Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 8

Chapter 83,598 wordsPublic domain

Abbandonato di soccorsi e di consiglio all’avvicinarsi dell’ora di Dio, mandò via i figliuoli e il tesoro col fratello cardinale Ascanio; e approvvigionato il castello di Milano e istituita una reggenza, vegliò la notte sull’urna di Beatrice d’Este, che dianzi l’avea lasciato vedovo, donna forse virtuosa, certo robusta, che aveva sostenuto il coraggio ed ispirato riverenza al marito, il quale il nome e il ritratto di lei pose sempre col suo negli atti, sulle fabbriche, ne’ quadri. Indi, non sentendo che imprecazioni rispondere alle lacrime e alle raccomandazioni sue, per Como e la Valtellina fuggì in Germania. Allora i capitani voltano casacca, il popolo sollevato manda a chiamare i Francesi e il Trivulzio, e in venti giorni il ducato cangia padrone senza stilla di sangue. Re Luigi XII arriva a cosa fatta; e avuto a tradimento anche il castello, entra pomposamente in Milano (2 8bre), ricantato portatore della pace e della libertà, e l’altre baje al solito.

Ma, al solito, i vinti dovettero pagar le spese; trecentomila ducati di contribuzione per essersi ribellati a Francia coll’accogliere il Moro; ai gentiluomini favorevoli a questo levate le case e le possessioni per dispensarle a sudditi o benevoli di Francia; la città pagherebbe l’anno cenventimila ducati. Il re però affettava popolarità coll’invitarsi a pranzo o a cena da questo o da quel signore, e levarne figliuoli al battesimo; restituì ai nobili il diritto di caccia, che gli Sforza avevano a sè riservato; sciolse i prelati dal dover somministrare ciascuno un bue alla mensa ducale; crebbe il soldo ai professori nella riaperta Università di Pavia, accolse letterati e artisti, armò cavalieri.

Più notevole è la riforma che introdusse pel governo, e che sopravvisse alle posteriori vicende; poichè il consiglio segreto e quel di giustizia, che stavano a fianco al principe, radunò nel senato, composto di sette togati, cinque militari e tre prelati, irremovibili, presieduti da un gran cancelliere, che custodiva i sigilli del re; tribunale supremo sul modello del parlamento francese, e che poteva sospendere (_interinare_) i decreti regj quando repugnassero ai diritti e al bene del paese.

Conoscendo il miglior modo di mascherare la servitù, Luigi pose tutti impiegati nazionali; avvocato fiscale Girolamo Morone, uno de’ più fini politici; presidente del senato Goffredo Caroli saluzzese, leggista insigne[78]; luogotenente il Trivulzio, al quale anche regalò la terra di Vigevano, in compenso delle artiglierie trovate in Milano che a lui sarebbonsi devolute, e che valutavansi cencinquantamila scudi; e fattolo anche maresciallo di Francia, gli diede arbitrio di mettere in piedi quattrocento lancie italiane, comandate da chi gli piacesse. Ma mentre la prima arte di un nuovo dominio è di conciliarsi tutti i partiti, il Trivulzio lasciò corso alle ire di esule, spietatamente gravò i nobili ghibellini, e non ricordossi di coloro per cui mezzo avea trionfato: provocava l’invidia con un lusso insultante, e alla venuta di Luigi fece coprire gran parte della _rugabella_, dove tenea palazzo, e del corso di porta Romana, e ornatala come una sala, vi banchettò mille commensali, tra cui cenventi signori e cinque cardinali, e prolungatosi il pasto nella notte, venne illuminata a giorno, finchè si terminò con maschere e balli.

I nobili, sdegnati d’ubbidire a un compatriota, interpretavano a dispetto ogni atto del traditore della patria, del tre-volti; e dal borbottare passando alla insurrezione, coprirono porta Ticinese di barricate, difesero Marco Cagnola di cui egli voleva abbattere la casa, tanto che fu costretto ad umili proposte. Il popolo che, suo stile, erasi immaginato i Francesi dovessero fare scorrere latte e miele, vedendo cangiata la frasca e non il vino, piagnucolava, e diceva traditori tutti quei che aveano abbandonato il Moro. Le libidini poi e le prepotenze de’ soldati francesi porgeano troppi appigli ai capi de’ Ghibellini, che esageravano e invelenivano.

