Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 16
La politica, la teologia, le altre severe ispirazioni di Dante, le ampie sue allusioni, le macchine jeratiche più non si riscontrano: l’elevazione ideale che penetra nell’intelligenza divina, più non si cura: al soprannaturale del concetto si surroga il soprannaturale della fantasia: ai concetti, impacciati in forme non loro, manca calore di sentimento, profondità di pensiero, potente concisione, accorta sagacia: la scienza si limita ad ammirare i sommi antichi, e per rispetto a loro sentenzia di barbari i tempi incolti ma robusti, in cui erasi mutato il nuovo incivilimento. Arguti a conoscere i difetti della società e svelarne le ridevolezze o l’infamia, accettano poi opinioni vanissime, errore da verità non discernendo o essendovi indifferenti; e l’imitazione toglie quel ch’è principal merito alle produzioni dell’intelletto, l’indipendenza d’un pensiero ingenuo, o il giro d’un’espressione originale. La letteratura di lusso mai non sorge a grandezza vera: trastullo, non culto; attenta a piacere ai dotti e alle Corti, per ciò abbandonasi a frivolezze e adulazioni, mette entusiasmo unicamente nel fare bei versi, a segno che Mariano Buonoscontro palermitano si divertì a comporre sonetti di bellissime parole e senza senso, e furono ammirati non solo, ma commentati; e singolarmente a una sua ode in morte del duca d’Urbino, in quattro libri si facea dire ciò che mai non avea sognato[156]. Ammirando la forma de’ migliori Cinquecentisti, deploriamo di dover porre studio in gente che separò il vero e il buono dal bello; deploriamo un progresso tutto a vantaggio dell’eloquenza, in tempo che di là dell’Alpi diventava acquisto di ragione.
L’amore dell’arte fa prosperar l’arte; e il popolo risorto ne’ Comuni, il popolo credente, l’avea risuscitata dalla barbarie, e spinta per sentieri nuovi ad una maniera, scorretta se volete, ma ardita e originale e consona ai nuovi bisogni. Allora sorsero magnifiche cattedrali in ciascuna città; allora Dante cantava. La cognizione e lo studio sopravvenuto degli antichi, avrebber potuto ripulire quelle forme conservando l’intima ispirazione; nel che coraggiosamente vedemmo progredire gl’ingegni nel secolo precedente. La pratica dell’arte esige cultura intellettuale; nè l’artista può elevarsi all’ideale se non in una società ove sia delicato il sentimento, appurato il gusto; e per essere capace d’ammirarne le opere richiedonsi cognizioni proprie d’una civiltà avanzata. Quel prosperare delle arti indica dunque un’estesa cultura ne’ nostri compatrioti: ma artisti senza fede ne’ costumi, amatori eleganti, impudichi modelli, prelati spenderecci, principi che, avendo il sentimento del bello, mancavano del sentimento del buono, le trassero ben presto al decadimento.
Intaccata la grande unità cattolica, disperse le società massoniche e con esse i loro segreti, l’architettura si ravviò sulle più facili pratiche dell’antico. La pittura, educata dal cristianesimo e dalla libertà, s’era fatta educatrice del popolo, manifestazione di nobili affetti e soavi, scorretta ma spontanea, leccata ma limpida come derivante dalle miniature, calma senza artifizj di scorci, di sott’in su: or eccola ripudiare il medioevo a nome dell’antichità; e se in prima tentò rivestire il nuovo suo ideale co’ prestigi classici, ben presto i segni jeratici paragonava alla natura che imitano, piuttosto che alle verità che rappresentano; da liturgica che era quando la scelta dell’artista sottoponeva all’autorità del teologo, profanossi in una libertà che ben presto le tolse dignità ed efficacia; e dimenticata la sostanza per l’inviluppo, il gusto surrogò all’entusiasmo, posponendo la devozione al blandimento de’ sensi, non attendendo più a tradurre dogmi, ma a seguire la moda e le commissioni. Affinata nell’abilità tecnica, e divenuta mestiere, variò da paese a paese, da maestro a maestro, qui prediligendo il disegno, là il colorito, altrove la composizione o lo scorto, e sempre mirando a piacere, a imitar la natura e l’arte antica, a ottener l’illusione quand’anche si sacrificassero all’evidenza e al movimento il decoro e la grazia, alla bellezza l’espressione; ben ritraendo muscoli, nervi e vene, e altri sfoggi di scienza; affollando persone in modo che si smarrisse il soggetto principale; toccando risolutamente; e intanto negligendo il concetto che vivifica, l’espressione che eleva il sentimento e ajuta la contemplazione.
