Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)
Part 19
In effetto quella potenza era allora la più poderosa in Europa, con formidabile marina, coll’unico esercito stanziale. Quanti erano in cristianità perturbatori, rivoluzionarj, fuorusciti pendeano a svincolarsi dalle obbligazioni dello Stato e della Chiesa coll’abbracciare l’islam: e i Turchi faceano gran capitale de’ rinnegati, sapendoli congiunti fatalmente alla loro causa; sceglievano tra costoro i principali magistrati e i capitani; donde la grandezza della Turchia è aumentata dall’attività de’ Cristiani e dal solito ardore de’ fuorusciti. Piantata in vasto semicircolo attorno al Mediterraneo, ella assediava l’Italia sia dalla costa africana, sia dalla levantina; e se non bastava che rompesse i commerci marittimi, toglieva ogni sicurezza al nostro littorale. Nel 1517 sapendo che Leon X villeggiava verso la marina, si proposero di cogliere sì lauta preda, e sbarcati con diciotto fuste, fu un miracolo se fallirono tale divisamento. Delusi del quale, piombarono sopra l’isola d’Elba, appartenenza del signor di Piombino, e la sperperarono. L’anno seguente «presero sopra Ostia e sino alla foce del Tevere alcuni navigli che venivano da Roma, e smontati a terra, colsero uomini e donne: il cardinale di San Giorgio e il cardinale Agenense, ch’erano in campagna ad Ostia e presso Porcigliano, salvaronsi colla fuga»[178].
Erano simili a disastri naturali, di cui si prevede l’arrivo: lo stesso gransignore non bastava a frenare quel mostro organizzato per la guerra, ch’erano i Gianizzeri, nè la pirateria de’ Barbareschi. Crebbe il pericolo della cristianità quando a Bajazet II succedette suo figlio Selim (1512), sanguinario che non vedeva se non guerra, sterminio santo, gioja della strage: eppure voleva ragionarle, e al muftì proponeva casi di coscienza, da cui dipendeva il macello di migliaja di viventi; e una volta gli chiese se non sarebbe opera santa l’ammazzare due terzi del genere umano per salvare l’altro terzo. Rabbioso coi Cristiani quanto avido di nuovi acquisti, impossessatosi della Soria e di Gerusalemme, soggiogato ed ucciso il soldano d’Egitto, vinto il sofì di Persia reo di credere all’incarnazione di Dio, all’Europa rea della stessa credenza potè volgere forze raddoppiate; e chiamato il visir Piri-bascià (1518), gli disse: — Se cotesta razza di scorpioni copre i mari co’ suoi vascelli: se la bandiera di Venezia, del papa, dei re di Francia e di Spagna padroneggia le acque d’Europa, è colpa della mia tolleranza e della negligenza tua: voglio una flotta numerosa e formidabile».
Detto fatto, i disusati cantieri preparano centinaja di vascelli da guerra; l’Europa si sgomenta di udire dai minareti cinque volte al giorno proclamare l’abolizione di Cristo per opera di Allah; i vecchi narrano come il Turco imponga un perpetuo tributo di donne pe’ suoi serragli, di fanciulli pe’ suoi eserciti; le madri stringonsi i bambini al seno udendo raccontare di figliuoli arrostiti, d’uomini segati, di preti scuojati. S’innalza di nuovo il grido della crociata; e papa Leone esorta a concordia i re cristiani, e che offrano ciascuno denari e uomini per assalire i Turchi sotto la capitananza del granmaestro de’ cavalieri Teutonici: tutti promettono, e i particolari di quell’apparecchio possono darci la misura o, come oggi diciamo, la statistica delle potenze d’allora[179].
