Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Part 14

Chapter 143,678 wordsPublic domain

Uomo di dottrina e coscienza, ma severo, melanconico, colleroso, immoderato, avventatosi a riformare di colpo, vietò ai prelati d’usare a tavola più d’una pietanza, com’egli stesso ne dava l’esempio; minacciò non solo ai simoniaci, ma a chiunque di essi accettasse doni; proponeasi, con creare cardinali nuovi, togliere la prevalenza che da un secolo avevano i francesi; e ne’ concistori secreti li rabbuffava indiscretamente, ad uno dava sin dello sciocco, a un altro ch’era bugiardo come un calabrese. Queste sconvenienze, e il vedere ch’ei voleva fermamente tenerli a Roma, indisposero i cardinali; e la più parte separatisi da lui, protestarono l’elezione non essersi fatta liberamente, ma sotto la costrizione di un popolo tumultuante; e raccomandando la loro vita alla tutela di Bernardo di Sala, capo degli avventurieri guaschi e bretoni che aveano fatto sì rovinoso governo di Cesena, dichiarano non avere operato che per paura della morte; Urbano essere intruso, apostato e anticristo; e a Fondi eleggono papa (21 7bre) quel Roberto di Ginevra che come legato pontifizio avea data a ruba e strazio la Romagna, e che si chiamò Clemente VII. Urbano fu accettato in Italia, Germania, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Polonia e nel settentrione de’ Paesi Bassi; Clemente dalla regina di Napoli, da Francia, Scozia, Savoja, Portogallo, Lorena, Castiglia; gli altri paesi esitavano.

Urbano bandì contro del competitore una crociata colle indulgenze concesse a quelle contro gl’infedeli: ma la compagnia de’ Bretoni, soldata da Clemente, si difilò sopra Roma, e fece macello de’ cittadini che sortirono per respingerla, ma non osò penetrare in città. Allora i Romani diedero addosso a quanti Francesi cherici o laici colsero in città; mentre gli Orsini e Francesco di Vico devoti a Clemente devastavano i contorni, e Pietro Rostaing dal Castel Sant’Angelo bombardava gli edifizj: una volta (1379) Silvestro di Buda, capitano de’ Bretoni, sorprende i nobili adunati in Campidoglio e trucida sette banderesi, ducento ricchi, innumerevole popolo, poi di nuovo lascia la città.

Urbano solda Giovanni Acuto e Alberico da Barbiano, che secondato dai cittadini, sorte addosso ai nemici, e sconfittili e fatti prigioni i due capi, mena trionfo[69]; Castel Sant’Angelo si rende, e il papa a piè scalzi, seguito da tutta la popolazione, torna in Vaticano. Clemente allora ricovera a Napoli, ben accolto dai re; ma il popolo a tumulto lo respinge, sicchè fugge in Provenza, e postosi ad Avignone, moltiplica i cardinali, largheggia di aspettative, e sì poco contava sullo Stato pontifizio, che volle almeno punire i Romani e deprimere i feudatarj col costituirlo in _regno d’Adria_ a favore di Luigi I d’Angiò, al quale, per averlo partigiano, prodiga esorbitanti concessioni: tutta la decima in Francia, nel regno di Napoli, in Austria, in Portogallo, in Iscozia; metà delle entrate di Castiglia e d’Aragona, le spoglie de’ prelati che muojono, ogni censo biennale, ogni emolumento della camera apostolica; il papa obbligherà a prestiti gli ecclesiastici, darà in ipoteca Avignone, il contado Venesino ed altre terre della Chiesa; inoltre gli assegna per feudi Ancona e Benevento, e tutto giura sulla croce. Tale spreco facea dei beni di San Pietro nella fiducia d’esser liberato dall’antagonista; mentre Urbano, pien di sospetti, reggevasi con rigiri e sangue e torture, senza riguardo a dignità o danni de’ prelati e cardinali.

