Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Part 18

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L’imitazione stessa lo porta a usare, non che parole e frasi indeterminate, ma sentimenti che oggi sono o incomprensibili o ridicoli[166]. Coll’abitudine di causidico dà importanza a lievi particolarità, mentre sorvola ad importantissime; senza badare a proporzione, si dilaga in alcune narrazioni speciali; e manca sempre di quella rapidità, che in ogni stile è necessaria, e più nello storico. L’essere spessissimo ristampato, tradotto in tutte le lingue, citato fra i modelli, prova aver lui altri meriti che dello stile, i quali nella versione vanno perduti: ma a noi pare lontano dalla calma maestà di Tucidide, quanto dalla pienezza di questo, da quei caratteri sì bene improntati, da quelle pitture della vita. E moltissimo noi abbiamo ad imparare dal maggiore storico nostro, ma sovrattutto che arte retorica non giova a mascherare le nequizie dei principi o le bassezze degli autori. Ai forestieri mostrasi sempre avverso, ma principalmente ai Francesi. Tutto classico, è incomparabile nell’analizzare gl’interessi della vecchia Italia e le astuzie de’ capi, ma come vede fallire il fatto per lui più ammirevole, la lega del 1484, poi tutti gli sforzi di Venezia, di Firenze, di Milano, piglia dispetto piuttosto che dolore, e divien freddo, ironico. Ne’ fatti della Chiesa è quel che oggi direbbesi un franco pensatore, trattando i papi non altrimenti che gli altri principi, e spesso a torto li accagiona de’ mali d’allora; benchè grandi benefizj n’avesse avuti, ma forse (riflette Apostolo Zeno) non tanti quanti ne sperava[167]. Versato in sozzi maneggi, ricco d’intime relazioni e di proprj giudizi, scruta acutissimo; le generali osservazioni applica rettamente: nè applaudendo nè indignandosi, ma con un’imparzialità che si risolve in trista indifferenza, fa vivo ritratto della politica e della società. Orrido ritratto, ove virtù non riconosce mai, nè religione nè coscienza, ma ambizione, interesse, calcolo, invidia; crede che il denaro e le cariche seducano qualunque onestà; e in fatto nel senato patrio egli parteggiava sempre con gli oligarchi, e con quelli che, a forza di rinnegare, sanno rimaner sempre a galla.

Sciagurato rinomo acquistò Paolo Giovio comasco (-1559), vescovo di Nocera, che in buono sebbene non purissimo latino e più sonoro che elegante, delineò largamente il quadro dell’Europa dal 1494 al 1547. La sua posizione gli diè campo a conoscere molti fatti, ignoti altronde: ma sono appunto quelli in cui meno gli si crede; perocchè, passionato e venale, vagola continuo tra panegirici o diatribe. Poco crede alla generosità; la morale pervertisce col voler giustificare le ribalderie de’ suoi eroi: il vescovo di Pavia cade assassinato, ed esso gli scaglia una codarda invettiva per discolpare il duca d’Urbino; don Gonsalvo tradisce il Valentino, ed esso ne lo scagiona; una volta, avvertito d’avere esposto il falso, — Lascia pur ire (rispose), chè da qui a trecent’anni tutto sarà vero». I trecent’anni scorsero, e gli è strappato quell’alloro, che cresce alle contraddizioni dei forti e alle lagrime de’ sofferenti. Ma ciò che lo discerne tra gli storici del Cinquecento, dopo Machiavelli e Guicciardini, dopo Lutero e il duca di Borbone, è la venerazione per Roma papale, il mostrarne l’importanza, il crederne l’immortalità. Quando mai i papi furono più grandi di Leone X? Quando l’alleanza della tiara colla corona fu più salda, più necessaria alla Chiesa, più utile all’Italia? Dove il genio e le arti trovarono asilo migliore che nel Vaticano? La nazione, calpesta da Francesi, da Svizzeri, da Spagnuoli, da Tedeschi, a che sarebbe ridotta se non la rappresentasse il papa? non è egli il solo davanti a cui i re pieghino il ginocchio? non esso che toglie la possibilità sia di una conquista interiore e d’una micidiale unità, come d’una conquista esteriore? A tali concetti dovea repugnare il suo libro VII, ove raccontava il sacco di Roma: e perciò egli protesta che gli fu rubato; e dee crederlo chiunque non conosce l’onestà di monsignor Paolo, e non vide i manoscritti che restano in casa Giovio a Como.

