Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)
Part 39
Per mezzo ai pericoli cagionati dall’invasione di Bibars nell’Armenia, passarono i cinque Cristiani sino a Kan-fu, dove ragguagliarono il kan dell’ambasciata. Marco, giovane svegliato, restò attonito d’un mondo così differente dal nostro, e cominciò a notare quanto pareagli degno di ricordo, e «ch’egli seppe più che nessuno uomo che nascesse al mondo». Da Cubilai tenuto in gran capitale, fu posto fin assessore del consiglio privato, e spedito a raccorre notizie statistiche nell’impero e ad importantissime legazioni e governi. Stavano ambasciadori in Persia i Poli quando intesero la morte di Cubilai, onde risolsero tornare in cristianità; e rividero la patria, per la quale combattendo a Cùrzola, Marco restò preso da un legno genovese; e tenuto prigione, consolò la cattività raccontando «diverse cose secondo ch’elli vide cogli occhi suoi; molte altre che non vide, ma intese da savj uomini e degni di fede; e però estende le vedute per vedute e le udite per udite, acciocchè il suo libro sia diritto e leale e senza riprensione. E certo credi, da poi che il nostro signor Gesù creò Adamo primo nostro padre, non fu uomo al mondo che tanto vedesse o cercasse, quanto il detto messer Marco Polo». Reso alla libertà e alla patria, morì carico d’anni; e la sua _Relazione_[321], volata tosto per Europa, valse a invogliare a nuove scoperte, le quali poi confermarono la veridicità d’un libro, che mai non mente anche quando s’inganna, e che prima erasi creduto esagerazione, a segno che glie n’era venuto il titolo di _Milione_.
Certamente nessuno ebbe miglior agio di esaminare la Cina e il Giappone; e fin oggi esso rimane fonte d’importanti notizie intorno ai Mongoli e al loro governo, ed ai paesi centrali ed orientali dell’Asia: ai contemporanei poi qual doveva eccitar interesse il ragguaglio della civiltà bizzarra de’ popoli al cui nome tremavano, e delle strane contrade da cui traevano le gemme, le porcellane, le spezie, le seterie! Le sue descrizioni apersero il campo a fantasie nuove, innestandosi le asiatiche alle nostre tradizioni; e potentissimo eccitamento diedero ai viaggi di scoperta del secolo XV.
Anche Nicolò Conti viaggiò venticinque anni in Oriente; e avendo rinnegato la fede per salvare la vita, ne chiese perdonanza ai piedi di Eugenio IV, il quale in isconto gl’impose raccontasse i suoi viaggi colla massima fedeltà al Poggio fiorentino, da cui abbiamo una succinta relazione, che lascia appena accertare la traccia di lui fino a Giava e al Seilan, eppure è fedele ritratto dei costumi indiani. Caterino Zeno stese commentarj del viaggio che fece in Persia, come dicemmo, per sollecitare quel re a romper guerra ai Turchi. Al qual uopo fu pure, nel 1471, spedito con vasi d’oro e stoffe di Verona Giosafat Barbaro sopra due galee perchè attraverso l’Armenia e il paese dei Curdi arrivasse a Tebris e a Cassan, ma egli non vi giunse, per quanto incalzato: però reduce, da uom d’ingegno e di retto intendimento ci diede un ragguaglio, ove primo alla moderna Europa fece conoscere que’ paesi. V’andava pure ambasciatore Leopoldo Battoni per Trebisonda, e nel 1474 Ambrogio Contarini per la Polonia, la Russia, la Colchide, il Fasi, la Georgia, la Mingrelia, l’Armenia: tornando pel Caspio e trovato presa Caffa dai Turchi, salì da Derben a Mosca fra un paese selvaggio, e riscosso denaro dal gran principe per conto della patria, per la Germania rimpatriò due anni dopo: viaggio arditissimo per le scarse cognizioni d’allora, e fra le minaccie di gente barbara e i sospetti de’ Turchi; e ne lasciava un’informazione curiosa[322].
