Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 40

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Perocchè è nota l’ingratitudine con cui gli uomini compensarono quel sommo che, mentre al tornare del primo viaggio non era onoranza che non gli fosse profusa quasi a creatore, di poi dal nuovo mondo fu ricondotto in catene, le quali (dice suo figlio) io vidi sempre sospese nel suo gabinetto, e con quelle volle esser sepolto». Ai re si lagnava egli, ma invano; e a suo figlio scriveva: — Dopo vent’anni di servizj e fatiche e pericoli tanti, non possiedo in Ispagna ove ricoverare il capo: per mangiare e dormire mi bisogna andare all’osteria, e più volte non ho di che pagare lo scotto». Sazio poi di quella che tanto annoja, la censura degli oziosi, proponeva: — Coloro che si piaciono di far rimproveri e appunti, stiano a cianciare laggiù a loro agio, e dire _Perchè non fare così e così?_ Avrei voluto fossero stati a quell’impresa». Passata mezza la vita nella miseria sospirando di attuare la grande idea, e l’altra mezza nella invidia per averla compiuta, straziato da lunga ambage d’iniquità e scaduto dalle più fervorose speranze, moriva desolato a Valladolid di sessantott’anni nel 1506.

Istituì un maggiorasco, e ne trasmetteva i documenti a Genova, «della qual città io sono uscito, e nella quale son nato»: pel banco di San Giorgio destinò un decimo della rendita di sua eredità, onde sgravare la gabella delle vittovaglie: e sedici giorni prima di morire, sopra un uffizietto della beata Vergine regalatogli da Alessandro VI papa, e «che gli era stato di gran sollievo nella cattività, nelle battaglie, nelle traversie»[338], vergava un codicillo militare da darsi «all’amatissima sua patria la repubblica genovese» pei benefizj che n’avea ricevuti; volea che de’ suoi beni stabili in Italia vi si ergesse uno spedale nuovo; mancando poi la sua linea, sostituiva il banco di San Giorgio nell’ammiragliato dell’India e negli altri privilegi, che dai re gli erano stati sconsideratamente promessi, e che poi gli furono codardamente fraudati; sicchè i figli suoi dovettero stentare tutta la vita a patrocinare i titoli e il nome di quel grande, cui negavasi la gloria d’aver egli primo scoperto un mondo, che testè gli s’imputava a monomania il credere potesse scoprirsi. Finalmente i suoi nipoti rinunziarono alle pretese ricevendo mille dobloni l’anno e il titolo di duchi della Veragua, che vive tuttora in una linea femminile, dalle ultime vicende spagnuole ridotta a strettezze.

Più che i re, furono ingrati a Colombo gli scrittori, che del nome di lui non battezzarono la terra da lui scoperta. Al fine dell’ultimo secolo, gli Spagnuoli, costretti abbandonare ai Francesi l’isola d’Haiti ove era stato sepolto, lo trasportarono all’Avana in una solennità affettuosa, cui non si mesceano maledizioni, come alla traslazione d’altri eroi: e Bolivar volle col titolo di Colombia abbellire la repubblica, che le sue vittorie creavano e la sua temperanza conservava. Tarda giustizia! a Colombo non restò che la felicità dell’operare; felicità che voi, anime torpide, mai non comprenderete.

Subito avidità d’oro, di gloria, di conquiste, di conversioni, di martirio, spinse gran gente verso quel nuovo mondo, del quale, in poco giro d’anni, tutto il contorno fu determinato: ma a noi non s’appartiene qui l’esporre se non la parte che vi presero gl’Italiani.

Sebastiano Cabotto, mercadante veneziano, che fin dal 1494 avea veduto una terra che poi fu detta Terranuova, all’udire le imprese del Colombo, sentì suscitarsi «un desiderio grande, anzi un ardor nel cuore di voler fare ancor egli qualche cosa di segnalato»; ed esibì ad Enrico VII d’Inghilterra d’arrivare al favoloso Catai per altra via che non quella di Cristoforo, cioè pel nord-ovest; e avutone lettere patenti nel 1496, con Sebastiano suo figlio, e con quattro navi provvedutegli dai negozianti di Bristol, toccò il continente americano al Labrador il 24 giugno 1497, cioè un anno e sei giorni prima che Colombo mettesse l’orma in quel continente, del quale riconobbe 300 leghe di costa. Morto il padre, Sebastiano spinse un altro viaggio in quell’altezza, e pare scorresse a dilungo la costa dalla baja d’Hudson alla estremità della Florida; ma sgomentato dai geli e dalle lunghe notti, voltò indietro.

