Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 17

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Invece dunque d’invidiarli perchè trovavano protezione, parmi a deplorare la condizione di quei letterati e artisti che non potevano attendersi la ricompensa disinteressata del favor popolare e la gloria spontanea. Poteva dirsi che pubblico non v’avesse, ma due sole classi di lettori, ecclesiastici e Corte; onde la funesta necessità di rassegnarsi ad essere protetti, e d’invocare non già tolleranza e perdono all’utile verità, ma sicurezza d’ozj a prezzo della dignità del carattere e del pudore dell’arte.

Sicuramente un artista non potrà mai fabbricare Santa Maria degli Angeli o la cupola di San Pietro, nè dipingere le stanze vaticane se non ne sia comandato; e il genio che concepisce ha mestieri di allearsi colla ricchezza che fa eseguire: ma che questa basti a suscitare grandi uomini o a formare un’età, non dirò di genio, ma nè tampoco di buon gusto, è ciancia di cortigiani. I Medici trovarono già formati que’ grandi, ed ebbero il merito o la scaltrezza di valersene; ma quando le lettere, le arti e la poesia che è l’arte stessa, cioè il bello rivestito di forme sensibili, furono salariate dai principi, staccaronsi dai bisogni e dai sentimenti della nazione, perdettero in genio quanto acquistavano in forbitezza, divennero un ornamento aristocratico anzichè un’espressione nazionale; e posti fra il trivio donde uscivano e le Corti che li salariavano, i letterati non raggiunsero la raffinatezza di queste, e perdettero l’efficacia feconda e geniale della popolarità, e furono tenuti di qua dall’eccellenza, a cui soltanto può arrivarsi col felice accordo di tutte le facoltà dell’anima e dell’intelletto. E noi, ammirando l’esecuzione, deplorando l’intento, più volte ci compiacemmo di considerare quel che sarebbe riuscito l’Ariosto, se, invece degli inonorevoli dinasti di Ferrara, avesse preso per tema la nazione o la cristianità; se il Guicciardini non avesse dovuto scagionare se stesso de’ turpi servigi prestati alla tirannide; se Machiavelli non avesse scritto la storia per comando di Clemente VII, e il _Principe_ per ottenere un impiego; se Michelangelo non fosse stato trabalzato dallo scalpello al pennello, al compasso, nè costretto a stizzirsi col marmo acciocchè sulle tombe de’ Medici esprimesse un’idealità, repugnante agli ordini e al merito dei committenti.

Fra i precetti dettati da molti, fra le censure rimbalzate in quelle rivalità clamorose e accannite, appare egli mai che si credesse l’arte obbligata ad alcuna cosa più elevata che l’arte stessa? Piacere; piacer alla Corte, ai letterati, era l’unico intento. Vedeasi lacerare il manto della religione, e si credea rattopparlo facendo scrivere diatribe dal Muzio: si tassavano le sconvenienze insinuatesi nella liturgia, e Leone X faceva emendare gli inni e il breviario secondo le frasi di Cicerone e di Tibullo: periva la patria, e cantavasi; periva, e pochi animarono la storia con quei magnanimi dispetti, che rimangono come una protesta indelebile delle nazioni; periva, e nessun grande avea voce per intonare l’epicedio, il quale rimbombasse nei sepolcri, per risonare un giorno qual tromba della risurrezione.

Il primo soggetto che si presentasse coglievasi, purchè opportuno a sfoggiare bellezza ed arte. Almeno nell’età seguente il Tasso dibattè lungamente seco stesso qual eleggere al suo poema: l’Ariosto non vi fu indotto da altra ragione che di far la continuazione d’un altro. Chiedi al Vida e al Fracastoro perchè cantarono il baco e la sifilide; risponderanno, — Per mostrare che latinamente si possono dire cose non mai da Latini trattate». L’Alamanni: — Scrissi poemi, perchè que’ soggetti cavallereschi garbavano ad Enrico II». Bernardo Tasso compone cento canti prima di chiedersi se il suo Amadigi sia di Galles o di Gallia.

