Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)

Part 13

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Orlando, il quale non dà il titolo al poema se non per fare riscontro a quel del Bojardo, comincia con lamenti bellissimi, ma da vagheggino; abbandona Carlo quando di lui avrebbe maggior uopo; le sue pazzie il rendono un flagello di Francia; senza di lui si vince la guerra; nè rinsavisce che per distruggere le reliquie del nemico e uccidere Agramante, re che fugge senza esercito più nè regno, e già mal condotto da Brandimarte; del resto non una battaglia dirige, non un assalto, salvo consigliare Astolfo nell’impresa d’Africa, agevole impresa contro un regno sprovveduto e con esercito creato per miracolo. Avvegnachè tanto valore de’ paladini non approda se non sostenuto da continui prodigi, di soccorsi arrivati alla guida d’angeli, di sassi conversi in cavalli, di foglie in navi.

Dal nome di Carlo Magno in fuori, tutto v’è favoloso; Carlo stesso non era imperatore quand’ancora non era calato in Italia[117]; e somiglia a un tralignato rampollo di razze vecchie, sprovvisto di carattere proprio, amico del far nulla; uno scaltro lo corbella grossolanamente, impunemente l’insulta un valoroso; spada e scettro abbandona a chi li sa ghermire; dà ordini che non sono obbediti; trova in discordia i suoi paladini, e non vale a ricomporli in pace; ha bisogno estremo di loro, ed essi, invece di accorrere alla chiamata, esercitano coll’armi le private querele; nè egli ricupera la sdruscita potenza se non sacrificando la propria dignità. Tanti dotti splendeano alla corte di Carlo, e l’Ariosto non sa rammentare che un Alfeo, il quale dorme al campo, non si sa perchè (c. XVIII). Vuol imitare il Niso ed Eurialo di Virgilio, e li trasporta fra Mori, ove l’amicizia di Cloridano e Medoro non è meno spostata che la libertà onde vagano Angelica, Marfisa, altre donne orientali. Nè Parigi era allora città di conto, nè fu mai assediata da Mori; nè i Mori avevano in mano Gerusalemme, nè già fondato era il regno d’Ungheria; e non che tutti quei re mori, sono baje l’imperator greco Costantino e suo figlio Leone, che han per insegna l’aquila d’oro a due teste, e che pugnavano per ricuperare Belgrado dai Bulgari.

Vivendo in sì gran lume d’arti belle e di scienze, in queste vaneggiò affatto, di quelle mostrò ignorare e pratica e teorie. I suoi palagi sono bizzarre mostruosità; le pitture esprimono azioni successive[118]. Conducendo Astolfo nella luna, falla negli elementi di cosmogonia; crede quell’astro eguale o poco minor della terra _perchè_ non ha luce. Altri viaggiatori «lasciando Tolemaide e Berenice e tutta Africa dietro, e poi l’Egitto, e la deserta Arabia e la felice, sopra il mar Eritreo facean tragitto» (1º dei cinque canti).

Della cavalleria, al tempo suo, si vedevano ancora scene serie, come le sfide di Carlo V con Francesco I, come il torneo dove fu ucciso Enrico II di Francia; e appena un anno prima che il suo poema si stampasse, Bajardo armava cavaliero il re Francesco dicendo, — Venga come se fosse Orlando od Oliviero, Goffredo o Baldovino». Non poteva egli dunque proporsi di metterla in discredito; oltrechè, nel mentre in un canto egli la beffa, nell’altro ne ragiona seriamente; e qualora c’inebbria di sangue e dipinge il macello di migliaja d’inermi, noi restiamo indignati contro gli eroi non meno che contro il poeta, il quale ha coraggio di ridere fra carnificine di ottanta e centomila il giorno, ove molti dei cristiani e quasi tutti gli eroi musulmani finiscono a morire, ove le stragi sono così continue che il poeta stesso pare talvolta stancarsene e grida: — Ma lasciamo perdio, signore, omai di parlar d’ira e di cantar di morte» (c. XVII); noi fa però che per cantare altre ire ed altre uccisioni.

Gli dan lode d’immaginoso: ma nei precedenti, e massime nel Bojardo, già erano ordite le favole ch’egli tessè, e che talvolta sciolse, per verità, stupendamente, e abbandonando (eccetto nelle avventure di Ruggero con Alcina) l’allegoria, con cui il Bojardo avea creduto dover sorreggere l’immaginazione[119]. Comincia con versi di Dante, finisce con versi di Virgilio; dai predecessori imitò i rapidi e crudi passaggi, e la sconnessione, e il mancar d’un cominciamento e d’uno snodo.