Accannito alla regina Giovanna I, contro di lei come signore sovrano del Reame e come scismatica sollecitò Luigi d’Ungheria, che affidò a Carlo di Durazzo l’incarico di punirla. Urbano spogliò chiese e altari per raccogliere ottantamila fiorini, che diede a Carlo, il quale in ricambio promise riconoscere il regno dal papa, e appena coronatone cedere il ducato di Durazzo a Francesco Batillo nipote di esso, e i principati di Capua e d’Amalfi. Vedemmo come la spedizione riuscisse: ma Carlo non pensava mantenere la parola, onde venne in piena rotta col papa, il quale assediato in Nocera, sparnazzava scomuniche scandalose e scandalosi decreti. I prelati sue creature s’erano concertati sul modo di terminare le stravaganze d’un pontefice che prolungava una guerra senza ragione, e farlo il mal arrivato; ma scopertili, Urbano non gliela soffrì impunita (1386), e messi in ceppi l’arcivescovo d’Aquila e sei cardinali, li trasse seco quando potè fuggire da Nocera; perchè il primo non potea cavalcare a paro cogli altri, il fece uccidere e abbandonare insepolto; giunto a Genova, e dicendosi circonvenuto da cospirazioni, malgrado le istanze del doge, fece buttar nel mare i cardinali, salvo un inglese reclamato dal suo re.

Qui comincia doppia serie di papi paralleli; ma qual era il vero? Personaggi di senno e santità grande parteggiarono per l’uno e per l’altro; prove in favore addussero questi e quelli, per modo che può mettersi fuor di quistione la buona fede d’entrambi i partiti. La Chiesa finora non ha proferito, benchè i nostri abbiano generalmente considerato per antipapi quei che sedettero oltremonte, e il nome d’alcuno di questi sia stato assunto da qualche papa successivo[70].

Per mezzo secolo fu partita la cristianità in due campi ostili, e tra pontefici che rimbalzavansi calunnie e taccia d’intruso e d’eretico. Come le nazioni, così erano divisi i cittadini, gli scolari d’un’Università, i monaci d’un convento; ogni giorno dispute, collisioni fin al sangue; due vescovi eletti dall’uno o dall’altro pontefice si contendevano la medesima sede, aborrivansi le messe degli uni o degli altri. I papi, per conservarsi partigiani, erano costretti a rassegnarsi a minaccia, a importunità, a dissimulare e simulare, intrigare, congiurare, promettere, concedere, guadagnar tempo, fingendo di desiderare una riconciliazione, di cui aveano in mano il mezzo. Le piaghe del papato, come il cadavere di Cesare, furono esposte agli occhi di tutti, invelenite dalla collera de’ nemici non meno che dai ripicchi dei pontefici rivali. La santa Sede, scapitando nella venerazione, lasciava baldanza a’ principi di sminuirne l’autorità, ai dotti di chiamarla a severo e passionato esame: le satire contro di essa, che prima erano esercizio letterario, inteso, applaudito e dimenticato, acquistavano peso quando uscivano dalla bocca de’ pontefici stessi, e portavano ad immediata applicazione; indubbio entrava ne’ cuori più sinceri, l’indifferenza ne’ più generosi, la disperazione ne’ più robusti: la beffa trovava di che esercitarsi sulle cose sacre.

Urbano VI non depose mai il desiderio di restare arbitro del regno di Napoli, escludendo e Ladislao e Luigi d’Angiò per mettere in istato quel suo nipote che passava dal carcere alla reggia; intanto scomunicava di qua di là, e mandava bande a devastare. Fra sì deplorabili imprese, minacciato fin della vita dai Romani, miseramente morì (1389 18 8bre), e i quattordici cardinali della sua obbedienza elessero Pietro Tomacelli col nome di Bonifazio IX (5 9bre). Buon parlatore, buon grammatico, non sapea scrivere, nè cantare, nè i costumi della corte romana: onde non capiva di che si trattasse, sentenziava senza conoscenza, e palesava avidità. Sospendendo la folle guerra del suo predecessore, ricevette in grazia Ladislao, e avventò scomuniche ai fautori di Luigi d’Angiò, che scendeva favorito dall’altro papa.

A viva forza dovette occupar Roma e gli altri possedimenti ecclesiastici, straziati dalle fazioni e dalle bande, e colla violenza e i supplizj vi si sostenne. Urbano, accorciando l’intervallo del giubileo, lo bandì pel 1390, ma non v’accorsero che i popoli ubbidienti a Bonifazio, il quale mandò ne’ varj paesi a concedere l’indulgenza a chi pagasse tanto, quanto gli sarebbe costato il viaggio a Roma[71]. I collettori trassero insieme ingenti somme, ma Bonifazio sospettò alcuni d’averne distratte e li punì, altri furono trucidati dal popolo, altri s’uccisero da sè. Sotto quel manto vi fu chi andò trafficando di assoluzioni e dispense, non badando a pentimento o a riparazione o ad abjura; gli abusi fecero fremere i pii, e la prodigalità del papa stesso in fatto d’indulgenze recò non lieve scredito a quel tesoro di grazie, di cui faceasi mercimonio; mentre la concessione di giubilei a chiese parziali scemava l’aurifero concorso de’ pellegrini a Roma, svogliati anche dalle bande di Bernardo di Sala, che professavasi fedele a papa Clemente per ispogliare i dissenzienti.