Di qui la nessuna dignità nella morale e negli argomenti, la nessuna cura di conservare alle composizioni quell’unità che degli scritti fa un’azione. Il Sannazaro, congratulato di sua pietà da Leone X e Clemente VII, volge a carmi lascivi la musa che avea cantato il _parto della Vergine_; monsignor Della Casa encomia quel Carlo V, cui aveva imprecato come a peste d’Italia; e l’encomiava l’Alamanni, il quale, mandatogli ambasciadore, e sentendosi da lui rinfacciare versi d’altro tenore, lanciati già tempo contro l’aquila grifagna e divoratrice, se ne scagionò col riflettere ch’è uffizio della poesia mentire. Machiavelli va ambasciatore al duca Valentino come ad un capitolo di frati; Leonardo fa statue pel Moro, e archi trionfali pel vincitore del Moro; notando nel suo taccuino la caduta del primo, non riflette se non che «nessuna delle sue opere compì»; e dopo dipinta la Cena, va a fabbricar fortezze pel Valentino; Rafaello compunge collo Spasimo quanto seduce colle Psichi e le Galatee; Michelangelo fortifica la sua patria contro i tiranni, e immortala questi nel marmo; tutti pensano quel che Cellini dice: — Io servo a chi mi paga».

Tale bassezza trapela dalle lodi che l’un l’altro si rimbalzavano i letterati; e a tacer i tanti nuovi Virgilj e Ciceroni e Livj nuovi, il Varchi collocava il _Girone Cortese_ di sopra del _Furioso_; lo Stigliani anteponeva i Tansillo al Petrarca; il sommo Ariosto consumava un mezzo canto ad eternare oscuri nomi di suoi contemporanei. Questo bisogno del lodare e d’essere lodato, questo circoscrivere l’approvazione in pochi veniva espresso dal moltiplicarsi delle accademie, dal secolo precedente resuscitate per imitazione dell’antichità nella Platonica di Lorenzo de’ Medici. Burlevoli spesso di nome, puerili d’occupazione, coi pasti, col vino infervoravano l’estro; vi si cantavano e recitavano versi ed orazioni e lezioni e dicerie; principi e vescovi sedeano ad ascoltare, a fianco de’ letterati; e talvolta in mezzo a questi gravi _padri_ sorgeva il Caro a lodare il naso del presidente, «naso perfetto, naso principale, naso divino, naso che benedetto sia fra tutti i nasi, e benedetta sia quella mamma che vi fece così nasuto, e benedette tutte quelle cose che voi annasate»; ovvero il Berni vi lodava le anguille, i cardi, la peste; il Firenzuola la sete e le campane; il Casa la stizza e il martel d’amore; il Varchi le ova sode e il finocchio; il Molza l’insalata e i fichi; il Mauro la fava e le bugie; e chi la tosse, chi la terzana, chi la pelatina, chi qualcosa di peggio. Encomj divisi coi principi mecenati, e applauditi da quegli _Assonnati, Infecondi, Filoponi_ e che mi so io.

Taciamo la frivolezza, n’era pregiudicata l’originalità, atteso che tali corpi sogliono erigere monopolio del buon gusto, e giudicare secondo canoni prestabiliti; nè potendo sperarsi rinomanza senza il loro suffragio, forza era rassegnarsi a quelle norme arbitrarie, anzichè procedere per sentimento e per interna attività.

Unica aspirazione essendo lodi e denaro, si mendicavano e le une e l’altro. — Gli stolti ridono de’ cenci ond’ho coperto il corpo, e de’ sandali bucati che ho in piede; mi celiano che il mio abito perdette il lustro e il pelo, e la corda traditrice mostra i grossolani fili, ultimi resti della pecora tosata sul vivo; ridono, e non m’hanno in verun conto, e dicono che i miei versi non vi piaciono più. Mandatemi dunque una delle vostre vesti migliori». Così il Poliziano al Magnifico Lorenzo; e questo affrettavasi di spedirgliene una, ed esso tal quale se la indossava, e il popolo riconosceva ch’era della guardaroba del principe, e ne inferiva che i versi del poeta n’erano ben degni. Il poeta, nella necessità di ringraziare, invocava l’assistenza di Calliope, la quale scendea dall’Olimpo, ma non riconosceva il suo prediletto dacchè era sì riccamente in arnese, e risaliva al cielo; sicchè il Poliziano batteasi invano la testa, chè i versi riconoscenti non sapeano venire.

