Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 19

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Diciamo altrettanto degli artisti. Il Sanmicheli era frequente bersaglio di sue celie, onde montava sulle furie, ma essendo timorato di Dio, pentivasene tosto, e gli mandava frutti e leccornie, ch’egli poi godeva col Tiziano e col Sansovino. Il Vasari si loda ogni tratto di esso, e gli scrive: — Se nello intervallo di qualche mese non vi ho visitato, non è per questo che ogni minuto d’ora non vi ricordi e ancora non visiti con l’animo riverentemente quella gran presenza ch’è in voi; e così come il ricordarvi e il vedervi mi fa sentore nella memoria di riguardare la divinità della vostra virtù, dove si specchia ogni persona rara, che delle cose mirande che la natura produce fa che la vostra è più colma di meraviglia; e ben gloriare mi poss’io nell’età sì giovane essere stato da un Pietro tale chiamato figlio, a aver meritato dalle virtù sue esser messo nelle sue opere»[187].

Il Tiziano ne prendeva consigli, lo dipinse[188] più volte, e da Augusta nel novembre 1550 scriveagli d’avere presentata una sua lettera all’imperatore, e avergli soggiunto che «a Venezia, in Roma e per tutta Italia si confermava dal pubblico che sua santità teneva buona mente circa il farvi cardinale. In questo, Cesare mostrò segno d’allegrezza nel viso, dicendo che molto gli piaceria, e che non potrà mancare di farvi piacere, ed anche soggiungendo altre parole nel caso di voi, onorate e grandissime»; e tutto ciò in presenza di suo figlio, del duca d’Alba, e d’altri gran signori. «Il duca d’Alba non passa mai giorno che non parli meco del divino Aretino, perchè molto vi ama, e dice che vuol esser agente vostro appresso sua maestà. Io gli ho raccontato che spendereste un mondo, e che ciò che avete è di tutti, e che date ai poveri fino i panni di dosso, e che siete l’onor d’Italia».

A Michelangelo «bersaglio di meraviglie, nel quale la gara del favor delle stelle ha saettato tutte le freccie delle grazie loro», l’Aretino domandava licenza di dir le sue lodi, perchè «il mondo ha molti re, e un sol Michelangelo»; e questi gli rispondeva: — M. Pietro mio signore e fratello», lo esortava a scrivere di lui, e — Non solo l’ho caro, ma vi supplico di farlo, dacchè i re e gli imperatori hanno per somma grazia che la vostra penna li nomini». L’Aretino gli mandava suggerimenti sulla cappella Sistina, e consistevano in quelle allegorie della Speranza, la Disperazione, la Vita, la Morte, il Tempo, la Fama e altrettali, che i letterati trovano sulla punta della penna, ma che mal rispondono al dovere della pittura, che è di rappresentare delle forme. E Michelangelo se ne scusa come si farebbe oggi con un giornalista, desolato di non potere dargli ascolto perchè già avanzato il lavoro.

Non crederete se la passasse liscia coi tanti che malmenava. Il Berni in un sonetto caudato gli avventò un tal risciacquo d’ingiurie e sconcezze, che dovette rimanerne ancor più ingelosito che offeso, e disperò di poterlo sorpassare. Altrettanto fecero il Muzio e Bernardo Tasso; e a chi gli mostrasse il dente, esso s’acchetava; anzi il Boccalini lo chiamava «calamita de’ pugnali e de’ bastoni». Un Volta, con cui rivaleggiava nel corteggiare una contessa, gli appoggia cinque coltellate: Pietro Strozzi, nominato in un sonetto, gli manda dire che, se lasciasi uscir mai il suo nome, lo farà freddare, ed egli sel tiene per detto: l’ambasciadore d’Enrico VIII, da lui sospettato di frode nel trasmettergli i doni del re, lo fa bastonare, ed egli ringrazia Dio che gli concede forza di perdonar l’offesa. Il Tintoretto, da lui pizzicato, chiamosselo nello studio col pretesto di fargli il ritratto, e cavato un pistolese, l’andò misurando pel lungo e pel largo, e infine gli disse: — Voi siete lungo due pistolesi e mezzo, ve ne ricordi»; e lo rimandò collo spavento, e l’ebbe da poi lodatore.

