Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 18
Giacomo Critonio (Crichton) nato altamente in Iscozia, e detto l’Ammirabile, a vent’anni sapea quanto conosceasi del suo tempo, sonava molti stromenti, parlava venti lingue, primeggiava negli esercizj cavallereschi. Di tali sue abilità volle dar mostra all’Europa, e dopo Parigi venne a Roma, affiggendo una cedola dove sfidava chiunque fosse versato in una qualunque scienza a disputar seco in qualsifosse lingua; e intanto si diede alla caccia, ai giuochi, alla cavallerizza, alla scherma. Pasquino lo canzonò dunque come un ciarlatano, ond’egli se n’andò a Venezia, ove divenne amico di Aldo Manuzio e d’altri eruditi; davanti al doge e ai pregadi orò con tanta eloquenza, da colmar tutti d’ammirazione, e la gente affollavasi a vederlo e udirlo. Passato a Padova, vi recitò le lodi di questa città; sei ore disputò coi più valenti professori sopra ogni varietà d’argomenti, confutò gli errori aristotelici, poi finì con uno stupendo elogio dell’ignoranza. Di gloria onusto, capitò a Mantova mentre il duca trovavasi dolente di aver concesso la sua protezione a uno spadaccino rinomato che già aveva ucciso tre persone: e Critonio si esibì di combatterlo, e di fatti lo trafisse a morte. Il duca pertanto, oltre mille cinquecento pistole già promessegli, il chiese maestro di suo figlio Vincenzo Gonzaga. Ma ecco una sera del 1583 è assalito da dodici persone mascherate; esso tien testa a tutti, finchè il loro capo, ridotto alle strette, scopre esser il principe suo allievo. Critonio se gli butta a’ piedi domandandogli scusa, ma quegli stizzito o ubriaco il passa fuor fuori. Tali e molte più avventure furono certo esagerate; ma di lui abbiamo varj componimenti di bella latinità, e di lodi altissime l’onora Paolo Manuzio.
Altro ingegno bizzarro, Ortensio Landi milanese (1500-60), porge di se medesimo la più trista pittura ne’ _Cataloghi_ e nella _Confutazione dei Paradossi_: contraffatto, di volto tisicuccio e macilento, sordo, benchè sia più ricco d’orecchie che un asino; mezzo losco, piccolo di statura, labbra d’etiope, naso schiacciato, mani storte, color di cenere, favella e accento lombardo, quantunque molto s’affaticasse di parer toscano; pazzarone, superbo, impaziente ne’ desiderj, collerico sin alla frenesia, e composto, non come gli altri uomini di quattro elementi, ma d’ira, di sdegno, di collera e d’alterizia. Le opere sue lo scoprono temerario, arguto, vigoroso; batte tutte le verità, non con serrato argomentare, ma con scettica burla; sputacchia gl’idoli del suo tempo; dice il contrario di quel che pensa la comune e che forse pensa egli stesso, e maschera di pazzia la libertà. Il Boccaccio è la bibbia dei pedanti? ed esso lo conculca come imbecille, incolto, ruffianesco, spregevolissimo, e amar meglio il parlar milanese e bergamasco che il boccaccevole. Bestemmia quell’_animalaccio_ d’Aristotele, lodando Lutero che se n’emancipò. Muore Erasmo, e tutti l’elevano al cielo come si fa sulle tombe recenti: ed esso lo mette in canzone. Se la piglia coi Toscani per fatto della lingua; encomia l’infedeltà conjugale, il libertinaggio e i pregiudizj. Eppure non gli mancano nobili aspirazioni; nel _Commento delle cose più notabili e mostruose d’Italia_ mena una specie di viaggio burlesco traverso al bel paese, mostrandone il decadimento; contro i vizj che lo producono s’irrita fin all’invettiva; e torna ogni tratto, e principalmente nel libro _De persecutione Barbarorum_, a scagliarsi contro i principi e prelati, solleciti a nodrir buffoni, più che uomini dotti. Fastidito de’ costumi italiani, e desideroso «d’una patria libera, ben accostumata e del tutto aliena dall’ambizione», andò in Isvizzera e fra’ Grigioni: ma se quivi sulle prime «fu allettato da un soavissimo odore d’una certa equalità troppo dolce e troppo amabile», ben presto vi scôrse «tanta ambizione e tanto fumo, che fu per accecarne».