Non vi fecero pietà le condiscendenze cui Bernardo Tasso si credette obbligato onde buscar protezione e pane da quell’imperatore, che gli avea tolto ogni bene perchè serbò fede al padron suo? Luigi XII, andato ad ascoltare le lezioni di Giason Del Màino a Pavia, l’interroga perchè non pigli moglie; — Perchè Giulio papa sappia, per testimonio di vostra maestà, che io non sono indegno del cappello di cardinale». Bisognando il Guicciardini d’un poco di dote per le sue figliuole, il Machiavelli l’incoraggia a richiederne Leon X, gli annovera esempj della costui liberalità, gl’insegna come formare la lettera accattona, e «tutto consiste in domandare audacemente, e mostrare mala contentezza non ottenendo». I dispacci del Machiavelli nelle sue missioni chiudonsi sempre col domandare quattrini, e in quella chiave cantano tutti gli altri ambasciatori.

Andrea dell’Anguillara da Sutri (1517-70), conosciuto da tutti per la gran gobba; l’abito tacconato e la ciera ridente, vendeva le sue ottave mezzo scudo l’una, e perciò ne fece tante; e non ricevendo compenso d’una sua canzone al duca Cosmo, ne mosse arroganti querele: — Lo stare sei mesi senza rispondermi è tale disprezzo verso la persona mia, che non ha punto del duca, chè non credo che dei pari miei ne trovi le migliaja per le siepi della Toscana, come delle more selvatiche. Ed io sarei tentato di far sentire le mie querele con una satira in versi; ma ho dovuto scrivere in prosa, perchè mi ricordo che un Fiorentino mi disse una volta in Francia ad un certo proposito, che se le lettere di cambio fossero in versi, non se ne pagherebbe niuna; ed io desidero che mi sia pagata la presente, almeno d’una risposta, sia quale si voglia»[170]. Traduceva i primi due libri dell’Eneide, e prometteva che Enea nell’Eliseo troverebbe tutti coloro che nel regalerebbero, all’inferno i differenti; e inviandone copia al cardinale Farnese, gli scriveva: — È necessario, acciò ch’io il possa finire, che ella mi mandi quell’ajuto, che si richiede alla sua grandezza e magnanimità ed al mio amore e bisogno. Io ne mando per questo effetto a tutti i principi d’Italia, perchè tutti concorrano ad ajutarmi. E piaccia a Dio che non mi bisogni mandare e lei e gli altri tutti a casa del diavolo, e che Enea non abbia troppo da fare nell’inferno a parlare con tante anime dannate, quante io son per mandarvene se non fanno il debito loro». Con tutto ciò morì povero, del morbo allora divulgantesi.

Novidio Fracchi, poeta latino, dedicò a Paolo IV un poema _Sacrorum fastorum_, cui precede una stampa, figurante il papa in trono fra l’imperatore di Germania e il re di Francia, e l’autore in ginocchi offre loro il suo poema; ai piedi è scritto: _Hos ego do vobis, vos mihi quid dabitis?_

Paolo Giovio, venale dispensiero di gloria e di strapazzi, diceva tener due penne, una d’argento, una d’oro per proporzionare la lode ai regali; e, — Io ho già temperata la penna d’oro col finissimo inchiostro... Io mi costituisco obbligato a consumare un fiaschetto di finissimo inchiostro con una penna d’oro per celebrar le opere di vostra santità... Io starei fresco se gli amici e padroni mei non mi dovessero esser obbligati quando gli faccia valere la sua lira un terzo più che ai poco buoni e mal costumati. Ben sapete che, con questo santo privilegio, ne ho vestito alcuni di broccato riccio, e al rovescio alcuni, per loro meriti, di brutto canevaccio, e zara a chi tocca; e se essi avranno saette da bersagliare, noi giocheremo d’artiglieria grossa. So ben io ch’essi morranno, e noi camperemo dopo la morte, ultima delle controversie»[171].

