Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 9
Roma nel suo materiale portava l’impronta de’ secoli e delle successive civiltà; e tempj, basiliche, terme convertiti in chiese, palazzi cesarei sormontati da rôcche e bastite, attestavano il passaggio dell’impero, della cattolicità, del Comune, del feudalismo. Ciascun rione apparteneva, si può dire, ad una famiglia; ai Colonna l’Esquilino, agli Orsini piazza Navona, ai Vico il Transtevere, altri colli ai Savelli, ai Frangipani; separati con mura e porte: nel centro intorno all’isola si accumulava la plebe, bisognosa e turbolenta: sul Vaticano si difendeva il papa, col castel Sant’Angelo impedendo ai cittadini di varcare il Tevere: ogni palazzo rappresentava un feudo in compendio, trasferito dalla campagna alla città, e sottoposto alle convenienze gerarchiche, per cui la torre del vassallo non doveva elevarsi quanto quella del caposignore. E tutti si guatavano con gelosia da nemici, opponevano le immunità all’esercizio del pubblico potere, aprivano cento asili ai mille delinquenti.
Non industria, non agricoltura; unica vita n’era il papato, che vi traeva l’oro di tutto il mondo, e un popolo di cherici, di notaj, di prelati, di banchieri, di postulanti, di pellegrini; popolazione fluttuante, che si sottraeva pur essa ad ogni legge. Migliaja di cariche erano create per servizio della corte e della dataria; e poichè esse fruttavano lautamente, erano vendute anche in aspettativa, e si negoziavano all’alto e basso, come oggi le rendite pubbliche. Prelati, cardinali, vescovi, mezzo preti e mezzo principi, vedovando le chiese venivano a Roma a spendere, a godere, a sfoggiare, a intrigare fra l’eleganza e la licenza. Ogni famiglia illustre d’Italia voleva avere un figliuolo nel sacro collegio per appoggio, per lustro, per guadagno: ogni cardinale teneva una corte di guardie, di camerieri, di staffieri, di buffoni, di cantanti, di poeti, a non dire il peggio. E poichè questa ricchezza non durava che a vita, nessuno brigavasi di farne masserizia, nè di migliorare i possessi, ma solo di accelerare e raffinare i godimenti. Ai quali, alleanza non rara, accoppiavasi un fiero istinto di sangue e di tradimenti, quasi la voluttà meglio si assaporasse quando poteva essere alla vigilia d’una morte violenta: alla commedia licenziosa servivano d’intermezzo gli assassinj: i veleni degl’imperatori romani, che si stillavano da nuove Canidie, erano quasi un pudore di chi non fosse sfacciato ad opere di mano: ma non mancavano i pugnali del Vecchio della montagna; e dall’ammalarsi d’Innocenzo VIII all’elezione del successore, ducentoventi cittadini furono assassinati (Infessura).
Gli Orsini, dominanti a occidente del Tevere, si dicevano guelfi; i Colonna, verso levante e mezzodì sul terreno degli antichi Sabini, alzavano bandiera ghibellina: nomi che non indicavano più se non un’eredità di odj, e una fedeltà soldatesca al modo che allora s’intendeva. Generalmente parteggiavano coi primi i Vitelli, cogli altri i Savelli e i Conti; esercitando in vendette private il valore quando nol potessero vendere ai forestieri. I papi, ridotti deboli e infermi, aizzavano gli uni contro gli altri, giacchè, qualunque parte perdesse, n’aveano accrescimento di potere. Sisto IV nimicissimo ai Colonna, Innocenzo VIII agli Orsini, aveano reciso i nervi di queste due famiglie: pure ancora Paolo, Virginio e Nicolò Orsini conte di Pitigliano da una parte, dall’altra Fabrizio e Prospero Colonna e Antonio Savelli, erano capitani rinomati, e cerchi a gara dai potenti.
A frangere costoro s’accinse con più risoluta fierezza Alessandro VI, il quale fra gli odj, lo scompiglio, il popolare scontento, sperò emulare Sisto IV e Luigi XI, e le piccole sovranità raccogliere in una sola, come portava l’assetto che succedeva a quello del medioevo. A tal uopo fece fondamento sul favore del popolo, giacchè, come suo figlio, diceva: — Chi vuol domare i grandi, non deve far poco pei piccoli»; onde allora furono istituiti ispettori per ascoltare gl’ingiustamente detenuti, quattro giudici che ripristinassero la giustizia in Roma, dove, lui sedente, mai non si patì di fame, mai non fu fraudato il soldo dell’operajo.