Pietro Quirini veneto negoziante a Candia, veleggiando alle Fiandre nel 1431, fu da spaventevole bufera gettato di là delle Sorlinghe, naufrago prese terra sulle estreme coste scandinave, donde ritornando per la Svezia, la Norvegia, l’Inghilterra, la Germania, raccontò in modo commovente le sue disgrazie, come pur fecero i suoi compagni Cristoforo Fioravante e Nicolò Micheli. Gironimo San Stefano nel 1496 per speculazioni s’incamminò da Genova verso le Indie, passando pel Cairo, il mar Rosso, e fino al Pegù, al cui re vendette con iscapito le proprie mercanzie; reduce a Camboja, si acconciò con un mercante di Damasco; ad Ormus si unì ad Armeni diretti a Tebris; per mare si condusse nel Laristan, provincia persiana, ove soleano approdare le navi spedite dall’imboccatura dell’Eufrate per l’India; nel paese degli Azameni aspettò le carovane, e per Ispahan, Kasbin, Soldania pervenne a Tebig, donde ad Aleppo. Luigi Rominotto perlustrava l’Asia e le coste d’Africa, ma non ci ragguaglia di nuove regioni: e maggior conto merita il periplo del mar Rosso e dell’Indiano, steso da un anonimo che nei 1538 assisteva con Solimano granturco all’assedio del castello di Diu, difeso dai Portoghesi.
Nel 1374 Luchino Tarigo ed altri poveri avventurieri genovesi, da Caffa con una fusta armata risalito il Tanai fin dove nol disgiungono dal Volga che sessanta werste, trascinarono per quella lingua di terra la fusta, e messala sul gran fiume scesero al Caspio, e si arricchirono corseggiando[323]. Giorgio Interiano loro concittadino vide e descrisse i costumi de’ Circassi, fu il primo che portasse alcuni platani a Venezia, e fantasticava la probabilità dell’arrivare dall’Oceano nel mar Rosso[324]. Il Boccaccio dà vanto ad Andalon del Negro pur genovese d’avere percorso quasi tutto il mondo[325]: e il Petrarca loda Giovanni Colonna, spatriato per le risse de’ suoi con Bonifazio VIII, d’avere viaggiato lontanissimo, e «avresti anche trascesi i limiti della nostra zona abitabile, e varcato l’Oceano, saresti giunto agli antipodi»[326]; frasi, donde non può trarsi veruna contezza precisa.
Oggimai si tiene per provato che i Normanni, arditissimi corsari, avendo popolate le isole Feroe, l’Islanda, la Groenlandia nell’estremo settentrione dell’Europa, di là si spingessero di proposito, o fossero cacciati dal caso sull’altro continente, e appunto nelle terre che più tardi furono chiamate la Carolina e il San Lorenzo. Nicolò e Antonio Zeno, fratelli di quel prode Carlo che salvò la patria, verso il 1380 si elevarono fin alle coste della Groenlandia e a coteste altre scoperte de’ Normanni, e ne stesero un’informazione, che Nicolò Zeno lor discendente dice avere stracciata per fanciullesca inconsideratezza, e pretese valersi della memoria e d’altri amminicoli per darne nel 1558 un ragguaglio. Voi vedete come poco sia degno di fede; pure ci resta la mappa delle terre da loro vedute: è corredata di gradi geografici, e fa supporre il maneggio dell’astrolabio; ed ha questa singolarità, che, più di mille miglia ad occidente delle Feroe, mostra due coste, nominate l’Estotilandia e Droceo, le quali non potrebbero essere se non Terranuova e la Nuova Inghilterra, e diceansi indicate da naufraghi.