Il papa, molte volte lo ripetemmo, era considerato signor supremo dei mari e delle isole: in forza di che, Martino V aveva conceduto al re di Portogallo quanti paesi si scoprirebbero dai capi Bogiador e Non fino alle Indie. Nessuno allora prevedeva che fra questi s’incontrerebbe nulla meno che un mezzo mondo; sicchè Spagna e Portogallo vennero a diverbio sul possesso di questo. Invece di strapparselo colle armi, compromisero la quistione in papa Alessandro VI, il quale segnò un meridiano, distante cento leghe dalle isole Azzore e dal capo Verde, e i paesi di là da quello attribuiva alla Spagna.

Prima che tale controversia fosse composta, erasi adunata una giunta per discuterla, e in essa aveva parte il nostro Cabotto, il quale dagli Spagnuoli ebbe l’incarico d’un nuovo viaggio, in cui rimontò il gigantesco Rio della Plata. Fatto poi gran piloto d’Inghilterra, e presidente della compagnia istituita onde tentare il passaggio pel nord-ovest, in quell’isola morì onorato. Il gran problema che girava per la mente dell’illustre Veneziano, non fu risolto che jeri. Sant’uomo (_good aldman_), come lo intitola Ricardo Eden suo amico, morendo diceva sapere per rivelazione divina un metodo infallibile di trovare le longitudini; e forse intendeva mediante la deviazione dell’ago magnetico, la quale si vorrebbe da lui scoperta[339]. Anche Giovan Verazzani navigatore fiorentino fu adoprato da Francesco I onde tentare pel nord un passo alle Indie, costeggiò la Terranuova, conobbe la Nuova Francia, e più di settecento miglia di costa esplorò.

Americo Vespucci, nato di buona casa a Firenze, poi fattore nella banca di Gioannotto Berardi a Siviglia, divenne spertissimo marinajo e buon cosmografo, eseguì diversi viaggi per commissione del Governo spagnuolo, dal quale fu assunto primo piloto alla morte di Colombo; e colmo d’onori morì a Siviglia il 1512. Niuna impresa capitale egli compì, ma in lettere dirette a Renato duca di Lorena e a Lorenzo di Pier Francesco Medici, diede delle sue navigazioni un ragguaglio gonfio e confuso, con ostentazione di scienza e con apparenza d’uomo che compila scritti altrui. Firenze lo lesse con avidità, e gli decretò il fanale, cioè che davanti alla casa di lui si accendesse un falò per tre giorni e tre notti, come in antico solevasi ai benemeriti della patria, e tutte le case si dovessero illuminare e più i palazzi[340]. Quella informazione fu subito messa a stampe, e perchè fu la prima che si pubblicasse, venne cercatissima, tradotta in varie lingue, talmente che i paesi nuovi si chiamarono la terra d’Americo, e il costui nome prevalse a quello del vero scopritore. Nol chiameremo per ciò falsatore e plagiario della gloria altrui, ma vi riconosceremo uno degli accidenti della gloria, tanto capricciosa nelle sue distribuzioni.

Antonio Pigafetta vicentino, trovandosi in Ispagna al seguito di Francesco Chiericato ambasciatore della corte di Roma, partì collo spagnuolo Ferdinando Magellano per un viaggio all’estremità meridionale dell’America, e, datovi la volta il 21 ottobre 1520, compiva il primo giro del globo. Il viaggio era stato finito in millecentoventiquattro giorni; e la nave tratta in secco, fu conservata qual monumento della spedizione più arrisicata. Pigafetta fu accolto a Monterosi da papa Clemente VII, per cui istanza egli stese un racconto di quel giro, con poca esattezza e molta credulità, ma prezioso in mancanza d’ogni altro, e anche piacevole per la contezza di tanti paesi nuovi, e pel primo vocabolario di lingue parlate da Indiani. Con Magellano erano a quel passaggio anche Leone Pancaldo, Battista da Polcévera e un Baldassarre genovesi. Un altro genovese, Paolo Centurioni, proponeva a Basilio czar delle Russie un nuovo cammino alle Indie, venendo per acqua fin al Caspio, e dal Caspio pel Volga ed altri fiumi al Baltico, onde recare più presto e direttamente ai Settentrionali le droghe, senza ricorrere ai Portoghesi[341]. Così, intanto che la patria tempestava fra gravi sciagure, molti nostri, e principalmente genovesi, andavano ad ardite scoperte, delle quali l’Italia non doveva giovarsi: piloti genovesi fecero la prima circumnavigazione, designata dal nome di Magellano; altri tentarono il passaggio polare.