I Colonna tramarono per togliere al papa la signoria temporale di Roma, invasero la città, ma non furono secondati: trentuno de’ loro masnadieri finirono sul patibolo; Bonifazio avventò contro i Colonna una lunga bolla, dove ne enumera i delitti fin dal tempo di Bonifazio VIII. Anche i Gaetani di Fondi circondavano con bande la città, spogliando i pellegrini che andavano al nuovo giubileo del 1400. E il papa facea denaro con concedere grazie, aspettative, cumuli di benefizj; poi ad un tratto le abolì tutte, ma per aver pretesto a nuove concessioni con guadagno nuovo.

A vicenda i cardinali di Clemente VII a questo diedero successore Pier di Luna aragonese (1394 28 7bre), detto Benedetto XIII, uomo d’astuta ambizione, ed egli, come l’altro, per procacciarsi partigiani scialacquava privilegi, conniveva a traviamenti e usurpazioni, spogliava il basso clero, sicchè i curati erano fin ridotti a mendicare, mentre l’alto riservavasi le migliori grazie e le commende e i benefizj, dandoli in appalto a persone dappoco.

La Chiesa talmente scaduta, sentivasi impotente a ricomporsi da se stessa; e principi, università, giureconsulti, teologi disputavano sui mezzi di ripristinarne l’unità. Il più ovvio sarebbe stato un concilio generale: ma poichè il convocarlo riguardavasi da secoli come attribuzione del papa, a qual dei due spettava? Si dovette ripiegare con sinodi particolari; il re di Francia ne raccolse due, per cui decisione egli mandò a tenere assediato più di quattro anni nel palazzo d’Avignone Benedetto XII, sinchè non fosse ripristinata l’unione: ma questi trovò modo a fuggire (1403), e per la persecuzione crebbe di partigiani, ed ebbe dalla sua non solo il pio Vincenzo Ferreri, ma i due lumi dell’Università parigina, l’eloquente Clemengis ed il cancelliere Pietro d’Ailly.

Morto Bonifazio IX (1404 1 8bre), il popolo di Roma, diretto dai Colonna e dai Savelli, gridò _Viva la libertà;_ e il conclave di non più che nove cardinali elesse Innocenzo VII, già Cosma Meliorati, valente canonista, abile agli affari, intemerato di costumi. Dovette conquistare la propria residenza ajutato da re Ladislao, ma con una capitolazione per cui lasciava a custodia del popolo tutti i ponti e le porte; il senatore sarebbe eletto dal papa ma sovra una tripla offerta dal popolo; i dieci della Camera amministrerebbero le rendite, eccettuato il quartiere del Vaticano. Però ogni giorno nuove pretensioni metteva innanzi il popolo, subillato dai Colonna e dai reggenti Ghibellini, tanto che Innocenzo proruppe: — V’ho concesso tutto; volete che vi dia anche la mia cappa?» E in fatto i tumulti raffittirono, i cardinali dovettero mettersi sotto la protezione d’un capitano di ventura Muscardo, fu trucidato un messo del papa, si combatteva accannito; ed essendo il papa fuggito a Viterbo, Ladislao ne profitta per impadronirsi di Roma.

Il papa fra breve morì (1406 6 9bre), e il veneziano Angelo Correr, detto Gregorio XII, anch’esso giurò prima (30 9bre), professò poi essere disposto ad abdicare tosto che il facesse anche Benedetto XIII: ma com’ebbe assaggiato il comando, se ne inebbriò; alla conferenza stabilita in Savona non comparve; e Benedetto, che era venuto fin a Genova, parve star dal canto della ragione.