D’altra parte, qual cosa è più facile delle invenzioni fantastiche, quando non devano essere riscontrate dalla ragione? E coll’Ariosto versiamo in un mondo perpetuamente falso, tra eroi che si tempestano di colpi senza mai ferirsi, che randagi per foreste selvagge, pure conoscono le cortesie del Cinquecento; fra donne che avvincendano l’amore e le battaglie; fra maghi ed angeli che alternamente sovvertono l’ordine della natura, sicchè nelle buffe inverosimiglianze il fantastico distrugge se medesimo. Eroi uccisi in un canto, ne’ seguenti ricompajono ad uccidere. Angelica, causa di tante risse, scompare a mezzo del poema; e inerme bella, va da Parigi alla Cina, siccome il poeta andò astratto da Modena a Reggio in pianelle. Direste che col balzar di meraviglia in meraviglia, voglia torre alla riflessione di appuntarne le sconvenienze; nè comprende che la grand’arte d’ogni poesia sta nell’ammisurare la finzione al vero in tal guisa, che il meraviglioso s’accordi col credibile.

Rinaldo e Astolfo vanno traverso agli spazj del cielo e all’Italia, eppure non s’imbattono mai in arti, in mestieri, in leggi, in quello di che vive l’umanità, in quello di che era pieno il Cinquecento. D’Italia insigne vanto sono Colombo, Americo, il Cabotto; e l’Ariosto, parlando della scoperta di nuovi mondi, non accenna che a Portoghesi e Spagnuoli, e ne trae occasione di encomiare Carlo V, «il più saggio imperatore e giusto che sia stato e sarà mai dopo Augusto» (c. XV). Una sola volta e’ ricorda d’avere una patria, per rimbrottare i Cristiani che esercitano l’ire fra sè e contro la terra nostra, invece di respingere l’irruente Musulmano. Poi, come uno di quei meschini che mendicano la lode col prodigarla, nell’ultimo canto affastella ai gloriosi contemporanei altri bassi nomi, talchè gran lamento se gli levò incontro, quali lagnandosi d’essere dimenticati, come il Machiavelli, quali credendosi mal qualificati, quali confusi alla turba o male accantati.

E poemi e ogni altro libro, in tanto son lodevoli in quanto porgono un concetto utile e grande: sparpaglia il sentimento, e n’avrai impressioni diverse, che, come i circoli dell’acqua percossa con una pietra, l’una cancella l’altra, nessuna rimane. Ora l’Ariosto, ridendo di sè, del soggetto, de’ lettori, diresti siasi proposto distruggere i sentimenti man mano che li suscitò: ti vede atterrito? eccoti una scena d’amore; commosso? ti fa il solletico; devoto? ti lancia una lascivia. E celiasse solo degli uomini; ma non la perdona alle cose sante; mette in beffa Iddio (c. XIV) facendogli dare puerili comandi; l’Angelo, servo balordo e villano, vistosi tradito e ingannato dalla Discordia, cerca questa, e «poste a lei le man nel crine, e pugna e calci le dà senza fine, indi le rompe un manico di croce per la testa, pel dorso e pelle braccia» (c. XXVII). Continua empietà è quell’aereo viaggio, dove san Giovanni ad Astolfo mostra le Parche, il Tempo ed altrettali gentilità, e dove esso evangelista è paragonato agli storici che travoltano il vero (c. XXXV); e Dio a Mosè sul Sinai insegna una erba, «che chi ne mangia, fa che ognun gli creda» (IIIº dei cinque canti). Motti degni dell’Aretino.