Fa stomaco l’insistenza con cui egli cerca or una pelliccia, ora un cavallo, ora confetti; a Luca Contile chiede «pomi cotogni e pesche confette, che ne son provenute da Napoli alla signora principessa un diluvio»; a Isabella di Mantova settanta risme di carta per istampare le sue opere[172]; a monsignor Farnese scrive: — Io comincio a lucubrare, e farò cosa ad onore di vossignoria che i posteri la leggeranno, e basta. Ma vossignoria si disponga a fare che Alessandro mio nipote sia vescovo di Nocera»; al marchese del Vasto, che gli fece intendere voler venire al suo Museo, villa a Como, dove avea raccolte belle rarità e i ritratti degl’illustri contemporanei: — L’aspetto con desiderio grandissimo, e so che non uscirà dell’uso suo magnanimo e liberale, ricordandomi, quando ella per suo diporto va alle Grazie, ovvero a San Vittore, dove, benchè sia perpetua la grassezza e l’abbondanza, andando per quattro giorni vi porta provvisioni per un mese. Che spererò io se quella viene al Museo fra tanti uomini immortali che se ben non mangiano, allettano però infiniti mangiatori? Voglio che Pitigiano sappia che le botti del suo magazzino favorito fanno querciola, e suonano il tamburo. Farebbe anco bel vedere se vostra eccellenza accompagnasse il fornimento che vi lasciò, con un altro bello e simile». E s’impazienta se i doni tardano o vengono scarsi alla sua avidità; e chiama perduti i lavori cui mancò quella mercede, che unica l’avea mosso. Principi e ricchi gliene profondevano a gara; e tanto si temea l’azione di siffatti scribacchianti sull’opinione, che perfino Adriano VI pregava il Giovio a dir bene di lui; il quale lo compiacque nella Storia, salvo a vituperarlo nel trattato dei Pesci quando più non avea nulla a sperarne o temerne. E Carlo V, che chiamava lo Sleidan e il Giovio i suoi due bugiardi, uno dicendone troppo male, troppo bene l’altro, pure, sapendo che uno scrittore, per quanto poco coscienzioso, è letto purchè mostri talento, accarezzava il Giovio e donava, poi facealo confutare da Guglielmo Van Male, massime a proposito della spedizione di Tunisi.

Come gli odj dall’amore, così i vituperj germogliano dalle lodi: quindi le risse schiamazzanti di quel tempo. — I letterati (scrive Girolamo Negro) sono in guerra; Pietro Cursio combatte con Erasmo sopra il vocabolo _bellax_, se pigliarlo in cattiva parte per cosa precipua alla guerra, o vero s’egli è _verbum merum_; ogni dì vengono fuori libri nuovi ed invettive sopra questa cosa; sono alcuni che in nome d’Erasmo rispondono a questo Cursio, e costui va in collera». Da polverosi scaffali abbiamo dissotterrato due invettive contro Giovanni Parrasio cosentino, famoso maestro di retorica in Milano, una intitolata _contra Janum Parrhasium asinum archadicum_, e l’altra _in Janum Parrhasium scarabeum fœdissimum et vespam aculeatam_. I Medici pigliavano spasso d’udire i sonetti che si avventavano Luigi Pulci e Matteo Franco. Girolamo Ruscelli s’accapiglia con Lodovico Dolce, due pedanti a una, i quali non acquistano calore che per l’ingiuria. A proposito del libro _De nominibus Romanorum_, Francesco Robortello da Udine cominciò invelenato litigio con Carlo Sigonio, e se non bastarono le ingiurie latinamente prodigatesi, il primo pubblicò un cartello di sfida contro l’altro, cioè cedole dove proponeva un nuovo metodo d’insegnare il latino; il Sigonio ne oppose un altro, il Robortello replicò, il Sigonio diè fuori una filippica potentissima, sinchè l’autorità v’impose silenzio. Giraldi Cintio entrò in baruffa col Pigna; Paolo Manuzio col Lambino perchè volea stampare _consumtus_ senza il _p_; e avendogli l’emulo portato un marmo ove leggevasi _consumptus_, gliel’avventò alla testa. Il Varchi litiga col Lasca e col Pazzi, che lo invita a mandargli i suoi manoscritti per farne impannate, sicchè vedano la luce almeno per un inverno, poi egli tocca pugnalate da signori che pretendeansi maltrattati nella sua Storia, ed egli stesso assale con un coltello Alfonso de’ Pazzi che lo satirizzava; ma questo gli disse: — Rimettete l’arma a suo luogo, ch’io non pretendo vincervi per assalto ma per assedio».