Firenze abbondò di storici. Giacomo Nardi fu caldo propugnatore dell’indipendenza patria; spenta la quale, esulò a Venezia, e formatosi col tradurre Tito Livio, scrisse gli avvenimenti dal 1492 al 1531, splendido di sentenze, caldo di dettatura, e colle ire d’un profugo, ma il Varchi lo chiamava suo padre, e il Guicciardini, benchè di taglia opposta, lo consultò sulla propria storia. Ama i governi della classe media, e pargli che dall’aggregato cittadino «confuso e di sua natura pernizioso, tolte via le due estreme parti, cioè il capo e la coda, il corpo di mezzo resterebbe molto utile e proporzionato alla costituzione d’una perfetta repubblica». Al contrario, patrocina i Medici Filippo Nerli senatore ne’ _Commentarj de’ fatti civili_ di Firenze dal 1215 al 1537.

Bernardo Segni gentiluomo, corretto scrittore, non elegante, parteggiò coi moderati e con Nicolò Capponi gonfaloniere suo zio, del quale scrisse la vita: raccontò i tre anni in cui Firenze stette libera, per mostrare «quali sieno i costumi de’ cittadini fiorentini nella libertà, acciocchè quelli che succedono non ponessero molte speranze nella gloria e nella dolcezza del vivere libero»: proseguì poi fino alla presa di Siena, con poca arte d’intreccio e di passaggio, ma candidezza d’animo come di stile, non uscendo da quella moderazione, ch’è sì rara in chi ragiona di contemporanei. Dell’opera sua avea fatto mistero a tutti, e sol dopo morto trovata, non vide la luce che nel secolo scorso, siccome quella del Nerli.

Non come i tre precedenti testimonio oculare, ma o sopra documenti nuovi, o sopra lettere di Giambattista Busini (le quali furono pubblicate poi nel 1822), Benedetto Varchi (-1565) tirò una storia dall’ultima proclamazione della libertà fiorentina sino al ducato di Cosmo I. Già in rinomo come letterato, benchè avesse coi repubblicani diviso le speranze, le persecuzioni, l’esiglio, ebbe l’incarico di questo racconto e documenti e stipendio dal duca, a cui leggeva man mano l’opera sua: pure non seppe tanto dire e tacere che l’accontentasse, e si fece opera di sopprimere il suo libro, che sol tardi fu pubblicato. E’ dice aver presi a modello Polibio e Tacito, ma sta troppo lontano dal giudizio di quello e dalla concisione di questo; e dilombato come quasi tutti gli scrittori del Cinquecento, accumula non isceglie le particolarità, a segno da riuscire pesantissimo a leggere; benchè riferendo ogni minuzia, ogni discorso, ci faccia vivere veramente tra quegli ultimi Fiorentini. Non ismentisce mai l’amor suo per la patria; se non dice, lascia indovinare le arti per cui la libertà fu divelta, e Firenze «divenne, di stato piuttosto corrotto e licenzioso, tirannide; che di sana e moderata repubblica, principato»; e se specula l’avvenire, non trova ai disastrosi sovvolgimenti d’Italia altro termine, se non che un principe prudente e fortunato arrivi a dominarla.

Il miglior racconto dal 1494 al 1529 ci è offerto da Jacobo Pitti, che compila spesso gli antecedenti, ma con giudizio; benchè avesse tessuto l’apologia de’ Cappucci e le lodi dei Soderini, non nega lode ai Medici, ma riprova e Machiavelli e Guicciardini e gli altri venduti.

La storia de’ suoi tempi di Giambattista Adriani è una continuazione del Guicciardini fino al 1574 in cui l’autore morì, dopo aver combattuto per la sua Firenze, poi insegnato eloquenza a Padova: e se è vero che i materiali gli fossero dati dallo stesso Cosmo de’ Medici, potè ritrarne molti fatti ignoti ad altri, e pur non sagrificare affatto la propria franchezza.

