Storia degli Italiani, vol. 10 (di 15)
Part 12
Girolamo Muzio (1496-1576) nato a Padova, ma che s’intitolava justinopolitano perchè oriundo e cittadino di Capodistria, buon’ora attaccatosi a persone illustri lodandole e ad esse dirigendo lettere e componimenti, a Venezia lega pratica coi giovani studiosi: nel concorso apertosi per la cattedra di retorica, dove gli aspiranti doveano ciascuno leggere per tre o quattro giorni sopra alcun classico, egli menò la briga fra gli studenti perchè fosse preferito Giambattista Egnazio, che perciò lo alloggia e nutre: agli spettacoli che da natale a tutto carnovale ogni domenica davansi ora sull’uno ora sull’altro campo delle chiese, con balli e improvvisatori, vagheggia un’alta donna, che presto gli è tolta da morte: poi coi nobiluomini visita varie parti d’Italia, soffrendo dall’insolenza militare, ed ora ai militari si unisce al soldo del conte Claudio Rangone: ito in Francia con questo, vi conosce la Corte: serve a Galeotto Pico, usurpatore della Mirandola, poi al duca di Ferrara, ove canta la celebre Tullia d’Aragona, per la quale, dopo ammogliato, dettò il trattato intorno al matrimonio. Col Varchi, col Cittadini, col Cavalcanti, col Tolomei si rissò per cose di lingua (pag. 141); con Fausto da Longiano, coll’Attendolo, coll’Averoldo, con Giambattista Suzio, con altri per punti e giudizj cavallereschi; giacchè, vedendo non poter fare abolire il duello (dic’egli), volle almeno porvi regola, e le opere sue in tal proposito, stampate con privilegio di Pio V, passavano per classiche: poetò anche[112], e divisava un’epopea su Goffredo Buglione, che forse avrebbe distolto il Tasso dalla sua. Talento universale, diplomatico e guerriero, letterato e teologo, prosatore e poeta, instancabile disputatore, diede egli stesso il catalogo degl’innumerevoli scritti che poterono «uscir dalla penna ad uomo che, dal ventesimoprimo anno della sua età fin al settantesimoquarto ha continuamente servito, ha travagliato a tutte le corti di cristianità, e vissuto fra gli armati eserciti, e la maggior parte del suo tempo ha consumato a cavallo, e gli è convenuto guadagnarsi il pane delle sue fatiche». La sua _Arte poetica_ ha merito di non servili giudizj, appuntando l’Alighieri per durezza, per mollezza il Petrarca, il Boccaccio perchè prosastico ne’ versi e poetico nella prosa: all’_Orlando_ preferisce le commedie dell’Ariosto; e di certe verità gli daremmo lode se non venissero dal farnetico d’accattar brighe, che l’accompagnò quanto visse.
Alfonso de Ulloa, figlio d’un capitano di Carlo V, e soldato egli stesso sotto Ferrante Gonzaga, tradusse in italiano un’infinità di opere spagnuole, tra cui principalmente la vita di Colombo scritta da Ferdinando suo figlio, preziosa perchè l’originale andò perduto: scrisse pure la vita di Carlo V, di don Ferrante, e altre storie di pochissimo valore.
Fra cotesti scarabocchiatori, che a forza di lodarsi a vicenda si creavano una reputazione, novereremo anche Francesco Sansovino figlio dell’architetto, che tradusse, raccolse, compose, raffazzonò orazioni, lettere, poesie, una storia dei Turchi, l’arte del secretario, le famiglie illustri, il ritratto delle città, osservazioni sulla lingua e sul _Decamerone_, Venezia descritta, del governo dei regni e delle repubbliche, e ortografia, retorica, arte oratoria; molte altre opere promise, ne stampò d’altrui col proprio nome, e di sue con nome finto; ebbe amicizie ed inimicizie, doni, titoli accademici, lode di contemporanei e anche di posteri; e maggiori lodi si diede da se stesso, o le finse dategli in lettere[113].
Siamo entrati con costoro nelle fogne della letteratura militante, corrispondente alla giornalistica d’oggi, fin d’allora chiassosa, intrigante, vaniloqua, superba, carezzatrice de’ mediocri e di chi paga, implacabile a chi mostra ingegno o dignità. E ce ne verrà a mano di tali, che il classare fra i letterati sarebbe vergogna, come il mettervi la plebe degli odierni giornalisti.
