Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 15

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Le ingiurie ricambiatesi dai papi e dai cardinali aveano scossa un’autorità che si fonda sulla virtù e sull’opinione. Se gl’Italiani favorivano alla santa Sede pel vantaggio che ne traeva il loro paese, eransene raffreddati dacchè quella vagava in esiglio; e gli stranieri cominciavano a trovare oneroso questo migrare di tanto loro denaro ad un’altra gente. La contesa coi frati Minori aveva mal volta alla santa Sede la milizia sua più devota; e al vedere condannate persone pie, cui sola colpa dicevasi la povertà, si richiamavano le dottrine d’Arnaldo da Brescia contro i possessi ecclesiastici e la corruttela derivatane. Nell’intento di riuscir superiore, ciascun partito era ricorso a spedienti troppo dissonanti da quelli dell’apostolato: Bonifazio IX aveva lasciato trafficare delle indulgenze e del suffragio ai morti, pretendeva le annate dei vescovi eletti, a denaro dispensava la pluralità di benefizj; Giovanni XXIII ebbe accusa di aver cavato oro dalle medesime miniere, e moltiplicatolo colle usure. Dal disordine esterno passatasi a criticare l’intima verità della Chiesa: si spargeano libri e sermoni critici, anche in lingua vulgare[75]; i roghi non bastavano a reprimere gli eretici in Francia. I Valdesi faceansi più arditi, e Gregorio XI movea lamento perchè dalle valli subalpine si propagassero, e discesi in Piemonte avessero trucidato un inquisitore a Bricherasio, uno a Susa[76].

Bartolino da Piacenza verso il 1385 pubblicò alquante tesi legali sul modo di trattare il papa qualora apparisse negligente, inetto a governare, o capriccioso a ricusare il consiglio dei cardinali (com’era il caso di Urbano VI); e conchiudeva potere questi mettergli de’ curatori, al cui parere fosse obbligato attenersi negli affari della Chiesa. I Francesi colla prammatica sanzione di Bourges restrinsero i diritti papali. In Inghilterra Giovanni Wiclef aveva impugnato le indulgenze, la transustanziazione, la confessione auricolare, domandato la secolarizzazione degli Ordini regolari e la povertà del clero. Girolamo di Praga dall’Università di Oxford ne portò i libri in Boemia, dove ebbero effetti più gravi, perocchè Giovanni Huss, che qui già aveva alzato la voce contro la depravazione del clero, vi attinse argomenti teologici e ardire a palesarsi. Essendo venuti alcuni monaci a spacciare indulgenze, e avendo l’imperatore proibito il sacrilego traffico, pigliò baldanza a declamare, in prima contro l’abuso, poi contro le indulgenze medesime. Il popolo ascoltava volentieri; gli studenti boemi se ne infervoravano; le quistioni religiose prendevano colore politico d’aborrimento ai Tedeschi e d’aspirazioni repubblicane. Dappertutto lo sparlare dei papi era considerato segno d’educazione non vulgare, di ragione più elevata, di dispetto contro i governi, di scontento generico; declamazioni di piazza, frizzi di scuola fra la gioventù inesperta seminavano un vago desiderio di sottrarsi all’autorità; sebbene, per quanto e le accuse si esagerassero e gli errori si estendessero, non si pensasse ancora che la Chiesa si dovesse distruggere anzichè riformare.

Quanto erano più ulcerate le piaghe, tanto più speravasi nel concilio, che inoltre rannoderebbe in pace i principi cristiani per respingere la sempre crescente minaccia degli Ottomani.

L’imperatore, assai principi, signori e conti assistettero all’assemblea, ed è scritto vi si numerassero fin cencinquantamila forestieri con trentamila cavalli; fra quelli, diciottomila ecclesiastici e ducento dottori dell’Università di Parigi. Coi fastosissimi cardinali faceano gara di lusso i tanti avveniticci, giunti dagli estremi d’Europa, distinguendosi per abiti varj, armadure, corteo pomposo. Vi accorrevano a spettacolo, a sollazzo, trovandovisi trecenquarantasei commedianti e giullari, settecento cortigiane, e tornei e sfide[77]; sicchè i gaudenti andavano in delizie, mentre i pii pregavano, i dotti accingeansi a duelli dialettici, dai quali apparirebbe l’odierno loro elevarsi allato ai grandi.