Ogni principe cristiano doveva contribuire un quinto delle annue rendite; i privati pagare cinque fiorini ogni cento di rendita; chi n’avesse meno, un fiorino all’anno; e se venisse duopo, si venderebbe la terza parte dei frutti delle chiese e dei santuarj, e gli ecclesiastici pagherebbero due decimi dell’annuo provento. Il duca di Borgogna darà mille lancie da quattro cavalli ciascuna, duemila soldati leggeri alla tedesca, e venticinque lanzi pedoni; i Confederati Elvetici ventimila pedoni, e se sia duopo, ottomila venturieri, fiore di lor gente; il re Cattolico mille soldati, tremila gianizzeri all’italiana, e ventimila spagnuoli; l’inglese cinquecento cavalieri, mille arcieri a cavallo, e diecimila pedoni; il re d’Ungheria, fra boemi e ungheresi, trecento cavalieri, trecento leggeri e cinquemila archibugieri boemi; quel di Polonia quattrocento cavalieri e tremila arcieri alla turca. Massimiliano imperatore somministrerà mezzo l’esercito, ove tra’ suoi e confederati siano settantamila pedoni, quattromila soldati biancovestiti, dodicimila armati alla leggera, e cento bocche d’artiglieria: egli guiderà l’esercito per l’Ungheria verso Belgrado, Adrianopoli e Costantinopoli; le vittovaglie scenderanno pel Danubio. Il re di Francia coll’altr’ala di settantamila pedoni, quattromila cavalieri e dodicimila leggeri, terrà via pel Friuli, la Dalmazia, la Bosnia e la Grecia, e contribuirà duemila cinquecento cavalieri francesi, cinquemila pedoni leggeri, e ventimila guasconi, normanni e picardi. Il papa con Venezia, Savoja ed altri principi d’Italia e coi Fiorentini, darà mille cinquecento cavalieri, settemila armati di balestre, schioppi e mezze lancie, e ventimila pedoni italiani, de’ quali un terzo armati di schioppi, e quest’esercito passerà a Cattaro per Ancona e Brindisi, o per Bari ed Otranto. Verrà terzo l’armamento marittimo per portare i foraggi verso la Grecia e la Morea, somministrandovi il re di Portogallo trenta caravelle, il senato veneto cento galee, il re di Francia con Genova venticinque, altrettante carache, quaranta galeoni, venti barche; venticinque galee il papa e il re Cattolico, il quale aggiungerà tre navi di Biscaglia; l’inglese dieci grandi carache; in tutto centocinquanta galee, trentasette carache, centoventi fra barche, galeoni e caravelle, e infinite navi da carico. Per ogni galea computavasi al mese il costo di ducati cinquecento, di seicento per ogni caraca, di ducento pei galeoni, di cinquanta per le caravelle, di trecento per le barche: i pedoni toccheranno al mese quattro ducati d’oro, i cavalieri centoventi all’anno; i leggeri sessanta: e tutto l’armamento importerà otto milioni e mezzo d’oro, mentre l’imposta sopraccennata ne produrrebbe dodici, oltre gli ornati e i tesori delle chiese.
Tali promesse non facevano per zelo, ma per gara di principi, più largheggianti perchè nessuno intendeva mantenere. La morte (1520) liberò la cristianità da così risoluto nemico; ma non meno ostile succedeva il figlio Solimano detto il Grande, che prode, generoso, ardito, sapendo disciplinare gl’istinti proprj e della sua gente senza spegnerli, e alla passione d’invadere congiungendo il genio del dominare, in tredici spedizioni dilatò i confini dell’impero ottomano più che mai fossero, e fece sventolare le code a Diu ed a Vienna, in faccia a Marsiglia e a Roma. Quasi l’amor delle lettere comune fra’ Cristiani non dovesse mancare neppur fra i Turchi, egli leggeva abitualmente i _Commentarj_ di Cesare, arricchì il paese di capi d’arte e libri, diè buon ordinamento agli ulemi; operosissimo, fervente, religioso, eppure non intollerante, a chi l’aizzava a perseguitare i sudditi cristiani mostrava un giardino, reso bello dalla varietà d’alberi e fiori.