Tredici cardinali si raccolsero a Livorno per industriarsi all’unione, protestando non riconoscere nessuno dei due competitori; e assumendo a dirigere gl’interessi temporali e spirituali della Chiesa, convocarono un concilio a Pisa (1409 25 marzo), intimando a ciascun papa venisse ad abdicare, se no procederebbero contro di esso. Ma se consentivasi al concilio l’autorità di deporre il pontefice, non era mutata in repubblicana la costituzione della Chiesa, da secoli monarchica? e a tale cambiamento erano acconci tempi di tanto scompiglio?

Ladislao di Napoli temeva un papa che potesse abolire l’indegna cessione dello Stato, a lui fatta da Gregorio XII, onde s’oppose al concilio di Pisa; i due papi non vi ascoltarono; Gregorio dichiarò apostati e blasfemi que’ cardinali, e intimò il sinodo a Udine; Benedetto l’aprì in Perpignano sua stanza; e così, oltre i due papi, v’ebbe tre concilj. Pensate quanto ne restasse dal fondo sovvertita la società! Morendo un vescovo, ciascun papa vuol dargli un successore, onde scismi diocesani; pretendono potere stronizzare i re, onde un nuovo fomite alla guerra intestina; e Napoli resta disputata fra Luigi d’Angiò e Carlo d’Ungheria, la Castiglia fra il duca di Leon e quello di Lancaster, l’Ungheria fra Carlo della Pace e Maria; il debole imperatore Venceslao lasciava cascarsi di mano le redini della Germania; l’Inghilterra straziava le proprie viscere fra le inimicizie delle case di Lancaster e di York; la Francia durava nella guerra centenne contro l’Inghilterra; nè voce risonava valevole ad imporre la pace. Intanto che nel mondo cristiano cessava l’unità che n’è l’essenza, Bajazet II granturco non solo stringeva Costantinopoli, ma aveva invaso l’Ungheria e la Polonia; e nuovi barbari, i Tartari sotto il terribile Tamerlano minacciavano all’Europa le devastazioni che aveano recate all’Asia.

Gli animi, sgomentati fin alla disperazione, si volgeano a Dio, da lui solo aspettando il termine a tanti guaj. Già nel 1260 vedemmo i Flagellanti diffondersi per Italia. Nel 1334 frà Venturino da Bergamo, «uomo di trentacinque anni, di piccola nazione e di non profonda scienza, ma tanto efficace e ardente ne’ suoi ragionamenti, che traendosi dietro più di diecimila Lombardi, la miglior parte nobili, non era luogo ove arrivasse che non fosse ricevuto a guisa d’uomo divino, e con tanto concorso di limosine, che per quindici dì che si fermò a Firenze, non fu quasi momento di tempo che in sulla piazza di Santa Maria Novella non si vedessono grandissime tavole apparecchiate ove mangiavano quattrocento o cinquecento uomini per volta» (AMMIRATO), andò ai perdoni di Roma co’ suoi, che portavano gonnella bianca fin a mezza gamba, di sopra un tabarrello perso fin al ginocchio, calze bianche, e stivali di corame fin a mezza gamba, in petto una palomba bianca coll’ulivo in bocca, nella man ritta il bordone, nella manca il rosario[72], e con non mai stanchevoli voci gridando pace e misericordia. Cresciuto forse a trentamila seguaci, e come profeta parlando de’ mali futuri, passò anche alla corte d’Avignone sperando grandi indulgenze; ma al papa sembrò scorgervi ambizione o leggerezza, e frà Venturino fu messo al tormento e in carcere: donde poi mosse colla crociata, e morì a Smirne.

Quella devozione andarina rinfervorò nel 1399, avendola la Madonna indicata in Irlanda ad un villano, come il miglior preservativo da pesti e guerre: onde in veste bianca, coperti di cappucci in modo che non distinguevansi donne da uomini se non per una croce rossa, si posero in via tre a tre, ognuno confessato, chiesto perdono agli offesi, perdonato agli offensori, restituito il maltolto. Così giravano per nove giorni almen tre chiese al giorno, e venendo in un paese, intonavano orazioni e lo _Stabat mater_, poi tre _Miserere_ entrando in chiesa. Per quella novena faceano vita quaresimale, non dormendo in letto, non isvestendosi, molti andavano scalzi; finivano col mandare alle prossime città, invitandole per parte di Maria Vergine ad assumere la stessa devozione.