Il Moro agli estremi avea reso in libertà Galeazzo figlio del suo predecessore, scaltrendo però Isabella madre di lui di non fidarlo ai Francesi: ma essa, per la comune illusione di guardar per amici i nemici de’ nemici nostri, pose il fanciullo in mano di re Luigi, che, più crudele dell’usurpatore, l’obbligò a monacarsi. Inoltre fin d’allora cotesti stranieri insultavano la nazione in ciò che ha di più nobile, le belle arti; e Carlo VIII moltissimi libri asportò dal regno di Napoli; Luigi XII mandò in Francia la biblioteca viscontea di Pavia, così facendo getto del maggior bene della Francia, la simpatia che essa ispira.

Il Moro, che d’oltr’Alpe, come Buonaparte dall’isola d’Elba, spiava qual aura venisse di Lombardia, e, come tutti i fuorusciti, fantasticava speranze in ogni stormire di fronde, si lusingò di poter tornare in istato. Massimiliano l’aveva accolto coll’interesse della compassione e della parentela, e promessogli soccorsi, ma voleva denaro anticipato; onde il Moro, accortosi che a questo solo egli aspirava, preferì spenderlo cogli Svizzeri, arsenale comune. Raggranellatone un grosso, ripassò le Alpi e il lago di Como (1500), mentre il Trivulzio, maledetto a tutta gorgia e insultato, si ritirava trucidando. Al vedere un maresciallo fuggire dalla propria città, invanì il popolo milanese, e buttossi a saccheggiare la casa di lui e de’ caporioni guelfi; sicchè Lodovico, in quella Lombardia donde il settembre usciva bestemmiato, rientrò applaudito in febbrajo.

Diremo leggero il popolo? Ma questo desidera star meglio; crede a chi glielo promette; quand’è deluso, odia ancora, non il nome mutato, ma gli ordini non migliorati. Di chi la colpa?

Tosto Lodovico ebbe attorno i principotti, che rinvestiva delle signorie state confiscate dai Francesi, o che profittavano di quella debolezza per ricuperare od usurpare possessi. Ma non dormiva re Luigi; con altrettanta prontezza mandava soccorsi, e in nome della nuova amistanza obbligò gli Svizzeri a richiamare i loro compatrioti che stavano al soldo del duca. Fu come spezzar la spada in pugno a un combattente; e Lodovico dovette ricovrarsi in Novara. Ma gli Svizzeri, che la presidiavano, negarono combattere con lui, e si accinsero ad obbedire al loro Governo ritornando in patria; nè egli a gran lagrime potè impetrare se non che lo salvassero conducendolo tra le loro file travestito: ma un di loro l’additò ai nemici, onde fu preso (9 aprile) con tre fratelli Sanseverino. Il cardinale Ascanio, che teneva il castello di Milano, ricovrò a Rivolta presso Corrado Lando suo antico amico, e questi lo consegnò con altri della casa e con gentiluomini milanesi[79].

Il Moro, menato a Lione di pieno giorno fra l’insultante curiosità del popolo, chiese indarno di vedere l’ingeneroso vincitore, che lo tenne prigioniero a Loches gli altri dieci anni di sua vita. Colà potè masticare i tristi frutti della sua versatile politica: eppure tanto presunse della sagacia propria, che voleva ancora dare pareri e regolare il mondo; e nel testamento, con una povera politica, che unica forza riconosceva l’indebolire altrui, suggerisce continue paure, paura de’ condottieri, paura de’ ministri, paura de’ proprj istitutori, non mettersi vicino persone di troppo alto grado.

I Milanesi, confessando essere stati sleali al re e al maresciallo, ottennero perdono, e trovaronsi in dominio de’ Francesi. Il Trivulzio, tornato luogotenente, «per un pane violentemente tolto, fece suspendere doi Guasconi ad una quercia fora di porta Ticinese; per una gallina furata fece appiccare un Gallo; appresso fece strangolare un Francese sovra il ponte Vetro per aver ad un Milanese un manto rapinato; parimenti fece suspendere sopra esso ponte monsignore de Valge, cavaliere francese, perchè temerariamente volse in publico baciare una fanciulla» (PRATO); insomma impiccò a dozzine i suoi soldati. Eppure son tanti i costoro soprusi, riferiti da’ semplici cronisti, che si vorrebbe poterli credere delle consuete esagerazioni della paura e dei partiti.