Fossero state queste sole le sue vie! ma egli pensò che perfidie e crudeltà fossero lecite a’ suoi fini; vendette ai potenti l’alleanza sua a prezzo di denaro e di parentele; sparse zizzania fra i signorotti onde opprimerli disuniti, e col pretesto che gli Orsini avessero favorito Carlo VIII, fece metter prigione Paolo e Virginio. Ma il condottiero Bartolomeo d’Alviano, loro allievo, raccozzò soldati e vagabondi, montandoli sui cavalli che indomiti errano per le campagne romane, e armatili come potè, difese dai papalini e dai Colonna Bracciano, l’Anguillara, Trevigiano, sinchè Vitellozzo Vitelli accorse con altre bande di vassalli, avvezzo a vincere sotto di suo padre e de’ suoi fratelli.
Il papa oppose loro il prode Guidobaldo d’Urbino, e Francesco duca di Gandia; ma vistili a Soriano in giusta battaglia sconfitti, e preso il primo, ferito l’altro, piegò a pace. E poichè ad esso duca di Gandia suo figlio non potè dare collocamento sulle costoro terre, eresse per lui Benevento in ducato, Terracina e Pontecorvo in contadi; e i cardinali in concistoro approvarono, eccetto uno, ond’esserne compensati di benefizj e condiscendenze. Ma pochi giorni dopo, un pescatore vedeva gettare un cadavere nel Tevere; chiesto perchè non l’avesse subito annunziato, — Tanti (rispose) ne vedo continuamente!» Era il duca di Gandia, ucciso, dissero, dal fratello Cesare cardinale, per gelosia dei favori del comun padre, o di quelli della comune sorella Lucrezia.
A quell’avviso di Dio pianse il papa, si pentì, ma poco poi tornò al vomito, e di più alto sperare trovò cagione nel rimastogli figlio Cesare. Questo eroe del delitto se abbisognasse di denaro mandava assassinare alcuno, e non era chi osasse chieder giustizia per non soccombere egli pure all’assassinio; a un cognato attentò col veleno, e non riuscendogli entrò in casa, e palesemente lo fece strangolare; sotto al manto medesimo del papa trucidò il Peroto, favorito di questo. Tali eccessi non poteano avverarsi se non dove le due autorità stavano congiunte, e facevano sentire quanto opportuno riparo stato fosse il celibato, se tanto osava un figlio di prete.
Luigi XII di Francia desiderava essere sciolto dal suo primo matrimonio, e che fosse dato il cappello cardinalizio a Giorgio d’Amboise suo ministro; e papa Alessandro spedì questi due favori per mezzo di Cesare. Vi andò «con tanta pompa di ricchezze e ornamenti, che pareva di magnificenza e ricchezza egli avesse quasi avanzato il fasto e la grandezza della corte reale» (Nardi): i cronisti francesi non rifinano di ammirare il lusso de’ suoi e del numerosissimo seguito, e la persona di lui tutta lucente di pietre preziose, sopra un cavallo ferrato d’oro e a bei lavori d’oro e perle. Cesare ottenne in compenso il ducato del Valentinese (1499), una compagnia di cento uomini, ventimila lire annue, e promessa d’un bel feudo nel Milanese, appena fosse conquistato.
Allora costui, depose la deturpata porpora per infamare il nome di duca Valentino: e appoggiatosi tutto a Francia, ringrandì delle prosperità di re Luigi, che dichiarava fatta a sè qualunque ingiuria contro di lui. Il quale, ripetendo «O Cesare, o nulla», confidava formarsi un dominio indipendente fra i principotti che si sbranavano la Romagna. La mala riuscita non lo scoraggiava, usando dire, «Ciò che non si fa a mezzodì, si fa la sera»; sapeva che il buon esito gli farebbe perdonare ogni iniquità di mezzi; e correva in proverbio, il papa non eseguire mai quel che diceva, suo figlio non dire mai quel che eseguiva.