CAPITOLO CXLII.
Poeti del secolo d’oro. Il teatro.
Nella _Divina Commedia_, solida e sistematica struttura di compatta unità, avente per fine assoluto l’amor divino, per teatro l’inferno, il purgatorio, il paradiso, per attori le passioni e le azioni dell’uomo, assorte già nell’esistenza che più non si muta, per istromento quanto allora si sapeva, l’individualità è rappresentata nella interezza, siccome già compita dalla retribuzione che il poeta vi assegna in nome di Dio, condannatore o purgatore o glorificatore delle anime. La collera dell’onest’uomo contro i vizj, l’espressione sobria, lo stile rattenuto, la meravigliosa intelligenza della natura, quelle melanconie che, dal cuore traducendosi nell’opera del poeta, vi aggiungono il diletto d’una conversazione intima, quell’accordo delle ragioni del calcolo colle ragioni del bello, formano pregi immortali a quel dramma ove atteggia l’universo, a quella gran sinfonia dove si rispondono tutti i toni, a quella vera epopea del medioevo, dove s’intrecciano storia e favola, teologia e libero pensare, Olimpo e paradiso. È insomma il pensiero fatto arte; ma già questa separavasi da quello; e gli uni vagheggiavano il pensiero senza mondo, siccome i devoti e gli eretici; i più il mondo senza pensiero negli interessi, nella politica, nella guerra. All’amor della regola e della correzione soccombeva quel simbolismo che richiede freschezza di idee, diffusa nelle moltitudini e da queste passata nello spirito de’ vati e degli artisti, eredi di quella poesia popolare che tutti fanno e non è fattura di nessuno: l’allegoria e la fede cedevano il campo alla mitologia, che introdotta non più come accessorio, ma come essenza, conduceva la gentilesca individualità colla chiarezza serena.
Era dunque naturale la preferenza data al Petrarca, il quale versa in un sentimento universale. Ma se il poetare sopra tutti gl’incidenti della vita è facile quanto lo scriver lettere, difficile è l’uscire dalla vulgarità, vedere il lato profondo o bello o lepido di ciò che tutti vedono, animare le situazioni, identificarsi con quelle, e trarne l’originalità sia nel modo di concepirle, sia nel modo d’esprimerle. Il Petrarca avea saputo, nelle mille contingenze dell’amor suo, conservare la libertà del suo sentimento e le nobili aspirazioni, e difendere i tesori del suo genio ne’ piaceri della creazione artistica. I suoi imitatori no, appunto perchè imitatori; e su lui nelle poesie, come sul Boccaccio nella prosa si modellò il Bembo; e dietro a questo imitatore divenne universale il poetare imitando, sicchè abbiamo raccolte rime di principi, rime di artigiani, di calzolaj, di tessitori, di fruttivendoli; raccolte secondo le provincie, secondo le città, secondo le accademie o le famiglie. Giambattista Giraldi Cintio cantò le _Fiamme amorose_, e Lodovico Paterno vi soggiunse le _Nuove fiamme_, egli che già avea pubblicato il _Nuovo Petrarca_. Il Muzio in dieci canzoni celebrò distintamente il viso, i capelli, la fronte, gli occhi, le guance, la bocca, il collo, il seno, la mano, la persona della sua amata. Luca Contile, dietro alle canzoni sorelle del Petrarca, fece le _Sei sorelle_ di Marte, per le quali il Patrizj, non che agguagliarlo al suo modello, lo anteponeva a qualsifosse erotico latino e greco. Frà Girolamo Malipiero veneziano fece il _Petrarca spirituale_.