Triviale è la moralità de’ capocanti, allorchè non sia ribalda. Or t’insegna che il simulare _è le più volte_ ripreso (c. iv); ora che «il vincere è sempre mai laudabil cosa, vincasi per fortuna o per ingegno» (c. XV). Se esorta le donne a non dare orecchio agli amadori, i quali, conseguito il desiderio, volgon le spalle, tosto se ne ripiglia spiegando ch’esse devono dunque fuggire i volubili giovanetti, e attaccarsi alla mezza età. Stranissime idee del vizio e della virtù: unica gloria la forza militare; talchè Ruggero, Marfisa, che più? Gradasso, Sacripante, Rodomonte, le cui carnificine non sono tampoco discolpate dal dovere della difesa, pajongli «drappello di chiara fama eternamente degno» (c. XXVII). Il _buon_ Ruggero _di virtù fonte_, ama colla volubilità di un sergente; appena Bradamante sua con tanti affanni lo liberò dal castello di Atlante, egli vola ad Alcina, e dimentica «la bella donna che cotanto amava»; poi dalla maga non si spicca per ragioni, siccome da Armida Rinaldo, sibbene perchè altri incantesimi gliela discoprono vecchia e sformata. Guarito n’esce, e campa Angelica dal mostro; ma non istà da lui di toglierle il fiore, che ad una donzella è seconda vita. Quella sua cortesia di gettar nel pozzo lo scudo incantato, che vale, s’egli ritiene l’altr’arme e la spada, tutte fatate al par di quelle d’Orlando, e che tolgono ogni merito al valore? Fin la donna egli abbandona, per restar leale ad Agramante; poi quando gli è affidato il duello con Rinaldo, decisivo di quella guerra, combatte lento, più difendendosi che aspirando alla vittoria. O ricusar doveva, o non mancar dell’usato valore. Bella è l’azione sua verso Leone, ma egli s’era dritto colà per torgli le corone, e così esser degno sposo: ottima ragione di rovesciare troni! Poi, come il magnanimo Leone in un subito divenne così vilissimo da mandare altri a combattere per sè? Quando Ruggero e Bradamante tengono in mano lo scelleratissimo Marganorre, il difendono da chi volea dargli la morte, ma per qual fine? perchè «disegnato avean farlo morire d’affanno, di disagio, di martire» (c. _xxxvii_). Zerbino _di virtù esempio_, gravissimamente offeso da Oderico, pregato da questo di perdono, pare v’inchini l’animo riflettendo «che facilmente ogni scusa s’ammette quando in amor la colpa si riflette»: voi credete di applaudire finalmente a un atto di virtù; niente! egli non l’uccide per obbligarlo a girare un anno con Gabrina, certo che «questo era porgli innanzi un’altra fossa, che fia gran sorte che schivar la possa» (XXIV).

Se i duchi d’Este aveano senso morale, doveano stomacarsi di discendere da razza, ove, non gli uomini solo, ma le donne erano ferocemente micidiali. Bradamante, per consiglio di Melissa, uccide Pinabello; vendetta inutile: e poniam fosse giusta secondo la guerra, è di buona cavalleria il trucidarlo mentre fugge, nè si difende che con alti gridi e con chiedere mercede? (c. XXIII). Nè solo ella e Marfisa sono fiere nel combattere per la loro causa, ma pigliano vera dilettanza del sangue; e quando Ruggero e Rinaldo combattono per la risoluzione del gran litigio, elle tengonsi in disparte, frementi che il patto le freni dal metter la mano nelle prede adunate (c. XXXIX); e appena vedono rotte le tregue, liete si tuffano nella strage.

Io non amo si spogli la donna delle naturali sue qualità per cacciarla fra l’armi; ma se tale fantasia sorride ai poeti, non dimentichino almeno la gentilezza d’un sesso fatto per l’amore e la pietà.

Altri indaghi perchè generalmente i lirici, dai siculi cominciando, abbiano velato l’amore, mentre agli epici, come ai novellieri, piacque voluttuoso ed osceno, e persino il Tasso, anima candidissima e in poema sacro, non isfuggì lascivia di pitture ed epicureismo di consigli. Ma nessun peggio dell’Ariosto, zeppo di lubriche ambiguità e d’immagini licenziose qui come nelle commedie. Chi ci tacciasse di non collocare l’uomo in mezzo a’ suoi tempi, sarebbe smentito da tutta l’opera nostra, e noi conosciamo i vizj di quell’età mezzo pagana e mezzo superstiziosa: ma dietro agli errori e ai pregiudizj sta il genio dell’uomo e la poderosa sua volontà; poi scagionando l’autore, rimane il difetto dell’opera, nè alcuna apologia potrà togliere che sia giudicata bellissima e perversissima.

Dissero che l’Ariosto abbraccia tutti gli stati e le condizioni: ma per entro quel barbaglio di meraviglie perde di vista l’uomo, fallisce ed esagera il linguaggio della passione, e la donna virtuosa, la madre di famiglia, l’amante casta o in lotta con se stessa non t’offre mai; sibbene sozze Gabrine e Origille, o tirannesche madri di Bradamante, o voluttuose amiche, fra le quali è a relegare fino Isabella, che resiste alla violenza, ma nulla ha negato all’amore.