Col solito carico erano partite le galee di traffico veneziane per distribuire le droghe ne’ porti dell’Oceano, quando Piero Pasqualigo, ambasciatore a Lisbona, diede avviso alla Signoria che i Portoghesi aveano schiuso un altro varco alle Indie, ed offrivano le spezie ed il legname di costruzione a più fiorito mercato. Fu tenuto come pubblico disastro dalla repubblica, e si pensò al riparo non colla generosità che si eleva a vantaggiare se stessi col vantaggio altrui, bensì coll’egoismo che impaccia e pregiudica. Spedirono a insusurrare al soldano d’Egitto che gravi pericoli deriverebbero al suo paese e alla religione maomettana dalla prossimità di que’ nuovi e intraprendenti mercadanti, e gli offrivano braccia, consigli, armi per esterminarneli. Egli di fatto il tentò, unito ai principotti di Cambaja e di Calicut; ma il valore di Vasco de Gama, poi dell’Albuquerque dissipò le resistenze.

Consiglio più generoso e insieme più profittevole alla repubblica sarebbe stato il mettere in comunicazione il Mediterraneo col mar Rosso traverso all’istmo di Suez, o all’Egitto pei canali del Nilo; e non mancò chi lo suggerisse: ma forse lo impedì quell’empia lega, in cui tutt’Europa si strinse allora appunto per distruggere Venezia.

Il commercio, che i Portoghesi allora cominciarono coll’Asia, differiva da quel di Venezia in quanto questa lo permetteva a qualunque cittadino, escludendo gli stranieri, mentre i Portoghesi lo teneano come proprietà della corona; quella non negligeva l’industria interna, mentre i Portoghesi lasciarono deserte le manifatture e le campagne per usufruttare le colonie orientali. Gl’Inglesi perseverarono a comprar le droghe dai nostri; ma un equipaggio veneto di millecinquecento tonnellate, che nel 1587 naufragò sopra l’isola di Wight, fu l’ultimo che approdasse in Inghilterra, avendo la regina Elisabetta ottenuti pe’ suoi dal granturco tutti i privilegi di cui fruivano i Veneziani.

Presto dalla Sicilia passò la coltura dello zuccaro in America, che ne divenne la principale produttrice; di là vennero a noi molte nuove piante e derrate, molti usi ed abusi, e vizj e comodità e morbi. È generalmente accettato che l’inglese Raleigh portasse pel primo in Europa il pomo di terra nel 1586; ma il celebre botanico l’Ecluse (_Clusius_), che primo descrisse quel tubero nel 91, asserisce averne fin dall’88 coltivato nel suo giardino alcuni ricevuti dall’Italia, ove da qualche tempo servivano di cibo agli uomini e agli animali domestici.

Ma noi avevamo cessato d’essere i fattori dell’Europa; non un palmo di terra acquistammo in quel mondo, che un nostro avea scoperto e un altro denominato; non ajutammo le successive indagini: vero è che restammo mondi del sangue e delle atrocità che le accompagnarono.

Le scoperte schiudeano un nuovo campo alla santa operosità de’ missionarj, che da Roma correano a piantar la croce dovunque gli avventurieri avessero cominciato la strage. Famosi principalmente riuscirono i Gesuiti nella Cina, e primi Gabriele Rogerio di Napoli, il Ricci da Macerata, il Pasio da Bologna, che educatisi nei costumi e nella lingua del paese strano, furono tollerati e donati, ed ottennero grandi successi di conversioni; anzi il Ricci scrisse un’opera in cinese, che lo fece porre fra i classici di quella difficile nazione. Prodigiosi effetti conseguì pure nel Malabar il padre Roberto de’ Nobili romano, che però col troppo mostrarsi tollerante dei riti nativi meritò la disapprovazione di Roma, e (strano accordo) quella de’ filosofanti. Da questi ed altri missionanti si ebbero le prime e le più esatte contezze di que’ paesi.