Allora apparvero i frutti di quella politica, che all’unità cristiana surrogava l’equilibrio delle nazioni. Perocchè Francesco I per deprimere l’Austria cercò l’alleanza de’ Turchi; e come fanterie dagli Svizzeri, così da quelli si ripromise una flotta sul Mediterraneo e una tremenda diversione sul Danubio: cioè la Francia, antesignana delle crociate contro l’islam, ora dell’islam si faceva introduttrice. In fatto, col pretesto che gli Ungheresi avessero maltrattato l’ambasciadore da lui mandato a riscuoterne il tributo, Solimano portò contro di loro un esercito immenso e trentatremila camelli di munizioni e viveri; assediò in persona Belgrado (1521), e assistito da un artigliere francese, espugnò quel baluardo della cristianità; rimandò gli abitanti ungheresi sulla sinistra del Danubio, i bulgari trasferì a Costantinopoli. Se ne spaventò la divisa Europa, già immaginandolo condotto dai Francesi in Germania; ma per allora egli sospese il colpo onde assalire con trecento vele e centomila uomini di sbarco l’isola di Rodi, scalo a lui necessario fra Costantinopoli e l’Egitto.
Dicemmo (Cap. CXVIII fine) come vi avessero preso stanza i cavalieri di san Giovanni, i quali, non isbigottiti dalle cento bocche di fuoco che fulminavano la fortezza, sotto Villiers de l’Ile-Adam granmaestro (1522) si difesero intrepidamente. Le donne portavano rinfreschi, medicamenti, terra per ristoppar le breccie, sassi da avventare. Quella politica che dagli sbadiglianti seggioloni sentenzia così agevolmente d’inettitudine e di codardia, appone ai Veneziani di non aver difeso l’isola; ma essi poteano rispondere: — Come! i due maggiori potentati della cristianità sciupano le forze e il sangue in gara di spietate ambizioni; e il Cristianissimo è alleato coi Turchi, il Cattolico non risponde che parole alle affannose chiamate del granmaestro: e intanto si pretende tutto da noi, i quali teniamo in Oriente tutte le forze, i mezzi, i guadagni; noi in prima fila esposti alle offese del nemico comune; noi rifiniti dal lungo duello con questo e coi re cristiani, de’ quali nessuno ci tenderebbe una mano nel pericolo?! Siam dunque costretti a rispettare la pace fatta col Turco, stare osservando e far voti». Pure lasciarono che molti, fingendosi disertori, andassero ad unirsi coi cavalieri; e segnatamente il valoroso ingegnere bresciano Gabriele Martinengo[180], venuto da Candia con cinquecento soldati, diresse la difesa, e v’incontrò la morte de’ prodi.
Meglio di centomila Turchi erano periti quando i cavalieri capitolarono, e il granmaestro uscì con cinquemila persone. Errarono qua e là; poi Bernardo Salviati, nipote di Leon X, il quale entrato in quella sacra milizia, colle galee dell’Ordine e della Chiesa aveva tolto Modone ai Turchi, ajutato a prendere Corone, e acquistata bellissima fama di valore, fu deputato a Carlo V (1530) per impetrare come stanza dell’Ordine le isole di Malta, già feudo delle famiglie Chiaramonti e Moncada, con Gozo e Comino che gli appartenevano come a re di Sicilia; rupi aride che non vivrebbero se la Sicilia non vi recasse frumento e neve, diceansi non valer la pergamena su cui ne fu scritta la donazione; ma con ciò l’imperatore metteva un antimurale a Napoli e alla Sicilia, anzi alla libertà de’ mari e agli interessi commerciali di tutta Europa.
I cavalieri faceano omaggio annuo d’un falcone al vicerè: ciascuna delle lingue in cui era diviso l’Ordine, teneva a Malta un _albergo_ dei giovani che venivano a _farvi la carovana_; e ancora nella varietà della costruzione rivelano il diverso gusto delle nazioni e dei tempi. Alla lingua italiana spettava sempre la dignità di grande ammiraglio, il quale, oltre a tutti i marinaj, comandava anche agli altri soldati qualvolta mancasse il gran maresciallo.