I signori ghibellini mal comportavano il Trivulzio, e ispirati dal Morone suo gran nemico, concitarono il popolo, che diviso per parrocchie, firmò registri onde fosse tolto dal governo; e mentre avrebbero strillato se il re avesse posto un luogotenente non nazionale, or l’invocavano forestiero acciocchè non fosse parziale a Guelfi nè a Ghibellini. E ottennero Carlo d’Amboise; ma la nuova servitù non dava ai Milanesi nemmanco il ristoro della pace. Gli Svizzeri, non ricevendo le paghe dai Francesi, nel ritirarsi dopo tradito il Moro, occuparono Bellinzona, in piena pace acquistando questa chiave d’Italia: e poco appresso anche Lugano, che furono per sempre divelti dal Milanese. Genova era già tocca alla Francia; Venezia ebbe Cremona e la Geradadda; la peste menò stragi nel 1502 e nel seguente. Poi l’imperatore Massimiliano, pretendendo spettasse a lui solo assegnare il ducato di Milano, e mostrando compassione pei figli del Moro, faceva segno di voler discendere a _liberare_ la Lombardia, resuscitarvi i diritti del Barbarossa, e presa la corona imperiale, portare guerra al granturco; la quale impresa era allora il preambolo e l’epilogo di tutti i trattati, il tema di tutte le arringhe, il balocco che i politici gettavano ai sentimentali.

CAPITOLO CXXX.

Romagna. I Borgia. Politica machiavellica.

Perno dell’indipendenza italiana era stato fin allora il pontificato. Mentre per tutto il medioevo si era mostrato cattolico, intento cioè a tutta la cristianità senza distinzione di paesi, nell’esiglio avignonese si rendette stromento di una politica speciale; coll’insaziabile fiscalità si disonorò; poi pel cozzo degl’interessi francesi e italiani si trovò sbranato nel grande scisma. Rimessosi da questo, cercò ringrazianirsi mediante i generosissimi sforzi che sostenne onde aggregarsi i Moscoviti, riconciliare l’Oriente, respingere l’islam; ma l’Europa cominciava a farsi sorda alla voce di esso. Pertanto si ridusse a potenza italiana, con leghe e guerre cercandosi un primato nella penisola; e dacchè più non valeva a signoreggiare i popoli de’ quali aveva fomentato l’adolescenza, confidava dello Stato ecclesiastico fare il punto d’appoggio pel quale movere il mondo. Scendendo allora nelle idee pagane che prevaleano, credette necessario il despotismo: ma questo, se anche non sconvenisse al successore di Pietro, era incompatibile con un capo elettivo; laonde fu costretto appoggiarsi sovra potenze straniere, nel mentre doveva impedire che stranieri predominassero in Italia, e mantenere la bilancia fra gli Stati di questa. Nella quale molta ingerenza gli davano la capitananza de’ Guelfi in Lombardia e Toscana e l’alta signoria sul regno di Napoli: ma l’oscillamento politico fece che contro dei papi si voltassero e i potentati rivali e l’opinione popolare, finchè la potenza loro esterna soccombette alle monarchie assolute e al protestantismo.

In tutto il medioevo i papi, come principi temporali, eransi trovati ristretti fra i baroni e il popolo. Quelli coi piccoli dominj ne assediavano la metropoli: questo sempre ostentò pretensioni di sovranità sì a fronte dei Cesari, ai quali conferiva il titolo di imperatori romani, sì a fronte del pontefice, che dovea rappresentare la dominazione della città eterna sopra le corone e sopra le intelligenze e le volontà. Ridotti a podestà politica, ai papi divenne necessità lo svincolarsi dalla violenza feudale e dalla popolare turbolenza. Erano riusciti a sottomettere la città di Roma privando d’ogni rappresentanza il senato; ma alcune città di Romagna aveano mantenuto o ricuperato il governo municipale, come Ancona, Assisi, Spoleto, Terni, Narni; le più stavano ad arbitrio di signorotti che, quantunque vinti, aveano conservato la dominazione col titolo di vicarj pontifizj, riconoscendo la supremazia del pontefice, promettendogli un censo annuo che di rado pagavano, e somministrandogli guerrieri e capitani, mercè dei quali egli avea peso nelle vicende.