Gli ambasciadori nostri alle Corti straniere informavano i loro Governi delle scoperte, via via ch’erano risapute; i mercadanti ne faceano appunto sui loro mastri per l’alterazione che derivava al prezzo delle derrate. Gli eruditi, di mezzo ai loro studj sull’antico, sentivano agitarsi il mondo moderno; e mentre sulla fede dell’erudizione Colombo ostinavasi nel glorioso suo errore, Pietro Martire d’Anghiera milanese scriveva a Pomponio Leto: — Non passa giorno che non ci arrivino prodigi nuovi da questo nuovo mondo, da questi antipodi dell’Occidente, che un tal Cristoforo genovese ha scoperti. Credo bene che tu abbia trasalito d’allegrezza, e a stento ti sia frenato dalle lagrime quand’io per lettere t’informai dell’orbe dianzi nascosto. Qual cibo più soave di questo a sublimi ingegni? Da me lo misuro, che sento bearmi lo spirito quando ragiono con alcuni tornati di colà. Tuffino l’animo in accumular dovizie i miseri avari; noi allietiamo le menti nostre nella contemplazione di siffatte meraviglie. E che fecero di più i Fenicj quando in regioni remote riunirono popoli erranti, e fondarono altre città? Ai tempi nostri era serbato vedere allargarsi di tanto le nostre concezioni, e tante cose insolite apparir d’improvviso sull’orizzonte»[342].

Esso Pietro Martire pubblicò tre decadi _De rebus oceanicis_, che volle far credere scritte man mano che le informazioni giungevano[343], e il cui vanto riponeasi nell’aver saputo designare con parole classiche paesi e cose nuove. Dalle lettere del Colombo _De insulis Indiæ nuper inventis_ trasse un rozzissimo poema in ottave il canonico Giuliano Dati fiorentino[344], autore d’altri scrittarelli destinati a popolarizzare le scoperte. Di que’ viaggi poi una raccolta stampò il Fracanzano di Montalboddo a Vicenza nel 1507 col titolo di _Mondo nuovo e paesi nuovamente trovati da Alberico Vesputio fiorentino_; Antonio Manuzio un’altra de’ viaggi di Veneziani. Giovan Battista Ramusio, nato da Paolo letterato celebre, usato in molte legazioni, sperto di varie lingue, concepì principale amore per la cosmografia, e ne teneva accademia in sua casa a Venezia; e dei ragguagli che correano fece la miglior raccolta col titolo _Delle navigazioni e viaggi... nelle quali con relazione fedelissima si descrivono tutti quei paesi che da già trecent’anni finora sono stati scoperti, così di verso levante e ponente come di verso mezzodì e tramontana_, più più volte ristampate, dopo la prima di Venezia del 1550. Anche Livio Sanuto raccolse le migliori notizie delle scoperte, e s’un globo rappresentò tutto il mondo conosciuto, sicchè può considerarsi il primo che correggesse le antiche carte. Sventuratamente delle sue non si salvarono che dodici, pubblicate postume nel 1586, incise dal fratello Giulio; e l’Africa vi è ritratta con esattezza tale, che appena dalle recentissime scoperte potè essere migliorata.

Alessandro Geraldini da Amelia nell’Umbria militò in Spagna, fu coppiere della regina Isabella, poi entrato ecclesiastico, educò quattro principesse che divennero regine; favorì i divisamenti del Colombo confutando i sofismi teologici che lo contrariavano; adoperato molto in diplomazia presso quasi tutte le corti d’Europa, finì vescovo di San Domingo in America. Scrisse molte opere di teologia, esortazioni ai Cristiani contro i Musulmani, e l’itinerario alle Antilie, con ragguagli sulle antichità, i riti, i costumi, le religioni de’ popoli di Etiopia, d’Africa, dell’oceano Atlantico, dell’India. Asserisce però aver veduto e trattato popoli e re, che nessun altro menziona; dà perfino iscrizioni latine, che asserisce aver copiate in Africa, evidentemente false: sì poco allora aveasi cura dell’esattezza.