Che importa qualche goccia di senno in un mar di follie, d’immoralità, d’empietà? Egli medesimo disdiceasi, contraddicevasi, e sempre con pari sicurezza; i suoi Paradossi confutò egli stesso coll’accannimento d’un nemico; nella _Sferza degli antichi e moderni scrittori_ mena a strapazzo non solo gli autori, ma le scienze stesse; eppure finisce coll’esortare i giovani allo studio. Conosceva ben addentro gli autori antichi, e, come dice Giannangelo Odoni, volea Cicerone e Cristo; ma quello nei libri non avea; se questo avesse in cuore, Dio lo sa[176].
Insomma costoro personificano la parte rivoluzionaria della letteratura, in lizza colla madrigalesca e accademica, però in nome soltanto del materialismo, con fantasie sbrigliate, invocando il privilegio della pazzia[177], drappeggiandosi nella propria abjettezza per isfuggire la persecuzione; e niuna fidanza ponendo nell’efficacia riparatrice della letteratura, l’ardor razionale non esercitavano nell’esame, ma svampavano nel riso.
Ed ecco farcisi innanzi il più sguajato esempio del domandare, del lodare, del censurare. Per un sonetto contro le indulgenze merita costui d’essere cacciato da Arezzo, dov’era nato in un ospedale, non avendo altro nome che di Pietro, cui aggiunse quel della patria (1492-1557). A Perugia vede dipinta una Maddalena che tende le braccia verso Cristo, ed egli nottetempo vi dipinge un liuto che essa in quell’atto sembra sonare; vive alcun tempo di legar libri, col che conosce opere e letterati; poi spintosi fin a Roma pedone e senza bagaglio, dal Chigi, mecenate di Rafaello, è ricevuto per valletto, poi cacciato per ladro; ma egli campa di scostumatezze, si fa cappuccino, si sfrata, adula, sparla; busca un bell’abito, e con quello si presenta a Leone X offrendogli un elogio, e ricevendone un pugno di ducati; offre elogi a Giuliano Medici, e n’ha un cavallo, e ottien rinomanza collo scrivere in quel modo, che non richiede altro che sfacciataggine.
E la sfacciataggine è l’unica scienza di costui. Ingegno naturale non educato, «come un asino (diceva) io non so nè ballare nè cantare, ma far all’amore». Guardatosi attorno, s’avvide che sfrontatezza e ribalderia gli procaccierebbero gloria meglio che le placide virtù; e traendo al peggio la potenza della stampa, di mezzo ai sonetti sospirosi e ai torniti periodi si pone ad avventare limacciosi strapazzi in istile bislacco; simile all’assassino, apposta la gente inerme sulla via, e intima, — La borsa, o vi ammazzo con uno scritto». Cuculiando gli studiosi e gl’imitatori, vantavasi di non somigliarli; sapea vilipendere le lettere allorchè tutti le idolatravano; scaraventare metafore tra la forbitezza eunuca degli umanisti; metter impeto ed estri ove gli altri accuratezza e gelo. E diceva: — Ascoltate, acciò chiaro s’intenda se più meritano in sè lode di gloria della natura i discepoli, ovvero gli scolari dell’arte. Io mi rido dei pedanti, i quali si credono che la dottrina consista nella lingua greca, dando tutta la riputazione allo in _bus_ in _bas_ della grammatica... Io non mi son tolto dagli andari del Petrarca e del Boccaccio per ignoranza, che pur so ciò ch’essi sono; ma per non perdere il tempo, la pazienza e il nome nella pazzia di volermi trasformare in loro. Più pro fa il pane asciutto in casa propria, che l’accompagnato con molte vivande su altrui tavola. Imita qua, imita là; tutto è fava, si può dire alle composizioni dei più... Di chi ha invenzione, stupisco; di chi imita, mi faccio beffe: conciossiachè gl’inventori sono mirabili, gl’imitatori ridicoli. Io per me d’ognora mi sforzo di trasformarmi talmente nell’uso del sapere, nella disposizion dei trovati, che posso giurare d’esser sempre me stesso, ed altri non mai. Non nego la divinità del Boccaccio; confermo il miracoloso comporre del Petrarca; ma sebbene i loro ingegni ammiro, non però cerco di mascherarmi con essi: credo al giudizio dei due spiriti eterni, ma credendoli vado prestando un po’ di fede al mio»[178].