Chi scrivesse particolarmente della Romagna, avrebbe una tela abbastanza ampia, tutta imbrattata di rivoluzioni, di sangue, di tradimenti. Giulio da Varano dominava a Camerino, Guidobaldo da Montefeltro fra la Toscana e le Marche, Vitellozzo Vitelli in Civita di Castello: Giovan della Rovere signor di Sinigaglia aspettava in eredità il ducato d’Urbino: Pesaro era signoreggiata da Giovanni Sforza, ramo cadetto dei Milanesi, e marito divorziato di Lucrezia Borgia: a Rimini, decaduta dall’antica floridezza, Malatesta col titolo di servigio accattava la tutela dei Veneziani, come anche Astorre Manfredi signor di Faenza e di val di Lamone, ed altri principotti sulle coste adriatiche; Ercole duca di Ferrara non si teneva dipendente dal papa, sebbene se ne intitolasse vicario. Ai Baglioni furono dati e tolti a vicenda dai papi Spello, Bettona, Montalera, altri castelli; in Perugia non godeano signoria, bensì la potenza dei più forti; e se i legati pontifizj cercavano sempre cincischiarla, Gian Paolo la sostenne vigorosamente.

Bologna era stata sottratta ai papi da Nicolò Piccinino, che meditando farla capitale d’uno Stato proprio, vi restituì intanto le antiche forme, e vi pose comandante suo figlio Francesco. La famiglia Bentivoglio, per lui ripatriata, primeggiò ben presto nell’affetto de’ Bolognesi; onde Francesco, coi tradimenti allora consueti, arrestò Annibale Bentivoglio con altri capi (1443), e lo chiuse in Verona. Galeazzo Marescotti lo liberò, e sollevata Bologna, lo fece porre a capo del governo, nel quale Veneziani e Fiorentini lo sostennero contro di Eugenio IV e di Filippo Maria Visconti. Annibale procurò col perdono e col benefizio cattivarsi gli avversarj, e massime i Canedoli: ma questi invece tramarono col Visconti, e invitato Annibale a levare un loro fanciullo al battesimo, ivi lo trucidarono con tutti i Bentivoglio. I Bolognesi, che l’amavano per le sue virtù e perchè restitutore della repubblica, assalsero, saccheggiarono, uccisero i Canedoli prima che giungessero i soccorsi promessi da Filippo Maria; poi andarono a cercare a Firenze Santi Cascese, sterpone di quella famiglia, che in qualità di tutore del fanciullo d’Annibale governò per sedici anni, onorato e ben voluto. Venne poi al dominio Giovanni Bentivoglio, che imparentato a case principesche, abbagliava collo splendore della corte e la gentilezza delle arti al modo di Lorenzo Medici, del quale se non aveva nè la coltura nè l’affabilità, in ricambio era ricco di virtù militari. Non riposarono però i suoi emuli, e singolarmente i Malvezzi congiurarono per ucciderlo; ma scoperti, alcuni fuggirono, diciotto furono appiccati, gli altri banditi.

Eugenio IV avea conferito il titolo di duca d’Urbino a Odo Antonio di Montefeltro, che due anni appresso cadde vittima di congiurati (1444). Federico suo fratello naturale, scolaro di Vittorino da Feltre e buon guerriero, gli fu acclamato successore; e ottenuto dal re di Napoli l’ordine dell’Ermellino, quel della Giarrettiera dal re d’Inghilterra, dal papa il titolo di duca, colle immense ricchezze acquistate in guerra e coi doni avuti fortificò il paese; «nell’aspro sito d’Urbino edificò un palazzo, il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e d’ogni opportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo ma una città esser pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d’argento, apparamenti di camere, ricchissimi drappi d’oro, di seta ed altre cose simili, ma per ornamento v’aggiunse un’infinità di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singolarissime, instrumenti musici d’ogni sorta; nè quivi cosa alcuna volse, se non rarissima ed eccellente. Appresso, con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti ornò d’oro e d’argento, estimando che questa fosse la suprema eccellenza del suo magno palazzo»[80].