Scipione Ammirato da Lecce (-1601), conoscendo «non poter raggiungere nè la schiettezza e purità della lingua de’ Villani, nè la gravità dei concetti dell’Aretino, nè l’arguzia e destrezza del Machiavelli, nè la grandezza e nerbo del Guicciardini, nè la lieta e gioconda abbondanza del Giovio», cercò superarli in accuratezza dei tempi e abbondanza di fatti. Meriti secondarj, e dove pure non riuscì sommo, avvegnachè espose in forma d’annali, distribuiti per bimestri, quant’era la durata de’ gonfalonieri di Firenze; letto di procuste, ch’e’ medesimo si fabbricò e del quale sente gli strazj[168], perdendo ogni legame, ogni larghezza di vista e di conseguenze; insulso talvolta nelle riflessioni, adula i Medici perfin negli avi[169]; e benchè di larga e corretta narrazione, manca sempre di anima.

Straniero a Firenze era pure Gian Michele Bruto, che viaggiò assai, accompagnò in Polonia il re Stefano Batori di cui scrisse le imprese, fu nominato istoriografo di Rodolfo II imperatore, e pare morisse in Transilvania. Per non essere tentato a vendersi, s’abituò a vivere frugalissimo; e ispirato dai profughi, assunse di vendicare nella lingua più allora diffusa, la latina, i Fiorentini dalle calunniose adulazioni del Giovio, svelando le inique vie per cui i Medici andavano inoculando la servitù a quella repubblica. Avendo veduto molti paesi, potè ampliare le considerazioni più che non gli stipendiati pedanti, dei quali col suo rancore emenda le adulazioni.

Riguardo ai fatti proprj di Firenze, il Machiavelli tra i contemporanei non ebbe reputazione quanta gliene attribuirono i posteri per secondi fini[170]; ammirando soltanto Roma e Grecia, foggia su quelle la sua città, e vuol vedere come i nobili soli la reggessero prima, poi per l’orgoglio e l’arroganza soccombessero al medio stato, il quale, cadendo negli errori proprii e de’ predecessori, apre la via al principato. E sebbene talvolta egli faccia nascere da fortuite combinazioni ciò ch’è svolgimento costituzionale, e coll’astrazione e l’accidente tolga alla storia quella vita che palpita ne’ cronisti, va distinto da tutti perchè ne’ fatti non vede soltanto la successività.

Ne’ _Discorsi sulle Deche di Tito Livio_ non fa opera da critico o da storico; non accerta i fatti, eppure vuol dedurre teoriche sul governo romano; non che rivelare, nè tampoco sospetta i misteri di quella storia; dal suo autore assume i fatti qualunque sieno, e persino togliendoli dalle arringhe, certamente inventate: ma egli se ne valea come allora usavano i predicatori, per testo a discorsi su varie materie. Non è dunque a rintracciarvi la storia antica, bensì le applicazioni continue, e la conoscenza degli uomini e della società. Nel che non cerca, come Montesquieu, far effetti e antitesi, e sostenere assunti capricciosi con documenti scelti a caso o ad arte; ma si mostra convinto per esperienza propria, e indifferente all’ottener fede o no. Ragionando poi alla famigliare, dà per certa la propria sentenza o la conferma con un sol fatto; e poichè vuol dedurne sentenze universali, facilmente è recato a sostenere la contraria di quella che dianzi propugnò.

Un passo restava alla storia; dalle impressioni individuali e dai fatti sconnessi elevarsi all’azione generale, dagli uomini alle forze politiche, all’accordo de’ sociali elementi. Questo indirizzo le diede Machiavelli, che nel quadro premesso alle sue _Storie fiorentine_, lavoro ancora senza modelli per quanto difettivo e difettoso, e sproporzionato all’opera seguente, conobbe la solidarietà delle generazioni umane, e che gli errori d’una fanno il male della successiva; onde spinge lo sguardo alle lontane cause degli eventi, sorvolando alle inefficienti particolarità per cogliere i punti supremi. Non grande osservatore ma ricco di senso pratico per giudicare l’utilità de’ fatti, statista attivo e speculativo, s’abbaglia però nel caos del medioevo, che non arriva a coordinare perchè troppo ancora d’erudizione mancava all’età sua e a lui specialmente; non dà proporzionata importanza a tutti gli elementi della vita sociale; e preoccupato di politica, e distinguendo la vita del pensiero da quella dello Stato, appena fra le spade e gl’intrighi lascia comparire la letteratura, gloria indefettibile della sua patria, la città più colta del medioevo; e non nomina Dante se non perchè consigliò la Signoria ad armare il popolo contro i Neri.

