano Sangallo dipinte le scene, e il Giambullari ce ne lasciò la descrizione: come il Vasari diè quella degli apparecchi per le nozze di Francesco de’ Medici con Giovanna d’Austria[208].

Se le maggiori magnificenze si vedevano a Roma e a Firenze, nè Ferrara nè Napoli voleano lasciarsi togliere il passo. Di Venezia continuavano ad essere rinomati i carnevali; e allo sposalizio del mare, e all’altre patriotiche commemorazioni, il popolo illudevasi di partecipare ancora a un governo che lo invitava alle feste e ai pranzi. Quando Zilia Dandolo sposò il doge Lorenzo Priuli nel 1557, i senatori, passando sotto una serie di archi trionfali, mossero alla casa della novizza, e come salirono le scale e posero il piede in quelle stanze fornite a gran ricchezza, si fece loro bellamente incontro la sposa vestita alla ducale, con sulle spalle un bianchissimo velo di Candia, fissato a sommo la testa al diadema. Dopo salutazioni ed ossequj, le fecero giurare l’osservanza del suo capitolare; ella rese grazie, donò a’ consiglieri una borsa d’oro riccio, e un’altra al cancelliere grande. Correvasi poscia la regata in canale, mentre convenivano da ogni lato barche e gondole, di gran vista pei damaschi e ricchi velluti onde andavano adorne, e lustravano da lunge per molto oro. In queste erano tutte le arti, con tal pompa che gli orefici traevano quattordici gondole; e tutte insieme solcavano la laguna al suono di pifferi, e tra allegri balli e viva, e sotto archi e trionfi; ultimo il bucintoro che trasportava in trono la dogaressa. Allorchè la pompa fiottante approdava alla piazza San Marco, tutta a parati bianchi, calavano prima le arti con innanzi i mazzieri e la musica, indi gli uomini più ragguardevoli, e seguiti da trombetti e donne, fra le quali sei spose, diffusi sulle spalle i capelli intrecciati d’oro; indi ventuna matrone in nero e velate; poi i senatori, il cancellier grande, i parenti del doge; finalmente tra due consiglieri e gran corteggio la principessa, la quale, cantate grazie e rinnovato il giuramento in San Marco, salì negli appartamenti, passandovi a rassegna nelle ricchissime sale le arti, che per mezzo de’ loro castaldi offrivano ciascuna complimenti e doni. Pervenuta alla gran sala, andava assidersi sul trono ducale. Le facevano corona i grandi dello Stato, e per la sala s’aggiravano signori e maschere di bizzarrissime guise.

Caduta la notte e fatta gran luminaria per tutto il palazzo, apparvero in giro sulla piazza trecensessanta uomini divisati a un modo, ciascuno sollevando un piatto d’argento riboccante di confetti e dolci, e accompagnati da cento torcie portate da giovinetti in seta, seguiti da venticinque gentiluomini con mazzieri e musica: poichè ebbero condotto un lungo giro fra la plaudente moltitudine, si condussero in palazzo, ed entrati nel salone, offrivano quelle delicatezze al corteggio e alla principessa; intanto davasi fuoco a una macchina d’artifizio. Indi cominciava la danza, intramezzata da splendida cena; nè si cessava dal ballo fino al nuovo giorno, in cui ritornavasi alla festa ed in ispecie i macellaj vi facevano la caccia de’ tori. E durarono molti giorni quelle allegrezze[209].

Superò ogni anteriore magnificenza la festa fatta nel 1574 a Enrico III, quando fuggiasco dalla mal governata Polonia, passava a governar peggio la Francia. Nell’arsenale gli fu imbandita una colazione di frutti canditi, ove forchette, cucchiaj, piatti erano di zucchero: stavano allora in lavoro ducento galee sottili, sei galeazze e molti piccoli legni; e mentr’egli girava visitando, si compaginò e allestì una galea. Alla festa nella sala del maggior consiglio intervennero da ducento gentildonne, biancovestite con ricchissime gioje, e tutte ebbero cena nella sala dello Squittinio. Il re prese gran divertimento delle recite e invenzioni di mascherate e musiche di Andrea Calmo; visitò le belle, e le ville signorili: peccato che tanta splendidezza siasi sciupata per chi non la meritava[210].