Tali viaggi non assumeansi, lo vedete, per intento scientifico o per iscoprire; ma delle costoro informazioni vi era chi traea profitto per formar delle mappe. L’unica che i Romani ci abbiano lasciata, è la Tavola Peutingeriana, rozzissimo disegno fuor d’ogni proporzione, ritraendo la terra sulla lunghezza di ventidue piedi e la larghezza appena d’uno, ma che dovea bastare come carta itineraria. In Italia quest’arte progredì, e nove mappe geoidrografiche di Pier Visconti genovese del 1318 conserva la biblioteca di Vienna con altre di Grazioso Benincasa anconitano del 1480[327]. Vuolsi che già dal 1300 i Veneziani segnassero i gradi sulle carte marittime; e di Veneziani sono lode le cinque carte di Marin Sanuto che accompagnano i _Secreta fidelium Crucis_ (Cap. XCIII), dove l’Africa si disegna triangolare e breve, ma con evidente comunicazione dal Grand’Oceano al mar Rosso; il planisfero del Pizzigano del 1367, fatto a penna con diligenti miniature, e colla rosa dei venti[328]; le dieci carte di Andrea Bianco del 1436, che danno delineato il Giappone, l’Estotiland, le Antille, il Brasile, parte del Canadà. Nel 1440 frà Mauro camaldolese in San Michele di Murano delineava in un planisfero tutto il mondo allora conosciuto, sparso di figure e descrizioni, e dove la terra empie un gran circolo, attorniata dal mare; centro n’è Gerusalemme; il settentrione abbasso, in alto il sud; vi è tracciato tutto il viaggio di Marco Polo, e ciò che importa agli eruditi, il capo Verde, il capo Rosso, il golfo di Guinea, e il girabile vertice dell’Africa[329]. Il re di Portogallo incaricò esso frà Mauro d’un planisfero, di cui potessero giovarsi quelli che mandava a tentare scoperte.
Nella _Rason del martologio_, codice del 1428 o poco poi, che conservasi a Venezia, è spiegata la _regola de navegar a mente_, applicando la trigonometria alla nautica; il raggio è ridotto in decimali, anzichè in sessagesimi; si adoprano le tangenti nelle operazioni trigonometriche, ben prima del Regiomontano che se ne fa scopritore. La reale libreria di Parma ha un mappamondo coll’iscrizione _Becharias civis januensis composuit hanc tabulam anno Domini millesimo_ CCCCXXXVI, dove sono indicate la prima volta con qualche precisione le Canarie e Madera. Un’altra carta marina su pergamena fu compita il 1455 da prete Bartolomeo Pareto genovese, ponendo Genova come la città più grande, e il suo San Giorgio effigiando sopra tutte le colonie del mar Nero.
Erasi intanto migliorata l’arte del navigare, del costruire le navi e dirigerle, e spingerle anche con vento sinistro. La proprietà dell’ago calamitato di volgere a settentrione forse non era sconosciuta agli antichi, ma furono primi gli Amalfitani, e dicono un Flavio Gioja nell’xi secolo, a valersene come di strumento costante onde precisare la direzione de’ viaggi. Con questo si potè osare d’avventurarsi nell’alto, dove più non si scorgono terre; ed alcuni si spinsero fuori dello stretto di Gibilterra, al quale gli antichi, chiamandolo colonne d’Ercole, aveano posto il _non plus ultra_; e abbandonando le coste spiegarono le vele in alto mare. Fin dal 1281 Vadino e Guido Vivaldi salpavano da Genova con due galee col proposito di girare l’Africa, e giungere per di là nelle Indie. Una diede nelle secche alla Guinea, l’altra giunse nell’Etiopia, ma fu catturata, e un solo marinajo campò, i cui discendenti, censettanta anni dopo, ritrovò in Abissinia il genovese Antoniotto Usodimare. Pietro d’Abano e Cecco d’Ascoli famosi astrologi soggiungono che tale notizia invogliò Teodosio Doria e Ugolino Vivaldi a mettersi, nel 1292, con due Francescani per lo stesso cammino, donde non furono più di ritorno[330]. Altri Genovesi di quel tempo scopersero le isole Canarie nell’oceano Atlantico[331]. Nicoloso da Recco, capo d’una spedizione diretta a quella volta, nel 1341 ne diè contezza in Siviglia a mercadanti fiorentini, dai quali l’ebbe e la registrò il Boccaccio[332]. Forse da Genovesi furono trovate anche le isole Azzore, e si era dato il gran passo collo staccarsi dalla costa, avventurarsi al largo, dissipare la paura del mare _tenebroso, inguadabile_.