Nella sua politica atea assolve la menzogna, la perfidia, la violazione della parola e dei trattati, lo sprezzo del diritto delle genti, la cospirazione, l’assassinio, purchè si raggiunga la meta, onesta o ingiusta non si cerca; qualunque delitto è permesso purchè si soddisfi qualunque ambizione. Gran diplomatico e scrittor grande, con agevolezza e profondità scolpisce il proprio pensiero in uno stile di energia nuda come quella degli atleti, eppure vi occorrono affettazioni e sovrabbondanze, e un soverchio imitar de’ classici nelle sentenze e ne’ discorsi; sovrattutto anche nello stile manca di cuore.

Dal merito di questi sono troppo lontani gli scrittori d’altri paesi. Marin Sanuto (-1531), dal 1495 al 1531 notò ciascun giorno quel che accadeva in Venezia e «de’ successi dell’Italia, e per conseguente di tutto il mondo, in forma di diario..... a honor della patria mia veneta e non per premio datomi dalla repubblica, come hanno altri che tamen nulla o poco scrivono». Espone gli avvenimenti suoi personali, importanti come di cittadino partecipe alla sovranità; abbonda di documenti privati e pubblici; e il consiglio dei Dieci gli permise di valersi dell’archivio «e di quelle lettere che sono avvisi di nuove occorrenti in diverse parti del mondo, siccome di giorno in giorno veniranno da oratori ovvero da rettori nostri, dappoichè saranno lette in Pregadi, e non sia comandato particolarmente che sieno tenute secrete». Stette costantemente coll’opposizione; ma nel volere si conservassero le antiche istituzioni patrie, repudiava i miglioramenti che il secolo richiedeva. Sono a stampa le sue _Vite dei dogi_; e cinquantotto volumi in-foglio di sua mano lasciò al consiglio dei Dieci, unico asse d’una famiglia dogale e sovrana di Nasso e di altre isole dell’arcipelago[171].

La carica di storiografo della repubblica veneta, creata pel Sabellico mediocre e venale, fu poi coperta da Andrea Navagero (-1529), che continuò il racconto sino al 1498, e non l’avendo finito, lo bruciò avanti morire: ma la vera o finta traduzione italiana che ne esiste, è delle più fedeli e patriotiche storie[172]. E questo, e Pier Giustiniani che in latino narrò fin al 1575, furono tolti a rifare in italiano da Pier Morosini, che giunse solo al 1486; e non allegando le fonti, si scema autorità. Dal punto ov’egli cessa, Pietro Bembo (-1547) va fino al 1513, il tempo più momentoso per la sua patria. Estranio agli affari di Stato in paese ove tanti partecipavano, non anima il racconto colla sicurezza dell’esposizione, colla vivezza delle particolarità, colla prurigine di fatti reconditi; ai Dieci che gli esibivano le carte secrete, s’accontentò di chiedere i diarj del Sanuto[173]; talvolta dipinge bene ma da retore, nè mai s’addentra nelle cause, talchè raffinisce tra le mani, frivolo quanto una gazzetta, ed inesorabile encomiasta del suo governo. Scrisse la storia in latino e in italiano, e l’una dicono emuli Cicerone, l’altra il Boccaccio: ma in fatto vi trovi sempre un’eleganza compassata, un periodare labirinteo, le idee nuove camuffate con espressioni arcaiche e con mitologiche allusioni; e mentre pone il mese e il giorno de’ fatti, tralascia l’anno, ovvero lo indica romanamente dalla fondazione della città.

I Dieci lo fecero continuare a Luigi Borghi, volendo «esponesse integralmente e con sincerità, e perchè conterebbe cose da non pubblicarsi, l’opera sua sarebbe custodita, e leggibile solo dai senatori». Rimase manoscritta, ed or trovasi nella Marciana.