Quando a Milano il magno Trivulzio sposò Beatrice d’Avalos, il banchetto fu siffatto. Data alle mani acquarosa, cominciossi da pasticci di pignuoli e zuccaro e focaccia di mandorle e altre delicature, tutte messe a oro; vennero poi belli asparagi, più ammirati perchè fuor di stagione; indi polpe e fegatelli, carne di starne arrostita, teste di vitelli intere, colla pelle messa a oro e argento; capponi e piccioni con salsiccia e presciutto e vivande di cinghiali con _potaggi delicati_; un castrato intero arrosto con savore di cerase; tortore, pernici, fagiani e altri uccelli arrosto, con olive per concia; pollastri con zuccaro, aspersi d’acquarosa; un porchetto intero arrosto con agro dolce, un pavone arrosto, una miscela d’ova, latte, salvia, zuccaro; pomi cotogni con zuccaro, pini e carciofi; altre dolcezze pruriginose; infine dieci maniere di torte e molte confetture; ogni cosa in piatti d’argento e oro, accompagnata ciascuna da fiaccole e trombe; e in esse fiaccole v’avea gabbie di tutti quegli uccelli e quadrupedi che si servirono cotti. Si finì al solito con commedianti, saltatori, musici e funamboli»[211].

Nel febbrajo 1515 Prospero Colonna, quando divenne capitano della gente d’arme del duca di Milano, fece al duca, a’ cortigiani, ed a trentasei damigelle un mirabile convito e festa da ballo, sotto un atrio di legname dipinto e indorato, di gran bellezza e misteriosità, dice il Prato, che prosegue: «Stavano gli uomini alle sue tavole, e le donne altresì, con sì lunga varietà di cibi, che per quattro ore durò il portare. E a ogni bocca si serviva un intiero fagiano, una pernice, un pavone e altre cose: portando per ogni imbandigione una cosa di zuccaro indorata, somigliante a quella che si offeriva; ed in compagnia altri tanti pesci: e tre volte fu levato e rimesso la tovaglia e mantili, con tanti adornamenti di acque e di foglie, che l’Arabia ne avria avuto scorno. Venuto il fine della cena, venne un giovine, il quale s’infinse di esser giojelliero, molte collanette, braccialetti e altre fantasie d’oro mostrando: onde le damigelle con maraviglia cominciorno tante bellezze a vedere, e domandavano il prezzo d’una cosa e d’un’altra, finchè sopraggiunse esso signor Prospero, mostrando d’intromettersi; e alla fine ogni cosa finse comprare, e a quelle damigelle le donò, talchè niuna partì che non avesse presente per venti scudi d’oro, e chi trenta; e dicesi che questo fece, solo per potere la sua amata, senza biasimo d’infamia, con le proprie mani presentare. Poi la mattina seguente a tutte mandò un cesto inargentato, con entro la sua colazione; e al duca fece portare venticinque cariche di salvaggine, a lui avanzate»[212].

Avvertiremo di nuovo come un lusso di tanta ostentazione andasse scompagnato da quelle comodità che fanno confortevole il vivere. Pure di molte n’erano state introdotte. In Santa Maria Maggiore a Firenze leggeasi sopra un sepolcro: _Qui diace Salvino l’Armato degli Armati di Firenze, inventor degli occhiali, Dio gli perdoni le peccata. Anno D._ MCCCXVII. Altri ne nominano inventore fra Alessandro da Spina pisano, morto il 1313, che forse non fece che divulgare quest’arte tenuta in prima secreta; poichè nel _Trattato del governo della famiglia_ di Sandro di Pipozzo fiorentino, nel 1299, già si legge: — Mi trovo così gravoso d’anni, che non avrei valor di leggere e scrivere senza vetri appellati occhiali, _trovati novellamente_ per comoditate de li poveri vecchi quando affiebolano dal vedere»; e il famoso frà Girolamo da Rivalta predicava in Firenze nel 1305: Non è ancor vent’anni che si trovò l’arte di far gli occhiali... ed io vidi colui che fece gli occhiali, e favellaigli».