Dopo la prima edizione del 1516, un’altra ne fece l’autore nel 1532, dopo vissuto lungamente a Firenze[120], con moltissime mutazioni e indicibili miglioramenti, massime di stile; e corrente quel secolo, sessanta volte fu ristampato, sì caro diventò. Perocchè, se pochissimo quanto ai fatti, moltissimo inventò l’Ariosto quanto allo stile, e alle particolarità che sono la vita d’un racconto e ch’egli sceglie con finissima arte, come pittore che storie vecchie riproduce con disegno e colorito nuovo; onde quel ritrarre così vivo, così vario, che lo renderà miniera inesaurabile di quadri. Ridendo con una dabbenaggine arguta, a guisa d’un beffardo che racconta stravaganze tenute per serie da altri, ma che non vuol parerne nè complice nè zimbello; signore delle armonie quanto il Petrarca; mirabilmente versatile nell’espressione, senza la pretendenza, troppo ordinaria negl’Italiani, senza la frase tessellata, senza abuso di classiche rimembranze, discernendo per istinto le eleganze dall’affettazione, il vezzo natìo dell’idioma parlato dal ribobolo mercatino; falseggia qualvolta tocca il figurato, ma quando procede per la piana e fuor di metafora, meravigliosamente produce quel piacere che nasce dal conversare alla domestica con uno de’ più begl’ingegni, non d’Italia solo, ma del mondo. È la maggior prova che i libri vivono per lo stile; e da questo il Galilei confessava avere appreso a dar chiarezza e grazia a’ suoi dettati filosofici; un uomo di buon senso dichiarava la lettura dovrebbe concedersene soltanto a quelli che fecero alcuna bella azione a pro della patria: ma Silvio Pellico lo qualificò un uom vulgare con sommo ingegno. E degli ingegni è grande, è incalcolabile la potenza; e guaj a chi la sconosce, peggio a chi l’abusa! L’uomo, allorchè si accinge a scrivere, tremi delle conseguenze d’ogni sua parola. Ai pensamenti del Machiavelli è debitrice Italia di lutto e d’infamia oh quanta! Dagli scherzi dell’Ariosto, che stravolge le idee di virtù, che divinizza la forza, che fa delirare il raziocinio, che imbelletta il vizio e seconda gl’istinti voluttuosi, forse la patria trasse più mali ch’ella stessa nol sospetti.

E noi giudichiamo inesorabilmente i sommi, non per menomarne la gloria, ma per iscaltrire la gioventù, che speriamo c’intenda, e che chiediamo giudice altrettanto austera di noi e de’ contemporanei[121].

Rigorosissimi verso questo grande, che diremo de’ suoi imitatori, sprovvisti del genio che tanto a lui fa perdonare? Luigi Alamanni da Firenze (1495-1556), oltre la _Coltivazione_, una sequenza di poemi cavallereschi compose non per altro che per secondare il gusto d’Enrico II; il _Girone Cortese_, versificazione d’un romanzo francese; l’_Avarchide_, o l’assedio di Bourges (_Avaricum_), dove Agamennone, Achille, Ajace traveste da Arturo, da Lancilotto, da Tristano, ricalcando interamente i fatti e i detti e le descrizioni omeriche; onde la sua condanna sta nella lode datagli da suo figlio, di toscana Iliade. Aggiungete satire, stanze, elegie, salmi, tutto mediocre. Alfine si ritirò in Provenza, povero di fortuna, e perciò rifiutato da una fanciulla di cui invaghì[122].