Allora Solimano si ritorse verso il Danubio con centomila uomini e trecento cannoni, e piantò il campo a Mohacz, giovandosi dell’indebolimento in cui le interne scissure precipitavano quel paese dopo la morte del grande Mattia Corvino. Ivi Solimano (1526 29 agosto) riporta vittoria sanguinosissima, dopo la quale difila sopra Buda e la incendia; varca a Pest devastando sino a Raab; e lascia morti in due mesi centomila Ungheresi, sentinelle perdute della cristianità, la quale, per private ambizioni, stavasi indolente al comune pericolo.
Chiamato un tratto dalle sommosse in Asia, bentosto Solimano riconduce cenventimila uomini contro Ferdinando arciduca d’Austria, ch’erasi fatto gridar re dell’Ungheria, e non pensava a difenderla; e preso Buda e Gran, investe Vienna, l’assalta venti volte (1529), ma sempre respinto dalla guarnigione, e mancando d’artiglieria e di viveri, dà la volta, lasciando devastato il paese. Ma raccolti trecentomila guerrieri, eccolo di nuovo sopra l’Austria. Grosso esercito s’adunò allora sotto quell’Anton de Leyva, che tanto aveva giovato alle vittorie in Italia, e seco passarono le Alpi il conte Guido Rangoni, un Martinengo generale di cavalleria, il marchese Alfonso Del Vasto generale della fanteria, Pietro Maria De’ Rossi conte di San Secondo, Fabrizio Maramaldo, Filippo Tornielli, Giambattista Gastaldo, Marzio e Pietro Colonna, don Ferrante Gonzaga generale della fanteria leggera, due compagnie di cavalleggeri del duca di Ferrara; e per parte del papa Ippolito Medici, cardinale più voglioso degli sproni che della porpora, con trecento archibugieri, e molta nobiltà italiana. Intanto da Carlo V spedito a fare una diversione per mare, Andrea Doria occupò Corone e Patrasso, e minacciò Costantinopoli; onde Solimano si ritirò menando trentamila contadini prigionieri, e sceso a negoziati (1533), concesse pace perpetua al figliuolo pentito, come chiamava l’arciduca d’Austria.
Ma Luigi Gritti, veneziano a’ servigi della Porta, spedito da Solimano al re d’Ungheria, essendo trascorso ad atti arbitrarj, fin a decapitare il governatore di Transilvania dormente, gli amici di questo insorsero, e uccisero il Gritti. Solimano, occupato in Persia, ne chiedea continuamente soddisfazione; inoltre i bascià turchi, in onta della pace conchiusa, non desistevano di saccheggiare i vicini; di che nascevano baruffe e sangue. Ferdinando se ne lamentò, si lamentò Solimano, e la spada risolse (1534): un grosso d’Ungheresi, Tedeschi, Italiani, guidati da Alessandro Vitelli, entrarono in Ungheria, ma presto furono ridotti incapaci di tener la campagna.
Appena si crederebbe che i Cristiani prendessero sì scarso interesse a tanto pericolo: ma ormai la politica si rimpinzava d’egoismo; e a quell’autorità, che sola bastava a riunire i Cristiani, era portato un fiero assalto, non più per amore di correggerla, ma per astio di diroccarla.
CAPITOLO CXXXIV.
Cominciamenti della Riforma religiosa.
Le idee antiche, insinuatesi nella società nuova, giovarono a toglierne le scorie della grossolanità e dell’ignoranza, e affinare la cultura; ma acquistando piede, pretesero modificarne le credenze e più ancora gli atti, ritraendo verso la morale pagana.