Si raccolse infine a Venezia, quivi scapestrando in amori, e insieme facendo del bene a partorienti, a pitocchi; finchè, ridendo all’ascoltare dalle sue sorelle, che tenevano postribolo, le salacità da tal luogo, cascò dalla scranna, e si percosse a morte. Ricevuto l’olio santo, sclamò: — Guardatemi dai topi or che son unto», e morì in luogo e modo degni di sua vita.

Contro di lui era diretto il «Terremoto del Doni fiorentino, colla rovina di un gran colosso, bestiale anticristo della nostra età, opera scritta ad onor di Dio e della santa Chiesa per difesa non meno dei buoni Cristiani», con una prefazione «al vituperoso, scellerato e d’ogni tristizia fonte ed origine Pietro Aretino, membro puzzolente della pubblica falsità, e vero anticristo del secol nostro».

Questo Anton Francesco Doni da Firenze (-1574), servita, poi prete secolare, «vivendo di _kyrieleison_ e di _fidelium animæ_», bizzarrissimo come uomo e come scrittore, stampava opere, che poi riproduceva sotto mutato titolo, e lavori altrui pubblicava col proprio, sempre variando di mecenati, per buscare. Le sue _Librerie_ sono cataloghi e giudizj di opere, ma talora fine o mutate a capriccio, e sempre inesatti. La _Zucca_, i _Marmi_, i _Mondi_, le _Pitture_, i _Pistolotti_, e l’infinità de’ libercoli suoi riboccano di capresterie pazzesche, non ben discernendosi quando burli o parli da senno. Volle sin fare una dichiarazione sopra il terzo dell’Apocalisse contro gli Eretici.

Ferocissimamente lo nimicò Lodovico Domenichi (-1564), scrittore spiritoso e vuoto, vissuto in corte de’ Medici e sotto i cui auspizj si formò a Piacenza sua patria un’accademia, che avea per patrono Priapo e le costui insegne. Egli stampò come originali alcune traduzioni, e come sue delle opere altrui, fra le quali un dialogo, che dieci anni prima era comparso fra i _Marmi_, e a cui allora aggiungeva tre invettive contro il Doni. Il quale, oltre la taccia di plagiario, allora molto comune, in una lettera che rimane a suo perpetuo vitupero[189] lo accusava con infamie da spia, ed ebbe il dispetto di non vedere esaudita la sua ira. Eppure fin medaglie si coniarono al Domenichi[190].

Amico, nemico, imitatore dell’Aretino, Nicolò Franco beneventano (-1569) cerca incessantemente e ottiene, e ne’ suoi sonetti l’accocca a re, a papi, a cardinali, a letterati, al concilio di Trento, con vomito di rabbia e di sudiceria. L’Aretino lo adoprò per iscrivere satire e per farsi correggere i proprj scritti, come dotto che era di latino e greco: poi guastatisi, Nicolò intitolossi _flagello del flagello_, con oscenità grossolane il serpentava, «agli infami principi dell’infame secolo» diresse un virulento rimbrotto de’ favori a un tal mostro conceduti, e — Principi, io v’ho parlato in rima, ed ora vi parlo in prosa. Che parte aggiate fra tante infamie vel potrete conoscere, se la vostra trascuraggine non sia così cieca in leggere com’è stata in donare». Fece i commenti alla _Priapea_, e toccò anch’egli pugnalate eroiche, come diceva l’Aretino: ma avendo pizzicato persona potente, o piuttosto a punizione delle scritture ed azioni infami, Pio V il condannò alla forca. Il Franco esclamò: — Questo è poi troppo», e fu strozzato.