In questi scritti a musaico, imitanti sino al plagio, si smarrisce la personalità degli autori, che avendo impressioni, non s’accorgono d’aver anima; guardano al modello non mai alla natura: cantano un amore senza progresso o regresso, e tutto generalità di visi e costumi angelici, ovvero di empie tigri in volto umano, e la crudeltà delle coetanee della Imperia e della Borgia, e il morire per metafora. C’è alcuno cui sa di insulso questo sbadigliare pastorellerie? sottiglia di spirito celebrando i miracoli dell’amore che di due forma uno, o fa gelare il fuoco, e divampare il ghiaccio. Pompeo della Barba di Pescia ha «l’esposizione d’un sonetto platonico fatto sopra il primo effetto d’amore, ch’è il separarsi l’anima dal corpo dell’amante». Angelo di Costanzo chiama la donna sua _dolce mia morte e dolce male_; ed evita d’accostarsele, per paura che la forza degli occhi di lei nol guarisca; e che, se quella il risana al comparirle davanti, essa non creda che la salute sua sia altro che un riflesso della divina sua beltà. Altrove si querela che amore per torgli la vita s’annidò negli occhi della sua dama; il cuore ferito chiama l’anima al soccorso; l’anima non ascolta, perchè dalla bellezza di lei rimase stordita; e quando la donna parli, l’anima che voleva rientrar nel cuore, ne trova chiusa la porta; torna dunque alla dama, ma questa non l’accoglie, talchè non vive più nel poeta nè in lei; prega la penna di spargere intorno il suo dolore, a cui le pareti domestiche sieno e culla e tomba. Si beffano le _cronicacce_ del medioevo: ma forse sono esse scipite quanto i petrarchisti?
Marin Brocardo, poeta non infimo, avendo osato sparlare del Bembo, i dotti principalmente di Padova levarono contro di lui un rumor tale, che ne morì di crepacuore. Pure non mancò chi disapprovasse e deridesse quell’inesausta fecondità, come il Muzio e il Lasca; Nicolò Franco imputava al Petrarca le miserie de’ suoi pedissequi; Ortensio Landi diceva, il meglio de’ costoro libri essere i fogli bianchi; il Doni scorbacchiava coteste girandole dei poeti, e capei d’oro, e sen d’avorio, e spalle d’alabastro. In quella caratteristica frivolezza, tra quell’entusiasmo a freddo d’innamorati di testa, si possono ammirare le difficoltà superate e l’armonica espressione, il gusto corretto e l’equa misura; se non quando diffondendosi nel descrittivo, abilità dei semipoeti, cadono nel manierato. Ma il tema sovente abbassa l’ingegno; di rado l’ingegno nobilita il tema; e in secolo così fecondo per le belle arti, il sentimento poetico scarsamente si manifestò, e in poche anime si raccoglieva. Quali di tanti sonettisti passò nel cuore della nazione? e se de’ medesimi si facesse un fuoco, poco patirebbe la letteratura, e ne guadagnerebbe la gloria italiana.
Per scernere i migliori, Francesco Maria Molza modenese, cercatissimo dall’amicizia dei dotti, buono in molti generi, grande in nessuno, riponeva il colmo dell’arte nel ben imitare, e cantò licenziosamente gli amorazzi suoi, che dopo molte tribolazioni il consumarono. Monsignor Della Casa diede allo stile poetico la vigoria che nel Bembo gli mancava, e al verso la sprezzatura che gli cresce varietà e maestà; nol potendo di dolcezza, il lodano di nobili pensieri e immagini vivaci. Francesco Beccuti detto il Coppetta schivò le asprezze, ancora non infrequenti benchè l’impasto del verso fosse assai migliorato. Angelo di Costanzo sviluppava un pensiero con continua progressione, filando i sonetti a maniera di sillogismi; e se ne compiaceva egli stesso, e dagli altri n’era lodato, e imitato da Bernardino Rota, il quale celebrò la donna sua, prima di sposarla e dopo morta, non senza verità d’affetto; dal Tansillo, che il disonesto _Vendemmiatore_ riparò colle _Lacrime di san Pietro_, gelato sempre; e in generale dai Napoletani. Suoni cui risponde la nazionale simpatia, fece intendere monsignor Giovanni Guidiccioni di Lucca, robustamente deplorando l’Italia che «Giace vil serva, e di cotante offese Che sostien dal Tedesco e dall’Ibero Non spera il fin».
A brevi componimenti, fatti e letti per passatempo, potrebbe compatirsi la frivolezza, ma trovandola in opere che richiedono intera la vita e l’attività, quali i poemi epici, corre al labbro la condanna di Marziale, _Turpe est difficiles habere nugas, Et stultus labor ineptiarum_.