Con uno scrivere contorto e scarmigliato, con frasi affettate e fuor di luogo, con metafore sbardellate[179], stupiremmo che fosse salito a potenza così irrefrenata, se anche ai dì nostri non la vedessimo usurpare nelle gazzette da chi ha la fronte di dire e fare ciò che onest’uomo non ardisce. Su quel tono dunque egli scriveva satire, commedie, lettere, libelli, e li dedicava a persone virtuose e a sacre; e alla vita e genealogia di tutte le cortigiane di Roma, al dialogo di Maddalena e Giulia, a libri di cui neppur il titolo si può trascrivere, alternava prediche e i sette salmi e il Genesi e dell’umanità di Cristo e vite di santi e opere d’asceticismo esagerato, nelle quali c’era di che bruciarlo quanto nelle laide.
Così divenne terribile; cerco e scacciato da chi imitava o aborriva la scapestrata sua vita, o ne temeva gl’irreparabili assalti[180]. — Io mi trovo a Mantova appresso il signor marchese, e in tanta sua grazia, che il dormire e il mangiare lascia per ragionar meco, e dice non aver altro intero piacere, ed ha scritto al cardinale cose di me, che veramente onorevolmente mi gioveranno; e sono io regalato di trecento scudi, e gran cose mi dona. A Bologna mi fu cominciato ad esser donato; il vescovo di Pisa mi fe una casacca di raso nero, che fu mai la più superba; e così da principe io venni a Mantova». Avendo Giulio Romano dipinti, e Marc’Antonio Raimondo incisi sedici voluttuosi atteggiamenti, l’Aretino impetra ad essi il perdono da Clemente VII, e intanto li correda di altrettanti sonetti descrittivi; e quest’infame alleanza di belle arti corse il mondo, e crebbe la deplorabile fama di Pietro. Cacciato allora da Roma «che sembra con esso perdere la vita», va e ricovera al campo di Giovanni dalle Bande nere, e v’arriva mentre questi avea concesso a’ suoi una _notte franca_, cioè di potere abbandonarsi ad ogni lor voglia; sicchè pensate gli stravizzi, le risse, i furti, gli amori rapiti o pagati o conquisi, le violenze, la scena d’inferno, e come l’Aretino vi si trovasse nel proprio terreno. E Giovanni, ribaldo quanto qualunque de’ suoi ribaldi, si compiace di sì bell’acquisto, lo vuol sempre a tavola, spesso a letto seco, pensa farlo principe[181], e gli scrive: — Il re jeri si dolse ch’io non t’avea menato meco al solito; diedi la colpa al piacerti più lo stare in corte che in campo. Mi replicò che ti scrivessi, facendoti qui venire. So che non manco verrai pel tuo benefizio che per veder me, che non so vivere senza l’Aretino». Questo re gli regalò una catena d’oro; ed esso il _Dialogo delle corti_, «come l’ostia della virtù sull’altare della fama consacrò al nome del glorioso Francesco I, creatura saggia ed anima piena di valore».
Don Ferrante Gonzaga gli passava una pensione. Luigi Gonzaga gli spediva versi e denaro; e l’Aretino rispondevagli trovandoli scarsi: — Se voi sapeste sì ben donare come sapete ben versificare, Alessandro e Cesare potrebbero andare a riporsi. Attendete dunque a far versi, poichè la liberalità non è vostr’arte»[182]. Guido Rangone e sua moglie Argentina Pallavicini anch’essi gl’inviavano lettere e doni; ed esso ringraziando lei d’uno scatolino con una medaglia e ventiquattro puntali d’oro, — Quanto è (soggiunge) che io le ebbi le due vesti di seta, che vi spogliaste il dì che ve le metteste? quanto è che mi daste i velluti d’oro e le ricchissime maniche e la bellissima cuffia? quanto è che mi mandaste i dieci e dieci e otto scudi? quanto è che faceste porre il trebbiano nella cantina? quanto è che mi accomodaste dei fazzoletti lavorati? quanto è che mi poneste in dito la turchina? Sei mesi sono, anzi non pur quattro»[183].