Altri continuarono viaggi. Giovanni da Empoli nel 1503 arrivava al Malabar. Filippo Sassetti fiorentino, buon matematico e discreto scrittore, visitò le Indie, e vorrebbesi il primo che avvertisse la declinazione dell’ago calamitato, che noi trovammo già prima indicata. Luigi da Vartema, gentiluomo bolognese, scrisse il suo viaggio in Levante, ristampato e tradotto in tutte le lingue. Mosso da Venezia dopo il 1500, visitò l’Egitto, la Siria, e nel 1503 imparato l’arabo, da Damasco colla carovana andò alla Mecca, soffrendo i disagi di quel tragitto, ammirando il gran mercato che vi si teneva, benchè declinasse dopo scoperto il passaggio marittimo all’India. Un Moro ch’era stato a Genova e Venezia, lo conobbe per italiano; nè al castigo serbato all’infedele che entra nella santa casa, potè sottrarsi se non fingendosi rinnegato, e bestemmiando i Portoghesi. Il Moro gli esibì di mettersi col re del Decan per fondere le sue artiglierie: ed egli, desideroso di avventure, accettò. Sbarcò a Aden, ma riconosciuto, fu messo in carcere; e solo col fingersi scimunito, e ricrear la regina colle sue buffonerie, potè campare. Allora visitò molte città dell’Arabia Felice, fendè la Persia, e giunse ad Ormus, a Herat, a Schiraz, centri di vivissimo traffico. Fece società con un mercante persiano, e dalle guerre impedito di giungere a Samarcanda, tornò a vedere altri paesi sino a Calcutta, dove stavano sin quindicimila mercanti forestieri. Il Vartema si estende a narrare i costumi dell’India, come uom che li vide in fatto, sebbene e spesso li frantendesse, e più spesso non osservasse quelle particolarità che ne formano il carattere. Seguitò a trafficar per que’ mari, e via fin al capo Comorin, all’isola di Seilan e al Bengala, indi al Pegù, a Sumatra, all’isola delle Spezierie, a Borneo, a Giava. Reduce a Calcutta, trova due Milanesi venuti nell’India co’ Portoghesi e disertati, coi quali s’accorda per fuggire dai paesi musulmani, e riesce a tornare fra i Cristiani. I Portoghesi l’ebber caro per le informazioni che offerse di regioni ignote, e gli agevolarono il ritorno a Lisbona, ove il re l’intitolò cavaliere; e di là tornò in patria il 1508.

Gaspare Balbi veneziano, negoziante di gioje, trovandosi ad Aleppo il 1579, risolse visitare l’Oriente; e condottosi a Bir sull’Eufrate, navigò questo fiume pieno di pericoli fin presso a Bagdad; da questa _Babilonia_ nuova scese pel Tigri a Bàssora, donde a Ormus, osservando la pesca delle perle a Baharein, poi a Diu e a Goa, dove allora ingrandiva la potenza portoghese. La sua descrizione rispetto a storia e geografia non dilatò le nostre cognizioni, ma da mercante ch’egli era, informa a minuto del commercio, dei prezzi, delle direzioni. Da Goa traversò a Cochin, poi pel capo Comorin a San Tomé, notando i gran frutti delle missioni gesuitiche. Con mercadanti Portoghesi navigò nel Pegù, regno poderoso, che dominava quelli d’Ava e di Siam, e la cui capitale trovò grandiosa, qual rimase finchè i Birmani non la distrussero nel secolo passato. Quel principe, interrogatolo sul suo paese, e udito che governavasi senza re, volle sbilicarsi dalle risa, il regalò d’una coppa d’oro e tappeti cinesi, e ne comprò molti smeraldi, ricambiandoli con altre pietre e con pezzi di piombo che ivi scusavano la moneta. Passare ad Ava per farvi accatto di rubini non potè, in grazia d’una ribellione scoppiata, per la quale il re del Pegù chiamò a sè gli uffiziali e governatori, e sospettandoli d’intelligenze, li fece colle loro famiglie bruciare in numero di quattromila. Il Balbi potè vedere le trionfali solennità della vittoria, e marcie e pasti, dove i bianchi elefanti del re faceano segnalata comparsa. Ci dipinge quel popolo come mansueto, tollerante, educato dai buoni esempj de’ Talapoini, monaci austeri e caritatevoli, i quali non impedivano di farsi cristiani, dicendo che uno può esser buono in qualunque religione. Di là mandavasi argento al Bengala, riso a Malacca: sopratutto lavoravasi di cotone. Nol seguiremo nel ritorno e nella descrizione che fa delle usanze della costa del Malabar, donde per Ormus ripassò nel 1588 ad Aleppo, che avea lasciata nel 1579; e due anni dappoi pubblicava in patria il suo _Viaggio alle Indie orientali_, prezioso sì per la semplicità con cui acquista fede a’ suoi detti, sì perchè primo recò notizie dell’India transgangetica e particolarmente del Pegù.