Per la vera epopea, quella che in un personaggio o un’impresa ritrae un popolo, un’epoca, una civiltà, i tempi erano troppo innanzi, e nè tampoco cascava in mente questo elevato concetto, che pure era stato attuato dall’Alighieri. Neppure l’epopea cristiana addicevasi alle capresterie di quel secolo; Vida e Sannazaro vedemmo fallirvi, non intendendone l’essenza, e a vicenda non intesi dal popolo. Nè si prese amore all’intemerata bellezza di Virgilio, benchè come lui si cercasse squisitezza di forma e perfetta regolarità. I nobili sentimenti di patria, i severi di religione, i profondi della vita intima, sfuggivano ad una poesia, che era tema retorico non ispirazione; scelto fortuitamente o imposto; da autori che non se n’erano _fatti per molt’anni macri_, nè _lasciavano dir la gente_, ma voleano applausi e denari, non importando se vital nutrimento rimarrebbe dopo digerito.
Dei due elementi dell’epopea, tradizione e immaginativa, i nostri neglessero la prima per buttarsi sull’altra, ma nemmeno qui con originalità. Dovunque il genio nazionale spieghi i vanni, apresi alla facoltà del bello che è una delle primordiali dello spirito umano, e si manifesta in concezioni poetiche conformantisi al grado della civiltà. Tale era stata nel medioevo la poesia cavalleresca, che nelle sue assurdità valse pure a dirozzare i baroni, di cui allettava la solitudine e riempiva gli ozj.
Dalla mistura del carattere bellicoso colla devozione e colla storia religiosa, quando la nobiltà sentivasi superiore ai vulghi, e credeva all’onnipotenza della forza e volontà propria sovra le turbe, che le andavano dietro nelle battaglie, e pensava che Dio e i Santi assistessero anche materialmente gli eletti, era derivato nel medioevo un eroismo, differente da quello dell’epopea greca e latina, eroismo d’onore, d’amore, di fedeltà, non incarnato in qualche tipo reale, ma finzioni forse provenute da Levante, certo modificate all’indole nostra. Quegli eroi sono prodi come gli antichi; ma il coraggio non mettono a servigio d’un interesse reale, bensì della fantasia e d’un sentimento profondo di personalità, svolgendosi in fatti rischiosi. L’onore, ignoto agli antichi, si fonda sull’opinione che l’uomo ha di sè, e sul valore che si attribuisce: e poichè esso è infinito, d’ogni cosa si risente, ogni cosa riferisce a sè.
L’amore, istinto ridotto a sentimento, che fantastica un mondo destinato solo a servirgli d’ornamento, concentra tutta la vita intellettuale e morale, di modo che non è o leggerezza o colpa, ma un identificarsi colla persona amata; in conseguenza starebbe in opposizione coll’onore, se non si riducesse ancora alla personalità che vuol trovare tutto se stesso nell’oggetto amato. La fedeltà d’un vassallo verso il signore non somiglia al patriotismo nè all’obbedienza del suddito; ma in una società dove il diritto e la legge esercitano debole impero, fondasi sulla libera scelta, sulla personale promessa, lasciando interi l’indipendenza e l’onore dell’individuo, il quale può resistere al suo signore, disdirne la fedeltà, non essendo un dovere che possa pretendersi davanti a un tribunale. Sin l’amore della patria o del principe, l’attuazione della giustizia si considerano sol come impegni personali; arbitrarj sono i fini, nè s’indaga se un’azione sia moralmente buona, ma se conforme all’onore; e poichè questo dipende dall’opinione, è estremamente puntiglioso; altera a voglia la gravezza dell’offesa e della riparazione; anche nell’offensore non considera un reo, ma un uom d’onore, giacchè riparazione non si potrebbe ricevere se non da un proprio simile. Insomma è la coscienza d’una libertà illimitata, che ritrae unicamente da se stessa.
L’interesse dunque delle invenzioni cavalleresche versa tutto sull’uomo indipendente, perfino nei casi ove molti seguono un impulso mistico, come nelle crociate; sono azioni individuali, aventi per iscopo la sola persona. Ma a quella grande indipendenza manca la realtà sostanziale ch’è propria de’ personaggi di Omero, e non è possibile ridurla all’unità artistica di questo e de’ suoi imitatori.