Da questi tentativi presero voglia e coraggio Spagnuoli, Portoghesi, Baschi a scoprire regioni nuove, fosse a dilungo della costa occidentale dell’Africa, fosse in mezzo all’Oceano. Principalmente l’infante Giovanni di Portogallo, erudito in tutte le scienze del suo tempo, si piantò presso al capo San Vincenzo, e di quell’estrema punta occidentale d’Europa volle far quasi una vedetta donde esplorare mari intentati, e vi stabilì un’accademia marittima. Uno de’ primi suggerimenti di questa fu l’astrolabio di mare, grande anello metallico, sospeso ad un altro fisso alla parte superiore dello stromento, e con traguardi disposti in modo, da determinare i gradi d’altezza del sole e riconoscere la propria situazione, anche quando siasi perduta di vista la terra. Stava fitto in mente a quel principe che, seguitando a dilungo la costa africana, s’arriverebbe a un punto ov’essa dà volta verso levante e settentrione, e per di là si giungerebbe alle Indie; e ostinandosi contro le beffe e l’incredulità di coloro che al primo tentativo fallito si scoraggiano, seguiva a mandar navi, le quali sempre più avanzavano giù per la costa africana.
Alvise Ca de Mosto patrizio veneto, corso già molte volte il Mediterraneo, mentre tornava dalle Fiandre il 1454, si trovò cacciato da un rifolo di vento al capo San Vincenzo; e il principe Enrico, saputo l’arrivo di quelle galee, mandò a chiedere con istanza se alcuno volesse pericolarsi ad una spedizione oceanica. Arrise la proferta al Cadamosto, il quale, avuta una caravella, sciolse ai 22 marzo 1455, toccò Madera, le Canarie, capo Bianco, e al voltare del capo Verde s’imbattè in due altre caravelle, una delle quali capitanata da Antoniotto Usodimare, egli pure in traccia di paesi e più di ricchezze. Messisi di conserva, procedettero fino allo sbocco del Gambia; ma l’insubordinazione della ciurma, sgomentata dagli attacchi de’ Negri o dal pregiudizio che i cibi di questi fossero letali ai Bianchi, gli obbligò a dar volta. L’anno che venne, il Cadamosto, ripreso passaggio con Antoniotto, si trovò spinto alle inesplorate isole di capo Verde e fin al Rio Grande. Da uomo esperto e sincero ce ne diede un ragguaglio, che è il più antico di navigazioni moderne: forse già prima avea steso il portolano dell’Atlantico, del Mediterraneo e dell’Adriatico. Antonio da Noli genovese riconoscea poi meglio le isole di capo Verde nel 1462.
Intraprendentissimi erano dunque i nostri navigatori, ma forse in questa, come in tutte le altre imprese, mancarono della perseveranza: mediante la quale invece i Portoghesi si videro premiati, quando alfine, nel 1486, con Bartolomeo Diaz diedero volta al capo di Buona Speranza, cioè all’estremo vertice dell’Africa, e con Vasco de Gama nel 98 giunsero per mare nell’India, dove i nostri si spingeano per così lungo e tortuoso pellegrinaggio.
Emanuele re di Portogallo pensò che le primizie delle sue conquiste fossero dovute a Dio, sicchè mandò al papa un elefante dell’India mirabilmente grosso, un pardo, e una pianeta tempestata di gemme, di tal bellezza qual mai non erasi veduta[333]. Perocchè ancora valeano le idee del medioevo; e l’intento professato di tali spedizioni era il guadagnare anime alla fede, e trovare quel Prete Janni, che i viaggiatori aveano dato come pontefice d’un popolo cristiano, isolato tra gli infedeli (Cap. XCIII, in princ.): al papa chiedeasi l’investitura delle nuove isole, delle quali, secondo il diritto d’allora, a lui spettava la sovranità: e Martino V privilegio di plenaria indulgenza chi perisse in que’ tragitti, che doveano tante anime redimere col battesimo, incivilire col vangelo.
Tali tentativi fissavano l’attenzione d’un Genovese che tutti dovea superarli, perchè più perseverante. Nato di nobile casa piacentina, che impoverita nelle guerre di Lombardia, erasi applicata al commercio delle lane[334], Cristoforo Colombo, fatti i suoi studj e messosi presto nella marina, vi si segnalò per coraggio e abilità, aggiungendovi cognizioni geometriche, astronomiche, cosmografiche. Dopo comandato navi napoletane e genovesi, stette in Portogallo, dove i Lombardi (come chiamavansi tutti gli Italiani) erano bene accolti; cupidamente raccogliendo quanto si diceva e progettava, s’allargò a ben maggiore concetto; e mentre i precedenti non faceano che conquiste d’esperienza, seguitando la costa occidentale d’un continente a piramide, di cui la orientale era frequentatissima dagli Arabi, Colombo ideò una conquista di riflessione, cioè di giungere in Asia per via opposta: gli altri andavano tentone dietro a un fatto; egli spingeasi dietro un’idea, una fede. Forse viaggiò sino alla Guinea, forse fu nell’Islanda, ove potè aver contezza di terre giacenti oltre l’Oceano, e dai racconti, dalle fantasie, dai calcoli, dai testi traeva pascolo a congetture, che presto mutò in persuasioni.