Il primo oriuolo da torre che si ricordi fu a Padova per un Dondi, la cui famiglia conserva il titolo dell’Orologio; poi a Milano quelli di Sant’Eustorgio nel 1306 e di San Gotardo nel 1335; nel 1328 Wallingford n’avea posto uno a Londra, e da quel tempo si estesero. A Firenze nel 1512 «si mise in palazzo de’ Signori un nuovo oriuolo, che cominciò a sonar l’ore in calen di febbrajo 1512 a dodici ore: dove prima sonava da un’ora per insino ore ventiquattro, ch’è il dì e la notte, lo ridussero a ore dodici per volta, che vengono a dividere la notte e il dì per metà a uso di ponente» (CAMBI). Anche gli oriuoli da tasca divulgaronsi; venivano di Germania, e dalla forma erano detti ova di Norimberga.

Le strade pure miglioravano, ad alcuna si posero cartelli indicatori: ma viaggi e passeggiate faceansi a cavallo o in bussola, finchè le carrozze divennero più comuni; in qualcuna la cassa fu sospesa a cinghie per diminuire le sciacche; ma non v’avea mantice nè vetri, e al più erano protette da cortine, mentre le dorature, le pitture, gl’intagli le rendevano dispendiose. Nella facilità odierna è curioso leggere come lord Russell, incaricato di pagare al connestabile di Borbone i sussidj di Enrico VIII, dovette da Genova a Chambéry portar il denaro a schiena di muli entro ballotti e sacchi, sotto forma di biancheria vecchia e di legumi venderecci. Da Chambéry scrisse a quel re qualmente il duca di Savoja «da nobile e generoso principe» degnò permettere si trasportasse il denaro a Torino «sui proprj muli nel forziere della casa reale, ove stanno di solito gli ornamenti della sua cappella; sovra ciascuno compartimento di esso baule è scritto il contenuto, affinchè nessuno dubiti che v’abbia altra cosa»[213]. Sotto tale artifizio viaggiò a salvamento il sussidio, che doveva fomentare la guerra in Francia. Il cardinale Bibiena rimprovera Giuliano de’ Medici che era in Torino, di non dar notizie sue al papa; «nè si scusi con dire che per essere il loco fuor di mano, non ha saputo ove indirizzare lettere; perciocchè a Genova o a Piacenza si potevano ad ogn’ora mandare per uomo a posta»[214]. La comodità delle poste fu introdotta prima che altrove in Italia, mediante corrieri a cavallo, regolarmente stabiliti agli opportuni ricambi, per servizio de’ negozianti, ancor prima che de’ principi e del pubblico. Noi dicemmo (pag. 190) come i signori Della Torre portassero fuori quell’uso.

Dovette certamente scompigliare le abitudini l’affluenza del metallo d’America, che alterò i salarj, agevolò le transazioni e il modo di pagare i debiti; ma sul principio angustiò i poveri, pei quali erano rincarite tutte le necessità, nè ancora cresciuti i compensi. Insieme vennero diffuse molte droghe, lo zuccaro principalmente e il caffè. Il Redi nel _Bacco_ loda Antonio Cadetti fiorentino di aver dei primi fatto conoscere la cioccolata in Europa, aggiungendo che la corte toscana v’introdusse scorze fresche di cedrati e odore di gelsomino insieme colla cannella, la vaniglia, l’ambra. Allora pur venne la sudiceria del tabacco, indarno contrastata dall’igiene e dalla buona creanza[215].