In Italia, dove i baroni non soverchiarono i mercanti, la poesia d’amore e di fede prevalse alla cavalleresca, di cui poche tradizioni rimasero[114]; ma queste rivissero quando appunto lo spirito della cavalleria degradavasi nelle piccole Corti. L’ingegno arguto dei nostri prese in beffa quelle imprese iperboliche; pure nel bisogno di espandere l’amore del bello, e non volendo faticare in cerca di soggetti meditati, da quei romanzi si dedussero poemi. La fantastica rappresentazione dell’assoluta indipendenza individuale attagliavasi al rinnovato paganesimo; a quelle azioni tutte personali non facea mestieri di connessione, cominciate ove si vuole, finite ove si può, atteggiando personaggi di cui erano tradizionali i caratteri e i precedenti, come avvien nelle maschere: vi s’innestò l’adulazione, altra peste di quel secolo, traendo genealogie principesche o da Troja o dai paladini di Carlo Magno. Dai _Reali di Franza_, scritti o tradotti in italiano fin dal Trecento, rampollò una delle prime epopee, il _Buovo d’Antona_, canti XXIV in ottava rima; dalla supposta cronaca di Turpino, la _Spagna historiata_ di Sostegno di Zanobi fiorentino, la _Regina Ancroja_ e centinaja d’altri nojosamente prolissi. Ma nessuno penetrò nella vita cavalleresca, nel culto della donna, nell’entusiasmo della prodezza; fermandosi alla sopravvesta, desumendone i nomi e poco più, e le bravure stravaganti, e un incondito soprannaturale, colle persone stesse e le stesse valenterie: e fossero pur bizzarre e stravaganti, erano permesse non solo, ma lodate a scapito del buon senso; riuscendo ridicoli senz’esser buffi, giacchè affettano buona fede, e mescolando il devoto all’osceno.
Alla Corte de’ Medici, mentre si rintegrava la cultura classica, non erasi ancora dimenticata quella del medioevo; e come piacea leggere Virgilio e Terenzio, così godeasi de’ Misteri, de’ Carnevali e delle finzioni cavalleresche. E forse i concetti cavallereschi si discutevano nelle sale di Lorenzo de’ Medici, quando Lucrezia Tornabuona sua madre domandava: — Non potrebbesi da quelle leggende cavar della brava e originale poesia?» Luigi Pulci, fiorentino (1432-87), di famiglia tutti poeti, si fa legge di quel desiderio, e fra pochi giorni porta il primo canto d’un poema, il _Morgante_. Forse alla lettura assistevano il Poliziano, il Bruno, il Rucellaj, certamente il Magnifico Lorenzo; e risero di quella mistura di sacro e profano, di frasi classiche con riboboli fiorentini, dell’evangelio di san Giovanni con panzane di Turpino; trovarono bella quella veste, fantastici que’ passaggi, e il poeta incoraggito seguitò, senza un disegno nè un fine nè una orditura, come l’usignuolo che canta pel bisogno di cantare: non conoscendo altro canone che la fantasia, non altra regola che di dar nel genio degli uditori, e allo spirito, alla celia sacrifica l’arte e il sentimento, fin il gusto e la creanza e il pudore, benchè canonico e di cinquant’anni; moltiplicando valenterie di eroi nient’altro che forti, cuor di draghi e membra di giganti, non curasi più che tanto di ragguagliare le parti col tutto, d’acquistarvi interesse, e nè tampoco credenza; mette in riso e le imprese e il modo onde le canta; balza dal patetico allo scurrile; pazzescamente accumula trivialità e scienza; diavoli scipiti ravvolge in dispute interminate sopra ciò che di più astruso presentano la teologia e la filosofia; invoca i celesti in capo di canti ne’ quali mena a strapazzo le cose più sacre. Come doveva esser l’uso de’ cantastorie, poeti che per le piazze e nelle sale declamavano quelle imprese, volgesi all’auditorio, e nel finire lo congeda. Forse è il primo che la epica sembianza di Carlo Magno travestì da infingardo credenzone. Se gli chiedi come fosse tanto balordo da lasciarsi abbindolare da Gano, le cui tranellerie costituiscono la parte prevalente del poema, egli risponde ch’era fatalità[115]. Quando ne sballa di troppo sonore, le rigetta sul conto di Turpino. Tratto tratto ti vien di domandare s’e’ beffa o dice serio; poi al fine non sai quel ch’abbiasi voluto con quell’incoerenza d’invenzioni, con quel delirio d’immaginativa. Eppure il fa delizioso a leggere quell’ingenuità di lingua ch’e’ tenea dalla cuna, nè dallo studio fu guasta.