All’alito di Dio e sotto le ale del cristianesimo era sbocciata la società moderna; e Dio, unica fonte d’ogni potestà, credeasi aver commesso l’esercizio della temporale non meno che della spirituale al suo vicario in terra; il quale, occupato delle anime e di conservare integro il dogma e pura la morale, aveva affidato una delle due spade all’imperatore[181]; l’imperatore, unto dal Cristo in terra, consideravasi come capo dei re, come rappresentante il potere temporale della Chiesa, in quella grande unità, la quale nell’ordine religioso chiamavasi _cattolicismo_, e nell’ordine temporale _sacro romano impero_. Concetto sublime, che sottraeva il mondo all’arbitrio della forza per porlo in tutela delle idee; piantava dominj non per conquista o per nascita, ma per fede ed opinione; preveniva spesso le guerre mediante l’arbitrato supremo, appoggiato alla minaccia delle scomuniche; sempre le rendeva meno micidiali; garantiva i re e i popoli dai mutui attentati col chiamare gli uni e gli altri a render ragione di loro condotta avanti ad un tribunale, inerme, eppure potentissimo, perchè fondato sulla coscienza de’ popoli; e resistendo ai forti non in nome della rivolta, ma della sommessione che si deve a Dio più che agli uomini.
Al sublime divisamento vedemmo quali ostacoli s’attraversassero, sicchè rimasero mal determinati i confini delle due autorità. I papi, per tutelarsi in un’età guerresca e quando ogni potenza derivava dal possesso de’ terreni, dovettero procacciarsi un dominio temporale: ma tristo il guadagno che n’ebbero, avvegnachè li mise più d’una fiata in punto di scambiare per supremazia principesca quel ch’era tutela e arbitramento, affidato dalle coscienze, e fondato in un regno che non è di quaggiù. Di rimpatto gl’imperatori pretendevano dominare sopra i re e far da tutori ai papi più che non fosse compatibile coll’indipendenza de’ primi e colla dignità del padre comune dei fedeli. Di qui la diuturna lite fra il pastorale e la spada, solo temporariamente sospesa mediante transazioni che all’uno e all’altra impedivano di trascendere, ma toglievano di spiegare intera la loro efficacia.
Ai pontefici venne fatto di respingere l’islam dall’Europa e frenarlo in Asia colle crociate; salvare dalle regie libidini l’inviolabilità del matrimonio e la dignità della famiglia; risarcire la sacerdotale disciplina, sdruscita dal contatto e dalla mistura coi signorili interessi qual era portata dalla feudalità: ma non riuscirono a costituire sovra base solida e riconosciuta le relazioni fra Stato e Stato, impediti ch’essi erano dalla gerarchia feudale, dalle comunali oligarchie, dalla consuetudini nordiche dominanti. Così nell’attuazione restava difettivo quel cristianesimo applicato, vivo, onnipossente nella vita, profondamente umano, fautore dell’arte, affettuosamente comunicabile, amico della povertà, dell’obbedienza, della fedeltà, che nel mondo riconosce il governo della Provvidenza, fa gli uomini confidenti gli uni negli altri e in Dio, credendo che il cibo mortale possa convertirsi in pane e vino d’eterna vita.
Intanto restauratasi l’antica cultura, si moltiplicavano le scoperte. Quando annunziavasi che il mondo non consisteva nelle sole tre parti antiche; che in America si trovava una differente vita animale e vegetale, e uomini e civiltà differenti; che la terra gira e il sole sta; che i libri talmudici e la cabala erano ripostigli di profonda scienza; che l’India possedeva una lingua madre delle altre; che il Turco non era più barbaro dell’Austriaco; poteva la mente aquetarsi ne’ misteri? non dovea svegliarsi lo spirito d’esame? colle nuove idee raffittirsi bisogni nuovi? La specie umana, passando al periodo pensante, s’appropriava colla ragione le verità che fin allora avea possedute solo per la fede; nè soltanto dalla Chiesa domandava come meglio servir Dio e gli uomini. Le scienze, disciplinate dagli Scolastici come un esercito in battaglia sotto il comando del verbo di Dio, aveano rotto l’armonioso accordo per tornare all’arida logica o alla visionaria teurgia; poi sbucate dal santuario, dilagavano mediante la stampa; la rinata letteratura attingeva l’educazione ad altre fonti che le cristiane; le arti belle s’ispiravano d’altro che di divozione: ai popoli stretti attorno ai principi scemava il bisogno di domandare agli ecclesiastici regole per gli atti, protezione per gl’interessi; il diritto romano facea vagheggiare la coordinata unità degli antichi, in luogo delle istituzioni paterne, delle franchigie locali, e dell’indipendenza personale introdotte dai Germani. Nuovi istituti sociali aveano trasferita nei governi laici l’importanza suprema; l’ammirazione del _bello_ delle società classiche toglieva pregio al _buono_ delle moderne: alla fede sottentrava il dubbio, questo corrompeva i costumi, e i costumi di ricolpo scassinavano le credenze. Quindi perduti i sentimenti cavallereschi, e non ancora acquistata la posa della ragione; quindi un, se posso dirlo, paganizzamento delle arti, della politica, delle lettere, della moralità, che ai buoni facea desiderare una riforma.