Di perversità men profonda, ma non meno bizzarro a conoscersi è Benvenuto Cellini da Firenze (1500-70), che direste un disutile millantatore, se nol conosceste uno de’ più lodati artisti. Suona di cornetto e di flauto, e se ne vanta non men che del suo bulino; tutto ammirazione pe’ bei colpi degli spadaccini, e per coloro che ne’ duelli versano la _bravosissima_ anima; onde guaj a chi gli tocca un dito, o vien con esso a paragone di mestiere! non ha parole bastanti per denigrarlo, e nella sua jattanza non comporta d’essere posposto che al _divinissimo_ Michelangelo. Vengono i Tedeschi del 27? in quella _infernalità_ crudele egli serve d’artigliere; a credergli, da lui partono i colpi che uccidono il Borbone e feriscono il principe d’Orange; e si lagna gli abbiano impedito un tiro, col quale avrebbe schiacciato i capi nemici, radunati a parlamento; s’inginocchia al papa pregandolo di ribenedirlo degli omicidj fatti in servizio della Chiesa, e «il papa, alzate le mani e fattogli un potente crocione sulla figura», lo manda assolto. I principi lo hanno famigliarissimo; il granduca capita tratto tratto nella sua bottega; i principotti d’Italia, i cardinali, le mogli e le ganze di questi e di quelli gareggiano per averne qualche lavoro. Il papa gli dice: — Se io fossi un imperator ricco, donerei al mio Benvenuto tanto terreno quanto il suo occhio scorresse; ma perchè noi del dì d’oggi siamo poveri imperatori falliti, ad ogni modo gli daremo tanto pane che basterà alle sue piccole voglie». Ma i doni o non vengono o sempre inadeguati al suo merito ch’era grande, o alla sua presunzione ch’era più grande ancora; le lodi gli sono contrastate: onde egli adopera una lingua che fora e taglia, e quello schioppetto «col quale e’ dà in un quattrino», e una spada eccellente con cui assalì più volte i suoi nemici e sgominò i birri.

Un oste esagera lo scotto? Benvenuto «vien in pensiero di ficcargli il fuoco in casa, o di scannargli quattro cavalli buoni ch’egli aveva nella stalla»; ma si contenta di tritargli col coltellino quattro letti. Un’altra volta tira stoccate, e il nemico gli cade morto, «qual non fu mia intenzione, ma li colpi non si danno a patti». Al papa froda bravamente l’oro, salvo a farsene assolvere; ruba fanciulle, corrompe ragazzi; e le sue ribalderie racconta con tale sicurezza, come fossero atti di giustizia; e pretende che «gli uomini come Benvenuto, unici nella loro professione, non hanno ad essere obbligati alle leggi»; e trova un gran torto quando, a trentanove anni, per la prima volta è messo prigione. Eppure ha la sua morale anch’esso, a’ servigi della passione; e se muore un suo nemico, «si vede che Iddio tien conto de’ buoni e de’ tristi, e a ciascuno dà il suo merito». È religioso, è credulo; nel Coliseo gli è fatta vedere la tregenda de’ diavoli, dov’egli solo non ha paura; messo prigione, legge continuo la Bibbia italiana, ed ha apparizioni di Dio e di santi, onde ne porta una fiammella sulla sommità del capo, «la quale si è evidente ad ogni sorta d’uomo a chi io l’ho voluto mostrare, quali sono stati pochissimi». Alfine, lieto di fuggire di Castel sant’Angelo «a dispetto di colui che in terra e in cielo il vero spiana, liberamente perdona alla santa madre Chiesa, sebben gli abbia fatto questo scellerato torto». Poi nel terribile momento della fusione del Perseo, momento le cui convulsioni non può immaginare se non chi sia artista, invoca Dio, e a questa devozione attribuisce la buona e inaspettata riuscita, e perciò va in pellegrinaggio ai santuarj «nel nome di Dio sempre cantando salmi e orazioni».

