Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 37
Un tale pericolo affliggeva le anime pie, e forse ne morirono di dolore Agostino Valier cardinale di Verona, Matteo Zane patriarca di Venezia; e il Bellarmino lasciò da banda le controversie cogli eretici per ribattere i libelli de’ _sette teologi_ veneziani. Da lui francheggiata e dal Baronio, Roma raccolse anche armi, finchè l’imperatore e i re di Spagna e Francia e i duchi di Savoja e di Firenze interpostisi ripristinarono la pace, consegnando i carcerati al nunzio pontifizio (1607 aprile), che fu mandato con istruzioni moderatissime[424], derogando gli atti lesivi, rimettendo alla quieta i frati, eccetto i Gesuiti; e Venezia non fece verun atto d’umiliazione o ritrattazione, solo usò temperamenti; il doge ritirò la protesta che avea fatta contro l’interdetto; il papa ricevette cortesemente l’ambasciadore Contarini, dicendogli che «dalla buona intelligenza fra la santa Sede e la Repubblica dipende la conservazione della libertà d’Italia; che non voleva ricordarsi delle cose passate, ma _nova sint omnia et vetera recedant_». Giacomo I d’Inghilterra re teologastro, pubblicata allora l’_Apologia pro juramento fidelitatis_ in senso ereticale, la mandò a tutte le Corti; il re di Spagna e il duca di Savoja non vollero riceverla; il granduca di Toscana la fe bruciare: i Veneziani combinarono fosse presentata dall’ambasciadore in collegio, e dal doge ricevuta come segno della benevolenza reale, poi trasmessa al gran cancelliere, che la chiudesse sotto chiave. Il nunzio apostolico Gessi presentò al collegio la censura che Roma avea proferito contro quel libro, e domandò venisse proibito; onde il collegio gli espose l’operato, e al capo degli stampatori comunicò verbalmente di non venderlo. Se ne indispettì l’ambasciadore, tanto che fu duopo spedir apposta in Inghilterra Francesco Contarini, il quale sì bene discorse, che il re lodò il procedere de’ Veneziani[425].
Dileguarono dunque le speranze di riforma, e frà Paolo si moderò, benchè non cambiasse sentimenti. Invero egli fu nimicissimo ai Gesuiti; dice che «è sicuro assolverebbero d’ogni colpa anche il diavolo, quando con loro volesse accordarsi»; e «che essi si vantano di dovere fra poco poter tanto a Costantinopoli quanto in Fiandra»[426]; e al signor Dell’Isola scriveva: — De li Gesuiti ho sempre ammirato la politica e le massime nel servar li secreti. Gran cosa è che hanno le loro costituzioni stampate, nè però è possibile vederne un esemplare. Non dico le regole che sono stampate in Lione; quelle sono puerilità; ma le leggi del loro governo, che tengono tanto arcane. Sono mandati fuori, ed escono dalla loro compagnia ogni giorno molti e mal soddisfatti ancora, nè per questo sono scoperti li loro artifizj. Non vi sono altrettante persone nel mondo che cospirino tutte in un fine, che siano maneggiate con tanta accuratezza, e usino tanto ardire e zelo nell’operare».
Si trovò infatti chi finse i _Secreta monita_, ma l’accannimento non toglieva al Sarpi il lume della ragione sicchè non ne avvertisse l’assurdità: — L’ho scorso, e m’è parso contenere cose sì esorbitanti che resto con dubitazione della verità: gli uomini sono scellerati certo, ma non posso restare senza meraviglia che tante ribalderie sarebbero tollerate nel mondo. Al sicuro, di tali non abbiam sentito odore in Italia: forse altrove sono peggiori; ma ciò sarebbe con molta vergogna della nazione italiana, che non cede a qual altra si voglia».