In quel palazzo, architettato alla romana da Baccio Pontello fiorentino, radunava quanti uomini avessero allora più lode in Italia, e principalmente giovani guerrieri: da quattrocento persone vi stavano a servigio, regolate secondo prescrizioni del duca; la biblioteca arricchivasi di opere rare, fra cui una famosa Bibbia, insigne per lettera, commenti e fregi; colà i due dotti greci Angelo e Demetrio insegnavano la loro lingua; Pirro Peratti, Cristoforo Landino, Giannantonio Campano, il Pontano, Francesco Martini dedicavangli le opere loro, ed esso li rimunerava con denaro, con protezione, con onori.

D’altre fabbriche ornava Gubbio, Cagli, Sassofeltrio, Tavoleto, Serra, La Pergola, Mercatello, Sassocorbaro, Casteldurante; cominciò la fabbrica del vecchio duomo d’Urbino, dispose a caccia i parchi di Casteldurante e Fossombrone. Sul Mercatale, dove i cittadini convenivano a giocare o a conversare, Federico veniva spesso, mescolavasi al popolo, ragionava, interrogava: «a tutti faceva motto: ad uno domandava come stava; ad un altro come stava il padre vecchio; a costui diceva, _Dov’è tuo fratello?_ a colui _Come passano i traffichi?_ e a quell’altro, _Hai ancora preso moglie?_ A cui toccava la mano, a cui la metteva sulla spalla, ad ognuno rispondeva con la berretta in mano» (VESPASIANO DE’ BISTICCI): o nel prato presso San Francesco assisteva ai giuochi dei giovinetti, che numerosi in sua Corte venivano dai varj paesi d’Italia. Mandava attorno affidati che pigliassero cognizione dei bisogni de’ sudditi, soccorressero ai poveri vergognosi.

Bernardino Baldi, che lo presenta come modello di virtù civili e guerresche, narra di lui «un atto di giustizia piacevole»; che assediando Barchi nel Riminese, proclamò lascerebbe andar liberi o i terrazzani o i soldati rinchiusi, secondo che quelli o questi fossero primi a rendergli la fortezza; gli altri tratterebbe a discrezione. Allora una gara di cedere; e i soldati furono primi, onde se n’andarono con ogni aver loro. Ai borghesi pure il duca consentì d’uscire con quanto poteano recarsi addosso: poi, chiuse novamente le porte, aizzò i suoi saccomanni a far prova d’entrarvi. Questa vile bordaglia vi si accinse con corde e scale finchè sormontò la mura e buttossi a rubare, con gran divertimento del duca e de’ suoi soldati. Chi pensi all’accoramento dei poveri saccheggiati, avrà un’altra prova che le sevizie allora si consideravano di regola fra le truppe.

Guidubaldo, succedutogli ancor fanciullo (1482), ne calcò le pedate.

Sigismondo Malatesta, lascivo, truffatore, crudele, anche eretico, colla prodezza acquistò un ampio dominio, e lo riperdette, più non conservando se non Rimini, che dopo fu governato da Isotta, concubina, poi moglie sua vantatissima. Roberto e Sallustio suoi bastardi aspiravano a signoria, e intanto si posero al soldo del pontefice, finchè Roberto pigliò Rimini, si alleò a Fernando di Napoli, e coll’ajuto di Firenze e Milano ricuperò sin quaranta castelli; diè brave battaglie, combattè in tutte le fazioni d’allora per riacquistare terre al papa. Gli succedeva Pandolfo figlio naturale (1482), che sfregiò la casa.

Imola e Forlì da papa Sisto IV erano state date a Gerolamo Riario, che le prosperò ed abbellì, ma coi tristi portamenti le trasse a rivoltarsi (1488), ucciderlo e trascinarlo per la città. Caterina sua moglie, figlia naturale di Galeazzo Sforza, si difese virilmente nella rôcca; e poichè i ribelli minacciavano ucciderne i figli se non la cedesse, ella rispose facessero pure, giacchè ne teneva uno a Imola, un altro nel ventre[81]. In fatto sopraggiunsero Giovanni Bentivoglio co’ Bolognesi, coi Milanesi Giovan Galeazzo Sanseverino, e sottomesse le città, vi proclamarono Ottaviano figlio dell’ucciso.