Altre volte dal fondo della corruttela vedemmo cavato il mondo per la forza di Gregorio VII, o per lo zelo e gli esempj dei santi Francesco e Domenico: ma troppo erano mutate le contingenze. La Chiesa, società delle anime legate innanzi a Dio dalle medesime credenze, fu istituita perchè pronunziasse come parola viva tra le disputazioni degli uomini. Questi, che, per la loro natura peccaminosa, sono incapaci di qualificare infallibilmente gli errori, proclamarono la libera discussione: mentre la Chiesa, che rappresenta la natura umana innanzi il peccato, è infallibile, e perciò non soggiace a disputa quel che essa affermi o neghi. Irremovibile nel dogma, essa non isdegnò mai piegarsi alle opportunità dei tempi nell’applicazione e nella disciplina; nessuno de’ solenni suoi comizj tenne senza proporre canoni di emenda; e singolarmente nei due ultimi di Costanza e di Basilea, che furono alla Riforma ciò che l’Assemblea nazionale alla rivoluzione francese, erasi a gran voce domandato di riformar la Chiesa nel capo e nei membri. Vi fossero proceduti con franchezza e con accordo, prevenivano il flagello: ma vennero meno la saviezza pratica degli affari ed il prudente aspettare: una critica indiscreta si pose a rischio di surrogare agli abusi altri peggiori; poi l’apparenza di vittoria addormentò Roma sull’urgenza del rimedio, lasciando che la piaga incancrenisse, e nella religione e nella sua stessa metropoli acquistasse predominio lo spirito secolaresco.
Le chiavi di san Pietro erano desiderate, non perchè schiudono il paradiso, ma perchè d’oro: cardinali, nominati per favore, per condiscendenza a principi, per denaro, non divenivano santi (è l’espressione del Bellarmino) perchè aspiravano ad essere santissimi. Paolo II e Sisto IV fecero elezioni vergognose, per le quali poterono vedersi sulla cattedra di san Pietro Innocenzo VIII e Alessandro VI. Essi cardinali avevano facoltà di porre condizioni nel conclave al futuro pontefice; ma una decretale d’Innocenzo VI dichiarava che nessun giuramento dato prima dell’elezione può restringere l’autorità pontifizia, atteso che, in sede vacante, alla Chiesa non competa altro diritto che di eleggere il successore. Nel conclave succeduto alla morte di Sisto IV i cardinali stesero una costituzione, ma a lor mero vantaggio: non avessero entrata minore di quattromila zecchini; non fossero colpiti da censure o scomuniche o giudizj criminali se non colla sanzione di due terzi del sacro collegio; non passassero il numero di ventiquattro, e un solo potess’essere della famiglia del papa.
Le chiese non si conferivano per merito di scienza ed esemplarità di costumi; la curia romana, che vulgarmente si confonde colla Chiesa, più che ad altro braccheggiava a lucrare dalla vacanza e dalle collazioni de’ benefizj, e moltiplicare le tasse di cancelleria. Il più de’ vescovi procedevano su quell’orme; alcuno rinunziava alla sede, riservandosi la collazione de’ benefizj e certe rendite; altri a denari faceansi nominare dei coadjutori, ch’era uno spediente per trasmettere il vescovado ai così detti nipoti; fin arcidiocesi importantissime, come quella di Milano, lasciavansi in commenda a principi.