D’Irlanda varcarono in Inghilterra, in Francia, poi in Piemonte, e da una parte piegarono alla Lombardia, dall’altra in numero di cinquemila a Genova. I cittadini di questa s’avvolsero in lenzuoli, e il vecchio loro arcivescovo Del Fiesco a cavallo li condusse processionalmente, con dietro a coppia tutti gli abitanti, a visitar le chiese, i cimiteri, le reliquie della città e del contorno, e per nove giorni stettero chiuse le botteghe, sospesi gli affari, tutto émpito di timor di Dio. I più robusti o devoti scesero per la riviera di Levante, eccitando a fare altrettanto: da Lucca tremila cittadini, malgrado i divieti, uscirono ver Pescia, indi a Pistoja, donde quattromila li seguirono, e così i Pratesi e i Pisani, finchè giunsero a Firenze. Quivi quarantamila cittadini visitavano le chiese, preceduti dall’arcivescovo; toglievano di quello ch’era lor dato, e il soverchio distribuivano ai poveri; non cercavano essere adagiati in case o spedali, ma giacevano alla nuda aria; molti imprigionati per debiti furono prosciolti. Il vescovo di Fiesole sin ventimila se ne trasse dietro, per tutto facendo paci e concordie, restituzioni, prediche, miracoli[73]. A Milano «venne grandissimo numero d’uomini, donne, donzelle, garzoni, piccoli e grandi e d’ogni qualità, tutti scalzi, da capo a piedi coperti di lenzuoli bianchi, che a fatica mostravano la fronte; poi dietro a questi vi si adunarono tutti i popoli delle città e ville, dalle quali uscendo, per otto giorni continui visitavano tre chiese di villa, e spesse volte ad una di quelle faceano celebrare una messa in canto; per tutte le vie in croce che trovavano, si gettavano a terra gridando misericordia tre volte, e poi cantavano _Pater_ e _Ave_, e altri cantici composti da san Bernardo, o litanie o altre orazioni. Il popolo di ciascuna città o altro luogo, come veniva a quelle si separava, ed entrando dentro denunziava agli altri rimanenti che volessero pigliare il medesimo abito; di sorta che alcuna volta erano mille, alcuna millecinquecento. Si celebrarono infinite concordie e limosine, e molti si condussero a vera penitenza» (CORIO).

In Padova per quei giorni non fu commessa disonestà nè rissa; e le processioni duravano dall’aurora fino alle due dopo nona, e se ne contarono tremilaseicento; poi radunati nel prato della Valle, diedero di sè meraviglioso spettacolo[74]. Da Bobbio altri si difilarono su Piacenza, e con loro tutti i valligiani della Trebbia, sicchè vi giunsero in più di settemila; poi a Firenzuola, a Borgo Sandonnino, a Parma, dove arrivarono con quaranta carri di donne, bambini, malati; di qui settemila partirono dietro al vescovo e ai gonfaloni delle confraternite. I Veneziani li respinsero, ma il duca d’Este gli ebbe accetti, e da Ferrara li menò a Belfiore. Il pontefice vi conobbe scandali e sozzure, dubitò fino che il loro capo pensasse farsi papa, onde li mandò a processo e al rogo.

Allora si moltiplicarono pertutto le confraternite, che con le foggie visitavano le chiese e accompagnavano il viatico; e furono principalmente diffuse dai santi Bernardino da Siena e Vincenzo Ferreri, il quale anche andava predicando il finimondo. Molti, presso al morire, faceansi porre le divise d’esse società, donde la devozione venne estesa fra i secolari. Tale incondita pietà diffuse anche la peste, che strage menò per Italia, e che funestò il giubileo.

Tutti inadeguati ripari agli scandali che sbranavano la Chiesa; poichè le riforme non venivano di là donde solo avrebbero potuto efficacemente. Null’ostante l’opposizione di re Ladislao, al concilio di Pisa comparvero ventiquattro cardinali, quattro patriarchi, ventisei arcivescovi, ottanta vescovi in persona, centodue per rappresentanti, ottantasei abati in persona, ducentodue per procuratori, quarantun priori, gli ambasciatori dei re, i deputati di oltre cento metropoli e cattedrali, delle Università di Parigi, Tolosa, Orléans, Angers, Montpellier, Bologna, Firenze, Vienna, Praga, Colonia, Oxford, Cambridge, Cracovia, trecento dottori di teologia e diritto canonico.