Dopo di lui altri segretarj sostennero tale incarico, e migliore degli altri Paolo Paruta (-1598), narratore della _Guerra di Cipro_ e dei fatti dal 1513 al 52. Sperto negli affari e ne’ pubblici scaltrimenti, gli espone colle circostanze e le cause, combinando gli eventi di Venezia con quelli di tutta Europa, traendo le varie fila ad un nodo principale, e desumendone riflessi istruttivi: «dà un’idea compiuta della repubblica veneta col porre innanzi i principj del di lei operare, l’istituzione de’ cittadini, la concordia fra i membri del principato, i confini della potenza, i termini della giurisdizione, i fondamenti della libertà; e dando buon conto delle deliberazioni, disvela agli occhi dei leggitori l’anima stessa di quel governo, e la condotta che tenne in tempi difficilissimi tanto al di dentro come al di fuori» (FOSCARINI). Sempre con gravità più che eleganza, dettò pure _Discorsi politici_ con idee non vulgari sopra il crescere e dibassare di Roma; posato e senatorio, meno assoluto del Machiavelli, propone a modo di dubbio, lasciando che il lettore decida: e merita singolar riflessione il capitolo _Se le forze delle Leghe sieno ben atte a far grandi imprese_.

Gli _Annali di Genova_ stese Agostino Giustiniani in italiano fino al 1528 con molta verità e poca arte, giacchè non li destinava al pubblico. Uberto Foglietta, buon politico, purgato latinista e sempre vivace, esule e raccolto a Roma da Ippolito d’Este, dettò elogi de’ Genovesi e la storia europea e la patria sino al 1527, senza documenti; declamando contro alla nobiltà e ai Doria, senza propendere pei Fieschi, e odiando gli oppressori, natii o stranieri che fossero. Jacopo Bonfadio la scrisse in classico latino dal 1528, anno della ricuperata libertà, fino al 50 in cui morì. Vollero pareggiarlo a Cesare, e certo, malgrado gli strascicati proemj dottrinali e le intempestive descrizioni, maschia vigoria palesa nelle arringhe, come quella ove Andrea Doria esorta i Genovesi a ricuperare la libertà, e ne’ ritratti, come quello di Luigi Fieschi; potè vantarsi di non sagrificare la veridicità alle speranze[174]; e ben ritrae le convulsioni di quella repubblica, che ebbe migliori gli storici che la storia. La prima compiuta è quella stampata nel 1579 ad Anversa da Pier Bizaro, in trentatre libri, lavorata però di seconda mano, e viziosamente separando i fatti esterni dagli interni.

Della storia milanese il principale autore è Bernardino Corio (-1514), ciambellano del Moro, il quale gli aperse tutte le biblioteche e gli archivj, invitando anche vescovi, abati, monaci della Valtellina, del lago di Como e d’altrove a lasciargli trasportare a Milano i manoscritti occorrenti[175]. Stampò l’opera sua regnante Luigi XII, eppure la dedicò al cardinale Ascanio Sforza, suo antico signore. Appoggiò il racconto a documenti; e per quanto disgusti il suo scrivere tra rozzo e pedantesco, piaciono quelle minuzie, di cui gli perdoniamo l’eccesso perchè altrimenti ci sarebbero sconosciute; ai fatti guerreschi aggiunge gl’interni svolgimenti dell’economia e dell’amministrazione; a tempo rileva il racconto con riflessioni non sempre triviali; mostra conoscere, se non il cuore umano, le tranellerie della politica, e valuta le azioni de’ principi suoi con quella verità che può consigliarsi coll’essere stipendiato.

Anche la _Storia di Napoli_ di Angelo di Costanzo dal 1250 al 1489, di stile netto ma languidamente monotono e senz’affetto nè acume, è preziosa per gli inseriti documenti. Sempre vantatore di Napoli, divaga in generalità; ha lodi e biasimi per gli Svevi come per gli Angioini e gli Aragonesi; con violenza e prolissità confuta il male che del paese avea detto Pandolfo Collenuccio pesarese; e il trovarlo quasi sempre relegato ci fa credere che mal s’acconciasse alla servitù spagnuola. Camillo Porzio narrò la congiura de’ baroni contro Ferdinando I, elegante e nervoso[176].