L’artista non fu più pel popolo, ma dovè cercare compensi e protezione alle Corti, onde si fece piacentiero: e l’intento morale e l’espressione, anima delle belle arti, non possono che scapitare allorchè non obbediscano all’intimo sentimento, ma a commissioni. E in fatto le arti scaddero dall’importanza storica, perchè cessò l’opportunità di quei reggimenti tra cui erano rinate: allora, tornato il predominio della materia, e l’idolatria della forma, che si raffina a scapito dell’idea, come la moltiplicità de’ lavori detrae all’originalità; insozzate le fantasie, svanito l’affetto sublime e religioso, si fecero ministre a lascivie e adulazioni, e contribuirono a crescer le nostre vergogne e perpetuare l’avvilimento.
Non s’insisterà mai troppo sulla deficienza di moralità, mentre si ammira quello splendore delle lettere e dell’arti. Dal quale abbagliati, taluni lo attribuiscono alla protezione dei grandi. E certo onori ed eccitamenti mai non vennero così splendidi, così universali. Carlo VIII, Luigi XII, Francesco I, Caterina de’ Medici, invitavano i nostri ad accendere la fiaccola del bello in Francia, e Leonardo, il Primaticcio, il Cellini, Andrea del Sarto, una colonia d’artisti, vi lasciarono opere e scolari; Guido Guidi fiorentino era medico di Francesco I; Italiani dettavano dalle cattedre, e scienze nuove portavano nell’Università di Parigi, della quale l’Aleandro trevisano fu anche rettore, benchè gli statuti n’escludessero i forestieri. Publio Andrelini da Forlì, coronato poeta latino a ventidue anni, di stile facile ma negletto e caldissimo disputatore, fu intitolato poeta del re e della regina (_regius et reginus_), e riccamente donato da Carlo VIII e dai successori suoi. Francesco Vimercate, illustre aristotelico, chiamato da Francesco, restò venti anni a Parigi, e fu il primo che professasse filologia greca e latina in quell’università; nella qual pure ebbe invito Angelo Canini d’Anghiari, lodato grammatico; mentre Jacopo Corbinelli e gli Strozzi innamoravano di quella lingua, in cui a Valchiusa era stata cantata la bella Avignonese. L’Alamanni ripagava con bei versi l’ottenutavi ospitalità, e felicitava la Senna di scorrere pacifica tra popoli concordi, mentre
Il mio bell’Arno, ah ciel! chi vide in terra Per alcun tempo mai tant’ira accolta Quant’or sovra di lui sì larga cade? Il mio bell’Arno in sì dogliosa guerra Piange soggetto e sol, poi che gli è tolta L’antica gloria sua di libertade.
E a Paolo Emili veronese, chiamatovi da Luigi XII, la Francia deve la prima sua storia, che fu continuata da Daniele Zavarisi del paese stesso.
Giovanni Grolier di Lione, posto da Francesco I, nel 1515, gran tesoriere a Milano, benchè forestiero e in tal impiego, si fece amare, almeno dai letterati, coi quali mostravasi tanto munifico, che avendone un giorno molti a pranzo, donò a ciascuno un par di guanti, e si trovò ch’eran pieni di monete d’oro[157]. Pietro Tomai ravegnano, di portentosa memoria, sopra la quale scrisse egli stesso un’operetta latina (_la Fenice_, 1491), insegnò leggi per molte città fin quando Bugislao duca di Pomerania vedutolo a Venezia, il pregò a seguirlo a Gripswald. Ivi egli insegnò, poi vecchio volle rimpatriare: ma il duca di Sassonia per via mandò pregandolo a venir a lui, e gli usò grandissime cortesie: cercato a gara dai principi di Germania, fu un trionfo il suo passare di città in città: poi ritrattosi ne’ Francescani, pare morisse il 1511.