Ma un’assemblea di tanto momento, sin dal principio reluttò ai modi sagaci, con cui gl’Italiani e il papa tentavano dominarla. La Chiesa nella sua universalità non distingue popoli, e valuta ciascun uomo pel proprio valore; sicchè all’indole sua ripugnava il votare per nazioni, come si pretese, dividendo il concilio in camera tedesca, italiana, francese, inglese, spagnuola, le quali deliberassero distintamente affine di elidere la superiorità degl’Italiani. Giovanni XXIII, come presente, provveduto di gran denaro, e assistito dalle compre armi di Federico d’Austria, sperava far considerare il concilio come una continuazione di quello di Pisa, che avendo riconosciuto Alessandro V, considerava lui come solo papa legittimo: inoltre voleva si cominciasse dagli articoli di fede, poichè richiederebbero lunghe dispute, e i prelati nella piccola città s’annojerebbero. Ma questi pretesero che abdicassero e lui e Benedetto XIII che sostenevasi in Ispagna, e Gregorio XII che aveva favore in Germania. Giovanni nella seconda tornata protestò di farlo volontariamente se lo imitassero gli altri due, anzi rinunziare ad ogni modo se con ciò potesse terminarsi lo scisma; sicchè il giubilo e gli applausi andarono al colmo, e l’imperatore gli si buttò ai piedi baciandoli. Ma poi pentito e sbigottito fuggì; e allora i mirallegro si risolvono in costernazione, Gregorio viene sospeso, e proclamato (1415) che il concilio trae immediatamente da Cristo i suoi poteri, e ognuno, compreso il papa, è tenuto obbedirgli in quanto concerne la fede, lo scisma, e la riformazione generale della Chiesa nel capo e nelle membra. Gl’Italiani protestarono invano. Giovanni, citato a giustificarsi delle più enormi e scandalose imputazioni[78], dichiarossene colpevole, sottomettersi a discrezione al concilio, pur beato se con ciò potesse render pace alla Chiesa: e quello il destituì (29 maggio) come avesse disonorato il popolo cristiano, ne spezzò il suggello e gli stemmi, gli tolse le insegne pontifizie e la croce, e lo tenne in cortese prigionia[79].

Anche Gregorio, per mezzo di Carlo Malatesta signore di Rimini, a cui protezione si era posto, mandò la rinunzia (4 luglio), riducendosi cardinale di Porto. Solo Benedetto ostinavasi, scomunicando chi non era con lui, e dichiarava «nel diluvio universale la sola arca della Chiesa essere Paniscola dov’egli sedeva»: alfine, abbandonato anche dalla Chiesa spagnuola per opera principalmente di Vincenzo Ferreri, fu destituito (1417 26 luglio), terminando uno scisma che fu la maggior prova a cui la Chiesa si trovasse esposta. Tante passioni, tanti errori, eppure fu ancora alla Chiesa una che la cristianità si ricoverò, e sotto il manto del ponteficato, di cui non erasi mai impugnata l’autorità e l’unità, comunque restasse incerto chi ne era il depositario, disputandosi del possesso e dell’esercizio dell’autorità, non dell’autorità stessa.

Sbalzatine gl’indegni occupatori, bisognava surrogare un degno sul trono di san Pietro. Sigismondo voleva che prima si riformasse la Chiesa; gl’italiani incalzarono per la pronta nomina del papa Ottone Colonna (11 9bre), il quale si volle chiamato Martino V. Sigismondo aveva preveduto giusto; poichè Martino trovò modo di rinviare d’oggi in domani le chieste riforme, logorando il tempo in divisamenti o in concessioni secondarie, protestando contro gli appelli del papa al concilio, riconfermando molti abusi; finchè dichiarò sciolto il concilio (1418 22 aprile), e andossene a Roma.

I padri, vedendosi dal popolo sprezzati per le contese e i baccani a cui prorompeano[80], e presi in sospetto come staccatisi dal papa, vollero ostentare zelo della fede col perseguitare l’eresia, e condannarono Giovanni Huss e Girolamo da Praga, i quali, malgrado il salvacondotto imperiale[81], furono dati al braccio secolare e mandati al rogo. Tristo rimedio la violenza; e ne pagò le pene Sigismondo, o piuttosto i popoli espianti le colpe dei re: giacchè la Boemia divampò d’un incendio, a spegnere il quale vi vollero torrenti di sangue.