L’anno stesso Galeotto Manfredi signore di Faenza, chiamato in camera da sua moglie fintasi ammalata, vi fu ucciso da sicarj. Giovanni Bentivoglio costei padre accorse in arme per assicurare la successione al figlio Astorre; ma i Fiorentini, sospettando non l’usurpasse per sè, incitano il popolo, che prende lo stesso Bentivoglio. Subito quindicimila Bolognesi sono in armi per liberarlo; meglio però giova l’interposizione del re di Napoli e del duca di Milano.

Fra questi tirannelli prolungavasi dunque la vita feudale, e poichè i governi non aveano altre armi che mercenarie, la forza riducevasi in costoro, che tenendosi a capo di bande agguerrite e a sè attaccatissime, vestendole e armandole del proprio, alle scarse rendite supplivano col menarle a servizio altrui, o permettere ai principi di reclutarne sulle loro terre. Innestandovi poi la coltura moderna, ciascuno nella sua cittadina voleva avere corte e feste e adulatori; a dotti e artisti aprivano asilo, come ai ribelli dei vicini; provvedeano di cardinali il sacro collegio: donde un aspetto di singolare ricchezza, sostenuta collo smungere i sudditi o col guadagnar dalla guerra. Spinti da minuti rancori, o con pretensioni sproporzionate ai mezzi, ricorrevano a perfidie, a stili, a veleni, e l’opinione accettava per apologia del delitto l’audacia con cui era stato commesso. Gli uni aveano carpito la sovranità al popolo, altri alla Chiesa, altri all’imperatore: ma per soperchiare l’emulo, or a questo or a quello s’avvicinavano; or collegavansi tra sè; ora il papa stesso sosteneva un competitore per deprimer l’altro, o contro di entrambi evocava la libertà; sicchè con un potere d’ingiusta origine e di dubbia conservazione, doveano stare in sospetto del proprio, in avidità del dominio altrui, assiepati di masnade che li dispensavano dal cercare l’amore dei popoli. «Tra le altre disoneste vie che tenevano per arricchire, facevano leggi e proibivano alcuna azione, di poi erano i primi che davano cagione dell’inosservanza di esse, nè mai punivano gl’inosservanti, se non quando vedevano essere incorsi assai in simile pregiudizio, ed allora si voltavano alla punizione, non per zelo della legge fatta, ma per cupidità di riscuotere la pena. Donde nascevano molti inconvenienti, e soprattutto questo, che i popoli s’impoverivano e non correggevano; e quelli che erano impoveriti, s’ingegnavano contro i meno potenti di loro a prevalersi» (MACHIAVELLI).

Viti, gelsi, ulivi andavano schiantati nelle avvicendate correrie, rimanendo unica rendita i pascoli e la messe degli anni in cui la guerra non obbligasse a cacciare gli armenti nelle terre murate, e ricoverarvi il grano non ben maturo. Alla campagna dunque non faceasi che qualche capanna; i villaggi afforzati resistevano, e se fossero presi, diroccati ed arsi, bisognava tosto rialzarli per usufruttare la campagna, sinchè non fu abbandonata alla sterilità deserta, alla mal’aria e alle bande di masnadieri.

In questo stato di guerra, chi fosse forte abbastanza per ridersi delle minaccie, assecondava i brutali istinti, e per leggerissime cagioni seguivano omicidj e rapine. Un gentiluomo dell’Umbria sfracellò contro al muro i bambini del suo nemico, ne inchiodò uno sulla propria porta, e ne strozzò la moglie gravida[82]. Oliverotto, nipote e allievo di Giovan Fogliano signore di Fermo, va a militare sotto Paolo Vitelli, e segnalatosi, scrive allo zio voler mostrarsi alla patria cogli onori guadagnati: questo gl’impetra di venire con cento cavalieri, gli procura solenni accoglienze, e banchetta tutte le autorità di Fermo; ma nel bel mezzo del convito Oliverotto fa scannare il Fogliano e i commensali, e gridarsi signore.

I papi, o togliessero i dominj ai principi antichi, o dessero terre della Chiesa in feudo ai loro favoriti, corrompevano ne’ popoli l’abitudine della soggezione; e violentemente strappandoli dalle istituzioni a cui erano affezionati o se non altro avvezzi, moltiplicavano gli scontenti e la facilità di rivoltarsi.