Lodovico Dolce veneziano, scrittore instancabile di grammatiche, retoriche, orazioni, storia, filosofia, satira, lirica, traduttore, editore, commentatore, correttor della stamperia del Giolito, fece sei poemi, fra cui le _Prime Imprese d’Orlando_, che sarebbero i precedenti del Bojardo. Il seguito ne sarebbe l’_Angelica Innamorata_ di Vincenzo Brusantini ferrarese; e mettetevi insieme i _Reali di Francia_ dell’Altissimi, la _Morte di Ogero danes_e, la _Trebizonda, Dama Rovenza dal Martello, Marsiglia Bizzarra_. D’ogni dove pullulavano imitatori dell’Ariosto, fin tra’ ciabattini; e l’_Aspramonte_, il _Dragoncino_, l’_Altobello, Anteo Gigante_, l’_Antifior d’Albarosia_, l’_Oronte Gigante_, il _Falconetto delle battaglie_, i _Fioretti de’ Paladini_, lo _Sfortunato_, e le _Marfise_, e le _Bradamanti_, e i _Ruggeri_, e tutti i paladini della favola ariostesca ebber poemi che vissero quanto i romanzi de’ nostri giorni. Il Bernia fece l’_Artemidoro, dove si contengono le grandezze degli Antipodi_, e l’_Erasto_, le _Pazzie amorose di Rodomonte secondo, Parigi e Vienna_. Giambattista Pescatore di Ravenna scrive in venticinque canti la vendetta, e in quaranta la morte di Ruggero; «giovanile fatica fatta in breve tempo, piuttosto per esercizio di mente che per vaghezza di fama»: eppure più volte ristampata, benchè flacida di stile e povera d’armonia. Francesco de Lodovici veneziano volle qualche novità coll’abbandonare l’ottava, e cantò i trionfi di Carlo Magno in due parti di cento canti ciascuna, e ciascun canto di cinquanta terzine: a Dio surrogando l’Amore, il Vizio, la Natura, la Fortuna, Vulcano; alle lodi dei re quelle del doge Andrea Gritti.

In quella folla d’epopee, fatte tra il riso e lo sbadiglio, per reminiscenze ed imitazione, come si facevano sonetti amorosi perchè Petrarca fece l’innamorato, e dove alle adulazioni e alle lascivie si trovava scusa nell’esempio dell’Ariosto, non si toglieano di mira che le industrie materiali di mestiero. Il bisogno di creare, d’innovare, non si sentiva; perduta l’intelligenza del medioevo, nè ancora all’ingenua contemplazione della natura surrogata quella finezza di osservazioni, quell’analisi dell’uman cuore che costituisce la poesia dei secoli colti; i personaggi sono o ribaldi o virtuosi tutti d’un pezzo, con vizj e virtù generiche, non quella mistura che è propria della povera nostra umanità.

Poniamo tra questa pula anche l’Anguillara, che traducendo le _Metamorfosi_[123] con espressione facile al par del suo testo, potè riuscire più prolisso e più sconcio di quello; eppure ebbe in quel secolo trenta edizioni. Morì di miseria e libidine.

La memoria del miglior figlio conserva quella di Bernardo Tasso (1443-1569). Alcuno trarrebbe la famiglia di lui dai Della Torre di Valsassina, che signoreggiavano a Milano, e che al prevalere de’ Visconti ricoverati nelle montagne di Tasso fra Bergamo e Como, v’ebbero in signoria Cornello. Al 1290 un Omodeo Tasso stabilì le poste, invenzione perdutasi nel medioevo, e che da’ suoi discendenti diffusa in Germania, in Fiandra, in Ispagna, valse a quella casa un’illustrazione di genere particolare e il titolo di principi, conservato finora nei signori Della Torre e Taxis. Un Agostino Tasso era generale delle poste d’Alessandro VI, e da un suo fratello nacque Gabriele, da cui Bernardo. Questi, senz’altro patrimonio che la nobiltà e una diligente educazione datagli dallo zio vescovo di Bergamo, s’affisse di buon’ora alle Corti; e prima servì da secretario e da messo a Guido Rangone generale della Chiesa, poi alla duchessa Renata di Ferrara, indi a Ferrante di Sanseverino principe di Salerno; e colmo d’onorificenze e di pensioni, partecipò alla spedizione di Carlo V contro Tunisi e a quelle del Piemonte e di Fiandra. Ma il Sanseverino, essendo deputato a Carlo V da’ Napoletani per isviare il flagello dell’Inquisizione spagnuola, cadde in disfavore a questo, sicchè gettossi coi Francesi. Bernardo il seguì; come ribelle ebbe confiscati i beni; e mentre il Sanseverino andava a Costantinopoli a sollecitare il Turco, Bernardo a Parigi in prosa e in versi confortava Enrico II all’impresa di Napoli, ma invano. Tornato in Italia, vi perdette la moglie Porzia de’ Rossi[124], e ne’ disastri della guerra d’allora si trovò sul lastrico, finchè Guidubaldo duca d’Urbino non l’accolse, e gli diede agio a finire il suo poema: di poi visse a Mantova, e governò Ostiglia.