Coll’assistenza dei Francesi e col braccio del duca Valentino, papa Alessandro adoprossi allora coraggiosamente a spodestare i signorotti. Agli Orsini offrì di tenerglisi alleati contro gli altri, e di spartirne con esso le spoglie; e col loro ajuto snidò da Imola e Forlì i nipoti di Sisto IV, benchè di nuovo vi si difendesse l’intrepida Caterina Sforza, che poi fatta prigioniera e liberata da Luigi XII, divenne, in seconde nozze, madre di Giovanni Medici, il famoso capitano dalle Bande nere. Così gli Sforza di Pesaro, i Malatesta di Rimini, i Manfredi di Faenza furono abbattuti; e il Valentino, che avea primeggiato di ferocia e libidine, dichiarato gonfaloniere di santa Chiesa, menò magnifico trionfo in Roma, quando il giubileo traeva gran folla alle soglie apostoliche e gran denari nella borsa del papa. Ringagliardito dai quali, il Valentino si voltò contro gli Orsini, e li spossessò: indi postosi anch’egli condottiero, con più larghi stipendj attirò i soldati che aveano servito sia agli Orsini o ai Colonna, e con essi e con quelli di Francia ebbe Romagna tutta in mano, tranne Bologna. Alessandro, nominati dodici nuovi cardinali, da queste sue creature lo fece dichiarare duca di Romagna; e il figliuolo volle meritare quel titolo (1501) collo sbrattare il paese da masnadieri e rivoltosi.
L’ambizione sua gli addita allora la Toscana, il Bolognese, le Marche e il ducato d’Urbino, e vi si avventa colla prontezza propria e coi soccorsi francesi. Ma Giovanni Bentivoglio si riparò col mettersi in protezione del re di Francia; onde il Valentino gli si mostra devoto, e gli palesa le trame che con lui aveano preparate i malcontenti; e quel tiranno obbliga i figli delle case principali a trucidare gli attinenti dei congiurati: dove trentotto della famiglia Marescotti e ducento loro aderenti si dissero uccisi. In Siena Pandolfo Petrucci condottiero governava austero ma moderato, padrone ma senza uscire dai modi e dal vestire di cittadino; e anch’egli spaventato comprò la protezione di Luigi XII.
Firenze stava fiaccata dall’infelice guerra contro Pisa, che mai non avea potuto soggiogare, dall’incerta amicizia del re di Francia, dalla rivalità di tutti i vicini cospiranti a rovinarla, e dagli intrighi de’ Medici, che sempre occhieggiavano il ripristinamento. Imputata dei disastri francesi e d’aver lasciato languir di fame il proprio esercito, ricusò soldarne un altro per la nuova primavera, e per mancanza di denaro fece tregua coi vicini. Subito il Valentino comprò le bande da essa congedate, dando voce di dover ajutare nell’impresa di Napoli re Luigi, e coll’esercito di lui congiungersi a Piombino. Chiese pertanto a Firenze il passo; e senza aspettar risposta entrato sul territorio, e stimolato da Vitellozzo Vitelli, che lo accompagnava smaniato di vendicare il supplizio di Paolo, domandò gli si consegnassero sei cittadini, colpevoli della morte di quello, e si restituissero in istato i Medici, sola amministrazione degna di confidenza. I Fiorentini si raccomandarono a Francia, che come loro alleata intimò al Valentino non li toccasse; ed egli se n’andò, solo imponendo gli pagassero per tre anni come lor soldato trentaseimila ducati. Assalito allora il principato di Piombino tenuto da Jacopo d’Appiano, lo devastò e prese anche il castello, avendo così un piede in Toscana; di che il papa tanto esultò, che in persona venne a godere di quel trionfo.
Luigi XII intanto, non assennato dalla sorte del predecessore, mirava a Napoli, dove i Francesi aveano un’onta da cancellare; e invece di rimettersi alle larghe proferte di re Federico II, preferì trattare con Fernando il Cattolico.