Che la terra fosse sferica e abitata anche nella parte opposta alla nostra, l’aveano già insegnato nella bassa Italia i Pitagorici, poi ripetuto altri savj anche di recente, comunque la scarsezza di libri lasciasse altri nei classici pregiudizj; e l’induzione veniva di suo piede dacchè sapevasi non essere il peso che la tendenza al centro della terra[335]. Uno potrà dunque passare da un meridiano all’altro sia che si diriga a levante, sia che a ponente, e le due strade saranno complemento una dell’altra. Il circuito della terra è diviso, secondo Tolomeo, in ventiquattro ore da quindici gradi ciascuna: i quindici da Gibilterra fino a Tina in Asia erano già conosciuti agli antichi; d’un altro s’inoltrarono i Portoghesi: non rimangono perciò che otto ore, cioè un terzo della circonferenza del globo. I filosofi asseriscono che la superficie de’ mari è un settimo appena dell’arida: adunque non resterà che piccola parte dell’Atlantico a traversare per raggiungere il continente dell’India, le invidiate terre delle spezie e dell’oro, il Catai, Cipango, le altre regioni, del cui nome e delle cui meraviglie era stata empita l’Europa dal Milione di Polo. Più dunque che pel levante, è facile giungervi per ponente[336]. Le cinquecento miglia di mare che credeasi dover traversare, erano ancora eccessive alla scarsa arte d’allora; ma probabilmente tra via s’incontrerebbero isole, delle quali una vaga fama trasmetteasi fra i naviganti.
Altre induzioni, d’origine ecclesiastica, davano al mondo non più che cencinquant’anni ancora di durata; e poichè è scritto che _il suono del vangelo uscirà per tutta la terra_, Iddio dev’essere sul punto di aprire l’India da quest’altra banda, acciocchè vi si predichi Cristo, e se ne traggano tesori, coi quali riscattare Terrasanta dai Turchi e tante anime dal purgatorio.
Ognuno appoggia i proprj concetti cogli argomenti del tempo; e Colombo ne raccoglieva per la fede dei teologi, per l’avidità dei re, pei pregiudizj dei naviganti, per la pedanteria degli eruditi, per la scienza de’ matematici. Fra gli astronomi di quel tempo godea nome Paolo del Pozzo Toscanelli, che in Firenze sua patria fece il più elevato gnomone del mondo in Santa Maria Novella. A lui, già consultato dai principi di Portogallo, si diresse Colombo per lume e consigli, e questi gli rispose una lettera appoggiandolo di autorità e di calcoli; gli abbozzò una carta navigatoria, ove da Lisbona a Quinsay (città rivelata da Marco Polo) segnava sedici gradi da ducencinquanta miglia ciascuno; e — Il tuo disegno parmi nobile e grande, e ti prego quanto so a navigare da oriente ad occidente».
Colombo dovette rimbaldirsi di tanta approvazione: ma donde ottenerne i mezzi? La Francia si buttava allora a guerre avventurose sotto il romanzesco Carlo VIII: l’Inghilterra faticava a ricomporre gli sconquassi delle lunghe discordie intestine: il Portogallo erasi messo alle scoperte s’una traccia diversa, e codesta novità non poteva che tornargli sgradita: di fatto quegli accademici, cui il disegno di Colombo fu presentato, lo dichiararono d’un fatuo vanaglorioso; pure i politici suggerirono, — Teniamolo a bada finchè si mandino navi a verificare cosa ne sia». Colombo indispettito si sottrasse, e venne in Italia: ma di que’ piccoli Stati e ringhiosi qual mai era capace di tanto ardimento? Venezia e Genova desideravano conservarsi il monopolio delle antiche vie, anzi che perigliarsi a nuove; tenere a tutto loro profitto il commercio nel Mediterraneo, anzi che vantaggiare le nazioni situate sull’Oceano.