Pier della Valle può dar la misura della corrività, se non della sfacciataggine de’ viaggiatori. Staccatosi da Roma col proposito di percorrere le principali parti del teatro dell’universo, provvisto d’entusiasmo e di fede ma non di critica, sopra un legno veneziano approda prima a Corfù, dove riverisce le reliquie di santo Spiridione, e dove gli è mostrato un discendente di Giuda Iscariote. A Zante vede una fontana, la cui acqua proviene dalla terraferma, sottopassando alle salse, per tal segno che una volta ne sgorgò una tazza d’argento. Da Troja, che ricostruisce con tanta facilità, mentre con tanto stento i moderni non v’arrivarono, giunge a Costantinopoli, e vede gran meraviglie, e n’ode di maggiori, quali le due immense cisterne, sopra cui stanno sospese Santa Sofia e l’ippodromo, sostenute solo da alcune file di pilastri. Harlais ambasciadore di Francia gli agevola l’entrata nel serraglio, ove bacia la mano all’imperatore, ma preoccupato dalle idee de’ costumi e delle Corti europee, nulla intende di quella. Nelle case vede usare pertutto una bevanda nera, che chiamano caffè, e i cui effetti gliela fanno somigliare alla nepente, con cui Elena calmava i tedj degli assediati Trojani. Nell’Egitto scorre colla Bibbia e col leggendario alla mano, pertutto vendemmia pie tradizioni, e viepiù accostatosi a Terrasanta: e que’ racconti anche sì grossolani attraggono per la buona fede e la semplicità onde sono dettati. Dopo che potè prostrarsi sul sepolcro di Cristo, e ricever la comunione su quello di santa Caterina, crebbe di pietà, e sbandì quanto di mondano conservava. Avviatosi colla carovana verso Babilonia, sente parlare della bellezza stupenda, del raro ingegno, dell’incomparabile virtù della figlia del maggior ricco di Bagdad: onde invaghitosene per fama, non d’altro studia che d’arrivarvi presto, e la ottiene in matrimonio, e riconduce a Roma la bella Maani Gioreida.

Jacopo Morelli, lodato bigliografo, stampò in pochi esemplari una dissertazione intorno ad _Alcuni viaggiatori eruditi veneziani poco noti_ (Venezia 1803), i quali sono Paolo Trevisano, Giovanni Bembo, Pellegrino Brocardi, Ambrogio Bembo, Giovan Antonio Soderino; e minori Bartolomeo Dandolo, Bonajuto Albani, Teodoro Gradenigo, Nicola Brancaleone, Antonio Priuli, Carlo Maggi, Cechino Martinello. Altri avremo a mentovarne, ma scarsissima messe ci danno i nostri campi. Ben fa meraviglia come di tanti portenti, che doveano concitare le fantasie e l’estro, poche o niuna scintilla traessero le muse nostre, severe od amene: alcuni poemi su que’ gloriosi fatti ricalcano i modelli antichi; e le allusioni fattevi non attingono l’originalità, neppure in mano del Tasso e dell’Ariosto.

CAPITOLO CXXVI.

La fine del medioevo.

Così accompagnammo il passaggio dall’età media alla moderna. La società stabilita sulla libera autorità, sulla devozione dell’uomo all’uomo, sulla infallibilità cattolica, sulla ecclesiastica gerarchia, cede dinanzi all’indipendente indagine de’ pensatori, al cavillo erudito de’ leggisti, alla risoluzione de’ popoli di stracciar le fascie entro cui crebbero, e dei re di non tollerare superiori. Cessata quella robustezza di Roma imperiale, che assorbiva l’uomo nello Stato, la Chiesa avea proclamato la propria indipendenza: gli uomini franchi, i signori feudali, i Comuni, le maestranze ne voleano altrettanta, arrogandosi l’autonomia della propria sfera, per modo che non si trova più la nazione, lo Stato, ma l’individuo col suo senno e colla sua coscienza. Al contrario, gli Stati moderni sin dal nascere inclinano in un senso opposto alla società cristiana e ai dominj barbari, accentrando i poteri maestatici, estendendo la sfera della regia attività a scapito de’ signori e dei Comuni.