Al naturalista Mattioli levavano un figlio al battesimo l’imperatore di Germania e i re di Francia e Spagna; ad Agostino Nifo papa Leone X concede il titolo di conte palatino e di portare il cognome e lo stemma de’ Medici; a Rafaello vuole il cardinal Bibiena dare sposa una nipote. Perfino il disdegnoso Carlo V consuma lunghe ore a Bologna nell’ammirare la bella e minutissima scrittura di Francesco Alunno, e massime il credo e il principio del vangelo di san Giovanni scritti sullo spazio d’un denaro[158]; festeggiò in ogni guisa il Castiglioni, lo naturalizzò spagnuolo, gli diede un vescovado, e morto l’onorò di splendide esequie, professando «aver perduto un de’ migliori cavalieri del mondo»; s’abbassa a raccorre il pennello caduto a Tiziano; al venire di Michelangelo si leva esclamando: — Imperatori ve n’ha di molti, ma pari a voi nessuno»; ai cortigiani che s’arricciano degli onori renduti al Guicciardini, risponde: — Con una parola io posso fare cento cavalieri, e con tutta la mia potenza non un pari a questo»; richiese Giannello della Torre cremonese raccomodasse a Pavia l’orologio fatto da Giovanni Dondi; e avendo quegli risposto non potersi più ripararlo, e fattone un nuovo, Carlo V sel menò in Ispagna, ove a Toledo lavorò macchine ingegnosissime, sicchè fu detto l’Archimede di quel tempo; e lo volle seco nel ritiro di Just.
Carlo V, vincitore dell’Africa, sbarcando a Napoli, riceveva in pubblica udienza Laura Terracina poetessa, e dalle mani di lei la petizione perchè alla città fosse concesso il titolo di Fedelissima. Al domani poi recavasi alla casa di lei a Posilipo, e sulle treccie della giovinetta deponeva la corona di lauro tolta dal proprio capo, dicendo convenir essa del pari ai trionfanti e ai poeti. Poco poi dall’Inghilterra le giungeva l’ordine della Giarrettiera.
Il fiero Giulio II spaccia corrieri sopra corrieri per richiamare Michelangelo e scende seco a scuse d’avergli fatto fare anticamera: papi, principi se lo faceano seder accanto: profugo dalla patria a Venezia, invano si ritira alla Giudecca per cansar visite e cerimonie, chè subito la Signoria gli manda due gentiluomini a onorarlo e offrirgli ogni comodità, gli esibisce seicento scudi l’anno senza verun obbligo e sol pel piacere di possedere un tanto maestro delle tre arti[159]: Francia e il granturco lo domandano del pari: da Roma ne fu rapito il cadavere, perchè riposasse non nella basilica del cristianesimo, ma a Firenze nel sacrario degli uomini grandi.
Nel nome di Leon X si compendia quanto ha di segnalato l’amore delle lettere; impieghi, benefizj, dignità ecclesiastiche, denari suoi proprj metteva a disposizione dei dotti; usava per segretarj il Bembo e il Sadoleto, i più tersi scrittori latini; al Tibaldeo di Ferrara, venutovi dalla corte dei Gonzaga, diede trattamento e ricchezze e cinquecento zecchini per un epigramma; riconosciute felici disposizioni nel Flaminio giovinetto, sel tenne accanto; stava attonito agli improvvisi del Marone; pagò cinquecento zecchini i primi cinque libri degli _Annali_ di Tacito, venuti di Westfalia; e nel privilegio conceduto per istamparli, glorifica le lettere come il più bel dono che, dopo la vera religione, Iddio abbia fatto agli uomini, loro vanto nella fortuna, conforto nell’avversità; e al fine dell’opera promette ricompensa a chi gli porterà vecchi libri ancora inediti. Adopera Fausto Sabeo a cercarne, il quale percorse a piedi mezz’Europa, affrontando (canta egli) fame, sete, pioggia, soli, polvere onde liberar di schiavitù qualche antico scrittore. A Giovanni Heytmers diede incarico di rintracciar le Deche di Tito Livio pagandole a qualsifosse prezzo, e dicendo che «importante porzione dei doveri pontifizj è il favorire i progressi della classica letteratura». Concedeva privilegi alle edizioni più accurate, e ad Aldo Manuzio, colla riserva che non le vendesse troppo care: affidava la biblioteca Vaticana al Beroaldo: a Nicola Leoniceno scriveva chiedendogli licenza di fare qualcosa per lui, e gli offriva un’abbadia, una villa presso Roma, alloggio sull’Esquilino, ch’egli però pospose alla studiosa quiete: fissava a Roma Giovanni Lascari e Marco Musuro filologi famosi, il primo dei quali prepose a un collegio apposito per l’insegnamento del greco, con alquanti giovani condotti di Grecia e con stamperia: più di cento professori soldava nel ginnasio romano, che volle emulasse le migliori Università[160]; esortando agli studj serj, non a quella filosofia mendace che si chiama platonismo, e a quella folle poesia che corrompe l’anima.