Per compiere le riforme. Martino V indicò un nuovo concilio prima a Pavia, poi a Siena, infine a Basilea; ma apertolo appena, morì (1431). Nell’elezione di Eugenio IV (Gabriele Condulmier veneziano) i conclavisti prefissero una specie di costituzione, che in alcuni punti concerneva anche il governo civile. L’omaggio che il papa ricevea dai feudatarj e dagl’impiegati, non riflettesse su lui solo, ma anche sul collegio de’ cardinali, talchè a questo rimanessero obbligati in sede vacante; metà dei proventi della Chiesa fosse riservata ai cardinali; di conseguenza nessun atto politico importante poteva il papa permettersi se non consenziente il sacro collegio, non pace o guerra, non tasse nuove, non mutar la sede; inoltre il papa doveva riformare la Corte, e tenere concilj periodici. Eugenio vi si obbligò; e se quel costituto reggeva, il principato romano trovavasi ridotto ad aristocrazia, ma forse era tolto il pretesto alla Riforma del secolo seguente.

Eugenio, per giudizio d’un suo successore[82], fu pontefice d’animo elevato, ma senza misura in nessuna cosa, intraprese sempre ciò che voleva, non ciò che poteva. Fece egli aprire il concilio di Basilea onde estirpare l’eresia, metter pace perpetua fra le nazioni cristiane, togliere il lungo scisma de’ Greci, e riformare la Chiesa. Ma i padri vi s’accinsero senza precise idee di quel che volevano operare, nè de’ limiti dell’autorità propria e di quella che pensavano restringere; attaccavano un dopo l’altro gli abusi parziali, non proponevano un rimedio radicale: onde vedendoli condursi con quella precipitazione che sgomenta le autorità desiderose di dirigere, Eugenio sospese il concilio. I padri non gli badando, citano lui pontefice, accusandolo disobbediente; poi, spiegate le vele, dichiaransi ad esso superiori; nè poter lui scioglierli o traslocarli.

Fittisi alla riforma della Chiesa, mozzano assai diritti curiali; determinano la forma dell’elezione del papa, e il giuramento che deva prestare; limitano le concessioni ch’e’ può fare ai parenti; restringono i cardinali a ventiquattro, e ne escludono i nipoti. L’imperatore di Costantinopoli, cercando appoggiare il cadente trono sull’unione della sua Chiesa colla latina, domandò di venire in persona col patriarca onde effettuare la riconciliazione. Perchè non poteva sostener le spese del viaggio, si promise di mandar navi a prenderlo; e la città d’Avignone anticipò settantamila fiorini, da rimborsarle mediante i proventi delle indulgenze. Papa Eugenio indusse Giovanni III Paleologo a chiedere che l’abboccamento si facesse in Italia; e in fatto nella sezione 21ª del concilio di Basilea si proposero Ferrara e Udine, e il papa confermò la proposta, e indusse i Veneziani a spedir galere per trasportare l’imperatore.

Allora Eugenio, rimproverando al concilio i decreti incompetenti e smoderati, lo trasferiva a Ferrara (1438). Ma i padri non si mossero, eccetto due ed il legato; e mentre i prelati italiani maledicevano al conciliabolo di Basilea, ed invitavano a spogliare i mercanti che vi portassero roba, quello (nel quale primeggiava Nicola arcivescovo di Palermo, ambasciadore d’Aragona e Sicilia, e tenuto pel maggior canonista del suo tempo) continuava a cincischiare la giurisdizione pontificia; anzi dichiarò sospeso il papa, e scismatico il consesso di Ferrara; e per quanto i potentati s’intromettessero onde prevenire un nuovo scisma, condannarono Eugenio (1439) come eretico, e surrogarongli Amedeo VIII duca di Savoja, il quale dagli affari s’era ritirato a Ripaglia a vita piuttosto voluttuosa che penitente[83], e che sciaguratamente accettò l’uffizio d’antipapa col nome di Felice V.