Ciascun fatto, ciascuna città ebbero storici, coi quali legheremo conoscenza adoperandoli: alcuni lodati per stile, sebbene guasto dall’imitar le forme classiche; altri per accorgimento; tutti aspettano un potente ingegno che li faccia servire come materiali ad una storia italiana. Di rado producono documenti, nè bastano di critica per vagliarli, e tanto meno per penetrare nell’intelligenza de’ secoli anteriori; si passionano per un paese e per un uomo: in generale però vagheggiano meno l’aneddoto che nel secolo precedente, perchè minore la vita pubblica; ma attenti ai fatti strepitosi, negligono la vita intima, le alterazioni dei governi che non avvengono solo col mutar di stato, le consuetudini e le opinioni tra cui versarono i personaggi, gl’intenti loro, i desiderj, le paure, le sofferenze di quella turba, che dei pubblici avvenimenti non ebbe azione, ma subì gli effetti. I latini restano inferiori, perchè preoccupati della forma, in grazia della quale mutilano quelle particolarità che meglio avvivano i tempi. Vogliamo distinguere il milanese Galeazzo Cappella, segretario di Stato di Francesco II Sforza, al quale serbò fede anche nella sventura, e narrò le imprese fatte per ristabilirlo dal 1521 al 30, e quella contro il castellano di Musso, degno che il Guicciardini in non piccola parte lo copiasse[177]. Taluno ancora stendeva cronache per uso domestico, senza scegliere nè verificare nè fondere, rozzissime fuori di Toscana, ma inestimabilmente preziose pel rivelare che fanno le impressioni personali.

Più evidente il concetto di que’ tempi esce dalle relazioni degli ambasciadori, che, oltre i divisamenti statistici, offrono costumanze e precetti e applicazioni di politica e d’economia. De’ veneti molte abbiamo alle stampe. Giovanni Guidiccioni di Viareggio, vescovo di Fossombrone, eccellente uomo e schietto, di sentimenti cristiani insieme e patriotici, accompagnò come nunzio Carlo V in Africa, e nelle sue _Lettere_ ci lasciò prezioso ritratto degli affari di quel tempo. Un solenne farcitore di libri, Gerolamo Ruscelli, ebbe modo d’unire una raccolta di _Lettere di principi a principi_ veramente preziosa. Vi vanno del paro le _Lettere famigliari di XIII uomini illustri_, raccolte da Dionigi Atanagi; ed oltre quelle del Da Porto sulla guerra veneta e del Busini sull’assedio di Firenze, altre assai furono tratte, non è guari, dagli archivj di Francia per opera del Molini; altre sono sparse nelle collezioni o fra le opere de’ letterati d’allora, o vengono in luce qua e là; e meriterebbe della patria chi sapesse sceglierle e coordinarle in una storia d’Italia, raccontata da contemporanei.

Il lettore ha veduto quanto noi ce ne valiamo largamente. Le più argute sono quelle fra Nicolò Machiavelli e Francesco Vettori, intelletti rinvigoritisi negli studj, poi nelle legazioni e nelle magistrature della patria, ed acuiti dal malcontento. Amanti dei governi forti cioè incondizionati, essi da prima aveano preso ombra di Venezia, come minacciosa all’indipendenza degli altri Stati italiani; da poi temevano degli Svizzeri; e intanto non s’avvedeano che maggior pericolo veniva dal portentoso ingrandimento di casa d’Austria.

Tra quelle effimere combinazioni affacciavasi a loro un’altra minaccia troppo reale, e nel giugno 1513 il Vettori scriveva a Machiavelli: — Noi andiamo girandolando tra i Cristiani, e lasciamo da canto il Turco, il quale fia quello che, mentre questi principi trattano accordi, farà qualche cosa che ora pochi vi pensano. Egli bisogna che sia uomo di guerra e capitano per eccellenza; vedesi che ha posto il fine suo nel regnare; la fortuna gli è favorevole, ha soldati tenuti seco in fazione, ha danari assai, ha paese grandissimo, non ha ostacolo alcuno, ha congiunzione con il Tartaro; in modo che non mi farei maraviglia che, avanti passasse un anno, egli avesse dato a questa Italia una gran bastonata, e facesse uscire di passo questi preti: sopra di che non voglio dir altro per ora».