Chi dunque fa tutt’uno i Gesuiti e santa Chiesa, dovrà sentenziare al rogo frà Paolo: ma vogliasi in lui vedere un patrioto infervorato, perciò nimicissimo alla Spagna, e in conseguenza a’ Gesuiti, che credeva incarnati con questa; mentre ben sentiva de’ Protestanti perchè, nelle guerre d’allora, contrabilanciavano Casa d’Austria. Pur jeri (1856) il mondo non parteggiava pei Turchi, sol perchè nemici alla Russia? inferiremmo da questo che l’Europa propendeva all’islam? Alla curia romana, che bisogna ben distinguere dalla Chiesa, frà Paolo professava un’ostilità, accannita da puntiglio; repugna dal Baronio e dal Bellarmino, campioni di quella, quanto è morbido al Tuano, al Perkinson; celia sui miracoli, mentre applaudisce agli Ugonotti: ma resta ancora un gran passo al rinnegare. La riforma che egli bramava consisteva nella disciplina più che nei dogmi, intorno ai quali, com’è probabile credesse di poter impegnare l’attenzione d’una Signoria tanto positiva, tanto nemica dei cambiamenti? Più che luterano o calvinista, il Sarpi può dirsi razionalista, tendendo a venerare la propria ragione più di qualsiasi autorità, e quindi a cercare continuo la verità, senza trovar mai dove riposarsi.
Bensì a quella ch’e’ chiamava _meretrix, bestia babylonica_, diede uno de’ colpi più micidiali colla _Storia del Concilio di Trento_. Da fanciullo dovea sentire discorrere di quel fatto come capitalissimo nella Chiesa; poi a Mantova usò famigliarmente con Camillo Olivo, segretario al cardinale Gonzaga uno dei presidi al sinodo; in Venezia con ambasciadori di principi: e parendogli le storie già stampate, fin quella che a tutte antepone di Giovanni Sleidan, fossero insufficienti per dar a conoscere l’_Iliade del secol nostro_, si propose di raccontare «le cause e i maneggi d’una convocazione ecclesiastica, nel corso di ventidue anni per diversi fini e con varj mezzi da chi procacciata o sollecitata, da chi impedita e differita, e per altri anni diciotto ora adunata, ora disciolta, sempre celebrata con varj fini, e che ha sortito forma e compimento tutto contrario al disegno di chi l’ha procurata, e al timore di chi con ogni studio l’ha disturbata: chiaro documento di rassegnare li pensieri in Dio, e non fidarsi della prudenza umana. Imperocchè questo concilio, desiderato e procurato dagli uomini pii per riunire la Chiesa che incominciava a dividersi, ha così stabilito lo scisma ed ostinate le parti, che le ha fatte discordi ed irreconciliabili; e maneggiato dai principi per riforma dell’ordine ecclesiastico, ha causato la maggior diformazione che sia mai stata da che vive il nome cristiano. Dalli vescovi sperato per riacquistar l’autorità episcopale passata in gran parte nel solo pontefice romano, l’ha fatta loro perdere tutta intieramente, riducendoli a maggior servitù. Nel contrario, temuto e sfuggito dalla corte di Roma, come efficace mezzo per moderarne l’esorbitante potenza, da piccioli principj pervenuta con varj progressi ad un eccesso illimitato, gliel’ha talmente stabilita e confermata sopra la parte restatale soggetta, che non fu mai tanta nè così ben radicata».