Quest’amore ereditato da’ suoi maggiori trasmise egli ai discendenti: il cardinale Ippolito a Bologna teneva trecento famigliari, la più parte letterati; e avendogli Clemente VII rimostrato ch’erano troppi per lui, rispose: — Non li tengo a corte perchè io abbia bisogno di loro, ma perchè essi l’hanno di me». Cosmo granduca scriveva di proprio pugno agli artisti, sollecitava Michelangelo a ritornare da Venezia, e che gli portasse del pesce sôla che gli piaceva. Francesco suo figlio, istrutto d’ogni letteratura, crebbe le Università di Pisa, Firenze, Siena e l’accademia Fiorentina, fondò quella Crusca e la stupenda galleria, aumentò la biblioteca Laurenziana, promosse la botanica, sostenne chiunque avesse valore, e a Gian Bologna scriveva: — Non potevano più che quel che hanno fatto soddisfarci le due figurine che ci avete mandate, non potendo essere altrimenti d’opera che esce dalla vostra mano»; e Ferdinando granduca allo stesso: — Desideriamo che, nella voglia di lavorare, vi ricordiate principalmente d’avere una buona cura alla vostra sanità, chè questa importa più di tutto»[161]. Esso Ferdinando comprò la Venere Medicea, cominciò la ducale cappella di San Lorenzo, pose la stamperia di caratteri orientali.
I principi considerano come un altro lusso di loro Corti il possedere i più celebri letterati: siffatti vedemmo i principi di Milano e di Napoli, sinchè non furono sbalzati dai forestieri; il duca di Mantova tenne lungamente il broncio col Castiglioni perchè gli chiese di passare dalla sua alla Corte d’Urbino; il Tasso era disputato agli Estensi dai Medici; Alfonso I d’Este, benchè continuo in guerre, nè d’artista e letterato avesse che la pretensione, e lavorasse da mestierante in tornire e fare stoviglie, fabbricò dispendiosamente e rifiorì l’Università di Ferrara, dove Lucrezia Borgia, Lucrezia ed Anna d’Este, Isabella de’ Medici erano cortesi al bel sapere fin coll’amore; come Isabella d’Este marchesa di Mantova. Alfonso II teneva in corte Matteo Casella, Lodovico Cato, Jacopo Alvarotti giureconsulti rinomatissimi, il medico Nicolò Leoniceno, l’erudito Celio Calcagnini, e quel che fa per mille, l’Ariosto; e conferì a Girolamo Falletti piemontese il titolo di conte di Frignano e varj assegni, coll’obbligo feudale di dargli ogni anno due opere nuove di piacevol lettura, altrimenti pagherebbe il doppio delle sue rendite[162].
Pico della Mirandola diede i fondi ad Aldo Manuzio per istabilire la stamperia, e voleva assegnargli un podere affinchè Carpi divenisse il nido di quelle edizioni; ma le proprie sfortune gliel’impedirono. Il cardinale di Trento promette dar mantenimento per tutta la vita all’Anguillara s’e’ traduce l’_Eneide_; e gli regala tante braccia di velluto quanti ha terzetti un capitolo assai piaciutogli. Il valente condottiero Vespasiano Gonzaga, che fece rifabbricare Sabbioneta, con vie allineate e larghe, e bellezza di case, di tempj, di piazze, statue e fortificazioni, pose scuole, e ricercava letterati ed artisti. Era della casa stessa Scipione cardinale, che fondò a Padova l’accademia degli Eterei, amico del Guarini e del Tasso; del quale scriveva fin le lettere e copiò tutto il poema, e volea comune con lui la camera, la tavola, il bicchiere. Udito Pier Vettori, uno dei più famosi retori del suo tempo, il cardinale Alessandro Farnese gli mandò un vaso pieno di monete d’oro; Francesco Maria duca d’Urbino una catena d’oro; una Giulio III nel riceverlo a Roma, e i titoli di conte e cavaliere. Esso duca d’Urbino, di mezzo alle armi, avea della sua Corte formato il ritrovo delle persone erudite e colte[163].