E «sempre cantando e ridendo» era ito da Firenze a Parigi tra molti pericoli della vita. Ivi si mette a vivere magnificamente con tre cavalli e tre servitori; è alloggiato in una villa reale: ma l’invidia si solleva contro di lui, ed egli si compiace di nemici potenti. Tale a Firenze era la duchessa, tale è quivi madama d’Etampes: e s’arrovella coi cortigiani _scannapagnotte_ di colà; e sempre sono i subalterni che gli mandano attraverso le buone fortune, guastando le intenzioni dei re. Ivi trova «una certa razza di brigate, le quali si domandano venturieri, che volontieri assassinano alla strada; e sebbene ogni di assai se ne impicca, quasi pare che non se ne curino». Un altro impaccio v’incontra, le liti, perchè «subito ch’ei cominciano a vedere qualche vantaggio nella lite, trovano da venderla, e alcuni l’hanno data per dote a certi, che fanno totalmente quest’arte di comperare liti[191]. Hanno un’altra brutta cosa, che gli uomini di Normandia hanno, quasi la maggior parte, per arte loro il far testimonio falso; di modo che questi che compran la lite, subito istruiscono quattro di questi testimonj o sei, secondo il bisogno; e per via di questi, chi non è avvertito a produrne tanti in contrario, e che non sappia l’usanza, subito ha la sentenza contro». Ma quand’egli vede la causa pigliar mala piega, ricorre per suo ajuto a una gran daga, e «all’uno tronca le gambe, l’altro tocca di sorte, che tal lite si fermò»; ringraziando sempre di questa e d’ogni altra ventura Iddio.

Il suo racconto, tutto brio e bugie, non lo scrisse lui, ma lo dettava, e ben te n’accorgi all’enfasi e alle vanterie; sotto aspetto d’ingenua confidenza lo svisa, come tutte le autobiografie, coi sentimenti d’autore e con un’insaziabile jattanza, per la quale si dà vanto fin del delitto. Terribile agli altri, era o credeasi in continui pericoli; più volte assaltato, più altre avvelenato: porta i denari in dosso «per non essere appostato o assassinato come è il costume di Napoli»; il papa lo fa avvelenare con diamante in polvere, ma l’avaro orefice pesta invece un berillo; le altre volte la sua robusta costituzione trionfa. E scapola da processi di delitti orribili, talvolta col solo far fracasso, come con colei che l’accusava di peccato infame, di cui non fece altra discolpa che col gridare cominciassero dal bruciar lei, complice e paziente.

Leon Leoni tenta per invidia avvelenare il Cellini, sfregia il viso a un tedesco giojelliere di Paolo III, ond’è condannato alla galera; in Venezia fa da un sicario attentare alla vita d’un Martino suo discepolo; nella propria casa a Milano assalì col pugnale il pittore Orazio Vecellio per ammazzarlo e derubarlo; eppure egli è carezzato da Annibal Caro, chiesto e largamente rimunerato dal governatore di Milano, dal duca di Parma, da Carlo V.

Non ci s’imputi di confondere con coteste un’esistenza molto più nobile, ma che tanto ritrae del suo secolo. Nicolò Machiavelli, nato d’illustre sangue fiorentino, entra giovane agli affari; e presto nominato segretario ai Dieci della guerra, vi si mantiene quattordici anni, finchè mutata signoria è deposto: sopraggiunti i Medici, per sospetto vien messo in prigione e alla tortura; resiste al manigoldo, ma non alle blandizie del principe buon padre, al quale dal carcere dirige versi supplichevoli e scuse[192]. La repubblica ristabilita lo trascura come ligio ai Medici: quando questi ritornano, e’ mette di mezzo amici e donne per ottenere impiego; e non contentato, piagnucola e bela, senza sapersi acconciare colla fortuna e colla propria dignità.