Ne difettò invece Matteo Bojardo conte di Scandiano (1434-94), che in latino e in greco lasciò liriche, di pensieri e di modi peregrini. L’_Orlando Innamorato_ dedusse dal solito Turpino, ma volle raccogliere il ciclo romanzesco in un gran tutto attorno ad Orlando, pretendendo alla simmetria delle antiche epopee sottoporre queste storielle, per lor natura balzane e interminabili. Riuscì dunque troppo vario pel genere classico, troppo grave pel romanzesco; però caratterizza i suoi personaggi, espone con forza; d’immaginativa supera l’Ariosto: ma è disarmonico, inelegante, frondoso, mentre sol dall’incanto dello stile le opere d’immaginazione possono sperare immortalità. Alcuno pretese vedervi allusioni argute di morale e politica, e censure alla Chiesa corrotta: ma egli non voleva se non quel che gli altri del suo tempo, divertirsi e divertire. Alle avventure applicò i luoghi del suo feudo e i nomi strepitosi de’ suoi villani, di modo che i Rodomonti, i Mandricardi, i Sacripanti furono scritti indelebilmente coi grand’uomini che veramente patirono e fecero patire. — Strani capricci della gloria!
De’ cento canti che dovean essere, soli ottantasei finì, lasciando così in tronco le favole; onde molti s’accinsero a raffazzonarlo e proseguirlo. Fra essi Lodovico Ariosto di Reggio (1471-1533), il quale, per la lode de’ primi canti conosciuto e conoscendosi poeta, prosegue, e ne forma un poema, cui la posterità conservò il titolo di divino. Il prosastico trascinarsi in piccoli impieghi, in minute ambascerie, in servidorie di corti, svigorì questo grande ingegno, che le contraddizioni e la sventura avrebbero sublimato; disavvezzo d’ogni attività interiore, lasciando fare, e vivacchiando alla spensierata, instabile non solo in amore ma in ogni sentimento, quell’incomparabile suo istinto poetico non diresse a scopo veruno, o ad un solo, l’adulazione[116]. Se questo accattapane dei fiacchi disabbellì le scritture ne’ cortigiani de’ Tolomei e ne’ Latini della decadenza, nei grandi non s’era ancor veduta mai così meretricia. Virgilio canta gli eroi per cui Roma crebbe e stette, e deriva da loro la gente Giulia, ma gli encomj dati a quelli sono encomj a Roma; nè inventa avi al nuovo Augusto; prostrandosi all’ara di questo che gli restituì il camperello, pur gli dipinge lo squallore de’ poderi da lui donati al veterano, e il guerriero che usurpa i colti novali e soppianta i possessori dai paterni vigneti. Orazio celebra Augusto, ma perchè riordina in pace la patria; e non dimentica o l’intrepido Regolo, o l’invitto animo di Catone. Lo stesso Lucano sotto Nerone esalta le repubblicane virtù. Ma l’Ariosto non altro loda che casa d’Este, «il seme fecondo che onorar dee l’Italia e tutto il mondo; il fior, la gioja d’ogni lignaggio ch’abbia il ciel mai visto». Or chi fossero costoro, chi il _giusto_ Alfonso o Ippolito _benigno_, chi Lucrezia Borgia, da lui messa più in su della romana, la storia cel disse.
Tre fatti principali camminano di fronte nel suo _Orlando Furioso_: Carlo Magno assediato in Parigi; la pazzia d’Orlando; gli amori di Bradamante e Ruggero. Ma il primo direbbesi piuttosto l’imprimitura su cui dipingere; il secondo è un episodio, che comincia a poema inoltrato e finisce prima di questo; rimane prevalente l’amor di quei due, inventato per glorificare gli Estensi, di cui quella coppia dovea fingersi capostipite. Sicchè soggetto è l’adulazione; adulazione bassa a principi immeritevoli, e per la quale inventa quegli Enrichi, quegli Azzi, quegli Ughi, che mai non esistettero se non nelle elucubrazioni di qualche genealogista.
Italia boccheggiava sotto il calcagno straniero, il tradimento era diritto, il manto di Pietro stracciato, i Turchi minacciosi, i costumi pervertiti. Qual dignità per un poeta che fosse comparso a rialzar la coscienza nazionale; ed elevandosi nelle serene regioni dell’eterna bellezza, avesse espresso il lato serio della vita, gl’impeti sublimi del cuore, la grandezza morale dell’uomo e della nazione, celebrato le benefiche virtù, il ben usato valore!