Vi lavorò con attentissima pazienza; come costumavasi allora, si valse a man salva degli storici precedenti, Giovio, Guicciardini, Tuano, Adriani, principalmente dello Sleidan perchè ostilissimo a Roma, e che sovente traduce; ma li completò con documenti preziosi e colle relazioni de’ legati veneti; rialzò i fatti con osservazioni proprie; in tempo d’impetuose diatribe conservò un’apparente calma, quasi non ragionasse che su fatti e su documenti, col che irretisce gl’inesperti; e più con quella sua dettatura limpida e facile, e coi frizzi onde rianima l’argomento; colle mordaci capresterie e colla vivacità continua sbandì la noja che annebbia gli altri, ed abbagliò in modo che non apparissero le ignoranze e le contraddizioni sue; tutto poi dispose non a chiarire la verità, ma ad ottenere effetto, sin alterando i documenti per trarli alla sistematica sua opposizione e ai politici interessi del suo paese. Se in quell’opera non abbraccia risolutamente un simbolo protestante, staccasi dal dogma cattolico, e conduce all’eresia ed al razionalismo volendo la personale interpretazione delle sacre Scritture senza badare alla tradizione; ripudia i libri deuterocanonici; disprezza la vulgata; separa l’esegesi dalla dottrina patristica, come i Riformati; riguardo al peccato originale, alla Grazia, alla Giustificazione, ad altri dogmi, copia alla lettera Martino Chemnitz, uno dei teologi più arrabbiati contro il concilio. Alla Chiesa primitiva, nella quale solo vuol egli trovare il vero cristianesimo, revoca sempre la credenza e la disciplina, condannando come intrusioni umane tutte le istituzioni che essa trae dalla sempre fresca sua vitalità. Vuol la Chiesa sottomessa alla territoriale direzione, come nei primi tempi, nei quali le relazioni fra la Chiesa e lo Stato, o pagano o giudaico, doveano certo essere ben altre da quando acquistò compiuto sviluppo. Perciò nè storica, nè ecclesiastica è la sua intuizione della gerarchia, della giurisdizione spirituale, del primato, della scolastica, del monachismo, e via discorrendo. La gerarchia non si consolidò che per ambizione de’ papi, e debolezza ed ignoranza dei principi; nè portò giovamento ai popoli, bensì oppressione e tirannia; non che il clero favorisse il sapere, l’arte, l’umanità nel medioevo, usufruttava a puro suo vantaggio i collegi e le scuole. Sverta ad ogni proposito la Corte romana e le rinnovate pretensioni di essa, nè tampoco avvedendosi ch’erano l’espressione del restauramento religioso allora iniziato. Prevenne insomma que’ concetti che nel secolo passato ingrandirono, dell’indipendenza de’ principi da ogni autorità ecclesiastica, e che furono dottrinalmente esposti da Febronio e attuati da Giuseppe II: laonde disse il Ranke, che i principi devono aver somma grazia al Sarpi, il quale ne consolidò l’assolutezza; altrettanta i nemici del cattolicismo, cui affilò le armi, più micidiali quanto che somministrate da un Cattolico.
Rappresentante e tipo del partito antiecclesiastico, il sorpassò se non per accannimento, almen per ingegno e per l’originalità di vestire apparenza cattolica a un’opera, dove ogni periodo fosse un dardo contro la cattolica Chiesa: anzi la sua è la prima storia diretta di proposito alla denigrazione, applicata a tutti i fatti, che il narratore non pondera, ma accumula[427]. Onde dal suo esempio può chiarirsi quanto vadano collegati il dogma e la Chiesa, e come s’illudano coloro che questa combattono a fidanza, dichiarando rispetto a quello.
Marcantonio De Dominis dalmato (1556-1624), a vent’anni gesuita, professore a Padova d’eloquenza, filosofia, matematica, da Rodolfo II fu destinato vescovo di Segna in Dalmazia, poi arcivescovo di Spalatro. Le sue vivezze gli procacciavano brighe dappertutto; scrisse a difesa de’ Veneziani contro Paolo V; e vedendo le proprie opere riprovate dall’Inquisizione romana, passò ne’ Grigioni, poi ad Eidelberga, infine a Londra, dicendo voler faticarsi a rannodare le divergenti sêtte cristiane: ma nel fatto vi cercava libertà di studj e di professione. Fu lui che pubblicò la storia del Sarpi col nome anagrammatico di Pietro Soave Polano, e con prefazione e note che l’invelenivano, ed ebbe favorevole accoglienza da re Giacomo I. Ma per rimorsi o per naturale leggerezza, montò un giorno in pulpito disdicendosi; col che scadde d’ogni credito. Gregorio XV, già suo scolaro, l’invitò al ritorno, ed egli venne, ed abjurò in concistoro di cardinali per ricuperare il vescovado. Succeduto però il rigoroso Urbano VIII, come incostante e recidivo il fe chiudere in Castel Sant’Angelo, ove morì durante il processo, e il cadavere ne fu arso col trattato suo _Della repubblica ecclesiastica_, nel quale impugna la primazia del papa e l’autorità de’ concilj in materia di fede: opera che da molti fu confutata.
Il Sarpi ci è dipinto come uomo integerrimo, continuo allo studio ed a raccogliere da ogni parte, ma per poi pensare a modo proprio. Cinque volte tentato ed una volta colpito da assassini, esclamò, — Conosco lo stile della romana curia»; motto che fece fortuna, onde, non osandosi imputare il papa che n’attestò vivo rammarico, restò vulgare opinione che il colpo venisse dal cardinal Borghese o dai Gesuiti, capri emissarj[428].