Non essendosi presentati i due papi Gregorio e Benedetto, il concilio si dichiarò ecumenico, e perciò giudice supremo di essi, e dopo parecchi tentativi di conciliazione, levata loro l’obbedienza come contumaci, li proferì scaduti e vacante il papato (1409 5 giugno); e radunato il conclave sotto la guardia del granmaestro de’ Giovanniti, sostituì Pietro Filargo (1409 26 giugno). Nato non si sa dove nè da chi, mendicava a Candia quando fu raccolto da un frate Minore, e per sapere ed abilità salì nel favore di Gian Galeazzo, che l’ebbe tra’ suoi consiglieri, poi vescovo di Vicenza, di Novara, indi arcivescovo di Milano e cardinale, infine papa (7 agosto) col nome d’Alessandro V, e chiuse il concilio. Teologo e predicatore, ma non leggista e canonista, male intendeva gli affari e cercava scaricarsene; per bontà cieca largheggiava benefizj e grazie abusive e stemperanti, non sapendo misurare la liberalità ai mezzi; e quando più nulla gli rimaneva, dava promesse: onde diceva: — Come vescovo fui ricco, povero come cardinale, pitocco come papa».

Lasciavasi raggirare a senno da Baldassarre Cossa napoletano, che in gioventù corse il mare come armatore; anche nel chericato conservò abitudini secolaresche, abilissimo negli affari, vigoroso di carattere, risoluto di sentenze. Ornato della porpora, fu spedito legato a Bologna, la quale ricuperò alla santa Sede, e anche Faenza e Forlì, che egli si tenne come signoria indipendente; e morto Alessandro dopo soli dieci mesi di regno (1410 17 maggio), gli succedette col nome di Giovanni XXIII. Costui, come avviene in tempi di partiti, fu accusato delle colpe non solo più gravi, ma più brutali; a cui basterebbe opporre il favore datogli dai Fiorentini, da Luigi d’Angiò, dal conclave stesso, che troppo aveva interesse a fare una scelta prudente; comunque siasi detto che egli ne acquistò i voti coll’artifizio e colla forza militare che spiegò in Bologna.

Essendo allora stata ritolta Roma a Ladislao, il papa vi fece l’entrata solennemente sotto la protezione dell’Angioino: ma bentosto Ladislao torna vincitore; Bologna caccia i rappresentanti del pontefice, e si dà al marchese di Ferrara. Ladislao però riconobbe il nuovo papa ordinando a Gregorio di uscire da’ suoi Stati, e finse rassegnarsi ai patti ch’egli stesso aveva imposti a Giovanni. Il concilio che erasi promesso, fu raccolto (1415) a Roma; ma se vi s’introduceano le questioni più urgenti, il cardinale Zabarella levavasi, con eloquenti ambagi sviando dal proposito: poi fu prorogato col pretesto della rinnovata nimistà di Ladislao, a cui il papa a fatica sfuggì, ricoverando in Firenze, che di malavoglia lo accolse.

L’impero vacillava tra l’inetto Venceslao deposto e il mal eletto Roberto palatino, morto il quale, gli furono dati due successori; tanto pareva che ogni cosa dovesse scompigliarsi collo scompiglio del papato. Alfine prevalse Sigismondo (1411), che, come re d’Ungheria, s’era mostrato crudele e perfido, ma insieme valoroso, oprante, indomito. Glorioso di allori côlti sopra i Turchi, si fisse in animo di ricondurre ad unità la Chiesa; corse Francia, Polonia, Spagna, Italia; e mentre il papa gli chiedeva soccorsi, esso lo stimolò a designare il luogo d’un nuovo concilio. Per quanto Giovanni lo disgradisse, dovette spedire legati a ciò, i quali indicarono Costanza, città imperiale sulla riva occidentale del bel lago che divide la Svevia dalla Svizzera, poco lungi dal luogo donde n’esce il Reno, e dove già i Lombardi aveano patteggiato la loro libertà. Giovanni non sapea darsi pace che l’adunanza di tutta cristianità si tenesse in luogo dove gli oltramontani sarebbero più numerosi e indipendenti, ed ostili alla sua autorità: si mosse in persona onde dissuadere Sigismondo; a Lodi durarono lungamente in congresso, circondati da prelati l’uno, da consiglieri l’altro; ma Sigismondo stette fermo, e il concilio fu aperto (1414 5 9bre).