La Spagna, dacchè gli Arabi l’aveano occupata nel 711, con settecento anni di lotta era venuta redimendosi dal servaggio straniero, divisa in tanti regni indipendenti, quanti erano creati dal valore e dalla costanza patriotica e religiosa. Poc’a poco vennero quei regni concentrandosi, e alfine si ridussero a quattro, i quali, pel matrimonio d’Isabella di Castiglia e Leon con Fernando d’Aragona (1469), si restrinsero in un solo. L’unione diè modo di compire la vittoria sui Mori a Granata; onde si potè costituire la Spagna in unità politica (1492), prima di qualunque altro regno d’Europa, e più compitamente che la Francia stessa. Perocchè il sentimento cattolico vi si era identificato col nazionale, in modo che il clero non fece opposizione al monarca; tre Ordini religiosi ricchissimi, e i cui capi godeano potenza principesca, divennero nerbo del re, che se ne dichiarò granmaestro; la guerra santa contro gli Arabi, se non fece istituire un esercito stanziale, portò il re a poter armare tutta la nazione quando volesse, senza dipendere dai feudatarj come gli altri regnanti. Così si addestrarono negli istruttivi cimenti della guerra paesana; e come videro la tattica dei Lanzi tedeschi, ne compaginarono un sistema militare, che Gonsalvo di Cordova, intitolato il Grancapitano, ridusse poi a perfezione nella guerra d’Italia, annestandovi i progressi dell’artiglieria e del genio militare.
Oltre che forte, Fernando era un capo politico, degno di servir di esemplare al Machiavelli. Padrone della Sicilia insulare, sempre agognava anche la terraferma, quasi di diritto spettasse all’Aragona, colle forze e coi denari della quale l’aveva re Alfonso acquistata. Luigi XII non s’accorse che gli diverrebbe ben presto emulo, viepiù pericoloso per la parentela coll’imperatore; e a Granata concertò con lui uno spartimento del Reame (1500 11 9bre), non diverso da quel che poi si fece della Polonia; in modo che toccherebbero a Spagna la Puglia e la Calabria, il resto a Francia. I papi usarono ogni condiscendenza al re, che aveva il titolo di Cattolico, che aveva spenta la dominazione musulmana in Ispagna, che era il miglior baluardo della cristianità contro i Turchi. E appunto Fernando fece intendere ad Alessandro VI, che il possedere la Puglia eragli necessario come base di operazione per assalire i Turchi, contro i quali aveva di fatto spedito, colla veneziana, una flotta di sessanta vascelli capitanata dal Cordova, cui comandò poi di svernare in Sicilia per tenersi pronta ai danni di Napoli. Federico II, cugino e intimo alleato di Fernando, lo ricevette senza sospetti e gli affidò la fortezza di Gaeta, mentr’egli si posterebbe nelle Gole di San Germano per abbarrare il passo ai Francesi.
Ma ecco gli ambasciatori pubblicano a Roma (1501) la concertata spartizione, che indignò chiunque serbava senso morale; e il Reame si trovò esposto alle lascivie del Borgia e alle crudeltà di gente educata a trucidare Americani. Federico, serrato tra la forza e il tradimento, si diè perduto, e chiuse le truppe nelle fortezze. Capua, difesa da Fabrizio Colonna, presa per frode dai Francesi e dal Valentino, andò al più abbominando strapazzo; molte donne e monache non si sottrassero all’obbrobrio che precipitandosi dalle finestre o nel fiume; altre assai furono vendute; finito poi lo strazio e saputo che molte s’erano rifuggite in una torre, il Valentino se ne scelse quaranta delle più belle. Tali orrori scoraggiarono di modo che Federico appena ebbe tempo di fuggire ad Ischia, avendo seco la moglie e quattro figli, la nipote Isabella vedova di Galeazzo Sforza duca di Milano, la sorella Beatrice moglie di Mattia Corvino re d’Ungheria, poi di Ladislao II re di Boemia; e invece d’aspettare gli eventi, esecrando l’infamia dell’Aragonese, patteggiò con Francia, rinunziandole ogni ragion sua, stipulando amnistia pe’ suoi leali. Ito in Francia[83], ottenne la contea d’Angiò con trentamila ducati, ma col divieto di più uscire da un regno dov’era venuto col salvacondotto. Anche il Cordova, che intanto acquistava le terre predestinate al suo padrone, a don Ferrante primogenito del re che difendeva valorosamente Tàranto, giurò sull’ostia rispettarne la libertà; poi, appena avuta la piazza, il mandò in Ispagna, ove fu tenuto prigioniero per tutta la vita. Terminava così nelle prigioni la stirpe aragonese, dominata sessantacinque anni; e il regno restò diviso in due parti, una francese sotto il vicerè d’Armagnac, l’altra sotto il Grancapitano.