Roma però pensava altro modo di ribattere i colpi di lui, e commise un’altra storia d’esso concilio a Terenzio Alciato gesuita romano. Raccolse egli una congerie di materiali; che, essendo egli morto, furono affidati all’altro gesuita Pallavicino Sforza (1607-67) pur di Roma, uno dei migliori in quello stile leccato che per alcuni è il solo bello. Ebb’egli aperti gli archivj più ricchi, cioè i romani, e, a differenza del Sarpi, indica continuamente la natura dei documenti e i titoli; dà un catalogo degli _errori di fatto_ del Sarpi fin alla somma di trecensessantuno, oltre infiniti altri (dic’egli) confutati di transenna. Il più vantato storico della odierna Germania, il protestante Ranke, confrontò le asserzioni di lui coi documenti a’ quali s’appoggia, e lo trovò di scrupolosa esattezza; bensì alcune volte s’appose in fallo, e come avviene nella polemica, eccedette; vuole scagionar tutto, perchè tutto accagionava frà Paolo; affievolisce dove non può negare; dissimula qualche objezione, qualche documento; sta poi a gran pezza dal brio del Sarpi, oltre il disavvantaggio di chi è ridotto a schermirsi, e ribattere ogni tratto l’opinione altrui. Dove il Sarpi è sottile, maligno e di felice talento nell’esposizione, quantunque scorretto nella lingua, il Pallavicino è ingegnoso, ma fa sentire sempre l’arte, paniccia i pensieri nelle frasi, e per istudio d’armonia casca talvolta nell’oscuro, spesso nell’indeterminato, e convince del quanto l’eleganza resti inferiore alla naturalezza. Frà Paolo suppone sempre distinta la verità dalla probità, donde bassezze e ipocrisie; mentre il Pallavicino rivela caratteri nobili, salde persuasioni, generose resistenze; istruisce meglio, ma il Sarpi è letto più volentieri, come avviene di chi attacca; nè l’uno nè l’altro hanno l’imparzialità di storici, volendo questo denigrare ogni atto, quello difenderli tutti; e ai cercatori della verità riesce doloroso il trovarsi costretti a ricorrere a due fonti, entrambe sospette per opposto eccesso.
La storia era stata chiamata dai Protestanti a coadjuvarli, e nelle _Centurie di Magdeburgo_ pretendevasi osteggiare il cattolicismo, raffacciando le antiche alle credenze e alle pratiche odierne. Vi si oppose dunque una storia ecclesiastica tutta in senso cattolico e propugnatrice della primazia papale, per opera di Cesare Baronio (1538-1607) da Sora nel Napoletano. Dagli archivj pontifizj trasse egli documenti importanti alla storia di tutta la civiltà, della quale Roma era fin allora stata il centro; e noi già l’indicammo come la fonte migliore per la conoscenza del medioevo (tom. VII, pag. 351). Arrivò solo al fine del XII secolo, donde lo continuarono poi il Rainaldi e il Laderchi. Piissimo uomo, lavorava l’intera giornata all’opera sua, e mangiava colla servitù; nè cambiò tenore dopo ornato cardinale. Non iscusa mai il delitto, e ne’ successi vede sempre il castigo o il premio di Dio: tema eccellente per prediche, ma fallace perchè suppone che la retribuzione tocchi quaggiù. Ignorava il greco, e facea tradurre dal Muzio. Frà Paolo esortava il dottissimo Casaubono a scrivere contro del Baronio, del quale non è mal che non dica; lo scaltrisce però di nol tacciare di fraude o malafede, chè nessuno gli crederebbe di quanti il conobbero, essendo uomo integerrimo; se non che bevea le opinioni di chi stavagli attorno[429]. Neppur la venerazione alla santa Sede nol fa dissimulare i vizj di qualche pontefice, e «ben ponderate (dice) le sconvenienze del metterne a nudo le colpe, stimo meglio esporle francamente, anzichè lasciar credere agli avversarj che i Cattolici siano conniventi alle debolezze de’ papi». Anche il cardinale Pallavicino, a chi l’appuntava d’aver rivelato le loro azioni biasimevoli rispondeva: — Lo storico non è panegirista; e lodando meno, loda assai più di qualunque panegirista»[430]. E ai dì nostri il più avventato lodatore dei papi diceva, che a questi non si deve se non la verità.