Vita sì tempestosa non interruppe il suo poetare. Fra le altre, fu amoroso d’una Ginevra Malatesta, e quando essa sposò il cavaliere degli Obizzi, egli espresse la sua disperazione in un sonetto che tutte le colte persone d’Italia ebbero a mente. Compose poi due poemi, il _Floridante_, di cui più non si parla, e l’_Amadigi_. Il soggetto gli era dato dalla moda, e dalle lodi attribuite all’Amadigi, settant’anni prima pubblicato dallo spagnuolo Montalvo. Volea farlo in versi sciolti, ma gli amici e i principi lo persuasero all’ottava; volea farlo aristotelicamente uno, ma avendo letti i dieci canti alla corte, gli sbadigli e il diradarsi dell’uditorio attribuì alla regolarità, onde intrecciollo di tre azioni e moltissimi episodj. Finito, lo sottopose a varie persone: col qual modo non si cerca profittare d’un buon giudice, ma avere consenso e lode, comprata con condiscendenze. I cento suoi canti cominciavano tutti con una descrizione del mattino, con una della sera si chiudeano, se gli amici non l’avessero indotto a sopprimerne alcune. Avendo dapprima diretto il poema a onor e gloria di Enrico II e della Casa di Francia, cui derivava da Amadigi, di poi, per secondare il duca d’Urbino, lo dedicò a Filippo II, cambiando moltissime parti ed episodiche ed essenziali. Non era egli dunque trascinato da genio prepotente, ma deferiva all’opinione altrui, e tanti cambiamenti elisero ogni spontaneità del primo getto. Alfine il Muzio, l’Atanagi, Bernardo Cappello, Antonio Gallo furono a Pesaro convocati dal duca per esaminare l’opera, la quale era aspettatissima: l’accademia di Venezia il pregò lasciarla stampare da essa, ma egli preferì farlo per proprio conto. Eleganza e morbido stile ne sono il carattere, ond’egli medesimo diceva: — Mio figlio non mi supererà mai in dolcezza». E veramente d’immagini e d’espressioni è ricco quanto n’è indigente Torquato; ma sempre vi scorgi studio e non natura, artifizio non ispontaneità; esatto ai precetti grammaticali e retorici, corregge ed orna lo stile, ama le descrizioni, ripiego de’ mediocri, ma non interessa mai, mai non palesa il vigore che viene dalla semplicità. Lasciamo che Sperone Speroni lo anteponga all’Ariosto, come il Varchi facea col _Girone Cortese_; sta a mille miglia da quella smagliante varietà d’intrecci e da quella limpidezza di stile; tu il leggi da capo a fondo senza che un’ottava ti resti in memoria o ti lasci desiderio di rileggerla.

Non nelle laidezze de’ poemi consimili, ma si bruttò nelle adulazioni comuni; e al cardinale Antonio Gallo scriveva il 12 luglio 1560: — Mando a S. E. due quinterni dell’_Amadigi_, dove sono i due tempj della Fama e della Pudicizia: nell’uno laudo l’imperatore Carlo V, il re suo figliuolo, molti capitani generali illustrissimi, così de’ morti come de’ vivi, e altri illustri nell’arte militare; nell’altro lodo molte signore e madonne italiane. E Dio perdoni all’Ariosto che, coll’_introdur questo abuso_ ne’ poemi, ha _obbligato_ chi scriverà dopo lui ad imitarlo. Che, ancora ch’egli imitasse Virgilio, passò, in questa parte almeno, i segni del giudizio, sforzato dall’adulazione che allora ed oggi più che mai regna nel mondo. Conciossiachè Virgilio nel VI, conoscendo che questo era per causar sazietà, fece menzione di pochi; ma egli dimora nella cosa, e di tanti vuol far menzione, che viene in fastidio. E pur _è di mestieri_ che noi che scriviamo da poi lui, andiamo per le istesse orme camminando. A me perchè d’alcuni _bisogna_ ch’io parli per l’obbligo di benefizj ricevuti, d’alcuni per la speranza ch’io ho di riceverne, d’alcuni per la riverenza, d’alcuni per merito di virtù, d’alcuni _mal mio grado_... tanto mi sarà lecito dire, che in questa parte fastidirò meno che l’Ariosto».

Ma da quel Carlo V ch’egli sollucherava, eragli stato tolto il pane pe’ suoi figliuoli; e invece d’acconciarsi a un onorato mestiero, colle cortigianerie ne invocava le misericordie, e al cardinale Gallo scrivea, il 18 maggio di detto anno: — Se la magnanimità del cattolico re, al quale ho dedicato questo poema, non si move a pietà delle mie disgrazie, e in ricompensa di tante mie fatiche non fa restituire a’ miei figliuoli l’eredità materna, e non ristora in alcuna parte i miei gran danni, io mi trovo a mal partito».