Pietro Angeli, detto Bargeo, per versi mordaci è costretto fuggir di Bologna, poi uccide in duello un Francese; Anton Francesco Raineri poeta milanese è morto da un suo amico; Diomede Borghesi da Siena per risse dovette fuoruscire; Dionigi Atanagi usurpa una traduzione a Mercurio Concorezio, che lo assalta e ferisce; il celebre grecista Prividelli reggiano, professore a Bologna, scelto da Enrico VIII a patrocinar la causa del suo divorzio, fu ucciso da uno di cui avea difeso l’accusato; Michelangelo portò in perpetuo l’impronta del pugno avuto da Pier Torrigiano; Tiziano dipingeva spesso col corazzino; Pietro Facini insidia alla vita d’Annibale Caracci; Lazzaro Calvi avvelena Giacomo Baregone; credesi che così finisse il Domenichino. Girolamo Parabosco sonatore, nell’insegnar musica alla Maddalena famosa cortigiana di Venezia, cerca cattivarsene l’amore, ma i vagheggini di essa, un giorno ch’e’ batteva alla porta, gli buttarono sul capo acqua calda e brage, onde restò segnato tutta la vita. Giambattista Sanga poeta s’innamorò d’una giovane; e la madre di lui, non potendo distornelo altrimenti, stabilì avvelenarla; fintasele amica, le imbandì un’insalata, della quale sopraggiungendo mangiarono pure il Sanga e Aulerio Vergerio segretarj di Paolo III, e tutti morirono (ZILIOLO).

Scorrete la vita di que’ letterati, e a nessuno mancano vicende: alcuni primeggiano per isfolgorata ciarlataneria. Giulio Bordone, soprannomato della Scala dall’insegna della paterna bottega, fattosi nome nelle lettere e nella medicina, passava in Francia, e intitolavasi Giulio Cesare Scaligero (pag. 122); e non che asserirsi discendente dai signori di Verona, spacciava un’infinità di imprese guerresche compite da suo padre e da lui; e il mondo credeva; e mentre è scrittor mediocrissimo, il Tuano lo chiama _hujus seculi ingens miraculum, e vir quo superiorem antiquitas vix habuit, parem certe hæc ætas non videt_[173]; e Giusto Lipsio lo pone quarto con Omero, Ippocrate e Aristotele.

Gian Francesco Conti, scolaro poi emulo di Giovan Britannico bresciano, prese il nome di Quinzano o dal villaggio dove umilmente nacque presso Brescia, o da quell’amico cui Marziale faceva correggere i proprj versi; e vi aggiunse quello di Stoa, perchè i suoi condiscepoli lo dicevano portico delle Muse. Risoluto d’entrare in grazia ai grandi, quando Luigi XII vinse ad Agnadello, celebrò questa vittoria, e ne chiese in compenso la corona poetica, che il re gli decretò: mandò odi al cardinale d’Amboise, e ne fu chiamato a professare a Parigi e ad educare Francesco I: da questo è messo professore a Pavia, ma cadute le fortune francesi, si ritira in patria. Molti lo levano alle stelle, altri gli trova trecento sbagli di grammatica, o l’accusa d’aver usurpato fatiche altrui. Bisogna sentirlo deplorare l’insufficienza degli onori concessigli! — Molte opere pubblicai; molte più ancora ne pubblicherò. Non si stamparono più di seimila versi miei? non fui visto comporne mille ottocento in un sol giorno? quante tragedie, commedie e satire, concepite nella mia testa, fan ressa per isbucarne? Enumererò gli epigrammi, i monostici, i distici, i miei dubbj su Valerio Massimo, le mie opere sulle donne, i miei panegirici, le orazioni pubbliche, le favole, le epistole, le odi, la mia vita di re Luigi XII, i miei libri sui miracoli dei pagani, i miei endecasillabi, le mie selve, la mia Eraclea (_la guerra veneta_), il mio Orfeo, e seicento altri? Non fui dall’invitto re di Francia decorato della corona d’alloro? è poco onore per me che codesta laurea poetica, che pochi altri ottennero in vecchiaja, siami stata concessa quando appena compivo la quinta olimpiade»[174].