Nel caldo di quelle vittorie Alessandro VI assalì le terre de’ Colonnesi e de’ Savelli, chiaritisi per re Federico, e le ridusse a obbedienza; intanto lasciava nel palazzo di Vaticano la figlia Lucrezia, perchè di là governasse il paese. Costei erasi prima sposata a un nobile napoletano; ma Alessandro, ottenuta la tiara, ne la sciolse per darla a Giovanni Sforza signore di Pesaro. Ben presto parvero più decorose le nozze di Alfonso di Aragona principe di Salerno, figlio naturale di Alfonso II: ma come questa casa fu stronizzata, Alfonso cadde assassinato sulla scala del Vaticano, e alla giovinetta, che ai diciassette anni era già sposata a tre, fu cercato un marito più glorioso in Alfonso d’Este (1502), figlio del duca di Ferrara, che tremando del Valentino, accettò le indecorose nozze. A Lucrezia il padre assegnò Sermoneta, tolta ai Gaetani, e il governo perpetuo del ducato di Spoleto; onde al marito portava cendiecimila ducati in oro, inestimabili valute in gioje e suppellettili, le terre di Cento e della Pieve, e l’assicurazione dei possessi aviti. Le nozze furono solennizzate nel palazzo pontifizio, ed il papa «le fece un pajo di pianelle che valevano ducati più di tremila, sì che potete pensare quanto valevano le altre sue gioje e pompe». Così racconta un cronista[84], e vi soggiunge orribili infandità di quelle nozze; forse non vere, ma divulgate. La accompagnarono in viaggio ambasciadori, vescovi, gentiluomini, tanto da contarsi quattrocentoventisei cavalli, ducentrentaquattro muli, settecentocinquantatre persone. Vennero a incontrarla la corte d’Urbino, e i principali Ferraresi, con balestrieri e trombetti e bucintori, tutti in nuovo e con lusso tale, che si contarono ottanta catene d’oro, delle quali la meno valeva cinquecento ducati, e n’era molte fin di mille ducento. L’abito del duca e il fornimento del suo cavallo si valutavano seimila ducati: i dottori portavano il baldacchino, sotto cui la duchessa procedeva fra suon di bande e d’artiglierie: oro e diamanti traboccavano sulla bella persona di lei e di quanti l’avvicinavano, e il suo corredo era portato da cinquantasei muli coperti di panno giallo e morello e da dodici di raso[85].
Queste nozze e l’aver egli sposato Carlotta figlia di Giovanni d’Albret re di Navarra, cresceano opportunità al Valentino di maturare i suoi ampj divisamenti con calma di spirito e atrocità di risoluzioni. Ricevuto sulla parola Astorre Manfredi, giovinetto di rara bellezza, per cui amore i Faentini si erano difesi ostinatamente, il manda a Roma, e dopo resolo vittima di altre brutalità lo fa strangolare con un fratello e buttar nel Tevere. Ambiva il ducato d’Urbino; ma come torlo se Guidubaldo conservavasi devoto alla santa Sede? Cesare indice guerra a Camerino, e da Guidubaldo chiede genti e artiglieria; avute le quali, ne occupa le quattro città e i trecento castelli, a fatica salvandosi Guidubaldo stesso[86]. Assale poi Camerino, ed entratovi per tradimento, fa strozzare il duca Giulio da Varano e i figliuoli.