CAPITOLO CXLVIII.
Guerre religiose. I Valdesi. La Valtellina.
La Riforma intanto scorreva ad orme di sangue l’Europa, e un secolo e mezzo si volle prima che questa recuperasse un assetto, che non poteva più consistere se non in un equilibrio tra forze contrastanti. Principale teatro a que’ movimenti fu la Germania, che fra accordi, soprattieni, paci di religione, straziata nelle viscere, cessò d’essere a capo dell’Europa com’era stata tutto il medioevo; gl’imperatori non poteano occuparsi a riparare giorno per giorno il torrente, il quale alfine traboccò in quella che chiamarono guerra dei Trent’anni; guerra per la libertà non de’ credenti, bensì dei principi d’introdurre la religione che volessero e d’obbligarvi i sudditi. Vi fu involta tutta l’Europa continentale; e la ferocia di ducentomila masnadieri impuniti recò la perdita di due terzi della popolazione germanica e di tutto il commercio, finchè la pace di Westfalia nel 1648 rimetteva le cose della religione quali erano al trattato d’Augusta; fossero tollerate, non tutte le credenze, concetto ancora affatto fuor di stagione, ma la luterana e la calvinista; l’Impero ebbe un raffazzonamento debole all’esterno non men che all’interno, ottenendo ciascuno Stato la sovranità territoriale nelle cose ecclesiastiche come nelle politiche; e stabilito un patto che, cancellando il religioso del medioevo, diventava base civile e del nuovo diritto delle genti.
Chi pensi a ciò, e a quanto sangue costasse dappertutto il mutamento di credenze, si rallegrerà anche umanamente che l’Italia siasi conservata nella nave di Pietro: pure le tempeste non vi rabbonacciarono così presto. Coloro che per curiosità letteraria o per incalorimento religioso aveano sdrucciolato e tirato altri allo sdrucciolo, ne furono stornati dai cresciuti rigori: i pertinaci nelle novità uscirono di patria, e fondarono chiese italiane a Zurigo, a Ginevra, a Londra, ad Anversa, a Lione, altrove: in qualche parte del nostro paese il conflitto fu prolungato.
Indicammo (t. IX, p. 451) l’orzeggiare di Carlo III duca di Savoja nella politica, e come aspirasse a cose alte, le quali non seppe raggiungere: fallitegli le altre spedienze, fu chi l’esortava a trar profitto dalla Riforma per assicurarsi grande importanza in Italia, accogliendosi intorno quanti reluttavano al papato. Anemondo di Coct, cavaliere del Delfinato fervorosissimo della nuova fede, esortava Lutero perchè inducesse esso duca ad abbracciarla: — Egli è grandemente propenso alla pietà, alla religione vera[431], ed ama discorrere della Riforma con persone della sua Corte. Sua divisa è _Nihil deest timentibus Deum_; la quale è pure la vostra. Mortificato dall’Impero e dalla Francia, avrebbe modo d’acquistare somma ascendenza sulla Svizzera, la Savoja, la Francia». E Lutero gli scrisse, ma senza effetto; di rimpatto i tre Stati di Savoja nel 1528 richiedevanlo a tener in pronto milizia che bastasse a reprimere i tentativi de’ Riformati, che temeano si spandessero nel paese. A lui poi rifuggivano i Cattolici d’oltr’Alpe e il vescovo di Ginevra perseguitati, coi quali tenne assediata un anno quella metropoli del calvinismo. Per quest’impresa il papa gli aveva consentito di levare le decime sugli ecclesiastici e gli argenti delle chiese, gli promise anche soccorsi, e ne scrisse ai principi cattolici: ma i cantoni di Berna, Friburgo, Zurigo vennero a liberare la città loro alleata[432].