Capace di vedere quanto v’avea di moderno nell’antichità e d’antico nel medioevo, venuto in tempo che la assolutezza dello Stato pugnava colla democrazia sovrana, a quella s’affisse, e precorse l’età dell’onnipotenza dello Stato, oggi stabilita dappertutto fuorchè in Inghilterra. Che bizzarre origini, che strani intenti non si attribuirono al suo _Principe_! Udiamo lui stesso confessarceli: — Io mi sto in villa, e poichè seguiono quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozzarli tutti, venti dì a Firenze. Ho insino a qui uccellato ai tordi di mia mano, levandomi innanzi dì; impaniavo, andavane oltre con un fascio di gabbie addosso, che pareva il Geta quando torna dal porto con i libri d’Anfitrione; pigliava al meno due, al più sette tordi. Così stetti tutto settembre; di poi questo badalucco, ancorachè dispettoso e strano, è mancato con mio dispiacere; e quale la vita mia dipoi vi dirò. Mi levo col sole, e vommi in un mio bosco che io fo tagliare, dove sto due ore a riveder le opere del giorno passato, ed a passar tempo con quei tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mani o fra loro o coi vicini. Partitomi dal bosco, io me ne vo ad una fonte, e di qui in un uccellare, con un libro sotto, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come dire Tibullo, Ovidio e simili. Leggo quelle amorose passioni, e quelli loro amori ricordanmi de’ miei, e godomi un pezzo in questo pensiero. Trasferiscomi poi in sulla strada nell’osteria, parlo con quelli che passano, domando delle nuove dei paesi loro, intendo varie cose, e noto varj gusti e diverse fantasie di uomini. Viene in questo mentre l’ora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi, che questa mia povera villa e paulolo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell’osteria: qui è l’oste per l’ordinario, un beccajo, un mugnajo, due fornaciaj. Con questi io m’ingaglioffo per tutto il dì giuocando a cricca, a tric trac, e dove nascono mille contese e mille dispetti di parole ingiuriose, ed il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Così rinvolto in questa viltà, traggo il cervello di muffa, e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne vergognasse. Venuta la sera, mi ritorno a casa, ed entro nel mio scrittojo; ed in sull’uscio mi spoglio quella vesta contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, e domandare della ragione delle loro azioni: e quelli per loro umanità mi rispondono, e non sento per quattro ore di tempo alcuna noja, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte, tutto mi trasferisco in loro.

«Perchè Dante dice_ Che non fa scienza senza ritener lo inteso_, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto un opuscolo _De principatibus_, dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subjetto, disputando che cosa è principato, di quali spezie sono, come e’ si acquistino, come e’ si mantengono, perchè e’ si perdono; e se vi piacque mai alcun mio ghiribizzo, questo non vi dovrebbe dispiacere; e ad un principe, e massime ad un principe nuovo, dovrebb’essere accetto; però io lo indirizzo alla magnificenza di Giuliano.

«Io ho ragionato con Filippo Casavecchia di questo mio opuscolo, se gli era bene darlo o non lo dare; e se gli è ben darlo, se gli era bene ch’io lo portassi, o che io ve lo mandassi. Il non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano non fussi, non che altro, letto: il darlo mi faceva necessità che mi caccia, perchè io mi logoro, e lungo tempo non posso stare così, che io non diventi per povertà contennendo. Appresso, il desiderio avrei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè se io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me: e per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio dell’arte dello Stato, non gli ho nè dormiti nè giucati; e dovrebbe ciascuno aver caro servirsi d’uno, che alle spese di altri fussi pieno di esperienza. E della fede mia non si dovrebbe dubitare, perchè, avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatre anni, che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia».

Finì l’opera al modo che conosciamo (t. IX, p. 150), e la dirigeva all’inetto Lorenzo dicendogli: — Pigli vostra magnificenza questo piccolo dono con quell’animo che io lo mando; il quale, se da quella fia diligentemente considerato e letto, vi conoscerà dentro un estremo mio desiderio che ella pervenga a quella grandezza che la fortuna e le altre sue qualità le promettono. E se vostra magnificenza dall’apice della sua altezza qualche volta volgerà gli occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto indegnamente sopporti una grande e continua malignità di fortuna».