Vuol vivere, come sguajatamente scriveva, «col sudore de’ suoi inchiostri»; e denari, gioje, vesti gli fioccavano; «più di venticinquemila scudi l’alchimia del suo calamo ha tratto dalle viscere dei principi»; duemila n’aveva di pensioni; mille all’anno ne guadagnava, dic’egli, con una risma di carta e un’ampolla d’inchiostro; più di ottantamila dicono ne buscasse in tutta la vita. Eppure non gli pajono abbastanza quegli onori e quelle ricchezze. Al tesoriere di Francia che gli pagava una somma, — Non vi meravigliate se tacio; ho consumata la voce nel chiedere, e non me ne resta per ringraziare». A tanto arrivava per pura sfacciataggine, e intitolandosi _per divina grazia uom libero_, e vituperando i principi in generale mentre li loda ciascuno, o vituperando come gli giova per istigare le reciproche gelosie: — Emmi forza di secondare l’altezza de’ grandi con le grandi lodi, tenendomi sempre in cielo con l’ali delle iperboli. A me bisogna trasformare digressioni, metafore, pedagogerie in argani che movano e in tenaglie che aprano: bisogna far sì che le voci de’ miei scritti rompano il sonno all’avarizia».
E voi, re della terra, che vantate di non curvar più la fronte dinanzi al vicario di Dio, abbassatela al masnadiere della penna. Enrico VIII gl’invia trecento corone d’oro in una volta; mille Giulio III per un sonetto ricevutone, oltre la bolla di cavaliere di San Pietro, e lo bacia in fronte. Ma altro e’ voleva, e non ottenendo quanto le sue speranze, tornò a Venezia dicendo non aver voluto accettare il cappello rosso. Sì; fin alla speranza di diventar cardinale s’elevò costui, fiancheggiato dal duca di Parma; poi prese il nome di _divino_ e _flagello dei principi_; fu ritratto dai primi artisti, ebbe medaglie per sè, per la moglie, per la figlia, pei bastardi, e sul rovescio d’una leggevasi: _I principi tributati dai popoli il servo loro tributano_.
Carlo V gl’inviò una collana del valore di cento zecchini, dopo sconfitto in Barberia, perchè nol beffasse, ma egli rispose: — È cosa ben piccola per una sciocchezza sì grande». E Carlo, che aspirava alla monarchia universale, tributò onori e una pensione al _divino_; se lo fece cavalcar alla destra a Bologna, ond’egli scriveva: — Gran cosa che, non pur mi sia il di lui favore successo siccome a me il divisate, ma la mansuetudine del religioso imperadore ha d’assai avanzato l’opinione di voi nello affermarvi che, riscontrandolo per ventura per il cammino, m’imporrebbe il cavalcare con seco, fin a darmi la man destra che mi diede, atto tanto degno della sua clemenza, quanto indegno della mia condizione. Io certamente sono uscito di me in udirlo e in vederlo; conciossiachè chi non l’ode e nol vede, immaginarsi non può l’inimmaginabile senno della umana famigliaritade di quella piacevole grazia...»
E con che arti gli s’insinua? col protestargli che i pittori gli han fatto torto ne’ ritratti, col parlargli d’Isabella sua moglie defunta; «nel poi dirgli io, che non pensava che le mie carte fossero lette da lui che tiene in sè le faccende del mondo, rispose che tutti i grandi di Spagna aveano copia di quanto gli scrissi sulla ritirata d’Algeri, la cui impresa minutamente contandomi, mi scoppiò l’anima nel pianto, sì mi commosse la tenerezza udendogli dire: _E a che fine voleva io più venirci, se in cotal fatto moriva tanta gente per me!_ Ancora sento il timido della sonora favella augusta... Il mio non esser punto vano mi faceva dimenticare il suo aver chiamato a sè cavalcando i miserabili veneti ambasciadori, alle cui solenni spettabilitadi disse: _Amici onorati, certo che non vi sarà grave dire alla Signoria ch’io le chieggo in grazia di tener rispetto alla persona dell’Aretino, come cosa carissima alla mia affezione_».