Carlo III vagheggiava il concetto allora prevalente d’unificare lo Stato, e questo lo traeva a svellere l’eresia dalla patria italiana. Chi da Torino procede a libeccio verso le alpi Cozie, dopo Pinerolo vede fra monti più o meno selvaggi aprirsi una successione di valli: a settentrione quella di Perosa, e più oltre quella di Pragelato; a mezzodì di queste la valle di Rorà più piccola ed elevata; a occidente quella di Luserna, da cui diramasi quella d’Angrogna, e che da un lato chinasi al Piemonte, dall’altro pel col della Croce dà adito al Delfinato, importante passaggio d’eserciti e di merci per Francia. Lungo i torrenti Angrogna e Pellice, che le irrigano e non di rado le devastano, si stendono pingui pascione, da cui a scaglioni si elevano piani studiosissimamente coltivati dagli abitanti, che nella pastorizia, nella caccia, nella pesca, nell’educare i cereali, i gelsi, la vigna, i boschi, e nel cavare lavagne esercitano la forte vita. Alle scene campestri più in su e più in dentro ne succedono di austere, con nevi quasi perpetue e terror di valanghe. Vi si parla piemontese con mistura ancor maggiore di francese.
Colà, medj fra la pianura subalpina e le gigantesche Alpi, gli avanzi di que’ Valdesi che nel secolo xiii ci diedero a ragionare (tom. VI, pag. 340), si erano ritirati sotto la direzione di anziani, detti _barba_, cioè zii, carezzevole nome di famiglia, donde ebbero nome di _Barbetti_. Avversi a Roma e ai riti che qualificavano d’idolatrici, pretendeano aver conservata la interezza dell’evangelica predicazione; ma smesse le dispute dogmatiche, stavano paghi di poter credere e adorare come la coscienza loro dettava; e sì poco dissentivano dalle credenze cattoliche, che talvolta in difetto di barbi chiedeano sacerdoti nostri.
Andavano alcuni ad apostolarli, fra cui Antonio Pavoni di Savigliano fu da essi ucciso. San Vincenzo Ferreri nel 1403 scriveva al suo generale come avesse predicato in Piemonte e in Lombardia: — Tre mesi occupai a scorrere il Delfinato, annunziando la parola di Dio; ma più mi badai nelle tre famose valli di Luserna, Argentiera e Valputa. Vi tornai due o tre volte, e sebbene il paese sia zeppo d’eretici, il popolo vi ascoltava la parola di Dio con tal devozione e rispetto, che dopo avervi piantato la fede, Dio soccorrente, credetti dovervi ricomparire per confermar i fedeli. Scesi poi in Lombardia a preghiera di molti, e per tredici mesi non cessai d’annunziarvi il Vangelo. Penetrai quindi nel Monferrato e in altri paesi transalpini, dove ho trovato molti Valdesi ed altri eretici, principalmente nella diocesi di Torino...; e Dio sosteneva visibilmente il mio ministero. Queste eresie derivano principalmente da profonda ignoranza e difetto d’istruzione: molti mi assicurarono che da trent’anni non v’aveano inteso predicare se non qualche ministri valdesi, che soleano venirvi di Puglia due volte l’anno. Di ciò io arrossii e tremai, considerando qual terribile conto avranno a rendere al supremo pastore i superiori ecclesiastici. Mentre alcuni riposano tranquillamente ne’ ricchi palazzi, altri vogliono esercitare il ministero soltanto nelle grandi città, lasciano perir le anime, che sprovviste di chi spezzi loro il pane della parola, vivono nell’errore, muojono nel peccato... Nella valle di Luserna trovai un vescovo d’eretici, che avendo accettato una conferenza con me, aprì le luci al vero, ed abbracciò la fede della Chiesa. Non dirò delle scuole de’ Valdesi e di quanto feci per distruggerle; nè delle abominazioni d’un’altra setta in una valle detta Pontia. Benedetto il Signore della docilità con cui questi settarj rinunziarono ai falsi dogmi, e alle usanze criminali insieme e superstiziose! Altri vi dirà come fui ricevuto in un paese, ove già tempo si erano rifuggiti gli assassini di san Pietro Martire. Della riconciliazione de’ Guelfi e Ghibellini e della generale pacificazione de’ partiti, meglio è tacere, a Dio solo rendendo tutta la gloria»[433].