Marino, tagliapietre dalmate del IV secolo, erasi fermato sopra il monte Titano presso Urbino a vita solitaria e devota; e pochi compagni suoi vi fondarono una repubblichetta di gente industriosa, pacifica, morale, che da tredici secoli sussiste. Nel 1100 comprò dal conte di Montefeltro il castello di Pennarossa, nel 1170 quel di Casole; e si sostenne fra i papi, i vescovi di Montefeltro, i Malatesta di Rimini, i Carpegna. Da Pio II, per assistenza data contro i Malatesta, ebbe nel 1460 i quattro castelli di Serravalle, Faciano, Mongiardino, Fiorentino; ma non tardò a restringersi nella primitiva umiltà. Ora si vide invasa dai Borgia; ma se ne riscosse e mantenne fin ad oggi la sua libertà. I Fiorentini le scrivevano il 2 giugno 1469: — Sappiamo la vostra fede, e generosità e grandezza degli animi vostri... Dovete essere di buon animo e ben costante e fermo, e perdere la vita insieme colla libertà; che all’uomo, uso esser libero, è meglio esser morto che schiavo». E Giulio II poco dopo: — Vi esortiamo a stare di forte e grande animo, considerando che non v’ha cosa più dolce e utile della libertà»[87].
Il Valentino palliava le sue conquiste col bisogno di reprimere le fazioni e le parziali tirannidi; e dal popolo facevasi applaudire col distruggere quell’infinità di masnadieri, alimentata dai tumulti. Esso li fa perseguire, e con orribili e pronti supplizj castigare da Romiro d’Orco; poi come questo colla spietata giustizia si è reso esecrabile, il Valentino espone lui pure squartato sul patibolo. E il popolo lo vanta gran giustiziero.
Venezia, occupata seriamente a schermire la cristiana civiltà dai Turchi, non poteva opporsi nè all’ambizione dei Borgia, nè all’invasione di Spagnuoli e Francesi. A Firenze la continua mutabilità del governo rendeva impossibile e il navigare secondo lunghe provvigioni, e il mantenere un segreto. La cingeano avidi e deboli amici; i capitani di ventura l’avevano in uggia pel supplizio di Paolo Vitelli; Vitellozzo giunse a ribellarle Arezzo, e non avendo potuto indurre Valentino ad occuparla col titolo di generale della Chiesa, le continuò guerra, devastò i seminati, occupò tutto il val di Chiana, che poi rassegnò a Francia. Agli ambasciadori fiorentini il Petrucci di Siena disse: — Bisogna ch’io vi mandi i Medici, perchè senz’essi non guarirete», e molti proponeano di richiamarli: pure si trovò il ripiego (1502 16 agosto) di eleggere un gonfaloniere non più per due mesi ma a vita, a modo del doge di Venezia, passibile però fin della vita se fosse condannato dagli Otto di balìa. La scelta col voto universale cadde su Pier Soderini (22 7bre), onest’uomo ma debole a quelle urgenze; almeno a detta dei grandi, che perdeano la speranza di divenire gonfalonieri.
Accintosi egli a campare Firenze dal Valentino, gli spedì Nicolò Machiavelli, il quale accorto politico potè da vicino codiare quell’astuto, per ritrarlo poi come modello di un perfetto tiranno. E il Valentino e il Machiavelli erano predominati dal pensiero medesimo, la necessità di ridurre almeno la media Italia sotto un unico dominio; a ciò non bastare le opere di leone, ma richiedersi pur quelle di volpe. Ciò il Machiavelli insegnava ne’ libri; il Valentino voleva effettuarlo, franco ad osare, gajo a denari, e con un’attività che raddoppiava le sue forze. «Spacciò (ci racconta esso Machiavelli) don Michele Corelia suo condottiere con denari per rassettare circa mille fanti; dà denaro a qualche ottocento fanti di val di Lamona; manda in su a quella volta; al presente si trova qualche duemila cinquecento fanti pagati, e qualche cento lance di suoi gentiluomini; tre compagnie di cinquanta lancie l’una, sotto tre capi spagnuoli: ha mandato Rafaello de’ Pazzi a Milano per fare cinquecento Guasconi; ha mandato un uomo pratico agli Svizzeri per levarne mille cinquecento; fece, cinque dì fa, la mostra di seimila fanti, cappati dalle sue terre, i quali in due dì può avere insieme. E quanto alle genti d’arme e a’ cavalli leggieri, ha bandito che tutti quelli che sono degli Stati suoi lo vengano a trovare, e a tutti dà recapito. Ha tanta artiglieria e bene in ordine, quanto tutto il resto quasi d’Italia. Spesseggiano le poste e i mandati a Roma, in Francia e a Ferrara, e da tutti spera avere ciò che desidera».