Gonzalvo di Còrdova e Pier Navarro a Napoli profusero segni di benevolenza al poeta latino Pietro Gravino. L’Alviano, nel respiro delle battaglie, radunava a Pordenone, borgata regalatagli dai Veneziani, il Fracastoro, il Cotta, il Navagero ed altri, che chiamava sua accademia, e che il ricreavano ed istruivano. Gian Giacomo Trivulzio, anche vecchio, traeva a udir professori. Alfonso d’Avalos si circondava di letterati; e Girolamo Muzio racconta che, viaggiando con esso da Vigevano a Mondovì il 1543, ragionarono continuo di poesia, ed esso compose per via sin venti sonetti e un’epistola di cento versi a rime libere. Sin l’infame Valentino, sin il turpe Alessandro Medici ambivano fama di bella educazione. E tutti a Michelangelo, al Puccini, al Bandinello, al Bronzino dirigeano lettere famigliarissime, discutendo i progetti, pregandoli di qualche lavoro; Francesco I di Francia scriveva di proprio pugno a Michelangelo perchè gli mandasse alcuna sua opera; Filippo II scriveva al Tiziano: — Mi farete sommo piacere e servizio se vi occuperete di questo quadro colla maggior possibile sollecitudine».
Anche ricchi privati voleano mostrarsi protettori; e mentre i nobili transalpini si gloriavano della propria ignoranza, e firmavano con una croce, «non sapendo scrivere perchè baroni», i nostri abbellìvansi di arti e di lettere. Che non dovettero Rafaello al Chigi, Gian Bologna a Bernardo Vecchietti di Firenze, a Marco Mantova Benavides padovano, l’Ammanati ed altri? Angelo Collocci, nell’antica villa di Sallustio, raduna cippi, busti, statue, medaglie, tra cui i fasti consolari. Il conte Gambara di Brescia, padre della poetessa Veronica, proteggeva i letterati, e da Mario Nizzoli fece comporre le celebri _Osservazioni su Cicerone_, e stamparle nel suo feudo. Le case de’ Sauli a Genova, de’ Sanseverino a Milano erano aperte ai dotti. I tesori d’erudizione raccolti dal Pinelli divennero fondamento d’insigni biblioteche. Tommaso Giannotto Rangoni da Ravenna, scrittore d’opere mediche di lieve conto, d’un libro sul campare centovent’anni e d’altri astrologici, arricchito colla sua scienza, istituì a Padova un collegio per venti giovani ravegnani che andassero a quella Università, provvedendoli dell’occorrente, e ponendovi anche una biblioteca con molti libri, specialmente orientali, e strumenti e quadri e rarità opportune agli studj; riedificò la chiesa di San Giuliano in Venezia, restaurò quella di San Geminiano, ed ebbe monumenti onorifici, decorazioni, medaglie. In casa di Domenico Venier si adunavano a Venezia Bernardo Tasso, Triffone Gabriele, Girolamo da Molino, Gian Giorgio Trissino, Pietro Bembo, Bernardo Cappello, Daniele Barbaro, Domenico Morosini, Aluisi Priuli, Fortunio Spira, Bernardo Navagero, Speron Speroni ed altri.