Altra volta scriveva: — Leone e Clemente, in cambio d’asciugarmi il sudore della servitù colle pronte mani del premio, le intinsero con presta crudelità nel mio sangue, non per altro che per esser io senza inganni, perchè l’adulazione non mi guasta, perchè la crapula fuggo, perchè procedo alla libera, perchè conosco i ribaldi, perchè aborrisco gl’ingrati, e perchè non lo vuo’ dir per modestia, eppure si sa nè si nega, per sì môre offesa e sì turche non manco di battezzata credenza alla Chiesa; del che fanno pubblica fede i libri che di Cristo ho scritto e dei santi... Intanto è manifesto ch’io son noto al Sofì, agl’Indiani ed al mondo, al pari di qualunque oggi in bocca della fama risuoni. Che più? i principi, dai popoli tributati, di continuo me loro schiavo e flagello tributano. Io non allego la forza dello incredibil miracolo per superbia che n’abbi o per vanto; ma ne favello per confessare a me stesso l’obbligo che ho con Dio, che mi ha fatto tale»[184].
Tardasi a donare? minaccia di porre Cristo in man de’ Turchi: — Intanto comincio a metter la penna in tutto il leggendario dei santi, e tosto ch’io abbia composto, vi giuro, caso che non mi si provvegga da vivere, che al sultano Solimano lo intitolo, facendo in sì nuova maniera la epistola, che ne stupirà ne’ futuri secoli il mondo; imperocchè sarà cristiana a tal segno, che potria moverlo a lasciar la moschea per la chiesa». È regalato scarsamente? rifiuta: — Ho rimandato i dieci ducati, pregandolo che si degni, nel ritor del suo dono, di rendermi le lodi da me dategli; imperocchè non mi pare onesto di onorare chi mi vitupera nel modo che mi vituperebbe lo aver accettato cotal piuttosto limosina da mendici che presenti da virtuosi. Certo che a quelli che comprano la fama, conviene esser larghi da senno, dando, non secondo il grado del loro animo, ma come richiede la condizione di chi gliene rende; conciossiachè i poveri inchiostri hanno che fare a sollevare un uomo impiombato in terra da ogni demerito». A Francesco I scriveva: — Astenetevi dal promettere almeno ai virtuosi, acciò consumati dietro a la speranza, non abbino con che mordervi la fama... Non sapete voi, sire, che non si conviene al grado della vostra altezza il non rammentarvi dei seicento scudi che, con il moto proprio della reale lingua, diceste al messo mio che qui mi si pagherebbero da lo imbasciatore?... E perciò la gloria vostra riguardi la ingiuria che fa a se medesima, mentre indugia la mercede offerta da se stessa a me che la predico».
Se talora indignati lo caccino, restagli aperta Venezia, «ricevitrice d’ogni bruttura», come dice il Boccaccio, dove il vivere licenzioso è in moda, e libera ogni cosa fuorchè il parlar di Stato. — Io (scrive al doge Gritti) io, che nella libertà di cotanto Stato ho fornito d’imparare a esser libero, refuto la corte in eterno, e qui faccio tabernacolo in perpetuo agli anni che ne avanzano; perchè qui non ha luogo il tradimento, qui il favore non può far torto al diritto, qui non regna la crudeltà delle meretrici, qui non comanda l’insolenza degli effeminati, qui non si ruba, qui non si sforza, qui non si ammazza. Perciò io che ho spaventato i rei ed assicurati i buoni, mi dono a voi, padri dei vostri popoli, fratelli dei vostri servi, figliuoli della verità, amici della virtù, compagni degli strani, sostegno della religione, osservatori della fede, esecutori della giustizia, eroi della caritade, e subjetti della clemenza. Per la qual cosa, principe inclito, raccogliete l’affezion mia in un lembo della vostra pietà, acciò ch’io possa lodare la nutrice dell’altre città, e la madre eletta da Dio per fare più famoso il mondo, per raddolcire le consuetudini, per dare umanità all’uomo, e per umiliare i superbi perdonando agli erranti... O patria universale! o libertà comune! o albergo delle genti disperse!» Torna a Roma? — Fuori da me sempre fui, non per altro che per dubitare che le smisurate accoglienze con cui il papa abbracciandomi baciommi con tenerezza fraterna, col concorso di tutta la corte a vedermi, non m’incitassero a finir la vita in palazzo, nel quale mi si diedero stanze da re, non da servo. Veramente si è visto il tumulto de’ popoli, che in ciascuna terra che siam passati, hanno dimostrato nel caso miracoloso del contemplarmi, dell’onorarmi e presentarmi di sorte che la peste dello stesso veleno ha sprofondato sotterra l’invidia... Il comune giudicio afferma che, tra ogni meritata felicità di sua beatitudine, debbe il pastor sommo mettere il mio esser nato al suo tempo, nel suo paese e suo divoto».