A Leone X fu presentato un fanciullo di sei anni come un portento; ed era Gabriele Simeoni fiorentino, che poi invece di studj mostrò presunzione, e insaziabile avidità di doni e mecenati. In Francia sollucherò la duchessa d’Etampes, ganza di Francesco I, onde ottenne fin la pensione di mille scudi[175]; a Firenze, a Roma impieghi, che poi riperdeva. Reduce in Francia, carezzò la duchessa di Valentinois: poi servì al principe di Melfi, accompagnò il vescovo di Clermont al concilio di Trento, ma cadde in sospetto dell’Inquisizione, che il tenne in ferri un anno: militò col Caracciolo nella guerra di Piemonte, col duca di Guisa in quella di Napoli; singolarmente egli sperava da don Ferrante Gonzaga, allora vicerè di Sicilia, e più volte tornò a ricordargli che Achille ed Augusto non sarebbero in sì alta fama se non si fosser mostrati generosi con Omero e Virgilio. Saputo che Pierluigi Farnese avea regalato cencinquanta scudi all’Aretino, e’ gli scrisse «sperando che la sua liberalità e favore abbia a condurre così lunga, rara, onorevole e faticosa impresa, quale è il mettere tutta l’astrologia giudiziaria in versi sciolti a felice fine, e consegnarla al nome suo»: ma il Farnese non accettò. Emanuele Filiberto di Savoja bensì accettò la dedica delle _Imprese_, e gli die’ ricovero a Torino, ove morì il 1570. Fa di se stesso gli elogi più sguajati; quando trovasse monumenti antichi, vi scolpiva il proprio nome; lagnavasi che sì pochi fossero «inclinati a giovare ad un uomo virtuoso, il quale in un momento poteva rendere immortale il suo benefattore»; e paragonandosi a Dante, sulla tomba di questo cantava:

E facciam fede al secolo futuro Tu qui coll’ossa, io con la vita altrove, Ch’uom di virtù, poco alla patria è grato.

La sua _Tetrarchia di Vinegia, Milano, Mantova, Ferrara_ è un aborto di storia. Nella prefazione alle _Satire alla bernesca_ sostiene esser questo genere il solo ove possa mostrarsi ingegno, perocchè «mille si trovano poeti capaci di cantare i gesti d’un eroe, ma pochi assai capaci di celebrare le oneste qualità di una fara, d’un forno, d’un’anguilla»; e ne mandava copie manoscritte ai principi in essa lodati. In un’altr’opera figurata rappresenta enigmaticamente i varj Stati d’Italia, esortando Enrico II a conquistarla, derivando i re francesi da Franco figlio d’Ettore, mentre i Romani, discesi da Enea, non erano che un ramo cadetto. Altrettanto presuntuose e ignoranti sono le tante altre sue opere, illustrate anche di belle stampe; alcune in francese; sempre rifriggendo le poche sue cognizioni, promettendo opere grandiose che mai non cominciò.

Come Raimondo Lullo aveva inventato un’arte di ragionare, così altri volle inventare una meccanica di scriver bene. Camillo Delmino da Portogruaro, autore di varie opere retoriche, diceva a chi nol volesse ascoltare, di aver l’_idea d’un teatro_, nel quale entrerebbero tutti gli oggetti sensibili, tutti i concetti umani, e quanto spetta alle scienze, all’eloquenza, all’arti belle e meccaniche. Dal conte Giulio Rangone suo protettore menato in Francia, spiegò il suo divisamento a Francesco I e ad altri principali, e n’ebbe in dono seicento scudi, ma non effettuò mai la sua idea; bensì voleva stamparla e dedicarla al re purchè gli assegnasse duemila scudi di pensione, e Francesco non stimò d’esaudirlo. Tornato in patria, il Muzio suo ammiratore lo presentò ad Alfonso d’Avalos; e questi per cinque mattine di seguito lo ascoltò esporre la generalità e i particolari di cotesto teatro, ch’era omai la favola del mondo, e ne prese tal meraviglia, che gli assegnò quattrocento scudi di rendita, oltre cinquecento pel viaggio; e volle che al Muzio dettasse l’idea. Dormivano il Muzio e Camillo nella stessa camera, e ogni mattina quegli scriveva sotto dettatura, e così nacque il libro stampato col titolo di _Idea del teatro_. Osceni eccessi trassero al sepolcro il Delmino di sessantacinque anni, e fu sepolto nelle Grazie a Milano: il nome di lui visse alcun tempo, le opere sue furono ristampate, e il Muzio ci descrive l’estro che sfavillava dal volto di esso quando parlava, simile a quel della sibilla sul tripode; ma chi cercasse quell’opera sua, nel poco che potrebbe intendere troverebbe le vanità d’un ciarlatano e una miscea di cabala, d’astrologia, di mitologia, di tutto insomma, eccetto quello che il titolo promette.