A questi esempj conformavasi la folla. I masnadieri assaltano l’Ariosto, ma appena sanno chi fosse, gli fan riverenza. Centinaja di sonetti venivano affissi alle statue, quando compite erano esposte in pubblico, giudicandole con isquisito sentimento del bello, e con una severità di gusto che i maestri rispettavano e la posterità approvò. Quando nei giardini di Tito fu dissepolto un gruppo, che il Sadoleto riconobbe pel Laocoonte descritto da Plinio, le campane di Roma sonarono tutte a letizia, e il marmo coronato di fiori traversò la città fra musiche e parati; i poeti lo cantarono a gara, mentre ascendeva al Campidoglio tra una solennità, memorabile nel paese delle solennità. Il Tartaglia facea bandire le sue scoperte matematiche a suon di trombe, e d’ogni parte riceveva problemi da sciogliere. A Vittore Fausto, che pretendeva avere scoperto la forma delle galere antiche, la repubblica veneta somministrava i mezzi di costruire una quinquereme, e ordinò una gara, nella quale Fausto vinse. Il Sansovino propose di trovare il modo di far cadere esattamente il mezzo della metopa sull’angolo del fregio dorico, e tutta Italia s’agitò intorno a questo problema, e non solo gli architetti, ma il cardinal Bembo, monsignor Tolomei ed altri. Romolo Amaseo udinese era disputato fra principi e università; e il cardinal Bembo a Padova, il governatore Gonzaga a Milano, il cardinale Wolsey in Inghilterra, Clemente VII a Roma, il richiedevano a gara a professare eloquenza. Bernardo Accolti d’Arezzo, detto l’Unico, usciva circondato di prelati e colle guardie svizzere, fu dichiarato duca di Nepi, e onorato d’illuminazione dove arrivasse; aveva a declamare suoi versi? chiudevansi le botteghe di Roma; avendo recitato un ternale in lode di Maria davanti al papa, gli uditori proruppero esclamando: — Viva lungamente il divino poeta, l’incomparabile Accolti»; apoteosi da ingannare la posterità, se per sciagura que’ versi non fossero sopravvissuti[164]. Al Sannazaro, per l’epigramma in lode di Venezia, il senato regalò seicento zecchini: Giambattista Egnazio e Marco Antonio Sabellico furon fatti esenti di imposte essi e i loro beni, e pensionati: ad Antonio Campi, per avere disegnato Cremona, questa città concedette esenzione d’ogni gravezza personale e reale a lui ed a’ suoi figliuoli[165].
Se voltiamo il quadro, scema d’assai il merito di quei protettori. Leone X non pareva comprendere se non la bellezza dello stile; commette un lavoro a Leonardo, ma udendo che s’è messo a stillar vernici e piante, — Ah costui non farà mai nulla, perchè pensa al fine dell’opera prima d’averla cominciata»: forse Leonardo non conosceva le blandizie onde s’accattavano le commissioni, nè fu favorito dai Medici, i quali del resto, se blandivano i letterati, non onoravano la letteratura. L’Ariosto lamentava che, dopo essere disceso sin a baciarlo[166], il papa l’avesse poi lasciato nella miseria, tanto da non avere di che rinnovarsi un manto; e dal duca di Ferrara suo mecenate fu messo governatore nell’alpestre Garfagnana; dal cardinale Ippolito fu tenuto quindici anni in continuo moto per faccende di niun conto «da poeta mutandolo in cavallaro»; poi quando ebbe svilita la propria riputazione col levare a cielo una stirpe immeritevole, udì da costui domandarsi: — Messer Lodovico, dove avete preso tante castronerie?» e perchè seco non volle andare in Ungheria, si vide congedato, e privo delle venticinque corone che gli retribuiva ogni quattro mesi[167]. Pietro Medici teneva Michelangelo a fare statue di neve, e si vantava d’aver alla Corte due portenti, Michelangelo e un corridore spagnuolo; Cosmo preferiva il Vasari al Tiziano; nè essi nè i loro successori osarono terminare le grandiose opere cominciate quando ancora non era spento l’alito della repubblicana libertà; neppure il monumento di Giulio II e la cappella funeraria. I rabbuffi del cardinale Farnese fecero morire consunto Onofrio Panvinio, come quelli del duca d’Este impazzire il Tasso. Le pensioni spesso erano decretate ma non pagate[168].
Federico Badoaro nel 1557 istituiva l’accademia veneziana _della Fama_, con cento e più socj, che doveano leggere d’ogni scienza, ricevere notizie d’ogni parte, dotata di libri e di sostanze, rallegrata da conviti: repente la repubblica la chiude, volendo che sin il nome «sia del tutto casso, talchè sotto pena di bando perpétuo di tutte le terre e luoghi dello Stato nostro non possi più essere usato d’alcuno»[169]. Illustre era pure l’accademia dei Pellegrini, con cene e beneficenze al modo de’ Franchimuratori, e buona biblioteca, e fondi per pubblicare libri che si regalavano, e dare doti a zitelle; ed essa pure venne proibita nel 1557, quarantacinque anni dopo istituita, forse per ombra del segreto che vi dominava.