Il concilio di Ferrara erasi aperto il 13 gennajo 1438 dal cardinale Albergati, e gran pena si durò per regolarne il cerimoniale: ma la peste scoppiata lo fece trasferire a Firenze[84] (1439). Ivi furono messi in disputa i quattro punti dello scisma greco, cioè il procedere dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo, l’uso degli azimi nella comunione, la natura del purgatorio, la supremazia universale del papa. Quell’unione fu famosa per insigni personaggi: il cardinale Giuliano Cesarini, che di sua franchezza avea dato prova nell’appoggiare i rimproveri che al papa faceva il concilio, ed allora sosteneva il vero con incalzante ragionamento; Giovanni di Montenero provinciale de’ Domenicani di Lombardia, versatissimo in divinità; Ambrogio Traversari generale de’ Camaldolesi, che per ordine di Eugenio IV era andato riformando molti conventi, e questi suoi giri descrisse nell’_Odœporicon_; fra i Greci, Gemistio Platone insigne accademico, Giorgio da Trebisonda, Giorgio Scolario ancora laico, e fra breve patriarca di Costantinopoli, Marco Eugenio vescovo d’Efeso saldissimo alle dottrine scismatiche, Dionigi vescovo di Sardi, e, a tacer altri, il Bessarione arcivescovo di Nicea, sottile platonico, che sparse anche il gusto d’una filosofia men cavillosa e arida, e che vinto dalla verità venne alla Chiesa nostra, molti traendovi col proprio esempio.

Cosmo de’ Medici ricevette splendidamente il papa, i cardinali, l’imperatore; il trasporto dei corpi de’ santi Zenobio, Eugenio, Crescenzio, i funerali del patriarca di Costantinopoli, diedero occasione a solennità; e la Signoria di Firenze regalò al papa quattordici inquisiti di pena capitale (Cambi). Eugenio scomunicò i prelati di Basilea; ma le lunghe dispute col patriarca di Costantinopoli e co’ suoi dottori, agitate nella sala accanto a Santa Maria Novella, non poteano condursi a conchiusione; laonde si venne a una specie di transazione (6 luglio) per istabilire l’unione della Chiesa orientale colla occidentale, stendendola s’una pergamena in greco e in latino, e dopo che l’ebbero letta in latino il cardinale Cesarini, in greco l’arcivescovo Bessarione, la soscrissero molti prelati delle due Chiese per ordine di dignità; oltre il papa stesso e l’imperatore Paleologo che vi fecero apporre le proprie bolle[85].

Federico III, nuovo imperatore, che avea procurato versar acqua su questi incendj, spedì ad Eugenio il proprio segretario Enea Silvio Piccolómini senese, per indurlo ad un concordato colla Germania, e il papa sul letto di morte vi assentì, purchè non menomasse i diritti della santa Sede. Nicola V succedutogli (1447), mostrossi tutto davvero disposto ad accordi, talchè il sinodo di Basilea più non si resse; Felice V abdicò, riservandosi tanti benefizj, che lo rendeano più ricco del papa, ma presto morì. La pace fu dunque restituita alla Chiesa; e il giubileo celebrato l’anno appresso, parve solennizzare il trionfo di Roma.

Se il concilio di Basilea avesse con prudenza e carità provveduto alla riforma della Chiesa, poteva prevenire i guaj che scoppiarono nel secolo seguente. Sulle prime, non che intaccare la sovranità papale, sanzionò il Decreto di Graziano, i cinque libri delle Decretali di Gregorio IX, pare anche il sesto di Bonifazio; solo tolse ai papi le riserve, il diritto di provvisione, e quello di mettere imposte sulle chiese. Ma poi guidato a passione, pensò non solamente limitare la potenza papale come quel di Costanza, ma sostituirvi la propria, e preparò la rivolta protestante, al tempo stesso che l’apparenza di ottenuta vittoria svogliava la Chiesa romana dalle riforme necessarie, e assopiva in una sicurezza che dovea riuscire funestissima.

CAPITOLO CXVIII.

L’impero d’Oriente, e sue relazioni coll’Italia. I Turchi a Costantinopoli. Perdita delle colonie italiane. Venezia guerreggia i Turchi.