In Italia, più che negli altri paesi, mangiavasi bene, abitavasi comodo: le vesti, impreteribile distintivo delle condizioni, non erano cenciose nelle infime classi, mentre nelle superiori caricavansi di pelliccie e ricami e ori e perle: straordinaria la profusione dei profumi. Il Bandello[216] riferisce d’un Milanese che «vestiva molto riccamente e spesso di vestimenta si cangiava, ritrovando tutto il dì alcuna nuova foggia di ricamo e di strafori ed altre invenzioni. Le sue berrette di velluto[217] ora una medaglia ed ora un’altra mostravano; tacio le catene, le anella e le maniglie. Le sue cavalcature, o mula o ginetto o turco o chinea che si fosse, erano più pulite che le mosche: quella che quel giorno doveva cavalcare, oltre i fornimenti ricchi e tempestati d’oro battuto, era da capo a piedi profumata, di maniera che l’odore di muschio, di zibetto, d’ambra e d’altro si faceva sentire per tutta la contrada... Teneva un poco anzichè no del portogallese, che ogni dieci passi, o fosse a piedi o cavalcasse, si faceva da uno dei servitori nettare le scarpe, nè poteva soffrire di vedersi addosso un minimo peluzzo».

Francesco I in una spettacolosa festa di Corte ricevette sul capo un tizzone ardente, e per medicare la ferita fecesi rasare i capelli, tenendo invece la barba prolissa come gli Svizzeri e gl’Italiani; i cortigiani, che si fanno merito de’ morbi del re, subito adottarono le lunghe barbe; l’Università e il Parlamento non vollero accettarle. Leone X ordinò che i preti smettessero le barbe; e tutta Roma fece scene sul dolore che provò Domenico d’Ancona nel tagliarsi la sua, immortalata dal sonetto del Berni quanto la chioma di Berenice da Callimaco.

I mobili domestici, se mancavano di quell’opportunità che oggi reputiamo dote prima, erano magnifici, intagliati maestrevolmente, dipinti dai migliori pennelli. Girolamo Negro[218] scrive, il cardinal suo padrone trovarsi in estrema povertà pel suo grado; «tiene circa venti cavalli, perchè le facoltà sue non gli bastano per più, e bocca quaranta; vivesi mediocremente a guisa de’ religiosi senza pompe; e il papa gli ha assegnato scudi duecento al mese per il suo vivere, la qual provvisione, con gli emolumenti del cappello, basta per l’ordinario della spesa; e scorrerassi così finchè Dio mandi altro». Quale splendido e ricco cardinale d’oggi raggiunge la costui povertà?

Gli oratori spediti da Venezia nel 1523 ad Adriano VI, in Roma furono festeggiati dal cardinale Cornér, che diè loro un «pasto bellissimo, da sessantacinque portate, e per ciascuna venivano tre sorta di vivande, che erano mutate con gran prestezza, sì che appena si aveva degustata una, che ne sopraggiungeva un’altra, il tutto in bellissimi argenti e in gran quantità. Finito il pasto, si levarono stufi e storditi e per la copia delle vivande, e perchè vennero ogni sorte di musici; pifferi eccellenti sonarono di continuo; erano clavicembali con voci dentro mirabilissime, liuti a quattro, violoni, lironi, canti dentro e fuori, una musica dietro all’altra[219].

Luigi d’Este cardinale, fratello del duca di Ferrara, una volta mandò al re di Francia in dono quaranta superbi cavalli da guerra di grandissima valuta, con selle e gualdrappe a oro, e condotti da quaranta palafrenieri vestiti di seta con oro alla levantina. Non meno di ottocento persone componeano la sua famiglia; ed essendo venuto a Roma il granmaestro de’ Giovanniti con trecento cavalieri per purgarsi d’un’accusa, esso li ricevette e trattò tutti nel suo palazzo.