Che glien’incontrò? I tiranni nol curarono; solo alla fine il cardinale de’ Medici lo deputò al capitolo de’ frati di Carpi, e il fratello di quello gli fece un assegno affinchè scrivesse le storie di Firenze. Nella qual opera stava ben sull’avviso di non offendere, e al Guicciardini scriveva: — Essendo per entrare in certe particolarità, avrei duopo sapere da voi s’io mettami a rischio di dispiacere sia rivelando, sia rappicciolendo gli avvenimenti; consiglierommi del resto meco medesimo, e m’ingegnerò a far sì che, pur dicendo la verità, a niuno debba ella rincrescere». Fortuna fu dunque che morte il togliesse dall’impaccio di narrare i casi contemporanei, ove impossibile l’orzeggiare.

Che se lo ammiravano i politici, la sana cittadinanza gli volle male di quella sregolata politica[193], la quale dovea non liberare l’Italia dagli stranieri, ma buttarla in loro braccio pervertita e derisa.

Intanto conosciuto per bizzarro e d’opinioni singolari[194], detta sconcie commedie, e da Firenze gli scrivono: — Ora che non ci siete voi, nè giuoco nè taverne nè qualche altra cosetta non ci s’intende». A cinquant’anni spasima d’una fanciulla, e, fra altre sudicie lettere, nel gennajo 1514 scriveva al Vettori, inviandogli un sonetto amoroso: — Io non saprei rispondere all’ultima vostra lettera con altre parole che mi paressino a proposito, che con questo sonetto, per il quale vedrete quanta industria abbia usato quel ladroncello d’Amore per incatenarmi. E sono, quelle che ha messo, sì forti catene, che io son al tutto disperato della libertà. Nè posso pensar mai come io abbia a scatenarmi: e quando pur la sorte, o altro aggiramento umano, mi aprisse qualche cammino a uscirmene per avventura, non vorrei entrarvi; tanto mi pajono ora dolci, or leggiere, or gravi quelle catene; e fanno un mescolo di sorte, che io giudico non poter vivere contento senza quella qualità di vita. Io mi dolgo che voi non siate presente per ridervi ora dei miei pianti, ora delle mia risa; e tutto quel piacere ne avreste voi, se lo prova Donato nostro, il quale insieme coll’amica, della quale altre volte vi ragionai, sono unici porti e refugi al mio legno, già rimaso per la continua tempesta senza timone e senza vele». Vive discolo sempre, corifeo de’ bontemponi; e nelle regole che dettava per una brigata compagnevole, imponeva che tutti intervenissero puntuali ai perdoni, alle feste, alle cerimonie ecclesiastiche, e insieme a tutti i balli, le colazioni, le cene, gli spettacoli, le veglie ed altri spassi, sotto comminatoria d’essere relegati gli uomini in un convento di monache, le donne in uno di frati.

Poi di mezzo a questa vita godereccia dava arguti pareri intorno alla situazione dell’Italia, o andava ad una delle tante confraternite devote, e alla sua volta vi recitava una predica sul _De profundis_, conchiudendo coll’esortare a penitenza, e ad «imitare san Francesco e san Girolamo, i quali per reprimere la carne e torle facoltà a sforzarli alle inique tentazioni, l’uno si rivoltava su per i pruni, l’altro con un sasso il petto si lacerava... Ma noi siamo ingannati dalla libidine, incôlti negli errori, e inviluppati ne’ lacci del peccato, e nelle mani del diavolo ci troviamo; perciò conviene, ad uscirne, ricorrere alla penitenza, e gridare con David, _Miserere mei_ Deus, e con san Pietro piangere amaramente». Così predicava forse prima d’uscire a cantar la serenata:

Apri all’amante le serrate porte... Pon giù quella superbia che tu hai; Segui il regno di Venere e la corte... Usa pietà, e pietà troverai.