Febbricitante dunque d’un gran pensiero, cui non vedea modo di ridurre ad effetto, cogli spasimi del genio incompreso, Colombo vedea passare gli anni, logorarsi il suo vigore, e nessuno che volesse accettare il dono d’un nuovo mondo. Finalmente in Ispagna trovò un frate, che il raccomandò al confessore della regina Isabella; e la gran donna, capace di comprendere l’entusiasmo di un grand’uomo, gli diede ascolto, fece esaminare la proposta da teologi e da sapienti; ma poichè allora fervea l’impresa che dev’essere la prima per ogni nazione, quella di sbrattare la patria dalla dominazione straniera, il tentativo fu rimesso a migliori tempi: intanto Colombo militò contro i Mori, vivendo d’un sussidio assegnotogli, egli che teneasi distributore d’incalcolabili tesori[337].
Finalmente la presa di Granata decise la lotta di sette secoli; e gli Spagnuoli si assisero indipendenti sopra il suolo che palmo a palmo aveano ricompro dalla servitù moresca. Allora Colombo rincalorì le istanze, e ottenne due navi e trecentomila corone, col patto di concorrere egli stesso a un ottavo della spesa, purchè gli si assicurassero un ottavo de’ vantaggi e un dodicesimo delle gioje e de’ metalli preziosi, il titolo di ammiraglio e vicerè de’ paesi nuovi. Un terzo legno ebbe da un armadore di Palos, dal qual porto salpò il 3 agosto 1492, fidando in Dio, e ostinandosi a filar dritto a ponente, per quanto il disconsigliassero i compagni, per quanto altri fenomeni l’allettassero a cercar terre a dritta o a sinistra, per quanto lo scoraggiasse il dissiparsi delle apparenze di vicina terra. Perseveranza siffatta è l’impronta del genio.
Non è di questo luogo il descrivere gli incidenti del suo viaggio, e come toccasse le Antille e più tardi il continente, ch’egli credette sempre fossero le settemila quattrocentottantotto isole orientali, indicate da Marco Polo. Il suo giornale lo mostra attentissimo osservatore d’ogni fenomeno della natura, quantunque non addottrinato abbastanza per trovarne la spiegazione; nè alla sagacia sua sfugge veruna delle apparenze d’un mondo e d’un ciel nuovo: ravvicina i fatti per indovinarne le mutue relazioni; primo avvertì la deviazione dell’ago magnetico; primo conobbe che si poteva trovar le longitudini mediante la differenza dell’ascensione diritta degli astri; notò la direzione delle correnti pelagiche, l’aggruppamento delle piante marine che determinano una gran divisione de’ climi dell’Oceano, il cangiarsi delle temperature non solo a norma delle distanze dall’equatore, ma colla differenza de’ meridiani; nè trascurò appunti geologici sulla forma delle terre e sulle cause che la producono.
Quel che più ancora, lo caratterizza è il sentimento religioso, pel quale crede a visioni, a rivelazioni; per iscopo supremo dell’impresa si propone di annichilare l’islam, convertire i sudditi del gran kan, e coll’oro ritratto riedificare Gerusalemme, e suffragare tante anime aspettanti nel purgatorio. Ne traeva la perseveranza contro gli ostacoli, la pazienza de’ mali, e nei semplici suoi ricordi scriveva: — Benedetto Iddio che dà vittoria e buon successo a chi segue le sue strade, e l’ha miracolosamente provato in me. Io tentai un viaggio contro l’avviso di tanti assennati; tutti trattavano il mio disegno di chimera: confido nel Signore che il successo farà grande onore alla cristianità». E se i disastri l’opprimevano, pareagli una voce gridargli in sogno: — Di poca fede! cosa fece Iddio di più per Mosè e per David suo servo? A te aperte le barriere dell’Oceano; a te sottomesso infinito paese; il nome tuo reso celebre in tutta la cristianità. Volgiti a lui, e riconosci che infinita è la sua misericordia. Tu giaci di cuore, e gridi _È troppo_. Or di’, chi ha cagionato le tue afflizioni, Dio o il mondo? Dio non fallisce le promesse: ma delle fatiche sostenute per altri padroni questa è la ricompensa».