Da mille anni era disfatto l’impero romano in Occidente, e ancora sussisteva in Oriente, soprattutto mercè della incomparabile postura di Costantinopoli. Sussisteva, ma agonizzante fra le deboli mani d’imperatori, i quali, vanitosi d’una scienza ciarliera, superbi d’un passato troppo diverso, assorti in un lusso corruttore, deliri dietro a futili importanze, ignoravano o vilipendevano i costumi stranieri e quelle idee che s’insignorivano del mondo. Un altro morbo erasi ostinato addosso a quella pomposa società, le eresie; quasi le fosse fatale il dover perire novamente pei sofismi, come già ai tempi della miglior grandezza d’Atene. Lo Spirito Santo procede egli anche dal Figlio come dal Padre? tale quistione, inestricabile ad argomenti, pose a subuglio le scuole, le chiese, le piazze, le famiglie; avversò Roma a Costantinopoli, i patriarchi ai papi, sinchè Fozio (862) separò affatto la Chiesa greca dalla latina, e quell’impero si trovò nimicati coloro a cui lo legava il comune interesse di resistere alle avvicinantisi orde musulmane. Le crociate avevano pôrto ai Greci l’occasione di rigenerarsi, innestando sul vecchio loro ceppo la civiltà moderna, e vantaggiandosi reciprocamente coll’accomunare le qualità migliori: ma essi non vi adoprarono che dispregio e mala fede; tergiversarono imprese, di cui aveano il maggior bisogno e i primi vantaggi; e si attirarono l’abbominazione de’ Latini. La conquista di Costantinopoli per opera di questi avrebbe potuto risarcire l’Impero, se accettata e sostenuta: odiosa invece e contrastata, non fece che crescerne la debolezza, e ben tosto le dinastie antiche ebbero espulsi i Baldovini, che andarono sparnazzando per Europa la loro miseria e titoli senza valore.

Però coll’impero latino non erano caduti gli stabilimenti degli Italiani in Levante. Pisa era oggimai ridotta a troppo piccolo conto; ma Genova e Venezia avrebbero potuto assicurarsi il Mediterraneo, l’Jonio e il mar Nero se si fossero tenute d’accordo; invece, perseguendosi d’implacabili nimicizie, dagli insulti e dagli assalti reciproci furono entrambe rovinate. I Genovesi, badando al proprio interesse più che alla causa europea, aveano ajutato l’imperatore Michele Paleologo a togliere ai Latini Costantinopoli (1261), dove conservarono il sobborgo di Gàlata; e stipularono di rimanervi sotto un podestà proprio, il quale presterebbe giuramento all’imperatore prima di assumere la giurisdizione, e andrebbe ogni domenica a fargli omaggio; l’imperatore non punirebbe alcuno di quella colonia se non quando esso podestà ricusasse farlo; stretto divieto di asportare oro o argento dalle terre imperiali, bensì vettovaglie, ma che dovessero recarsi al Comune di Genova, non mai ai nemici dell’Impero; qualvolta l’imperatore allestisse un’armata, potrebbe trattenere per servizio di quella i navigli genovesi quand’anche fossero noleggiati da altri e già in carico, e spedirli dovunque gli talentasse. I Genovesi di rimpatto non si staccherebbero dall’Impero per qual si fosse comando di persona coronata o no, nè per ecclesiastica scomunica[86]; cautela opportuna quando era opinione non doversi fede agl’Infedeli, e per tali si consideravano pure i Greci.

Dalla debolezza de’ quali i Genovesi traevano baldanza: un marinajo vantò che fra breve i suoi sarebbero signori della capitale, e uccise il Greco che nel ripigliava; un altro ricusò il saluto delle armi nel passare davanti alla reggia. Il trovarsi però in sobborgo smurato esponeva i Genovesi ed alla legale repressione degl’imperiali ed alla violenza de’ Veneziani, che di fatto una volta gli assalsero, e costrettili a rifuggire in Costantinopoli, ne incendiarono le abitazioni. Pertanto i Genovesi chiesero di poter circonvallare Gàlata, e con triplice muro che girava per quattromila quattrocento passi chiusero i vasti magazzini e i nobili abituri prospettanti il mare; e quel sobborgo avrebbe presto emulato Costantinopoli se questa non fosse caduta. Di là scorrendo il mar Nero, dove possedeano Caffa, i Genovesi portavano ai Greci il frumento dell’Ucrania, il caviale e pesce salato della Meotide; spingeansi a ricevere nei porti della Crimea le droghe e le gemme che dall’India vi affluivano colle carovane; e le fortezze, sorte in tutte le fattorie, diventavano formidabili non meno agli Europei che ai Tartari.