Qual meraviglia se gonfiavasi in superbia? — Tanti signori mi rompono continuamente la testa colle visite, che le mie scale son consumate dal frequentar de’ loro piedi, come il pavimento del Campidoglio dalle ruote di carri trionfali. Nè mi credo che Roma, per via di parlare, vedesse mai sì gran mescolanza di nazioni, come è quella che mi capita in casa. A me vengono Turchi, Giudei, Indiani, Francesi, Tedeschi e Spagnuoli. Del popol minuto dico nulla; perciocchè è più facile di tor voi dalla divozione imperiale, che veder me un attimo senza soldati, senza scolari, senza frati e senza preti intorno: per la qual cosa mi par essere diventato l’oracolo della verità, da che ognuno mi viene a contare il torto fattogli da tal principe o da cotal prelato; onde io sono il segretario del mondo, e così m’intitolate nelle soprascritte... Qual dotto in greco e in latino è pari a me in vulgare? quali colossi d’argento e d’oro pareggiano i capitoli, ne’ quali ho scolpito Giulio papa, Carlo imperatore, Caterina regina e Francesco Maria duca? Se io avessi predicato Cristo nel modo che per me si è laudato Cesare, avrei più tesori in cielo, che non ho debiti in terra»[185].
Per onore dell’umanità vorremmo crederli nulla più che un bugiardo galloriarsi di quel vituperoso briffaldo, se non ce ne rimanessero documenti; e principi più elevati, quei delle lettere e delle arti, gli porsero tributo. Il Bertussi dedicava i madrigali del Cassola al divinissimo signor Pietro Aretino: Alessandro Piccolomini, scrittore moralista, gli professava stima, e lo fece iscrivere tra gli Infiammati di Padova. Quando Adria sua bastarda andò sposa a Bernardino Rota, gli Urbinati le furono incontro per otto miglia, e poichè era notte quando tornarono, si posero i lumi a tutte le finestre. Frà Bellandini gli mandava un’elegia sull’Assunzione, e quattro sonetti al sepolcro di Cristo, per averne il parere: ne accettava le lodi il piissimo Beccadelli. Fausto da Longiano, precettore e poligrafo, che moltissimo si mosse, ed ebbe qualche somiglianza e grand’amicizia coll’Aretino, nelle lettere a questo loda sguajatamente se stesso e lui, fin a dire che un suo fratello predicatore avea terminato una predica coll’asserire che se la natura e Dio voleano riformar la razza umana, non poteano far meglio che produrre molti Aretini. Aldo Manuzio gli scriveva: — Non mi meraviglio che i maggiori principi e re del mondo temano ed onorino le forze della vostra eloquenza, nè che i pontefici vi bacino in fronte, nè che gl’imperatori vi pongano a man dritta; maravigliomi piuttosto che non dividano le signorie con voi, comprando l’immortalità che può dar loro la virtù vostra, per quanto ella vale». E la pia e casta Veronica Gambara: — Divino messer Pietro mio, mio figliuolo mi pregò in nome vostro ch’io fossi contenta di far un sonetto in lode della avventurosa donna novellamente amata da voi... Ve lo mando qui incluso»[186]. L’Ariosto il collocò fra quelli onde Italia si onorava: Ferdinando d’Adda, rettore dell’Università di Padova, gli dirigeva un epigramma ove il mette di sopra di Carlo V e Francesco I: nessun’accademia voleva esser senza il suo ritratto, il quale vedeasi ne’ gabinetti de’ principi come nelle bettole e ne’ lupanari: la città d’Arezzo lo dichiara nobile e gonfaloniere onorario: c’è un volume di lettere in sua lode: che più? lo denominarono persino il quinto evangelista.