Già ne fu accennata la banda di venturieri catalani, che Ruggero di Brindisi condusse a Costantinopoli, e che per un pezzo salvò l’impero greco dai Turchi; ma insieme lo malmenavano a talento, come e peggio che le compagnie di ventura in Italia. Andronico imperatore in palese lo accarezzò, fino a sposarne una sorella; in secreto affilando l’arma de’ vili, a tradimento lo uccise. Non per questo si dispersero i suoi, e molte fiate posero il partito di conquistare l’Impero per conto proprio o del re di Sicilia, il quale mandò anche l’infante don Ferdinando a capitanarli. Se non che i Genovesi, da antico gelosi dei Catalani, i loro più potenti competitori nel commercio del mare occidentale, s’inasprirono pei favori che que’ venturieri guadagnavano o rapivano in Oriente. Ne vennero risse aperte; e come i Catalani offrivano all’imperatore di sfasciare gli stabilimenti genovesi e liberarlo dalla costoro insolenza, così i Genovesi lo ajutarono a mandare a sbaratto quella banda.

Nel mezzo di ciò, i Latini non cessavano d’osteggiare il greco impero, considerandola quasi come un’impresa santa e un seguito delle crociate. Carlo di Valois, figlio di Filippo il Bello, la cui moglie Caterina di Courtenai avea portato in dote nominali diritti sopra quel trono, volea questi ridurre in atto recuperandolo ai Latini; il che a molti pareva l’unico modo di ritardarne la caduta. E tentò l’impresa: ma non avendo meglio di cinquecento cavalieri, la fatica gli rispose scarsamente.

Quando Caterina di Valois sposò Filippo duca di Taranto, ne’ patti nuziali si stipularono gli ajuti che il marito le darebbe per ricuperare l’impero latino, e le provincie di Grecia di cui essa a lui farebbe cessione. Il re di Francia suo parente, Venezia e il papa ne secondavano le aspirazioni; e l’imperatore Andronico, non potendo far conto su Genova straziata da discordie intestine, prese la disperata risoluzione di ricorrere ai Turchi per difendersi dai Cristiani. Al tempo stesso favoriva i Ghibellini contro Roberto re di Napoli, affinchè questo rimanesse impedito dall’ajutare Filippo, e mandò a Federico di Sicilia seicencinquantamila pesi d’oro coniato[87]. L’impresa infatto non ebbe seguito, e sopraggiunte nuove burrasche nel regno di Napoli, ai principi di Taranto rimaneva appena forza di galleggiare tra queste, non che potessero far valere sull’impero la presunta eredità.

Ma crescendo sempre più le conquiste de’ Musulmani, quegli imperatori sentivano che loro salvezza sarebbe stato il riconciliarsi colla Chiesa latina. Già sotto Andronico il giovane avea molto adoperato a tal fine il monaco basiliano Bernardo Barlaam di Seminara in Calabria, ingegno vivo e Colto, che si fece ammirare dal Boccaccio a Napoli, dal Petrarca ad Avignone; ma non ne venne a capo, pretendendo gli Orientali si convocasse un concilio, che i nostri trovavano superfluo in quistioni già decise.

Barlaam ritornato a Costantinopoli, ebbe a disputare con Palamas arcivescovo di Tessalonica sulla luce increata. Palamas sosteneva che fosse non la sostanza divina, ma emanazione di questa; e che gli angeli e santi potessero questa contemplare, non l’essenza divina. L’altro, al contrario, voleva non fosse nè l’essenza divina nè effetto di questa, e che nessuna potenza valesse a rendere gli occhi umani capaci di contemplare la divinità. È la quistione, su cui si fanno tanti epigrammi: ma per la concatenazione degli errori e delle verità portava, nell’opinione di Palamas; niente meno che la dualità della sostanza eterna; in quella di Barlaam toglieva la visione beatifica ai santi. Barlaam fu riprovato da un sinodo di Costantinopoli, onde abbandonò la Grecia, scrisse contro lo scisma, e fatto vescovo di Geraci, contribuì assai a restaurare gli studj in Italia.